Recensione “Juliet, Naked” (2018)

Quando si pensa a Nick Hornby la mente va automaticamente a libri come “Febbre a 90°”, “Alta Fedeltà” o “About a Boy”, tutte opere realizzate negli anni Novanta. Purtroppo quella che probabilmente è la sua migliore opera degli ultimi dieci (e forse quindici) anni non ha avuto la stessa fortuna dei romanzi già citati: sto parlando di “Tutta un’altra musica” (“Juliet, Naked” in originale), altro splendido racconto di amore e rock, che viene riproposto adesso in una pellicola di Jesse Peretz con la speranza di restituire al libro di Hornby il successo che merita.

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Recensione “Ride” (2018)

Valerio Mastandrea come attore ormai lo conosciamo tutti e lo abbiamo sempre apprezzato per la sensibilità, per la capacità di entrare in empatia con i personaggi che interpreta: per questo motivo la sua recitazione è così valida. Ora, con tutta l’esperienza accumulata come attore, il nostro Valerio prova il grande salto e si mette dietro la macchina da presa, con ottimi risultati.

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Recensione “La Donna Elettrica” (“Kona fer í stríð”, 2018)

Quello che l’uomo, o meglio, un ristretto numero di uomini di potere, sta facendo al nostro pianeta è un crimine, non si potrebbe definire in altro modo. Eppure le nostre battaglie quotidiane (comprese quelle di chi scrive) sono altre, troppo distratti dalle nostre mille, legittime, occupazioni. Non è così per Halla, la tenace protagonista di questo film islandese, spericolata e determinata nelle sue azioni di sabotaggio contro le multinazionali che stanno devastando la sua splendida isola.

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Recensione “Un giorno all’improvviso” (2018)

Poche cose mi danno soddisfazione come quando mi trovo davanti ad un esordio cinematografico così ben realizzato, ispirato, girato benissimo e con degli interpreti straordinari. Ancor più bello è quando l’esordio in questione è quello di un regista italiano, in questo caso Ciro D’Emilio, classe 1986, che regala una boccata d’aria fresca ad una cinematografia spesso troppo concentrata nel raccontare le vite dei piani alti della borghesia romana o al contrario quelle di disperati costretti alla criminalità. Il regista è bravo ad allontanarsi dagli scivoloni dei cliché, scegliendo di raccontare una storia d’amore tra madre e figlio, di passione, di vite sì difficili ma al tempo stesso piene di sorrisi.

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Recensione “Bohemian Rhapsody” (2018)

Quando andavo alle scuole elementari un bel giorno mi capitò di conoscere una band che mi fece scoprire il significato della parola “Musica”, per me un concetto fino ad allora limitato alle pur bellissime sigle dei cartoni animati. Ovviamente parlo dei Queen, dei tempi degli speciali su VideoMusic (il canale televisivo con la grande M verde, qualcuno della mia generazione se lo ricorderà), dei tempi in cui a 9 anni durante le gite scolastiche mi sedevo sul pullman con un piccolo walkman e una selezione di cassette con gli album della band registrati sopra. Per tutti questi motivi l’idea di un film sui Queen da un lato mi stuzzicava, dall’altro mi terrorizzava. Tuttavia è bastato vedere la carrellata d’apertura che segue Rami Malek sul palco di Wembley per rilassarmi: “Questo film sa il fatto suo”, ho pensato. Ed è proprio così.

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Recensione “Thunder Road” (2018)

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Un film destinato a diventare un cult: due anni fa mi capitò sotto gli occhi il cortometraggio di un certo Jim Cummings che aveva appena vinto il premio della giuria al Sundance (potete vederlo qui). Caso volle che il titolo di quel cortometraggio era lo stesso della mia canzone preferita e di quella che, a mio modesto parere,  è la più grande canzone mai scritta: “Thunder Road” di Bruce Springsteen (che ovviamente è il motivo attorno al quale si svolge la storia). Grazie ad una raccolta fondi su Kickstarter quel cortometraggio di 12 minuti oggi è un film di un’ora e mezza che sta riscuotendo premi e applausi in mezzo mondo: Jim Cummings scrive, dirige e interpreta un’opera prima di incredibile forza e commovente bellezza, trattando con ironia e sprazzi di talento temi piuttosto delicati come l’elaborazione del lutto e la difficoltà di essere padre.

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Recensione “Friedkin Uncut” (2018)

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I documentari sui grandi registi provocano sempre uno strano effetto: qualunque sia il lavoro che tu faccia, ti vien voglia di scendere in strada con una macchina da presa per girare qualcosa. Questo film di Francesco Zippel, dedicato al grande William Friedkin, non solo non fa eccezione, ma ti entusiasma a tal punto da spingerti davvero a dedicarti a questa professione: provate anche voi ad ascoltare Friedkin e i suoi collaboratori raccontare il modo in cui hanno girato la celebre scena dell’inseguimento ne “Il braccio violento della legge” o il modo in cui hanno brillantemente affrontato le difficoltà legate alle riprese de “Il salario della paura” o di “Cruising”.

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Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Recensione “Lucky” (2017)

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Il suono di un’armonica tra i cactus e la polvere del deserto. Il volto scavato di Harry Dean Stanton, alla sua ultima, emozionante, interpretazione. Il film d’esordio di John Carroll Lynch (celebre caratterista, forse lo ricorderete come il sospettato numero uno in “Zodiac” o come barbiere in “Gran Torino”) è un racconto country, una lezione di vita sotto il sole battente di un piccolo paesino del Sud degli Stati Uniti. Una storia che sembra uscita da una canzone di Johnny Cash, presente nel film con la bellissima “I see a darkness”, che sembra esprimere benissimo lo stato d’animo del protagonista (Well, you’re my friend / And can you see / Many times we’ve been out drinking / Many times we’ve shared our thoughts / But did you ever, ever notice / The kind of thoughts I got?).

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Recensione “England is Mine” (2017)

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Il cinema ha sempre raccontato la musica con un buon equilibrio tra racconto e vita, tra genio e ispirazione. La lista è davvero immensa: da “Walk the Line” a “Ray”, da “Nowhere Boy” a “Jimi”,  da “Love and Mercy” a “Control”, fino all’ormai imminente “Bohemian Rhapsody”,  solo per citarne alcuni. Mark Gill tenta anch’egli la fortuna con la carta del biopic musicale, ma fallisce miseramente l’obiettivo. Il regista, proveniente dallo stesso quartiere di Manchester dove è cresciuto Morrissey, racconta la giovinezza del cantante degli Smiths prima del fatidico incontro con Johnny Marr (con il quale realizzerà quattro album meravigliosi tra il 1982 e il 1987, marcando profondamente il decennio musicale e per sempre la storia del rock).

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