Cannes 2015: Moretti, Sorrentino e Garrone per un concorso da brividi

Presentato questa mattina il 68° Festival di Cannes, il concorso più ambito da qualunque cineasta, la Champions League del cinema, il meglio del cinema mondiale che per dieci giorni riempirà di arte e di vita quella cittadina di mare nel Sud della Francia. La selezione presentata questa mattina è semplicemente da mettere i brividi (per la straordinaria qualità dei nomi presenti). L’Italia sarà rappresentata dai suoi tre habitué, ovvero Nanni Moretti, Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, al Festival rispettivamente con “Mia madre”, “Youth” e “Il racconto dei racconti”: forse questo è davvero l’anno buono per riportare la Palma d’Oro in Italia. Gli altri nomi in concorso però non sono da meno: c’è Jacques Audiard con “Dheepan” (titolo provvisorio!), Valerie Donzelli, che dopo il magnifico “La guerra è dichiarata” porta sullo schermo una sceneggiatura originale di Truffaut (!!!), dal titolo “Marguerite et Julien”. C’è Todd Haynes con “Carol”, Kore-eda con “Our little sister”, c’è il “Macbeth” di Justin Kurzel con Marion Cotillard, c’è Gus Van Sant con “The sea of trees” e Denis Villenevue con “Sicario”. Insomma, tanta roba. La conferenza stampa è stata anticipata da un divertente cortometraggio firmato dai fratelli Coen, con Josh Brolin protagonista. A proposito della selezione del Festival Thierry Fremaux ha dichiarato che “è bellissima e rischiosa”, con ben otto registi esordienti. Tra le pellicole fuori competizione ci sarà spazio anche per il primo film diretto da Natalie Portman, “A tale of love and darkness”, l’ultimo di Woody Allen, “Irrational Man” (con Joaquin Phoenix), il film d’animazione “Il piccolo principe”, tratto dal celebre libro per ragazzi. Inoltre, un piccolo avviso a proposito dei selfie: “Non saranno proibiti ma porteremo avanti una campagna per rallentare questa pratica ridicola e grottesca”, ha affermato lo stesso Fremaux. Attesa allora per il 13 maggio, quando si apriranno le danze. Lo spettacolo è garantito.

FILM IN CONCORSO:
DHEEPAN (TEMPORARY TITLE) by Jacques AUDIARD
LA LOI DU MARCHÉ (A SIMPLE MAN) by Stéphane BRIZÉ
MARGUERITE ET JULIEN (MARGUERITE AND JULIEN) by Valérie DONZELLI
IL RACCONTO DEI RACCONTI (THE TALE OF TALES) by Matteo GARRONE
CAROL by Todd HAYNES
NIE YINNIANG (THE ASSASSIN) by HOU Hsiao Hsien
SHAN HE GU REN (MOUTAINS MAY DEPART) by JIA Zhang-Ke
UMIMACHI DIARY (OUR LITTLE SISTER) by Hirokazu KORE-EDA Hirokazu
MACBETH by Justin KURZEL
THE LOBSTER by Yorgos LANTHIMOS
MON ROI by MAÏWENN
MIA MADRE by Nanni MORETTI
SAUL FIA (SON OF SAUL) by László NEMES
YOUTH by Paolo SORRENTINO
LOUDER THAN BOMBS by Joachim TRIER
THE SEA OF TREES by Gus VAN SANT
SICARIO by Denis VILLENEUVE

Annunci

Cannes 2014: Palma d’Oro a Nuri Bilge Ceylan, Grand Prix a sorpresa per la Rohrwacher

Anche quest’anno il Festival di Cannes ha chiuso i battenti. Per cosa ricorderemo questo Festival? Ci sono parecchi motivi, dal poster con il faccione di Marcello Mastroianni a Godard che definisce la kermesse “un raduno di dentisti”. Su tutti pensiamo al ventennale di “Pulp Fiction” e al ritorno in pompa magna di Quentin Tarantino e Uma Thurman. Proprio la coppia più pulp degli ultimi vent’anni cinematografici ha premiato con la Palma d’Oro uno dei più grandi talenti del cinema europeo, quel Nuri Bilge Ceylan che a Cannes aveva già vinto due Grand Prix e un premio alla regia. Finalmente centra il premio più ambito con l’applauditissimo “Winter Sleep”. Ma c’è gloria anche per l’Italia: è la notizia che ha sorpreso un po’ tutti. Già nel pomeriggio il ritorno di Alice Rohrwacher sulla croisette aveva fatto pensare ad un’eventuale riconoscimento, sospetto che ha avuto conferma in serata, con il Grand Prix assegnato alla regista de “Le Meraviglie”, di certo non uno dei migliori film visti al Festival. Ad ogni modo possiamo rallegrarci per il secondo Grand Prix assegnato ad un film italiano negli ultimi tre anni (nel 2012 era toccato a Garrone).

Il premio della Giuria è andato ex-aequo al più giovane e al più anziano regista del Festival: l’enfant prodige canadese Xavier Dolan e il maestro Jean Luc Godard. Il primo, con “Mommy”, ha segnato il Festival (probabilmente è stato il film più amato di questa edizione); il secondo invece si è destreggiato con il 3D capovolgendo il linguaggio cinematografico al quale siamo abituati (già intuibile dal titolo “Adieu au langage”). A sorpresa il premio al miglior regista è andato a Bennett Miller con “Foxcatcher”, che vince contro le voci di corridoio e lo sfavore dei pronostici (si sono praticamente “dimenticati” di premiare Naomi Kawase per “Still the water”); sorprende anche la scelta per la migliore sceneggiatura, caduta su “Leviathan”. Infine gli attori: la nevrotica Julianne Moore di “Maps to the stars” sfila il premio dalle mani della favoritissima Marion Cotillard di “Deux jours, une nuit”, mentre il Timothy Spall di “Mr. Turner” vince più o meno senza troppi punti interrogativi come miglior attore.

I superfavoriti, ovvero i Dardenne, già vincitori due volte qui a Cannes, sono stati incredibilmente accantonati. Il 67° Festival è stato chiuso questa sera da Quentin Tarantino che ha presentato la versione restaurata di “Per un pugno di dollari”, parte finale di uno splendido omaggio al cinema di Sergio Leone.

cannes67

Recensione “Solo gli amanti sopravvivono” (“Only lovers left alive”, 2013)

Seppur cambiando totalmente stile e genere rispetto ad altri titoli della sua filmografia, Jim Jarmusch continua a suo modo a raccontare storie di outsiders, di individui ai confini della società: stavolta i suoi protagonisti sono dei vampiri e, seppur l’iconografia vampiresca è ormai satura di ogni genere di racconto e sfumatura, il talento di Jarmusch riesce ad aggiungere spunti originali e senza dubbio affascinanti ad un immaginario già di per sé ricco di suggestioni. I vampiri di Jarmusch sono creature eleganti, raffinate, appassionate di musica o di letteratura. Ormai da secoli hanno a che fare con gli esseri umani, e come fini critici comprendono molto meglio di essi i limiti e i difetti dell’uomo. Per questo motivo hanno deciso di esiliarsi ai bordi della società, intrattenendo con gli umani il minimo rapporto indispensabile, non potendo neanche più sfruttare il sangue di “prima mano”, infetto, malato, contaminato dall’evoluzione e dall’autodistruzione dell’uomo del XXI Secolo, e dovendo così cercare di sfamarsi con sangue puro, pulito al microscopio da scienziati e dottori con pochi scrupoli.

Adam è un vampiro introverso, malinconico, ai limiti della depressione: vive a Detroit dove colleziona strumenti musicali a corda, utilizzati per le sue composizioni underground che lo hanno reso, suo malgrado, una sorta di celebrità misteriosa. Per alleggerire le angosce di Adam, sua moglie Eve si trasferisce dal Marocco, dove era riuscita a ritagliarsi il suo spazio di arte e letteratura, lontano dalla corruzione e dai riflettori del mondo occidentale. A Detroit, in una casa ricca di cimeli appartenenti al passato, i due vivono delle nottate idilliache, finche l’arrivo della sorella di Eve, totalmente immatura e irresponsabile, crea una rottura insanabile, costringendo gli amanti ad uscire dal loro esilio.

Accompagnato da una colonna sonora intrigante e ricercata, il film di Jarmusch trova la sua chiave nella spietata critica alla società umana: l’essere umano sta rovinando il mondo in cui vive a tal punto da rendere problematica la sopravvivenza anche a creature millenarie come i vampiri. “Hanno già cominciato la guerra per l’acqua?” si domanda ad un certo punto Adam, ormai certo che la direzione intrapresa dagli uomini (che lui chiama “zombi”) li porterà inevitabilmente alla distruzione. Chi meglio di lui, che ha attraversato tutte le ere, può comprendere e, di conseguenza, detestare l’uomo? Proprio lui che ama i doni dell’espressione umana (nella sua camera da letto è appesa una collezione di ritratti di “eroi” dell’umanità, da Oscar Wilde a Buster Keaton, da Chuck Berry a Balzac), accusa come una tragedia l’incapacità dell’uomo di apprezzare le sue invenzioni, i suoi cervelli (citando i vari Tesla, Galileo e Copernico), le molte manifestazioni dell’immaginazione. Una storia d’amore fuori dall’ordinario, raccontata da due esiliati d’eccezione, diretti con eleganza e raffinatezza da uno dei piccoli grandi geni del cinema americano.

Cannes 2014: tutti i film in concorso, l’Italia c’è

Al momento sono 18 i film della selezione ufficiale del Festival di Cannes, che aprirà le danze il 14 maggio e chiuderà il 25. Solo a leggere i nomi dei registi in concorso vengono i brividi: Ken Loach, Jean-Luc Godard, Olivier Assayas, David Cronenberg, Jean-Pierre e Luc Dardenne, Mike Leigh, Xavier Dolan, Nuri Bilge Ceylan, Tommy Lee Jones, Michel Hazanavicius e molti altri. A sorpresa c’è spazio anche per Alice Rohrwacher con il suo secondo lungometraggio, “Le meraviglie”. Non è meno interessante la sezione Un Certain Regard, che vede in concorso Mathieu Amalric, il film d’esordio di Ryan Gosling, Wim Wenders e l’ultimo film di Asia Argento, “Incompresa”. Quindi, a meno di sorprese (un paio di titoli potrebbero ancora essere aggiunti al concorso), nè Inarritu, nè Malick saranno sulla croisette, così come Woody Allen, Paul Thomas Anderson e Abel Ferrara. Occhio a “Coming Home” di Zhang Ymou, presentato fuori concorso, si parla già di capolavoro. Già dal manifesto, che omaggia l’Italia con una splendida immagine di Marcello Mastroianni, il Festival promette anche quest’anno di essere bellissimo.

Concorso
“Grace of Monaco” (Olivier Dahan)
“Adieu au langage” (Jean-Luc Godard)
“The Captive” (Atom Egoyan)
“Clouds of Sils Maria” (Olivier Assayas)
“Foxcatcher” (Bennett Miller)
“The Homesman” (Tommy Lee Jones)
“Jimmy’s Hall” (Ken Loach)
“La Meraviglie” (Alice Rohrwacher)
“Leviathan” (Andrei Zvyagintsev)
“Maps to the Stars” (David Cronenberg)
“Mommy” (Xavier Dolan)
“Mr. Turner” (Mike Leigh)
“Saint Laurent” (Bertrand Bonello)
“The Search” (Michel Hazanavicius)
“Still the Water” (Naomi Kawase)
“Two Days, One Night” (Jean-Pierre and Luc Dardenne)
“Wild Tales” (Damian Szifron)
“Winter Sleep” (Nuri Bilge Ceylan)

Fuori concorso
“Coming Home” (Zhang Yimou)
“How to Train Your Dragon 2”
“Les Gens du Monde” (Yves Jeuland)

Un Certain Regard
“Amour fou” (Jessica Hausner)
“Bird People” (Pascale Ferran)
“The Blue Room” (Mathieu Amalric)
“Charlie’s Country” (Rolf de Heer)
“Dohee-ya” (July Jung)
“Eleanor Rigby” (Ned Benson)
“Fantasia” (Wang Chao)
“Harcheck mi headro” (Keren Yedaya)
“Hermosa juventud” (Jaime Rosales)
“Incompresa” (Asia Argento)
“Jauja” (Lisandro Alonso)
“Lost River” (Ryan Gosling)
“Party Girl” (Marie Amachoukeli, Claire Burger and Samuel Theis)
“Run” (Philippe Lacote)
“The Salt of the Earth” (Wim Wenders and Juliano Ribeiro Salgado)
“Snow in Paradise” (Andrew Hulme)
“Titli” (Kanu Behl)
“Tourist” (Ruben Ostlund)

Cannes 2014: i film che potrebbero essere al Festival

Il 17 aprile sapremo finalmente i titoli dei film che vedremo quest’anno alla 67° edizione del Festival di Cannes, che avrà luogo dal 14 al 25 maggio. Unica notizia certa riguarda il film d’apertura, ovvero “Grace di Monaco” di Olivier Dahan. Molti altri film stanno ultimando il montaggio e potrebbero essere tra i papabili in lista per il Festival: andiamo a vedere una selezione di titoli piuttosto interessanti, probabilmente non tutti saranno presenti sulla Croisette, ma di questo saremo certi soltanto il 17 aprile…

Big Eyes: Il nuovo film di Tim Burton, che è stato presidente di giuria soltanto due anni fa. Un ritorno del regista ad una pellicola totalmente indipendente, sulla quale ha avuto il controllo completo.

Birdman: Tra i titoli più probabili a Cannes, il nuovo lavoro di Alejandro Gonzalez Inarritu, una commedia su un attore che tenta di ritrovare la gloria perduta a Broadway, dopo essersi tolto i panni di un supereroe per il cinema.

Clouds of Sils Maria: Olivier Assayas probabilmente tornerà a Cannes, dopo esser stato a Venezia due anni fa con “Qualcosa nell’aria”. La storia di un’attrice e della sua assistente isolate in un paesino della Svizzera. Con Juliette Binoche e Kristen Stewart.

Coming Home: Il nuovo film del cinese Zhang Yimou, pluricandidato agli Oscar. Con Christian Bale.

Eden: Ultima fatica di Mia Hansen-Love, bravissima regista che aveva riscosso applausi (proprio a Cannes) con il drammatico “Il padre dei miei figli”. Questo film, con la grandiosa Greta Gerwig, segue la storia di un celebre dj francese degli anni 90.

Everything will be fine: Wim Wenders torna dopo “Pina”, ancora con il 3D. La storia di uno scrittore che perde il controllo dopo un incidente d’auto che ha provocato la morte di un ragazzo. Con James Franco.

Far from the madding crowd: Thomas Vinterberg potrebbe tornare a Cannes dopo il successo dello splendido “Il sospetto”, che proprio a Cannes vinse il premio per il miglior attore (a Mads Mikkelsen).

How to catch a monster: Vedremo a Cannes il primo film da regista di Ryan Gosling? C’è chi scommette di sì. Un fantasy incentrato su una madre single catapultata in un misterioso mondo sotterraneo.

Inherent Vice: Se riuscirà a terminare in tempo il montaggio, che va avanti dallo scorso autunno, il nuovo film di Paul Thomas Anderson sarà sicuramente sulla Croisette. Il cast è pazzesco, il film promette di essere uno dei migliori della stagione. Incrociamo le dita.

Jimmy’s Hall: Ken Loach è uno degli aficionados di Cannes, e anche quest’anno dovrebbe essere tra i film della selezione ufficiale.

Knights of Cup: Terrence Malick sta ultimando il montaggio di ben due film. Questo è quello che più probabilmente, se i termini saranno rispettati, riusciremo a vedere al Festival. La trama? Beato chi riesce a scoprirlo.

Magic in the moonlight: Il ritorno di Woody Allen in Francia dopo il successo di “Midnight in Paris”. Difficilmente sarà al Festival, ma il fatto che si svolga in Francia fa ben sperare in una presentazione a Cannes. Nel cast presenti Emma Stone e Colin Firth.

Maps to the stars: Quasi certa la presenza di quest’ultimo film di David Cronenberg al Festival. Si rinnova la collaborazione tra il regista e Robert Pattinson dopo “Cosmopolis”.

Nymphomaniac volume 2: La prima parte è stata presentata a Berlino, e anche se Von Trier è stato dichiarato “persona non grata” per le sale del Festival, è innegabile il fascino di un ritorno del regista danese sulla croisette, dove ha partecipato numerose volte in passato (e vinto con “Dancer in the dark”). Vedremo.

Two days, one night: I fratelli Dardenne a Cannes sono ormai di casa, avendo vinto la Palma d’Oro per ben due volte. Non sarebbe una grande sorpresa se il loro ultimo film, con Marion Cotillard, fosse presente nella selezione ufficiale.

Welcome to New York: Biopic di Abel Ferrara su Dominique Strauss-Kahn, economista francese ed ex capo del fondo monetario internazionale.

Winter Sleep: Il turco Nuri Bilge Ceylan già ha vinto a Cannes il gran premio della giuria per “C’era una volta in Anatolia”. Il regista turco, celebre per la meravigliosa fotografia delle sue pellicole, ha ottime possibilità di tornare al Festival.

Recensione “La Grande Bellezza” (2013)

la-grande-bellezza

Trenini che non portano da nessuna parte e quell’imbarazzo del dover vivere, sedimentato sotto il chiacchiericcio e il bla bla bla: Paolo Sorrentino trova Oscar e consacrazione nella descrizione, a tratti eccessiva, a tratti barocca, ma senza dubbio affascinante, di una società decaduta, annoiata, delusa, che cerca di riempire il vuoto della quotidianità con un’eleganza goffa, anch’essa vacua, corrotta, abbrutita dall’illusione. Perchè la grande bellezza, seppur immersa tra le grandi bellezze di una città come Roma, non c’è, è sparita, finita, persa per sempre, per il semplice motivo che non si è più in grado di coglierla. Toni Servillo è lo splendido Jep Gambardella, finito ad affrontare con cinismo la vuota illusione che lo circonda, però al tempo stesso lucido nell’analizzare con profonda onestà quell’apparato umano che un tempo era stato il suo unico successo letterario.

Una lunga serie di grandi sequenze, ognuna apparentemente fine a se stessa, ma in realtà parte integrante di un racconto, di quello stesso apparato che il protagonista osserva impotente, forse annoiato, certamente deluso e disilluso. Roma dal canto suo si dimostra centro di gravità, città di apparenze e illusioni, un luogo che “fa perdere tempo”, ma anche un non-luogo, troppo bella per essere reale, troppo ammaliante e in fin dei conti effimera. La città, che ha un suo ruolo centrale nella pellicola, non è meno decadente della società che la popola, nonostante le apparenze la facciano sembrare felice, impeccabile, nobile e realizzata: così come i suoi personaggi, squallidi burattini che si agitano per il puro bisogno di apparire, ma che nascondono in realtà una morte interiore, ben più grave di quella reale.

Così chi è in grado di accettare questa giostra finisce al centro della carrozza, chi non ne può più decide di mollare (in tal senso sono splendidamente dipinti i personaggi di Carlo Verdone e del “pazzo” Andrea: ognuno lascerà la sceneggiata a modo suo). Tra giraffe che spariscono, trucchi di magia, artiste bambine, nobili a noleggio, sante miracolose, preti poco spirituali e fenicotteri di passaggio, è così che si compie la tragica e brutale messinscena della vita. Paolo Sorrentino coglie la poesia della decadenza schiaffeggiandoci con il suo circo e al tempo stesso accarezzandoci con le sue meravigliose immagini. Che ci piaccia o no, l’Italia è (anche) questa qua.

locandina La grande bellezza

Recensione “Il passato” (“Le passé”, 2013)

Dopo aver vinto praticamente tutto con il precedente “Una separazione”, Asghar Farhadi torna a trattare il tema del rapporto di coppia inserendo i suoi protagonisti in una Parigi lontana da ogni cliché. Forse è vero che il passato è una storia che ci raccontiamo, fatto sta che il passato raccontato dal regista iraniano è un meraviglioso dramma familiare, in cui bisogna superare le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro nel tempo per riuscire a vivere il nostro presente. Interpretato da un magnifico trio di attori, Berenice Bejo (che grazie a questo film ha ottenuto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes), Tahar Rahim (lo staordinario protagonista de “Il profeta” di Audiard) e l’iraniano Ali Mosaffa, il film riesce a rendere credibile ogni sfumatura, ogni dialogo, ogni singola espressione del viso: è talmente facile lasciarsi coinvolgere che quasi ci dispiace dover lasciare il cinema al termine della pellicola.

Quattro anni dopo la separazione dalla moglie francese Marie, l’iraniano Ahmad torna a Parigi per portare a termine, su richiesta di lei, le procedure per il divorzio. Marie ha un nuovo compagno adesso, Samir, causa della conflittualità tra la stessa Marie e sua figlia maggiore, Lucie. Ahmad, accolto in casa dalla sua ormai ex-moglie, si sforza per migliorare il rapporto tra Marie e la sua figliastra, finendo così per svelare lentamente quelle parole mai dette, che cambieranno per tutti la concezione del passato.

Con il trasferimento in Europa cambia anche lo stile di Farhadi: il suo talento nel raccontare tra le righe del film la società iraniana (pensando a “Una separazione”, ma soprattutto al precedente “About Elly”) stavolta viene soppiantato da un modo di espressione diretto, in cui la società francese non è neanche sfiorata (giustamente tra l’altro, trattandosi di un Paese che il regista non conosce). Ma soprattutto il suo non-detto è sostituito da una lunga serie di dialoghi, in cui tutti hanno bisogno di parlare, di raccontare, di confessarsi. Attraverso le parole di Ahmad gli altri personaggi del film trovano la forza di abbandonare i demoni del passato, di parlare, di andare avanti, o meglio, ricominciare. Che ne sarà di loro? È quello che tutti vorremmo sapere e che non sapremo mai. Tutto ciò che sappiamo è che avranno un futuro forse più giusto, forse migliore. …E che non tutto ciò che è lasciato è perso.

Recensione “Il tocco del peccato” (“Tian Zhu Ding”, 2013)

Vincitore della migliore sceneggiatura a Cannes, dove è stato definito “il miglior film cinese di tutti i tempi”, il nuovo film di Jia Zhangke è una sorta di wuxia sulla Cina contemporanea. Niente cappa e spada, per carità, ma un senso politico comune: la lotta individuale contro l’oppressione, un contesto sociale duro, dove la frustrazione porta alla violenza. I protagonisti di questo film infatti sono lavoratori erranti, lontani dal proprio luogo di origine, che scelgono l’azione violenta come unica via per cambiare la propria condizione, per sfuggire al grigiore e all’oppressione di una società cinica, insensibile, corrotta. Ambientato in quattro regioni differenti della Cina e ispirato a fatti di cronaca realmente accaduti, “Il tocco del peccato” è un ritratto realistico e senza dubbio intrigante della Cina contemporanea.

Nella fredda e ampia provincia agricola della Cina del Nord, lo Shanxi, un uomo decide di ribellarsi alla corruzione dei capi villaggio, dapprima cercando di denunciarli, poi facendosi giustizia da solo. A Sud-ovest, nella città di Chongqing, un un ragazzo che torna a casa per Capodanno usa un’arma da fuoco come fonte di sostentamento. Nello Hubei, nella Cina centrale, la graziosa receptionist di una sauna, dopo aver rinunciato a fuggire con il suo amante, torna alla sua vita ma viene molestata da un ricco cliente. Infine a Dongguan, nella Cina del Sud, un adolescente cambia continuamente lavoro per migliorare la sua vita e quella della sua madre lontana, lasciandosi però sopraffare dalla disperazione. Quattro storie diverse, tutte unite dalla violenza, risposta e unica via di fuga da ogni frustrazione e da ogni oppressione.

129 minuti che scorrono come un fiume in piena, quattro episodi in sostanza scollegati tra loro, ma in realtà simili nella dinamica, nella catarsi (se di catarsi si può parlare): il boom economico della Cina, dove tutto sembra possibile e realizzabile, rende ancora più netto il distacco tra ricchi e poveri, tra chi ha, chi tutto può e chi non riesce sopportare ciò che gli succede intorno. Ed è così che la stanchezza si trasforma in frustrazione, e la frustrazione in violenza: è la classica pallina sul piano inclinato, che rotola sempre più velocemente, fino a divenire incontrollabile. Incontrollabili sono infatti i fili che muovono i protagonisti e le loro emozioni, incontrollabili sono le loro spropositate reazioni. Se Sergio Leone fosse stato cinese lo avrebbe chiamato “C’era una volta in Cina”, ma nel bellissimo film di Jia Zhangke la Cina c’è eccome, è ben presente, e fa male.

Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

vitadiadele

Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

————-
Da leggere anche: La vita di Adele vince Cannes ma guarda ben oltre la critica

adele

Recensione “La gabbia dorata” (“La jaula de oro”, 2013)

Il primo lungometraggio di Diego Quemada-Diez è un’odissea amara e indimenticabile, in cui il mito della frontiera e del sogno americano rivivono in chiave latinoamericana. Il regista iberico si è avvicinato al cinema nel 1995, come assistente di Ken Loach, che gli ha senza dubbio insegnato la lezione principale del suo modo di fare cinema: restare sempre ancorati alla realtà, magari con attori non professionisti, girare in luoghi reali sfruttando la luce naturale e con la macchina da presa perennemente in spalla. È una regia silenziosa, che lascia grande spazio a ciò che succede intorno ai suoi protagonisti e alle loro sensazioni. Ciò che ne esce fuori è un film vero, autentico, reale e leale, che non vuole strizzare l’occhio allo spettatore, ma che semplicemente cerca di renderlo partecipe di un viaggio, di un desiderio, di un sogno.

Juan e Sara, ragazzi dei quartieri poveri del Guatemala, si imbarcano in un viaggio impossibile verso gli Stati Uniti, alla ricerca di miglior fortuna. Durante il cammino incontrano Chauk, un giovane indio dal cuore grande, che però non parla spagnolo. I tre condividono il lungo viaggio e le paure, i vaghi attimi di gioia, le grandi difficoltà e i treni da rincorrere.

Si imparano tante cose lungo il cammino, un viaggio fisico e mentale dove tutti si preoccupano delle stesse cose, dove tutti imparano a condividere e a capire che la più grande risorsa che abbiamo a disposizione sono gli esseri umani. In quanto tali, nessuno è clandestino. Il film è bellissimo proprio per questo, perché racconta tutto ciò senza apparire mai furbo, mette al centro della scena l’essere umano con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Racconta l’emigrazione come se fosse una legge di natura, quella frontiera una volta sinonimo di conquista, ora intesa come terra di sogni e di speranza. Inseguendo un treno, quel treno che porta anime perse in cerca di un futuro.

pubblicato su Cinema Invisibile