Recensione “Parasite” (“Gisaengchung”, 2019)

Guardare un film di Bong Joon-Ho senza sapere neanche un accenno di trama è sempre un’esperienza particolare: il regista di “Memories of Murder” e “Snowpiercer” sa come prendere deviazioni imprevedibili, ma la cosa più importante è che nel farlo non perde mai di vista il racconto. “Parasite” si presenta con la Palma d’Oro di Cannes sul curriculum, dove le differenze sociali e di classe sono al centro di una storia geniale nella sua originalità, spiazzante nel suo svolgimento e gratificante nella sua assurda risoluzione.

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Recensione “Rocketman” (2019)

Soltanto due giorni fa Tyrion Lannister ci ricordava che c’è qualcosa che unisce davvero i popoli: non è l’oro e non sono i vessilli, ma una buona storia. Il mondo del cinema ha capito che quelle dei più grandi artisti della storia musicale mondiale sono storie non soltanto belle, ma che, insieme alla loro musica, possono davvero far innamorare gli spettatori.

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Recensione “La Casa di Jack” (“The House That Jack Built”, 2018)

Il cinema di Lars Von Trier, specialmente nell’ultimo decennio, oscilla costantemente tra la genialità e la follia, in una competizione senza vincitori né vinti. Il nuovo film del regista danese, grazie al quale è stato nuovamente ammesso al Festival di Cannes dopo le infelici dichiarazioni a proposito di Hitler nel 2011, è un viaggio infernale nella mente di un serial killer: ingegnere nel cervello, architetto nel cuore, psicopatico nell’anima.

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Recensione “Solo – A Star Wars Story” (2018)

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Ron Howard riesce nella sfida più difficile: far sembrare credibile il suo protagonista. Il resto è cibo per i fan di Star Wars e penso che possa andarci benissimo così. Voglio dire, ci sono Chewbecca, il Millennium Falcon e Lando Carlissian, quanto basta per acquistare un biglietto e volare al cinema. Alden Ehrenreich deve aver studiato molto il volto e la gestualità di Harrison Ford, perché il suo Han Solo piace, è la canaglia che abbiamo sempre amato e, nonostante la diffidenza che potevamo riservargli, funziona.

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Recensione “Loveless” (“Nelyubov”, 2017)

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Il film si apre con l’immagine desolante di un bosco innevato: una sensazione di fredda imponenza supera immediatamente lo schermo cinematografico per insinuarsi tra le poltroncine della sala. Ciò che vedremo nelle due ore successive non sarà di certo meno agghiacciante di questa sequenza piena di neve, sulla quale sembra incombere qualcosa di grave. Ancora non sappiamo cosa, ma lo percepiamo subito. Si presenta così il nuovo film del regista dello splendido “Leviathan”, Andrey Zvyagintsev: il premio della giuria al Festival di Cannes dello scorso maggio è solo l’ultimo dei riconoscimenti raccolti lungo una carriera in continua ascesa, in cui il regista russo aveva già collezionato un Leone d’Oro a Venezia e un premio alla migliore sceneggiatura sempre a Cannes (oltre alla nomination agli Oscar, sempre con la pellicola precedente).

Genia e Boris stanno per divorziare: il loro matrimonio è a pezzi, frantumato da rancori, recriminazioni e continue accuse, oltre che da una mancanza totale di amore. Entrambi hanno un gran desiderio di voltare pagina, sono pronti ad una nuova vita con persone nuove, l’unica questione da risolvere prima di passare alla fase successiva riguarda il piccolo Alyosha, il figlio dodicenne, che nessuno dei due vuole portare con sé. Durante un litigio feroce il bambino ascolta tutto e il giorno successivo decide di scappare di casa…

Grazie ad una regia asciutta, senza distrazioni e senza movimenti di macchina ingombranti, la storia ci cade addosso come in una tormenta di neve, dove le emozioni dei genitori, man mano che le ricerche vanno avanti, scavano sempre di più nell’abisso delle loro responsabilità. “Loveless” è uno di quei film che non ti mollano mai, che colpiscono, che ti mettono a disagio. È un film fatto di vetri bagnati dalla pioggia, di silenzi e rancori, di angosce e paure, in cui sembrano non esserci raggi di sole. Uno di quei film da vedere e da non dimenticare. Splendido.

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Recensione “È solo la fine del mondo” (“Juste la fin du monde”, 2016)

Il film comincia con una promessa. C’è un volto di fianco al finestrino di un aereo. Una voce fuori campo parla dell’andare, ma anche del tornare. Si tratta del protagonista, un giovane uomo, che sta tornando a trovare la sua famiglia dopo dodici anni di assenza. Deve comunicare loro una notizia terrificante: sta per morire. Sono passati soltanto quaranta o cinquanta secondi e già Dolan ci ha agganciato. I titoli di testa sono l’occasione per farci osservare fuori dal finestrino del taxi che sta portando Louis dall’aeroporto al paesino dove vive la sua famiglia. Ci sono scene di vita quotidiana. Dettagli. Abbiamo giusto il tempo di riempirci la testa di domande, ma è anche l’ultima volta in cui il regista ci permetterà di rilassarci. Xavier Dolan ha soltanto 27 anni e ogni volta che vedo un suo film mi sento davvero depresso. Che facevo io a quell’età? Mi ubriacavo alle feste universitarie? Forse anche Dolan lo fa, ma tra una festa e l’altra di certo scrive e dirige film di questa portata. Il testo è tratto dalla piece teatrale omonima diretta da Jean Luc Lagarce, qui arricchita dall’incredibile potenza del cinema e da un cast decisamente fuori dall’ordinario (Vincent Cassel, Marion Cotillard, Lea Seydoux e Nathalie Baye sono incredibili).

E così Louis torna a casa dopo dodici anni, nel “buco del culo del mondo” da cui è fuggito tanti anni prima, lasciando là una madre affettuosa, un fratello maggiore tormentato e una sorellina irrequieta che è cresciuta senza di lui. In casa trova anche la moglie di suo fratello, che non ha mai conosciuto e che forse è l’unica che riesce davvero a capire il motivo per cui è tornato. A conti fatti Louis appare il personaggio meno umano della vicenda, chiuso nella sua freddezza, nel suo successo, che sembra giudicare tutti (se fate attenzione alle prime scene in cui torna a casa, i personaggi vengono inquadrati in soggettiva dall’alto verso il basso, sostituendo la macchina da presa allo sguardo del protagonista). Con il passare del tempo, uno degli elementi fondamentali della storia, le inquadrature si fanno sempre più strette, la scena più costipata, la fotografia più buia. Lo spettatore si sente a disagio, siamo come estranei che si intromettono nella vita di una famiglia, siamo come vicini di casa che origliano la commedia umana dall’altro lato della parete. Mi scuso per i commenti tecnici su inquadrature e uso della luce, ma è qui che esce fuori tutta la bravura di Dolan nel portare sullo schermo un testo teatrale senza dare neanche per un momento l’impressione che si tratti di teatro. È qui che un regista come Dolan fa la differenza rispetto ad un mestierante qualunque. È qui, non facendoci respirare neanche un momento, che Dolan usa il cinema a modo suo, devastandoci, mettendoci a disagio e andando a vincere un altro premio al Festival di Cannes (e forse l’Oscar per il miglior film straniero? Chissà).

Un film drammatico normalmente è come un test di Rorschach: ognuno ci vede dentro ciò che vuole. Andare al cinema in questo caso potrebbe rivelarsi davvero una seduta psicoanalitica. Per fortuna fuori dalla sala ero a Villa Borghese, sotto il sole di Roma, e respirare è stato più semplice. Ma ancora adesso, dopo quasi due ore dai titoli di coda, sento dentro di me qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Un grande film.

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Recensione “Io, Daniel Blake” (“I, Daniel Blake”, 2016)

L’ultimo film di Ken Loach, Palma d’Oro al Festival di Cannes, sembra un racconto di Kafka aggiornato ai nostri anni, dove l’algida atmosfera del nordest inglese non è meno fredda della assurda burocrazia locale. Il neorealismo di Loach è sempre attento alle tematiche sociali, ai soprusi della società nei confronti dei lavoratori, alle condizioni di vita di chi ha poco e cerca di farselo bastare: in questo caso il tema dei sussidi di disoccupazione è uno dei temi caldi dei salotti televisivi britannici. La deleteria campagna d’informazione mandata avanti dalla destra ha manipolato l’opinione pubblica, portando tagli governativi sempre più sostanziosi ai danni di chi, a causa di contratti di lavoro inconsistenti ed esili forzati per ottenere una casa popolare, si ritrova a dover scegliere se investire il proprio denaro nel cibo o nel riscaldamento.

Il sessantenne Daniel Blake ha lavorato tutta la vita come falegname, ha sempre pagato le tasse ed è sempre stato un cittadino modello. Un attacco di cuore lo costringe improvvisamente al riposo forzato, ma al tempo stesso un assurdo test gli nega il sussidio di invalidità. Daniel è così costretto a chiedere aiuto allo Stato rivolgendosi ad un istituto pubblico per la disoccupazione, qui incontra la giovane Katie, mamma single con due figli a carico, costretta al trasferimento da Londra a Newcastle pur di avere una casa. Tra le assurde difficoltà della vita e il labirinto burocratico, i due, senza soldi ma pieni di buon cuore, si daranno man forte per sostenersi a vicenda.

Dopo aver visto un film di Ken Loach è sempre difficile uscire dalla sala concentrandosi sul proprio quotidiano, c’è sempre il bisogno di restare qualche minuto in silenzio a riflettere, a pensare su ciò che abbiamo appena visto. In fondo, i film di De Sica e Rossellini non erano così diversi, almeno dal punto di vista della reazione emotiva che procuravano negli spettatori, costretti a fare i conti con una realtà magari nascosta, ma che c’è, esiste, e non si può ignorare. Grazie a Ken Loach e alla sua Palma d’Oro speriamo che qualcosa potrà cambiare in un sistema malato, quasi distopico, dove un uomo malato è costretto a mettere a repentaglio la propria vita, sotto la violenza psicologica esercitata dallo Stato.

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Recensione “Nice Guys” (2016)

Le strane coppie al cinema, alcune più, alcune meno, hanno sempre funzionato piuttosto bene. Non è un caso che Shane Black, il regista, si sia fatto un nome come creatore di una delle “strane coppie” più famose del cinema d’azione, ovvero Riggs e Murtaugh in “Arma Letale”. In seguito ha riproposto lo schema in altre pellicole da lui sceneggiate, come “L’ultimo Boy Scout”, “Iron Man 3” e “Kiss Kiss Bang Bang”, con il quale ha anche esordito dietro la macchina da presa (una chicca: Black ha anche scritto il cult “Scuola di Mostri”, un “Goonies” in tono minore ma geniale, ambientato tra i mostri della Universal, un film che molti di noi nati negli anni 80 ricorderanno probabilmente con un sorriso). A Cannes hanno parlato di Russel Crowe e Ryan Gosling in stile Bud Spencer e Terence Hill, e il paragone può anche funzionare, se posto in termini di ironia e (anti)eroismo. In realtà la pellicola somiglia tanto ad un’avventura di Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di “detective” che ha contribuito al grande successo di Lansdale, soprattutto per la loro capacità di trovarsi in guai sempre enormi e decisamente più grandi di loro, e di uscirne sempre fuori tra colpi di proiettile e ironia.

Los Angeles di fine anni 70 è corrosa dallo smog e dall’industria pornografica. La città è alienante, libertina, pazza e surreale: su questa scena si muovono un investigatore privato, truffaldino ma con una figlioletta molto sveglia al seguito (suo malgrado) e un picchiatore duro ma dal cuore tenero. I due decidono di aiutarsi per ritrovare una ragazza scomparsa e indagare sulla morte di una diva del porno, due piste che sembrano scollegate ma che invece nascondono un caso di importanza nazionale.

Crowe lavora molto di sottrazione, facendo da spalla al mattatore della pellicola, Ryan Gosling, totalmente sopra le righe, in un ruolo piuttosto raro per la sua filmografia (che in particolar modo dopo “Drive” sembrava inquadrarlo in ruoli soprattutto drammatici). Black conferma così il suo talento per quelli che gli americani chiamano “buddy movies”, mescolando il noir losangelino, il poliziesco e il cinema d’azione in un frullatore pieno di ironia.

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Recensione “Youth – La giovinezza” (“Youth”, 2015)

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Soltanto Paolo Sorrentino poteva girare un film come questo, in cui all’uscita dalla sala cerchi di capire se ti è piaciuto o meno, pensi di sì, ma non ne sei sicuro del tutto. Sono film che ti accompagnano sulla strada verso casa, i suoi personaggi passeggiano al tuo fianco e ad un certo punto avresti voglia di girarti per scambiare alcune opinioni con loro. “Le emozioni sono sopravvalutate”, afferma il protagonista, e vorresti convincertene, ma soltanto alla fine capisci che non è così. Fred Ballinger non è meno apatico, nè meno annoiato del Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”, i due in realtà hanno molto in comune, sono due osservatori: se quello interpretato da Servillo però affrontava la vita con lucido cinismo e con una profonda consapevolezza della società in cui si muoveva, il direttore d’orchestra in pensione interpretato da Michael Caine è un uomo che non vuole più chiedere nulla alla vita, guarda al passato ma lo rifiuta costantemente (non vuole tornare a dirigere, respinge ogni proposta di scrivere un libro di memorie), dall’altra parte di questa medaglia c’è però Mick Boyle, anziano regista in cerca della consacrazione, che invece nel passato ci sguazza, lo tiene sempre vicino e lo accarezza fino a ritrovarcisi travolto.

I giovani che popolano il lussuoso albergo ai piedi delle Alpi, dove si svolge l’intera vicenda, sono vitali, vivono il proprio tempo con leggerezza, sembrano tenere il proprio futuro in mano, tanto vicino quanto lontano è invece il passato dei due vecchi amici: anche la leggerezza, in fondo, è una specie di perversione? I personaggi di contorno nei film di Sorrentino non sono mai casuali, o banali: il potere del desiderio che permette al monaco tibetano di liberare la sua testa dalle leggi della fisica, la nostalgia per il passato che riporta il più grande calciatore della storia, un finto Diego Armando Maradona appesantito dalla sua leggenda, a regalare a se stesso la soddisfazione di avere ancora “quel” piede sinistro (che meraviglia quello scambio di battute con Paul Dano). Un omaggio al tempo che non c’è più, alla potenza del desiderio, alla forza dei rimpianti, un inno alla nostalgia che ogni tanto bussa alla porta, a quel passato così lontano da non ricordarci se è poi davvero esistito, quel passato che talvolta ci manca, che talvolta delude, con il quale infine impari a convivere se vuoi sopravvivere.

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