Recensione “Solo – A Star Wars Story” (2018)

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Ron Howard riesce nella sfida più difficile: far sembrare credibile il suo protagonista. Il resto è cibo per i fan di Star Wars e penso che possa andarci benissimo così. Voglio dire, ci sono Chewbecca, il Millennium Falcon e Lando Carlissian, quanto basta per acquistare un biglietto e volare al cinema. Alden Ehrenreich deve aver studiato molto il volto e la gestualità di Harrison Ford, perché il suo Han Solo piace, è la canaglia che abbiamo sempre amato e, nonostante la diffidenza che potevamo riservargli, funziona.

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Recensione “Loveless” (“Nelyubov”, 2017)

Il film si apre con l’immagine desolante di un bosco innevato: una sensazione di fredda imponenza supera immediatamente lo schermo cinematografico per insinuarsi tra le poltroncine della sala. Ciò che vedremo nelle due ore successive non sarà di certo meno agghiacciante di questa sequenza piena di neve, sulla quale sembra incombere qualcosa di grave. Ancora non sappiamo cosa, ma lo percepiamo subito. Si presenta così il nuovo film del regista dello splendido “Leviathan”, Andrey Zvyagintsev: il premio della giuria al Festival di Cannes dello scorso maggio è solo l’ultimo dei riconoscimenti raccolti lungo una carriera in continua ascesa, in cui il regista russo aveva già collezionato un Leone d’Oro a Venezia e un premio alla migliore sceneggiatura sempre a Cannes (oltre alla nomination agli Oscar, sempre con la pellicola precedente).

Genia e Boris stanno per divorziare: il loro matrimonio è a pezzi, frantumato da rancori, recriminazioni e continue accuse, oltre che da una mancanza totale di amore. Entrambi hanno un gran desiderio di voltare pagina, sono pronti ad una nuova vita con persone nuove, l’unica questione da risolvere prima di passare alla fase successiva riguarda il piccolo Alyosha, il figlio dodicenne, che nessuno dei due vuole portare con sé. Durante un litigio feroce il bambino ascolta tutto e il giorno successivo decide di scappare di casa…

Grazie ad una regia asciutta, senza distrazioni e senza movimenti di macchina ingombranti, la storia ci cade addosso come in una tormenta di neve, dove le emozioni dei genitori, man mano che le ricerche vanno avanti, scavano sempre di più nell’abisso delle loro responsabilità. “Loveless” è uno di quei film che non ti mollano mai, che colpiscono, che ti mettono a disagio. È un film fatto di vetri bagnati dalla pioggia, di silenzi e rancori, di angosce e paure, in cui sembrano non esserci raggi di sole. Uno di quei film da vedere e da non dimenticare. Splendido.

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Recensione “È solo la fine del mondo” (“Juste la fin du monde”, 2016)

Il film comincia con una promessa. C’è un volto di fianco al finestrino di un aereo. Una voce fuori campo parla dell’andare, ma anche del tornare. Si tratta del protagonista, un giovane uomo, che sta tornando a trovare la sua famiglia dopo dodici anni di assenza. Deve comunicare loro una notizia terrificante: sta per morire. Sono passati soltanto quaranta o cinquanta secondi e già Dolan ci ha agganciato. I titoli di testa sono l’occasione per farci osservare fuori dal finestrino del taxi che sta portando Louis dall’aeroporto al paesino dove vive la sua famiglia. Ci sono scene di vita quotidiana. Dettagli. Abbiamo giusto il tempo di riempirci la testa di domande, ma è anche l’ultima volta in cui il regista ci permetterà di rilassarci. Xavier Dolan ha soltanto 27 anni e ogni volta che vedo un suo film mi sento davvero depresso. Che facevo io a quell’età? Mi ubriacavo alle feste universitarie? Forse anche Dolan lo fa, ma tra una festa e l’altra di certo scrive e dirige film di questa portata. Il testo è tratto dalla piece teatrale omonima diretta da Jean Luc Lagarce, qui arricchita dall’incredibile potenza del cinema e da un cast decisamente fuori dall’ordinario (Vincent Cassel, Marion Cotillard, Lea Seydoux e Nathalie Baye sono incredibili).

E così Louis torna a casa dopo dodici anni, nel “buco del culo del mondo” da cui è fuggito tanti anni prima, lasciando là una madre affettuosa, un fratello maggiore tormentato e una sorellina irrequieta che è cresciuta senza di lui. In casa trova anche la moglie di suo fratello, che non ha mai conosciuto e che forse è l’unica che riesce davvero a capire il motivo per cui è tornato. A conti fatti Louis appare il personaggio meno umano della vicenda, chiuso nella sua freddezza, nel suo successo, che sembra giudicare tutti (se fate attenzione alle prime scene in cui torna a casa, i personaggi vengono inquadrati in soggettiva dall’alto verso il basso, sostituendo la macchina da presa allo sguardo del protagonista). Con il passare del tempo, uno degli elementi fondamentali della storia, le inquadrature si fanno sempre più strette, la scena più costipata, la fotografia più buia. Lo spettatore si sente a disagio, siamo come estranei che si intromettono nella vita di una famiglia, siamo come vicini di casa che origliano la commedia umana dall’altro lato della parete. Mi scuso per i commenti tecnici su inquadrature e uso della luce, ma è qui che esce fuori tutta la bravura di Dolan nel portare sullo schermo un testo teatrale senza dare neanche per un momento l’impressione che si tratti di teatro. È qui che un regista come Dolan fa la differenza rispetto ad un mestierante qualunque. È qui, non facendoci respirare neanche un momento, che Dolan usa il cinema a modo suo, devastandoci, mettendoci a disagio e andando a vincere un altro premio al Festival di Cannes (e forse l’Oscar per il miglior film straniero? Chissà).

Un film drammatico normalmente è come un test di Rorschach: ognuno ci vede dentro ciò che vuole. Andare al cinema in questo caso potrebbe rivelarsi davvero una seduta psicoanalitica. Per fortuna fuori dalla sala ero a Villa Borghese, sotto il sole di Roma, e respirare è stato più semplice. Ma ancora adesso, dopo quasi due ore dai titoli di coda, sento dentro di me qualcosa che non mi fa sentire a mio agio. Un grande film.

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Recensione “Io, Daniel Blake” (“I, Daniel Blake”, 2016)

L’ultimo film di Ken Loach, Palma d’Oro al Festival di Cannes, sembra un racconto di Kafka aggiornato ai nostri anni, dove l’algida atmosfera del nordest inglese non è meno fredda della assurda burocrazia locale. Il neorealismo di Loach è sempre attento alle tematiche sociali, ai soprusi della società nei confronti dei lavoratori, alle condizioni di vita di chi ha poco e cerca di farselo bastare: in questo caso il tema dei sussidi di disoccupazione è uno dei temi caldi dei salotti televisivi britannici. La deleteria campagna d’informazione mandata avanti dalla destra ha manipolato l’opinione pubblica, portando tagli governativi sempre più sostanziosi ai danni di chi, a causa di contratti di lavoro inconsistenti ed esili forzati per ottenere una casa popolare, si ritrova a dover scegliere se investire il proprio denaro nel cibo o nel riscaldamento.

Il sessantenne Daniel Blake ha lavorato tutta la vita come falegname, ha sempre pagato le tasse ed è sempre stato un cittadino modello. Un attacco di cuore lo costringe improvvisamente al riposo forzato, ma al tempo stesso un assurdo test gli nega il sussidio di invalidità. Daniel è così costretto a chiedere aiuto allo Stato rivolgendosi ad un istituto pubblico per la disoccupazione, qui incontra la giovane Katie, mamma single con due figli a carico, costretta al trasferimento da Londra a Newcastle pur di avere una casa. Tra le assurde difficoltà della vita e il labirinto burocratico, i due, senza soldi ma pieni di buon cuore, si daranno man forte per sostenersi a vicenda.

Dopo aver visto un film di Ken Loach è sempre difficile uscire dalla sala concentrandosi sul proprio quotidiano, c’è sempre il bisogno di restare qualche minuto in silenzio a riflettere, a pensare su ciò che abbiamo appena visto. In fondo, i film di De Sica e Rossellini non erano così diversi, almeno dal punto di vista della reazione emotiva che procuravano negli spettatori, costretti a fare i conti con una realtà magari nascosta, ma che c’è, esiste, e non si può ignorare. Grazie a Ken Loach e alla sua Palma d’Oro speriamo che qualcosa potrà cambiare in un sistema malato, quasi distopico, dove un uomo malato è costretto a mettere a repentaglio la propria vita, sotto la violenza psicologica esercitata dallo Stato.

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Recensione “Nice Guys” (2016)

Le strane coppie al cinema, alcune più, alcune meno, hanno sempre funzionato piuttosto bene. Non è un caso che Shane Black, il regista, si sia fatto un nome come creatore di una delle “strane coppie” più famose del cinema d’azione, ovvero Riggs e Murtaugh in “Arma Letale”. In seguito ha riproposto lo schema in altre pellicole da lui sceneggiate, come “L’ultimo Boy Scout”, “Iron Man 3” e “Kiss Kiss Bang Bang”, con il quale ha anche esordito dietro la macchina da presa (una chicca: Black ha anche scritto il cult “Scuola di Mostri”, un “Goonies” in tono minore ma geniale, ambientato tra i mostri della Universal, un film che molti di noi nati negli anni 80 ricorderanno probabilmente con un sorriso). A Cannes hanno parlato di Russel Crowe e Ryan Gosling in stile Bud Spencer e Terence Hill, e il paragone può anche funzionare, se posto in termini di ironia e (anti)eroismo. In realtà la pellicola somiglia tanto ad un’avventura di Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di “detective” che ha contribuito al grande successo di Lansdale, soprattutto per la loro capacità di trovarsi in guai sempre enormi e decisamente più grandi di loro, e di uscirne sempre fuori tra colpi di proiettile e ironia.

Los Angeles di fine anni 70 è corrosa dallo smog e dall’industria pornografica. La città è alienante, libertina, pazza e surreale: su questa scena si muovono un investigatore privato, truffaldino ma con una figlioletta molto sveglia al seguito (suo malgrado) e un picchiatore duro ma dal cuore tenero. I due decidono di aiutarsi per ritrovare una ragazza scomparsa e indagare sulla morte di una diva del porno, due piste che sembrano scollegate ma che invece nascondono un caso di importanza nazionale.

Crowe lavora molto di sottrazione, facendo da spalla al mattatore della pellicola, Ryan Gosling, totalmente sopra le righe, in un ruolo piuttosto raro per la sua filmografia (che in particolar modo dopo “Drive” sembrava inquadrarlo in ruoli soprattutto drammatici). Black conferma così il suo talento per quelli che gli americani chiamano “buddy movies”, mescolando il noir losangelino, il poliziesco e il cinema d’azione in un frullatore pieno di ironia.

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Recensione “Youth – La giovinezza” (“Youth”, 2015)

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Soltanto Paolo Sorrentino poteva girare un film come questo, in cui all’uscita dalla sala cerchi di capire se ti è piaciuto o meno, pensi di sì, ma non ne sei sicuro del tutto. Sono film che ti accompagnano sulla strada verso casa, i suoi personaggi passeggiano al tuo fianco e ad un certo punto avresti voglia di girarti per scambiare alcune opinioni con loro. “Le emozioni sono sopravvalutate”, afferma il protagonista, e vorresti convincertene, ma soltanto alla fine capisci che non è così. Fred Ballinger non è meno apatico, nè meno annoiato del Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”, i due in realtà hanno molto in comune, sono due osservatori: se quello interpretato da Servillo però affrontava la vita con lucido cinismo e con una profonda consapevolezza della società in cui si muoveva, il direttore d’orchestra in pensione interpretato da Michael Caine è un uomo che non vuole più chiedere nulla alla vita, guarda al passato ma lo rifiuta costantemente (non vuole tornare a dirigere, respinge ogni proposta di scrivere un libro di memorie), dall’altra parte di questa medaglia c’è però Mick Boyle, anziano regista in cerca della consacrazione, che invece nel passato ci sguazza, lo tiene sempre vicino e lo accarezza fino a ritrovarcisi travolto.

I giovani che popolano il lussuoso albergo ai piedi delle Alpi, dove si svolge l’intera vicenda, sono vitali, vivono il proprio tempo con leggerezza, sembrano tenere il proprio futuro in mano, tanto vicino quanto lontano è invece il passato dei due vecchi amici: anche la leggerezza, in fondo, è una specie di perversione? I personaggi di contorno nei film di Sorrentino non sono mai casuali, o banali: il potere del desiderio che permette al monaco tibetano di liberare la sua testa dalle leggi della fisica, la nostalgia per il passato che riporta il più grande calciatore della storia, un finto Diego Armando Maradona appesantito dalla sua leggenda, a regalare a se stesso la soddisfazione di avere ancora “quel” piede sinistro (che meraviglia quello scambio di battute con Paul Dano). Un omaggio al tempo che non c’è più, alla potenza del desiderio, alla forza dei rimpianti, un inno alla nostalgia che ogni tanto bussa alla porta, a quel passato così lontano da non ricordarci se è poi davvero esistito, quel passato che talvolta ci manca, che talvolta delude, con il quale infine impari a convivere se vuoi sopravvivere.

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Recensione “Il racconto dei racconti” (2015)

Dimenticate quei noiosi fantasy hollywoodiani, in cui effetti speciali all’avanguardia sono spesso costretti a tappare i buchi di sceneggiature zoppe per tentare di evitare una lunga serie di sbadigli. Date a un italiano un genere cinematografico che non appartiene né alla sua cultura, né tantomeno alla sua filmografia, e vedrete finalmente qualcosa di interessante e senza dubbio particolare. Qualcosa di nuovo. Il nuovo film di Matteo Garrone strappa così i suoi primi consensi, in attesa della presentazione a Cannes: liberamente tratto dall’antico libro di fiabe popolari, “lo cunto de li cunti” di Giambattista Basile, il film di Matteo Garrone mescola il reale con il fantastico, il desiderio con la paura, spingendo i personaggi, e i loro sentimenti, sino all’estremo.

In tre regni non lontani tra loro, tra principi e re, mostri marini e saltimbanchi, orchi e cortigiani, si svolgono le storie di tre donne di età diversa: una regina ossessionata dal desiderio di avere un figlio; un’ingenua donna anziana, smaniosa di sentirsi giovane e bella; una principessa infantile e sognatrice, in conflitto con il padre e costretta alla violenza per potersi finalmente riscoprire libera e adulta. Tre storie diverse e al tempo stesso simili tra loro per la commistione tra comico e macabro, tra il fantastico delle vicende e il reale dei sentimenti. Un mondo tragico e grottesco, dove un’ossessione è spinta sino alle estreme conseguenze, dove le aspettative di un desiderio si realizzano nella sua disillusione, dove la gelosia e la violenza si trasformano in un cane che si morde la coda. Garrone si conferma un regista elegante e sorprendente, inoltre questa potrebbe essere finalmente la volta buona in cui smetteremo di dire che in Italia si fanno sempre gli stessi film. Scusate se è poco.

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Cannes 2015: Moretti, Sorrentino e Garrone per un concorso da brividi

Presentato questa mattina il 68° Festival di Cannes, il concorso più ambito da qualunque cineasta, la Champions League del cinema, il meglio del cinema mondiale che per dieci giorni riempirà di arte e di vita quella cittadina di mare nel Sud della Francia. La selezione presentata questa mattina è semplicemente da mettere i brividi (per la straordinaria qualità dei nomi presenti). L’Italia sarà rappresentata dai suoi tre habitué, ovvero Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, al Festival rispettivamente con “Mia madre”, “Youth” e “Il racconto dei racconti”: forse questo è davvero l’anno buono per riportare la Palma d’Oro in Italia. Gli altri nomi in concorso però non sono da meno: c’è Jacques Audiard con “Dheepan” (titolo provvisorio!), Valerie Donzelli, che dopo il magnifico “La guerra è dichiarata” porta sullo schermo una sceneggiatura originale di Truffaut (!!!), dal titolo “Marguerite et Julien”. C’è Todd Haynes con “Carol”, Kore-eda con “Our little sister”, c’è il “Macbeth” di Justin Kurzel con Marion Cotillard, c’è Gus Van Sant con “The sea of trees” e Denis Villenevue con “Sicario”. Insomma, tanta roba. La conferenza stampa è stata anticipata da un divertente cortometraggio firmato dai fratelli Coen, con Josh Brolin protagonista. A proposito della selezione del Festival Thierry Fremaux ha dichiarato che “è bellissima e rischiosa”, con ben otto registi esordienti. Tra le pellicole fuori competizione ci sarà spazio anche per il primo film diretto da Natalie Portman, “A tale of love and darkness”, l’ultimo di Woody Allen, “Irrational Man” (con Joaquin Phoenix), il film d’animazione “Il piccolo principe”, tratto dal celebre libro per ragazzi. Inoltre, un piccolo avviso a proposito dei selfie: “Non saranno proibiti ma porteremo avanti una campagna per rallentare questa pratica ridicola e grottesca”, ha affermato lo stesso Fremaux. Attesa allora per il 13 maggio, quando si apriranno le danze. Lo spettacolo è garantito.

FILM IN CONCORSO:
DHEEPAN (TEMPORARY TITLE) by Jacques AUDIARD
LA LOI DU MARCHÉ (A SIMPLE MAN) by Stéphane BRIZÉ
MARGUERITE ET JULIEN (MARGUERITE AND JULIEN) by Valérie DONZELLI
IL RACCONTO DEI RACCONTI (THE TALE OF TALES) by Matteo GARRONE
CAROL by Todd HAYNES
NIE YINNIANG (THE ASSASSIN) by HOU Hsiao Hsien
SHAN HE GU REN (MOUTAINS MAY DEPART) by JIA Zhang-Ke
UMIMACHI DIARY (OUR LITTLE SISTER) by Hirokazu KORE-EDA Hirokazu
MACBETH by Justin KURZEL
THE LOBSTER by Yorgos LANTHIMOS
MON ROI by MAÏWENN
MIA MADRE by Nanni MORETTI
SAUL FIA (SON OF SAUL) by László NEMES
YOUTH by Paolo SORRENTINO
LOUDER THAN BOMBS by Joachim TRIER
THE SEA OF TREES by Gus VAN SANT
SICARIO by Denis VILLENEUVE

Cannes 2014: Palma d’Oro a Nuri Bilge Ceylan, Grand Prix a sorpresa per la Rohrwacher

Anche quest’anno il Festival di Cannes ha chiuso i battenti. Per cosa ricorderemo questo Festival? Ci sono parecchi motivi, dal poster con il faccione di Marcello Mastroianni a Godard che definisce la kermesse “un raduno di dentisti”. Su tutti pensiamo al ventennale di “Pulp Fiction” e al ritorno in pompa magna di Quentin Tarantino e Uma Thurman. Proprio la coppia più pulp degli ultimi vent’anni cinematografici ha premiato con la Palma d’Oro uno dei più grandi talenti del cinema europeo, quel Nuri Bilge Ceylan che a Cannes aveva già vinto due Grand Prix e un premio alla regia. Finalmente centra il premio più ambito con l’applauditissimo “Winter Sleep”. Ma c’è gloria anche per l’Italia: è la notizia che ha sorpreso un po’ tutti. Già nel pomeriggio il ritorno di Alice Rohrwacher sulla croisette aveva fatto pensare ad un’eventuale riconoscimento, sospetto che ha avuto conferma in serata, con il Grand Prix assegnato alla regista de “Le Meraviglie”, di certo non uno dei migliori film visti al Festival. Ad ogni modo possiamo rallegrarci per il secondo Grand Prix assegnato ad un film italiano negli ultimi tre anni (nel 2012 era toccato a Garrone).

Il premio della Giuria è andato ex-aequo al più giovane e al più anziano regista del Festival: l’enfant prodige canadese Xavier Dolan e il maestro Jean Luc Godard. Il primo, con “Mommy”, ha segnato il Festival (probabilmente è stato il film più amato di questa edizione); il secondo invece si è destreggiato con il 3D capovolgendo il linguaggio cinematografico al quale siamo abituati (già intuibile dal titolo “Adieu au langage”). A sorpresa il premio al miglior regista è andato a Bennett Miller con “Foxcatcher”, che vince contro le voci di corridoio e lo sfavore dei pronostici (si sono praticamente “dimenticati” di premiare Naomi Kawase per “Still the water”); sorprende anche la scelta per la migliore sceneggiatura, caduta su “Leviathan”. Infine gli attori: la nevrotica Julianne Moore di “Maps to the stars” sfila il premio dalle mani della favoritissima Marion Cotillard di “Deux jours, une nuit”, mentre il Timothy Spall di “Mr. Turner” vince più o meno senza troppi punti interrogativi come miglior attore.

I superfavoriti, ovvero i Dardenne, già vincitori due volte qui a Cannes, sono stati incredibilmente accantonati. Il 67° Festival è stato chiuso questa sera da Quentin Tarantino che ha presentato la versione restaurata di “Per un pugno di dollari”, parte finale di uno splendido omaggio al cinema di Sergio Leone.

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Recensione “Solo gli amanti sopravvivono” (“Only lovers left alive”, 2013)

Seppur cambiando totalmente stile e genere rispetto ad altri titoli della sua filmografia, Jim Jarmusch continua a suo modo a raccontare storie di outsiders, di individui ai confini della società: stavolta i suoi protagonisti sono dei vampiri e, seppur l’iconografia vampiresca è ormai satura di ogni genere di racconto e sfumatura, il talento di Jarmusch riesce ad aggiungere spunti originali e senza dubbio affascinanti ad un immaginario già di per sé ricco di suggestioni. I vampiri di Jarmusch sono creature eleganti, raffinate, appassionate di musica o di letteratura. Ormai da secoli hanno a che fare con gli esseri umani, e come fini critici comprendono molto meglio di essi i limiti e i difetti dell’uomo. Per questo motivo hanno deciso di esiliarsi ai bordi della società, intrattenendo con gli umani il minimo rapporto indispensabile, non potendo neanche più sfruttare il sangue di “prima mano”, infetto, malato, contaminato dall’evoluzione e dall’autodistruzione dell’uomo del XXI Secolo, e dovendo così cercare di sfamarsi con sangue puro, pulito al microscopio da scienziati e dottori con pochi scrupoli.

Adam è un vampiro introverso, malinconico, ai limiti della depressione: vive a Detroit dove colleziona strumenti musicali a corda, utilizzati per le sue composizioni underground che lo hanno reso, suo malgrado, una sorta di celebrità misteriosa. Per alleggerire le angosce di Adam, sua moglie Eve si trasferisce dal Marocco, dove era riuscita a ritagliarsi il suo spazio di arte e letteratura, lontano dalla corruzione e dai riflettori del mondo occidentale. A Detroit, in una casa ricca di cimeli appartenenti al passato, i due vivono delle nottate idilliache, finche l’arrivo della sorella di Eve, totalmente immatura e irresponsabile, crea una rottura insanabile, costringendo gli amanti ad uscire dal loro esilio.

Accompagnato da una colonna sonora intrigante e ricercata, il film di Jarmusch trova la sua chiave nella spietata critica alla società umana: l’essere umano sta rovinando il mondo in cui vive a tal punto da rendere problematica la sopravvivenza anche a creature millenarie come i vampiri. “Hanno già cominciato la guerra per l’acqua?” si domanda ad un certo punto Adam, ormai certo che la direzione intrapresa dagli uomini (che lui chiama “zombi”) li porterà inevitabilmente alla distruzione. Chi meglio di lui, che ha attraversato tutte le ere, può comprendere e, di conseguenza, detestare l’uomo? Proprio lui che ama i doni dell’espressione umana (nella sua camera da letto è appesa una collezione di ritratti di “eroi” dell’umanità, da Oscar Wilde a Buster Keaton, da Chuck Berry a Balzac), accusa come una tragedia l’incapacità dell’uomo di apprezzare le sue invenzioni, i suoi cervelli (citando i vari Tesla, Galileo e Copernico), le molte manifestazioni dell’immaginazione. Una storia d’amore fuori dall’ordinario, raccontata da due esiliati d’eccezione, diretti con eleganza e raffinatezza da uno dei piccoli grandi geni del cinema americano.