Recensione “L’Isola dei Cani” (“Isle of Dogs”, 2018)

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Sono bastati circa 48 secondi a farmi pensare per la prima volta “questo film è stupendo”. In effetti solo Wes Anderson potrebbe riuscire a mettere insieme un cast composto da Bryan Cranston, Bill Murray, Edward Norton, Jeff Goldblum, F. Murray Abraham, Greta Gerwig, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Harvey Keitel, Tilda Swinton e moltissimi altri con l’intento di doppiare un film sui cani. Già, perché è proprio qui che si compie il miracolo del regista texano: confermarsi ancora una volta genio delle storie strampalate, dove i buoni sentimenti sono il motore dell’azione, dove l’infanzia è sempre un’avventura e soprattutto dove l’unione fa la forza, che sia in una famiglia dalle tute rosse, nello staff di un oceanografo, in un gruppo di boy scout oppure, come in questo caso, in una gang di cani abbandonati.

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Recensione “Taxi Teheran” (“Taxi”, 2015)

“I film vanno visti tutti, il resto è una questione di gusti”: così afferma Jafar Panahi nel suo ultimo lavoro, premiato con l’Orso d’Oro al Festival di Berlino. Una dichiarazione d’amore per il cinema, per il suo Paese, ma soprattutto per la libertà, per il racconto, per il piacere di poter mostrare il suo cinema, quel mondo che è la sua vita, la sua battaglia personale nei confronti di una società che lo insegue con il bavaglio. Ci si emoziona addirittura sulla didascalia finale, messa lì a spiegarci l’assenza dei titoli di coda dal film: “Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film ‘distribuibili’. Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli”.

A metà strada tra il documentario e il mockumentary, il regista, seduto alla guida di un taxi, percorre le strade di Teheran raccogliendo a bordo personaggi e storie che mostrano un divertente, affascinante e soprattutto credibile ritratto della società iraniana contemporanea. C’è lo spacciatore clandestino di film stranieri, che definisce il suo losco lavoro un compito in difesa della cultura, ci sono le signore scaramantiche che devono portare due pesci rossi dall’altro lato della città, c’è chi vorrebbe impiccare i ladri e chi difende la loro disperazione, c’è il ferito che deve fare testamento, l’esilarante nipotina che vorrebbe girare un cortometraggio per la scuola, ma ha paura di infrangere le regole sulla censura imposte dalla sua insegnante (e dal governo). Come loro, molti altri personaggi, traghettati per le vie della città, caotica e affascinante, da un Jafar Panahi che non può fare a meno di partecipare, più o meno attivamente, alle vicende dei suoi passeggeri.

Un film bellissimo, diretto da un autore che ha fatto del cinema la sua bandiera, nonostante la condanna a non poter più realizzare film che gli è stata inflitta nel 2010, dopo l’uscita dal carcere: “Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante”. Un film che è cinema puro, passione, bisogno di esprimersi e, soprattutto, un meraviglioso atto di libertà.

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“Taxi Teheran” di Jafar Panahi: locandina e trailer

“Taxi Teheran” di Jafar Panahi, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e primo film della nuova distribuzione Cinema di Valerio De Paolis, uscirà il 27 agosto per la riapertura della nuova stagione cinematografica.  Con l’ultimo Festival di Berlino, Jafar Panahi ha rivelato al pubblico “Taxi Teheran”. Il primo film che il regista iraniano ha girato, da solo e in esterni dal 2010, piazzando la telecamera sul cruscotto del suo taxi e mettendosi alla guida, attore, per le vie di Teheran; questo nonostante il divieto di girare imposto dal regime.
“Taxi Teheran” è un film pieno di umorismo, poesia e amore per il cinema, osannato unanimemente dalla critica di tutto il mondo, viene acclamato anche dalla giuria presieduta dal cineasta americano Darren Aronofsky e ottiene l’Orso d’oro oltre al Premio Fipresci che viene consegnato alla piccola Hana Saeidi, nipote del cineasta e interprete del film. «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico…» così Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’oro a “Taxi Teheran”.

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Recensione “Grand Budapest Hotel” (2014)

Wes Anderson è uno dei pochi registi che si possono riconoscere da un’inquadratura, dalla smorfia di uno dei suoi personaggi, dai colori con i quali dipinge le sue atmosfere, dai dettagli con cui prepara ogni singola scena. Stavolta si presenta con il Gran Premio della Giuria ottenuto a Berlino e con il suo film più ambizioso e probabilmente più “dark” (nel senso di uccisioni, dita mozzate, coltellate e quant’altro). Anderson chiede collaborazione ai suoi volti fedelissimi (Bill Murray, Jason Schwartzman, Adrien Brody, Owen Wilson, Edward Norton, Tilda Swinton, Willem Dafoe) ai quali aggiunge alcune facce nuove che si integrano alla perfezione nell’assurdo scacchiere del regista (dal protagonista Ralph Fiennes ai vari Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Tom Wilkinson, Saoirse Ronan, Lea Seydoux, Jeff Goldblum, Jude Law, F. Murray Abraham). Scusate la lista di nomi, ma sono necessari a rendere l’idea della portata di questo nuovo, eccellente e, come al solito, eccentrico film di Wes Anderson (ancor più eccentrico se considerate che la dimensione dello schermo dell’intero film è quadrata!).

Nell’Europa a cavallo tra le due guerre, Gustave H, elegante concierge di un hotel prestigioso, sceglie il giovane rifugiato Zero Moustafa come collaboratore più intimo e suo protetto. La morte di un’anziana frequentatrice dell’hotel e la successiva lotta per l’eredità (che comprende un quadro rinascimentale dal valore inestimabile) coinvolgono Gustave e il suo garzone in un’avventura senza fiato tra prigioni, montagne e ovviamente il leggendario Grand Budapest Hotel.

Dopo “Moonrise Kingdom” Wes Anderson torna a raccontarci una fuga, anche se stavolta non si tratta di una fuga d’amore, ma di una fuga in nome della giustizia. Lo fa mescolando elementi presi qua e là dal grande cinema d’azione e di spionaggio, smentendo la sua tipica caratteristica di realizzare film senza antagonisti: stavolta ne abbiamo ben due, cattivissimi, ovvero Adrien Brody e il suo spietato tirapiedi Willem Dafoe. La direzione di Anderson è talmente evidente e ben orchestrata da renderlo uno dei grandi autori di questo nuovo millennio: se Wes Anderson non ci fosse probabilmente bisognerebbe inventarlo.

Recensione “Monuments Men” (“The Monuments Men”, 2014)

L’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, l’odio profondo per i nazisti richiama qualcosa di “Indiana Jones” e in alcuni tratti fa pensare a “Bastardi senza gloria”. La squadra capitanata e diretta da George Clooney affronta in realtà una storia realmente accaduta, quella di un gruppo di storici che si sono lanciati nell’impresa di salvare le opere d’arte dalla furia distruttrice di un Hitler vicino alla sconfitta. Il film di George Clooney non è ambizioso o intenso come “Good Night & Good Luck” e “Le idi di marzo”, tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura con leggerezza, seppur inserendosi in un contesto decisamente drammatico. Non si potrebbe ottenere un risultato diverso, quando inserisci nella Seconda Guerra Mondiale i volti di Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney tirano fuori il loro lato più brillante.

Un gruppo di sette uomini scelti (critici ed esperti d’arte, curatori di musei, architetti, restauratori) viene mandato da Roosevelt nella Germania nazista con l’obiettivo di rintracciare le opere d’arte trafugate da Hitler per poterle restituire ai legittimi proprietari. Soldati per caso, i “monuments men” dovranno combattere anche contro il tempo: la caduta del Reich è vicina, e Hitler ha dato disposizione di distruggere tutte le opere d’arte in suo possesso.

Brillante, ma dal retrogusto epico, il film di Clooney a tratti potrebbe anche apparire didascalico, ma di questi tempi in cui la cultura sembra diventata uno spreco, un simile elogio alla storia dell’arte è un messaggio di cui sentiamo sempre più bisogno, anche perché, come afferma il protagonista: “puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Divertente senza mai essere forzato, riflessivo e a tratti drammatico, senza però scadere mai nel patetico, “Monuments men” rappresenta il grande ritorno di Hollywood all’avventura e alla guerra, raccontate in maniera brillante ma al tempo stesso interessante. Bravo Clooney.

Recensione “Diaz” (2012)

“La più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale”. Su questa dichiarazione di Amnesty International Daniele Vicari realizza uno dei film europei più belli e necessari degli ultimi anni, elettrico e intenso, forte come una manganellata, atroce nella sua cruda realtà. Vincitore del premio del pubblico all’ultima Berlinale, “Diaz” ci riporta dopo quasi undici anni nel clima irreale della Genova del maledetto G8 del 2001, dove Carlo Giuliani perse la vita e dove un’orda di agenti di polizia fece irruzione in una scuola-dormitorio (la Diaz del titolo), massacrando a colpi di tonfa e manganello chiunque capitasse a tiro: studenti, giornalisti, fotografi, gente di passaggio.

Dopo l’uccisione di Carlo Giuliani, un giovane fotoreporter decide di recarsi a Genova per vedere con i propri occhi ciò che sta accadendo. Alma è una ragazza tedesca che, dopo aver assistito di persona alle violenze degli scontri, decide di occuparsi della ricerca dei dispersi insieme a Marco, uno degli organizzatori del Genoa Social Forum. E ancora, un giovane manager di passaggio a Genova per assistere ad un convegno, un militante della CGIL, i black bloc Etienne e Cecile, un vicequestore romano che non vede l’ora di andarsene dall’inferno genovese e molti altri: tutti questi personaggi incrociano le loro vite nella sanguinosa notte del 21 luglio 2001. La storia di una violenza ingiusta e insopportabile, che per alcune vittime prosegue nella caserma-carcere di Bolzaneto, dove il loro incubo continua sottoforma di torture e umiliazioni.

La “democratica” Italia del 2001 è il teatro degli orrori: il film di Vicari non appare fazioso, mostra tutte le facce di una medaglia insanguinata, mantenendo a livelli altissimi il clima di suspense nei confronti di uno spettatore onnisciente, costretto a subire l’elettricità della splendida mezzora d’apertura. Sulla pelle si insinua una forte sensazione di disagio nell’attesa di ciò che accadrà; minuto dopo minuto si tramuta in qualcosa di ancora più potente, che commuove e fa male. Un film meraviglioso, che va visto per far sì che tutto ciò non vada sotterrato, non resti sopito nel ricordo, per far sì che tutto ciò non accada più. E allora non pulite questo sangue, lasciatelo lì, sui corridoi della Diaz. È così che il cinema ci aiuta a ricordare, e a indignarci, con un film intenso e una messa in scena emozionante. Grazie Vicari.

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BERLINALE: UN MESE DOPO

Ad un mese dal termine della 60° edizione del Festival di Berlino, ripercorriamo brevemente le sensazioni vissute durante il viaggio nella capitale tedesca.

Nel cielo sopra Berlino
Prima di partire per Berlino si sono tutti prodigati in raccomandazioni. Le più gettonate? «Divertiti», «fatti sentire», «rimorchia», «copriti bene che farà freddissimo». Io pensavo che in undici giorni a Berlino avrei dovuto soprattutto guardare tanti bei film e lavorare con professionalità: che bugiardo! Quello che cercavo davvero era scoprire ogni sfumatura di questa (per me) nuova capitale e conoscere a fondo il suo festival, «il più metropolitano del mondo», dicevano. Verso l’aeroporto ho pensato molto ai giorni che mi aspettavano in questa città sinora conosciuta solo attraverso qualche film, alcune foto e mille racconti entusiastici. La valigia l’ho riempita alla rinfusa, tutto ciò di cui avevo bisogno era il taccuino, la penna e la mia fedele macchina fotografica. Il badge della Berlinale era lì, in attesa del mio arrivo per cingermi il collo, come farebbe un vecchio amico che non vedi da tanti anni. Il festival aspettava la mia penna per essere raccontato. Iniziò tutto da qui.

Superga C. – Noi, i ragazzi dell’Orso di Berlino
Neve. Bianco ovunque: sulle strade, sui tetti delle case, sui binari, sugli alberi spogli. Ora ho capito cos’è l’inverno, quello vero. Mi piace la neve, è educata, di sera riflette le luci della città trasformandole in un firmamento di stelle su un cielo bianco, capovolto, sul quale posso camminare. Il palazzo della Berlinale sembra un tempio dove omaggiare continuamente la Dea Cinema, le poltroncine della sala una babele linguistica che ci rende tutti speciali nella nostra diversità culturale. Immagini in movimento si raccontano attraverso un linguaggio universale che non ha mai avuto bisogno di sottotitoli: le emozioni. All’uscita, il grande Orso sembra voglia proteggere noi e i nostri imminenti articoli con la sua rassicurante ispirazione. E poi, la sera, respiri di vita berlinese, che può offrire tanto a chi sa aprire la mano per coglierla: decine di vite accarezzate, sfiorate, tanti piccoli incroci prima di tornare ognuno al proprio domani. Film dopo film, i giorni passavano in fretta.

Goodbye Berlin!
La Berlinale è finita. Si torna a casa, anche se in fondo viaggiando se ne scoprono continuamente di nuove. Pensavo che i bei viaggi somigliano tanto a quelle storie d’amore appassionate e un po’ tragiche, perché come esse sono destinati a finire. Appena arrivati si è ancora se stessi, in qualche modo legati alla routine e alla vita del giorno prima. Presto si scopre però una nuova città come se fosse una persona, ci adagiamo alle sue abitudini, ai suoi ritmi. Cominciamo a pensare a lei prima di addormentarci e a quando la rivedremo il giorno seguente. Giorno dopo giorno capiamo cosa ci piace di lei e, senza neanche sapere bene il perché, siamo innamorati. Sul più bello però arriva l’addio, con la sua scia di belle fotografie e dolci ricordi alle spalle. Viaggiare rende migliori, ci trasferisce in una dimensione diversa, dove siamo noi stessi in ogni cosa. Mentre l’aereo decolla, riportandomi verso Roma, scorgo per l’ultima volta l’antenna di Alexander Platz e penso: cara Berlino, è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati.

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Buon compleanno Berlinale!

Buon compleanno Berlinale: queste tre parole hanno risuonato in ogni angolo della capitale tedesca per tutto il mese di febbraio, dai manifesti per strada ai piccoli schermi nei vagoni della metropolitana. Berlino ha festeggiato il sessantesimo anniversario del suo Festival con un nuovo record di biglietti strappati, a dimostrazione dell’affetto e dell’interesse che la gente ha riposto nei confronti di questa sessantesima edizione.

L’Orso berlinese quest’anno è stato attratto dal miele turco, ovvero “Bal” (appunto “miele”) diretto da Semih Kaplanoglu, la storia di un bambino in difficoltà alla ricerca disperata del padre scomparso. L’Orso d’argento per la regia è stato invece assegnato a Roman Polanski, forse più per solidarietà nei confronti del regista che per l’effettiva qualità del suo “The Ghost Writer”, un thriller classico, certamente ben girato, ma che non rappresenta sicuramente una pietra miliare nell’eccellente filmografia di Polanski. Il cinema italiano ha concluso il Festival a testa alta: “La Bocca del Lupo” di Pietro Marcello è riuscito ad aggiudicarsi addirittura due premi, il Caligari e il Teddy Award per il miglior documentario.
Personalmente abbiamo apprezzato in particolare “Mammuth”, il nuovo film dell’accoppiata Delépine-De Kervern (che già avevamo amato con il precedente “Louise-Michel”), che vede protagonista il pensionato Gerard Depardieu in viaggio nel suo passato a bordo di una vecchia motocicletta. Degno di nota anche il russo “How I Ended This Summer”, che nonostante una seconda parte un po’ debole ha regalato emozioni forti anche grazie ai suoi due attori Grigori Drobjin e Sergei Puskepalis (vincitori in ex-aequo del premio per la migliore interpretazione maschile). Ma il grande evento di questa sessantesima Berlinale è stata la suggestiva proiezione della copia restaurata di “Metropolis”, capolavoro di Fritz Lang del 1927, che ha goduto di una suggestiva screening al Friedrichstadt Palast accompagnata dall’orchestra di Berlino (e proiettato in contemporanea su maxischermo davanti alla Porta di Brandeburgo).

La Berlinale ha festeggiato così i suoi 60 anni, dimostrandosi una bella signora ancora giovane e affascinante, capace di coinvolgere nella sua atmosfera tutta la capitale tedesca, splendidamente imbiancata da una neve educata e soffice che invitava il pubblico ad andare al cinema. E il pubblico non ha voluto perdere l’occasione di far risuonare i propri auguri e ribadire le tre parole chiave dello scorso mese: “Buon Compleanno Berlinale”.

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Recensione “Shutter Island” (2010)

Martin Scorsese continua la sua indagine sulla violenza, cambiando totalmente registro: se gran parte della sua filmografia è sempre stata incentrata su una metaforica esplosione – dei personaggi, delle vicende e della violenza – stavolta l’isola del titolo è il luogo dove avviene il contrario, una vera e propria implosione che porterà il protagonista a scavare sempre di più all’interno di se stesso e del luogo che lo circonda, per avvicinarsi e finalmente capire la verità e la sua stessa natura. Il regista newyorkese lo fa omaggiando i grandi maestri dell’espressionismo tedesco (i riferimenti a Lang, Murnau e soprattutto Wiene sono dietro l’angolo), aiutato anche dalle tetre scenografie di Dante Ferretti, che contribuiscono a rendere l’isola un personaggio portante del film.

1954. Il capo della polizia locale Teddy Daniels viene mandato insieme ad un nuovo collega a Shutter Island, un manicomio criminale situato su un’isola-fortezza dalla quale è impossibile fuggire, per indagare sulla misteriosa fuga di una pluriomicida. I due poliziotti si ritrovano coinvolti in un’indagine che ben presto si rivela molto più grande di quel che pensavano: pazienti psicopatici e pericolosi, psichiatri gelosi e fieri della loro fortezza, sospetti e misteri dietro i quali si rivelano forse folli esperimenti medici, laboratori segreti e una pericolosa verità: Teddy Daniels capirà di non essere finito lì per caso.

Scorsese si diverte a giocare con il protagonista (un magnifico Leonardo Di Caprio), e quindi con lo spettatore, come fa il gatto con il topo: dissemina indizi, gli fa credere qualcosa per poi spiazzarlo immediatamente. L’isola – isolata e isolante – diventa così un corrispettivo fisico e spaziale di una situazione interiore, un luogo che riflette e amplifica le paure e i traumi del passato. Quello che ne esce fuori, tratto dal bestseller di Dennis Lehane (già autore di “Mystic River”), è un thriller psicologico di grande impatto visivo ed emotivo, ricco di colpi di scena e dal finale meraviglioso, racchiuso in una frase già memorabile: «Cosa sarebbe peggio? Vivere da mostro o morire da uomo perbene?».

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FESTIVAL DI BERLINO – BOLLETTINO DEL 20 FEBBRAIO

Si e’ chiusa questa sera la 60a edizione del Festival di Berlino, ad aggiudicarsi l’Orso d’Oro e’ stato il film turco "Bal" di Semih Kaplanoglu, che nei giorni scorsi avevamo indicato come uno dei possibili favoriti. L’Orso d’Argento per il miglior regista e’ stato assegnato invece a Roman Polanski per "The Ghost Writer", anche se il regista non ha potuto ricevere il premio personalmente. Il Gran Premio della Giuria, quest’anno presieduta da Werner Herzog, e’ andato a "If I Want To Whistle, I Whistle". La migliore attrice e’ Shinobu Terajima per "Caterpillar", mentre il premio per il migliore attore e’ andato ex-aequo all’accoppiata Grigori Drobjgin e Sergei Puskepalis del bel film russo "How I Ended This Summer". La migliore sceneggiatura e’ quella del film giapponese "Apart Together".
Buone notizie per l’Italia: il film di Pietro Marcello "La Bocca del Lupo" si aggiudica addirittura due premi, il Premio Caligari e il Teddy Award per il miglior documentario.
La Berlinale festeggia il suo compleanno con il record di presenze: sono stati ben 300mila i biglietti venduti, il pubblico ha voluto cosi premiare uno dei Festival cinematografici piu’ amati al mondo. Da Berlino e’ tutto.

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