
Da quando ho memoria vivo con la speranza di poter campare abbastanza da avere la prova inconfutabile dell’esistenza degli extraterrestri. Non pretendo di essere un testimone oculare e di ottenere tale prova personalmente: mi accontenterei di guardare un telegiornale e poter semplicemente ascoltare la notizia. O di leggerla sul profilo social di qualcuno che non sia un fanfarone. Steven Spielberg secondo me vive con lo stesso mio desiderio, ma lui in quanto Spielberg ha la possibilità di trasformare i suoi sogni in film bellissimi (se non in capolavori). Lo ha fatto tanti anni fa con E.T. e, ancor prima, con quello che ritengo il più grande film mai girato sulla presenza degli extraterrestri, ovvero Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo. Ora il regista più amato della nostra infanzia è tornato con una nuova storia, che regala un sogno a tutti quelli come me che vorrebbero campare abbastanza da poter scoprire la notizia dell’esistenza degli alieni. Insomma, avete capito: anche io sono tra quelli che, se ne avessero avuto la possibilità, si sarebbero appesi in cameretta il celebre poster con il disco volante e la scritta I Want to Believe.
Il film comincia con uno spaventato e confuso Josh O’Connor, in fuga da una sorta di agenzia governativa per cui lavorava come informatico e che, a quanto pare, avrebbe trascorso gli ultimi 79 anni a nascondere al mondo le prove dell’esistenza degli extraterrestri (una data non casuale, visto che il celebre incidente di Roswell è avvenuto nel 1947). Poco dopo, in tutt’altra location, vediamo Emily Blunt nei panni di una meteorologa di Kansas City che, prima di svenire durante una diretta televisiva, comincia a parlare una lingua sconosciuta e incomprensibile. Sulle loro tracce c’è Colin Firth, deciso a mantenere segreti i documenti e i video trafugati dal suo ex-dipendente. Tra fughe a perdifiato (che in realtà sono le scene meno credibili del film, e parliamo di un film sugli alieni!), autocitazioni (quando ho visto i protagonisti correre sul tetto del treno pensavo che di lì a poco sarebbe sbucato Harrison Ford con la frusta) e incontri rivelatori, mentre tutti cercano di difendere la propria versione della verità, io ero lì che mi chiedevo: ma alla fine questi alieni li vedremo o no? Beh, questo lo scoprirete da soli.
Al di là di tutto, saremo mai pronti a una rivelazione di questa portata? Forse è questa la domanda che si pone Steven Spielberg e io ritengo che non debba neanche esserci questione. Non so se 8 miliardi di persone possano gestire una notizia così, però voglio dire, io sono prontissimo. Lo ero già nei mesi scorsi, quando Trump aveva avviato la declassificazione di numerosi documenti federali sugli UFO, che però non contenevano alcuna prova concreta di una visita extraterrestre sulla Terra. Forse tutto quel baccano su questo argomento ha contribuito solo a creare un gigantesco teaser per il nuovo film di Steven Spielberg, che come al solito riesce ad andare oltre la realtà, mostrandoci ancora una volta il lato più candido dei nostri sogni. Quello che il regista cerca di dirci (e non è la prima volta) è che il mondo sarebbe un posto migliore se uno sviluppo sostanziale dell’empatia facesse parte dell’evoluzione umana: è infatti nel momento in cui riesce a “scivolare” dentro le emozioni delle altre persone che il personaggio di Emily Blunt capisce di aver trovato il proprio posto nel mondo. Dietro a tante fantasticherie, il cuore del film credo che sia proprio questo: sognare un mondo più empatico, dove la rivelazione della presenza di altre forme di vita possa farci sentire meno soli, meno tristi, più vicini. Personalmente ho amato così tanto perdermi in alcune scene di questo film che ora vorrei ancor di più vivere anche io un Disclosure Day. Non so se riuscirò davvero a vivere abbastanza per scoprirlo, per fortuna però c’è sempre il cinema a mostrarci che forma possono prendere i nostri desideri. Il cinema e, ovviamente, Steven Spielberg: spesso queste due cose coincidono.
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