Recensione “La forma dell’acqua” (“The Shape of Water”, 2017)

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Se questo fosse un magazine serio ed importante, oppure una rivista professionale e obiettiva, si parlerebbe di questo film come di un lavoro ben fatto, romantico ma originale, visionario nelle sue imponenti scenografie e magico in alcune magnifiche scene. Purtroppo o per fortuna è “solo” il mio blog, che vi piaccia o meno, e per questo mi sento libero di confessarvi che il film di Guillermo Del Toro mi ha fatto addormentare. Per carità, la regia è davvero bellissima e ciò che ho scritto nella premessa iniziale non può essere assolutamente negato. Però a me queste favole moderne, originali in superficie ma al tempo stesso un po’ scontate, non piacciono proprio e, anche se quando si parla di cinema non si dovrebbe mai usare questo come metro di giudizio, devo dire che la noia è lo stato che ho provato prevalentemente durante le due ore di film.

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Recensione “La La Land” (2016)

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Finito il film, devastato da una serie di emozioni, non capisci se si tratta della musica, degli attori, della regia, delle luci di Los Angeles o che altro a provocarti questa strana sensazione alla bocca dello stomaco. Eppure c’è, non puoi farci niente, ti accompagna per strada verso la metropolitana, pensi di averla seminata al cambio di linea, ma salendo le scale di casa ti accorgi che c’è ancora, è là, ti stringe forte e ti fa ripensare che a quanto pare è quella smorfia sul viso di Emma Stone ad averti straziato. Vorresti andare a dormire – si è fatto un po’ tardi – ma c’è da scrivere la recensione, a caldo, con quella sensazione che ora si è diffusa tutta intorno a te. Ripensi al finale e ti viene di nuovo da piangere. Ma non solo al finale. “La La Land” conferma tutto ciò che di buono si è detto a proposito di questo film, tutti i premi, tutte le lacrime versate. Mannaggia al romanticismo.

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Recensione “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”, 2016)

L’accoppiata Gaston Duprat e Mariano Cohn consacra finalmente il suo talento: “L’artista”, acclamato al Festival di Roma del 2008, era stato il primo indizio, “El hombre de al lado”, premiato al Sundance l’anno seguente, era stata una conferma (recupelateli!). “Il cittadino illustre”, Coppa Volpi al miglior attore al Festival di Venezia (oltre ad un’altra valanga di applausi), è il terzo indizio e la prova definitiva. Il cinema dei due registi argentini è essenziale e al tempo stesso originale, basti pensare alle inquadrature fisse del geniale “L’artista” o al realismo scarnificato delle immagini di quest’ultimo lavoro, dove la realtà, come afferma il protagonista, non è mai un fatto, ma solo una versione parziale della verità.

Daniel Mantovani ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura e nel riceverlo, lancia una frecciatina verso tutto l’establishment (incredibile la coincidenza con l’attualità della vicenda Bob Dylan). Lo scrittore riceve numerosi inviti per premiazioni, presentazioni e riconoscimenti, ma rifiuta sistematicamente ogni proposta. L’unico invito che decide di accettare viene dal paesino dove è cresciuto, Salas, che gli propone la cittadinanza onoraria. Qui Daniel, dopo l’iniziale e piuttosto pacchiano calore umano del paesello, dovrà fare i conti con le bieche persone sulle quali ha basato i personaggi di tutti i suoi romanzi.

Salas, il paesino di provincia dove si svolge la vicenda, è il campo da gioco per un’indagine morale che talvolta può far pensare addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di paglia”, ma molto meno misterioso e violento. “Io sono fuggito da là, mentre i miei personaggi non riescono ad uscirne”: così afferma Daniel, che nel suo ritorno a casa ritrova gli spunti dei suoi romanzi, le meschinità, in un microcosmo di gelosie, invidie, cinismo e carognate. Il duo Cohn-Duprat indaga ancora una volta i risvolti dell’arte, i doveri dell’artista, gli onori e gli oneri, il peso di dover mettere nel mondo qualcosa che manca, per poter così riempire quel vuoto che ogni artista dentro di sé ha bisogno di colmare.

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Recensione “Black Mass” (2015)

“Noi bambini irlandesi di Southie abbiamo iniziato a giocare a guardie e ladri nel parco giochi per poi farlo realmente per le strade. E proprio come nel parco giochi, non è stato facile dire chi fosse chi”. Con le parole del pentito Kevin Weeks si apre il terzo film di Scott Cooper (vedetevi il bellissimo “Crazy Heart”), che narra la vera storia della periferia sud della Boston anni 70, dove la legge della strada sembrava essere l’unica legge da rispettare: è qui che l’agente dell’FBI John Connolly ha stretto alleanza con il boss irlandese James “Whitey” Bulger allo scopo di eliminare da Boston il loro grande nemico comune: la mafia italiana del North End. Bulger, interpretato da un Johnny Depp glaciale e quasi irriconoscibile, ha approfittato della sua immunità e dei rapporti con il suo amico di infanzia Connolly per prendere sempre più potere fino a diventare uno dei gangster più temuti della storia degli Stati Uniti.

Il film di Cooper non aggiunge nè toglie nulla al filone del gangster movie, nel quale si inserisce senza lasciare troppo il segno. Senza dubbio parliamo di un film ben realizzato, con ottimi interpreti e un’indagine interessante sulla pericolosità dell’ambizione (quella dell’agente Connolly che, volendo usare le informazioni di Bulger per fare carriera, si ritrova ad essere usato a sua volta da Bulger fino al superamento del punto di non ritorno): d’altra parte però si avverte continuamente la mancanza di qualcosa, come una distanza tra i personaggi della storia e il pubblico, un distacco che al cinema non dovrebbe mai avvenire.

Recensione “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza” (“En duva satt på en gren och funderade på tillvaron”, 2014)

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Con questo film, vincitore del Leone d’Oro a Venezia, il regista svedese Roy Andersson chiude la sua tragicomica trilogia dedicata agli esseri umani (composta dai precedenti “Canzoni dal secondo piano” e “You, the living”). Come da titolo, le trentanove scene di cui è composta la pellicola sembrano davvero una riflessione sull’esistenza umana elaborata da un osservatore esterno, seduto in alto a guardare tutte le assurdità e le ambiguità dei personaggi che vivono lo spazio sottostante. Forse è proprio lo spazio una delle chiavi di lettura per il film di Andersson: il film è composto da una serie di inquadrature fisse, delle vere e proprie cornici all’interno delle quali si gioca il teatrino della vita.

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Recensione “I nostri ragazzi” (2014)

Liberamente tratto da “La cena” di Herman Koch, l’ultimo film di Ivano De Matteo continua l’indagine del regista a proposito del disfacimento del nucleo famigliare. Se nell’applauditissimo “Gli equilibristi” un elemento esterno alla famiglia (il tradimento del marito) aveva incrinato e infine ridotto a pezzi il normale equilibrio di una famiglia come tante, in questo suo ultimo lavoro il regista ci racconta cosa può succedere se la crepa nasce all’interno della famiglia stessa. De Matteo trae dal romanzo di Koch quel velo annoiato e apparentemente quieto di una realtà borghese pronta a rivelare il suo vero volto soltanto nel momento in cui scoppia la crisi. Quando il rumore dei cocci sarà assordante, come potranno queste due famiglie far fronte alle difficoltà?

Due fratelli, diversissimi per carattere e modo di vedere il mondo, uno avvocato senza scrupoli e l’altro affettuoso e sorridente pediatra, si ritrovano ogni mese in un ristorante insieme alle rispettive mogli per conversare sul più e sul meno. Una notte i loro figli adolescenti, di ritorno da una festa, picchiano a sangue una barbona. Le telecamere di sicurezza riprendono tutto e la televisione manda in onda le immagini. Non ci sono testimoni, nessuno ha identificato i ragazzi, tranne i genitori… Cosa fare quando qualcuno così vicino a te commette un atto di questa gravità? Cosa deve prevalere, l’amore, il senso di protezione o la giustizia?

Il primo pensiero va al successo de “Il capitale umano” di Virzì: le ipocrisie della borghesia, figli ricchi, viziati e potenzialmente pericolosi, un crimine commesso proprio da loro e rimasto impunito. Ma al di là dei parallelismi, il film di De Matteo vive di vita propria, si nutre di quella violenza nascosta che emerge quasi casualmente in maniera dirompente, minando alle basi le fondamenta della tranquillità famigliare. Quando succede tutto questo i ruoli si perdono, ognuno rivela la sua natura profonda, sino ad un finale totalmente spiazzante, che lascia nello spettatore un profondo senso di inquietudine.

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Recensione “Senza nessuna pietà” (2014)

Pierfrancesco Favino, appesantito di venti chili, sottovaluta le conseguenze dell’amore nella periferia di una Roma impicciata e malandrina nella quale risuonano lontani echi di “Carlito’s Way”. Michele Alhaique è bravo, ha capito che con grandi silenzi e la purezza dello sguardo può creare emozioni potenti. “Senza nessuna pietà” colpisce pienamente nel segno, grazie ad un antieroe né particolarmente bello né particolarmente simpatico, ma al quale inevitabilmente ci si affeziona, anche per merito di tutti gli sforzi da lui compiuti in funzione di un amore quasi assurdo.

Mimmo lavora come muratore, ma per gratitudine nei confronti di uno zio strozzino, che lo ha cresciuto come un figlio, si occupa di recuperare crediti tra i palazzi delle periferie di Roma. Un giorno, a causa di un imprevisto, Mimmo è costretto a passare 24 ore con Tanya, giovane e bellissima escort, che lo farà innamorare. Mimmo e Tanya sono due persone diversissime unite dalle loro solitudini, dal bisogno e dalla necessità di sentirsi amate, di sentirsi trattate come esseri umani. Mimmo, dopo un gesto dettato dalla compassione e dall’amore, si ritroverà costretto alla fuga insieme a Tanya, verso un futuro utopico che si ha però la sensazione di poter quasi toccare con mano.

Una storia d’amore fuori dagli schemi, coraggiosa, raccontata con un pregevole gusto per l’immagine e cura dei dettagli. Un esordio incoraggiante per un regista giovane, capace di mostrare l’animo graffiato di Roma, tramonti mozzafiato, il cuore e l’anima di due solitudini in cerca di umanità.

Recensione “The Lack” (2014)

L’assenza è il non trovarsi in un luogo dove qualcuno dovrebbe trovarsi o si trova abitualmente. Un vuoto, talvolta improvviso, definito dalla mancanza di ciò che abbiamo sempre avuto vicino in tempi recenti. Come una macchia di pulito sopra un tavolino con un filo di polvere, si intende la mancanza di qualcosa che in quel punto, in quel luogo, deve stare, è sempre stata: nella vita però riempire un vuoto di questo genere non è semplice. L’assenza è il vuoto. Un vuoto da riempire: “La natura non ama il vuoto”, dice il proverbio, e se c’è, lo riempie con qualcos’altro. Di questo si occupa la coppia di registi/videoartisti Nicolò Massazza e Iacopo Bedogni, rappresentati dal nome d’arte Masbedo (con cui firmano il film), che con “The Lack” mettono in scena quattro episodi sul tema dell’assenza, della mancanza, grazie all’intensa interpretazione di sei ottime attrici.

L’ambiente in cui si muovono queste sei donne è un ambiente silenzioso, talvolta magnifico, talvolta angosciante, rappresentato spesso da grandi spazi o distese desolanti. Nel primo racconto troviamo Eve, una donna abbandonata, sola, ossessionata dal vuoto lasciato dalla persona che l’ha lasciata. Eve, nonostante il dolore, alza la testa e si lancia in una sfida contro quella parte di se stessa che non vuole più sopportare, cercando di rinascere in una natura assoluta, algida, sublime. La seconda storia ci racconta il viaggio reale e onirico di Xiu, impegnata a riportare un faro nella parte più alta di un’isola disabitata: il suo viaggio in nave è riempito da un silenzio assordante, così come la sua prova sembra essere proibitiva. Ma Xiu non rinuncerà a riempire il vuoto lasciato in lei dall’isola. Nella terza storia troviamo due donne alle prese con il passaggio da una dimensione conosciuta ad uno stato inesplorato che lascia però spazio alla speranza. Il distacco di Anja si svolge in un mondo irreale, arcaico, quasi primitivo, in cui la donna troverà un segno di speranza nonostante le condizioni proibitive in cui si trova costretta a vivere. Nell’ultimo episodio Sarah, in una seduta psicanalitica, cerca di rimettere insieme i cocci della sua vita, un’esistenza frantumata da ricomporre, un altro vuoto esistenziale da riempire.

Un film visivamente impeccabile, suggestivo, ricco di metafore, che punta a colpire lo spettatore attraverso i silenzi e le atmosfere, capace di emozionare grazie alle interpretazioni coinvolgenti delle sei protagoniste (da sottolineare in particolare le prove delle ottime Lea Mornar e Giorgia Sinicorni). Non ci sono comparse, ci sono soltanto questi personaggi femminili così forti, con i loro vuoti, i loro spazi (talvolta immensi, talvolta claustrofobici) e le loro storie. Presentato come evento speciale alle Giornate degli Autori del 71° Festival di Venezia.

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Recensione “Still Life” (2013)

Un vero e proprio gioiello: non ci sono altre parole per definire l’opera seconda di Uberto Pasolini, talento italiano ormai da tempo piantato in Inghilterra, dove ha prodotto numerosi film di successo (su tutti “Full Monty”). Dopo aver esordito alla regia nel 2008 con il bellissimo “Machan” (passato quasi inosservato da noi, ma vi consiglio di recuperarlo), Pasolini torna dietro la macchina da presa con una pellicola da lui scritta, prodotta e diretta. Il risultato è un film che tutti dovrebbero vedere: quieto, regolare, dolce, possiede la temperanza di un film di Ozu, forse meno poetico, ma senza dubbio più potente. John May è un funzionario del comune che svolge un compito piuttosto particolare: rintracciare i parenti più prossimi delle persone morte in solitudine. John, uomo solitario e gentile, va oltre i suoi compiti: sceglie le musiche da mettere al funerale, scrive discorsi funebri che ascolterà soltanto lui, colleziona le fotografie dei suoi cari defunti in un grande album di vita. Attraverso il suo lavoro John May restituisce dignità ai morti, rendendo speciale ciò che hanno fatto in vita. Poco prima di essere licenziato per i classici tagli al personale, John deve chiudere l’ultimo caso della sua carriera: quello di Billy Stoke, un alcolizzato morto proprio nella palazzina di fronte alla sua. Il disordine della vita del defunto crea una rottura nell’esistenza di John, fatta di abitudini e routine. Il protagonista parte così in viaggio alla ricerca degli amici e dei possibili parenti di Stoke, scoprendo non solo la straordinaria vita del defunto, ma anche molte cose sulla sua. Vincitore a Venezia del premio Orizzonti per la miglior regia, “Still Life” è uno di quei film che riconcilia con il mondo, che permette di uscire dalla sala con una sorta di pace interiore, grazie anche ad un finale dalla bellezza sconvolgente. Un film che rivela anche il talento dello straordinario Eddie Marsan, fino ad oggi caratterista di successo per Scorsese, Spielberg, Inarritu e molti altri, adesso finalmente protagonista nei panni di un personaggio che Pasolini sembra aver scritto appositamente per lui. La solitudine non è mai stata così piena. Correte a vederlo.

Recensione “Philomena” (2013)

Quando il cinema trova il giusto equilibrio tra passione, intensità, dramma e ironia, quel che ne esce fuori è un film come questo. Stephen Frears, capace nella sua carriera di alternarsi tra “My Beautiful Laundrette” e “Alta Fedeltà”, tra “Lady Henderson Presenta” e “The Queen”, tanto per citarne alcuni, stavolta fa suo il progetto di Steve Coogan (produttore, sceneggiatore e co-protagonista del film) e realizza forse la sua opera più matura, una summa del suo cinema, in cui lo straordinario vigore di Judi Dench, ingenua ed elegante, si alterna alla fredda ironia del già citato Coogan, scaltro e acuto. L’istintività dell’una e l’intelletto dell’altro portano sullo schermo una strana e formidabile coppia, una madre addolorata e un giornalista deciso, cuore e mente di una storia indimenticabile, la vera storia di Philomena Lee.

Nell’Irlanda ultra-cattolica degli anni 50, Philomena, ancora adolescente, resta incinta. Ripudiata dalla famiglia, viene accolta in un convento dove può partorire ma vedere suo figlio soltanto un’ora al giorno. All’età di tre anni il suo bambino viene dato in adozione ad una facoltosa coppia di americani; Philomena, distrutta dal dolore, pensa di averlo perso per sempre. Negli anni 2000 il giornalista disoccupato Martin Sixmith viene per caso a conoscenza della storia di Philomena: deciso a realizzare un articolo importante, Martin aiuterà l’anziana donna nella ricerca del figlio scomparso.

Accompagnato dalle soffici melodie di Alexandre Desplat, Stephen Frears restituisce perfettamente la sensazione di trovarsi su un sentiero che non sappiamo dove condurrà: costantemente in equilibrio tra la voglia di sapere e la paura della verità, tra registro drammatico e ironico, tra la tenerezza dell’istinto e la rigidità dell’intelletto, tra il cinismo  e la disillusione di un ateo e la speranza e l’ingenuità di una credente. Una sorta di road-movie atipico in cui le regole vengono continuamente riscritte, dove le verità tornano a galla dopo anni di silenzi, dove il cinema sa raccogliere una storia realmente accaduta trasformandola in un trionfo dell’animo umano.