Recensione “Joker” (2019)

Anche in una macchina perfettamente oliata, la rottura di un ingranaggio può provocare gravi disastri. Se poi quella macchina è la società in cui viviamo, la follia di uno dei suoi ingranaggi può allora destabilizzare l’intero sistema: secondo la Treccani infatti la società è un “Insieme di uomini organizzato sulla base di un sistema più o meno strutturato di rapporti naturali, economici, culturali, politici”. Ma cosa succede se i rapporti sono sbilanciati, crudeli, oppressivi?

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Recensione “Yesterday” (2019)

Seppur diretto da Danny Boyle, “Yesterday” è un film di Richard Curtis a tutti gli effetti. Il problema con Curtis, in questo caso sceneggiatore, è che ti fa sempre innamorare delle sue protagoniste: la Keira Knightley di “Love Actually” è sempre da qualche parte nei miei sogni più romantici, Marianne di “I love Radio Rock”, presentata sulle note di Otis Redding, mi fa ancora battere il cuore, per non parlare di Rachel McAdams in “Questione di tempo”, che è la donna da amare per eccellenza. Vedete, i film di Richard Curtis, che abbia firmato la sceneggiatura o la regia, mi hanno aiutato a innamorarmi, su questo non c’è dubbio. Parafrasando Nick Hornby: vedevo un suo nuovo film, con una scena che mi scioglieva dentro, e prima che me ne accorgessi stavo già cercando qualcuna, e prima che me ne accorgessi, l’avevo già trovata. Il cinema di Richard Curtis ti fa perdere in una specie di trasognamento e a quel punto hai bisogno di qualcuna da sognare, e poi la trovi, e allora, beh, cominciano i guai.

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Recensione “C’era una volta… a Hollywood” (“Once Upon a Time… in Hollywood”, 2019)

Quando sei in sala e ti viene voglia di applaudire durante la proiezione, significa che stai guardando un film di Quentin Tarantino. “C’era una volta… a Hollywood” amplia ancor di più gli orizzonti del cineasta californiano, che stavolta mette su un enorme omaggio al cinema degli anni 60, riuscendo ad emozionarci per poi farci esplodere in risate fragorose. In oltre due ore e mezza troviamo un po’ di tutto: dal consueto citazionismo spinto (tra cui il periodo d’oro dei western all’italiana) a personaggi reali inseriti in un contesto che si può definire solo con un aggettivo: tarantiniano.

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Recensione “It – Capitolo 2” (2019)

Due anni dopo il successo del primo capitolo di “It” e ventisette anni dopo i fatti accaduti allora, Pennywise è tornato e sembra più arrabbiato che mai. I “perdenti” sono cresciuti, hanno dimenticato il passato e sono diventati tutti persone di successo (tranne Mike, l’unico ad essere rimasto nel Maine e a non aver dimenticato). La bellezza delle pagine di Stephen King, seppur con molte licenze, riprende vita nel lavoro di Muschietti, dove l’horror, come nel romanzo, è soltanto un pretesto per raccontare molto di più: la forza soverchiante della memoria, le paure dell’adolescenza prima e dell’età adulta poi, i traumi infantili e il modo in cui riescono ad incidere sulla psiche ma soprattutto la magia del crescere insieme, nonostante la brutalità del mondo, e del ritrovarsi ancora una volta, adulti senza essere davvero cresciuti, ancora spaventati dai traumi di un passato nascosto nei labirinti della mente e mai davvero dimenticato.

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Recensione “Blinded By The Light” (2019)

C’è un curioso rapporto tra il cinema e Bruce Springsteen. Il Boss, uno dei cantautori più amati al mondo, aveva partecipato ad un divertente cameo nel film cult “Alta Fedeltà” di Stephen Frears. Prima di allora Sean Penn, nel suo debutto alla regia, aveva basato il suo “Lupo Solitario” interamente sulla canzone “Highway Patrolman” del Boss. In seguito le sue canzoni hanno ispirato splendidi documentari (“Springsteen and I”) o ancora altri film (“Thunder Road”, meravigliosa pellicola indipendente purtroppo inedita in Italia).

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Recensione “L’Ospite” (2019)

Dopo “Orecchie”, uno dei film italiani più interessanti del decennio, Daniele Parisi e Silvia D’Amico tornano in quel che si potrebbe definire una sorta di seguito ideale del film di Alessandro Aronadio. Stavolta alla regia c’è il fiorentino Duccio Chiarini e al centro della storia ci sono coppie in crisi, coppie che scoppiano o in bilico tra diverse possibilità.

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Recensione “Rocketman” (2019)

Soltanto due giorni fa Tyrion Lannister ci ricordava che c’è qualcosa che unisce davvero i popoli: non è l’oro e non sono i vessilli, ma una buona storia. Il mondo del cinema ha capito che quelle dei più grandi artisti della storia musicale mondiale sono storie non soltanto belle, ma che, insieme alla loro musica, possono davvero far innamorare gli spettatori.

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Recensione “La Caduta dell’Impero Americano” (“La Chute de l’Empire Américain”, 2018)

Denys Arcand nel 1986 girava “Il Declino dell’Impero Americano”, seguito poi nel 2002 dal premio Oscar “Le Invasioni Barbariche”: il regista canadese chiude idealmente la sua trilogia con un nuovo film che di questi due si potrebbe definire il seguito spirituale. Arcand sembra essere maturato ancora di più, concentrandosi stavolta sul dio denaro, uno dei più grandi mali del nostro tempo.

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Recensione “I Fratelli Sisters” (“The Sisters Brothers”, 2018)

Nel buio di una notte senza luna la voce di Joaquin Phoenix sferza l’oscurità. Subito dopo la scena è squarciata dal bagliore aggressivo del fuoco degli spari. Bastano pochi secondi a Jacques Audiard per introdurci i protagonisti della storia, i due fratelli Sisters del titolo, uno violento e impulsivo, l’altro riflessivo e sognatore, ma entrambi piuttosto pericolosi. La miniera d’oro del cinema western trova linfa vitale in questa nuova pellicola, la prima in lingua inglese per Audiard, vincitore del Leone d’argento per la migliore regia alla Mostra di Venezia dello scorso anno.

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