Recensione “Oasis: Supersonic” (2016)

I titoli di coda sono accompagnati dalle note di “The Masterplan”, in cui la voce di Noel Gallagher chiede al fratello Liam di prendere le cose come vengono, perché non c’è modo di sapere cosa accadrà in futuro. C’è un progetto, un piano superiore, un destino al quale appartengono. Un destino che nel film viene citato più volte da Liam e Noel. Il ritornello è struggente ma anche emozionante, soprattutto se nelle due ore precedenti hai assistito alla scalata verso il successo dei Caino e Abele del rock. Lo ammetto, si sono affacciate delle lacrime in quel momento, perché il trentacinquenne che vi scrive oggi, a quei tempi era un adolescente tormentato che ha vissuto gli Oasis sulla propria pelle. Il primo cd che ho comprato in vita mia è stato “What’s the Story Morning Glory” e al liceo avevo uno zaino Invicta sul quale avevo scritto con un pennarellone nero il logo OASIS. Gli anni 90, i miei anni 90, si sono abbattuti su di me con l’impeto e la carica esplosiva della band di Manchester: è stato un viaggio nei ricordi e nella nostalgia, ma parliamo anche di un film di grande valore, cercherò di spiegarvi il perché.

Nell’agosto del 1996 gli Oasis suonano a Knebworth davanti ad un pubblico di quasi trecentomila persone: si tratta dell’evento musicale più seguito di quell’estate. Soltanto tre anni prima gli Oasis esordivano sulla scena musicale britannica. Cosa è successo in quei tre anni? Il documentario di Mat Whitecross ce lo racconta in maniera schietta e un po’ fuori di testa, in perfetta linea con lo stile della band. Ci sono immagini di archivio assolutamente preziose, con le prime registrazioni di questo gruppo di amici provenienti dalle case popolari di Manchester. Ci sono aneddoti memorabili, molti dei quali anche piuttosto divertenti (come si può non ridere di fronte alle frecciatine continue dei fratelli, delle loro litigate a colpi di mazze da cricket e cassonetti, o dei loro deliri di onnipotenza?): la storia di quando Noel fa ascoltare per la prima volta “Live Forever” alla band di Liam e nessuno crede che abbia davvero scritto una canzone così bella è solo uno dei tanti aneddoti che arricchiscono il documentario di quell’alone di leggenda che gli Oasis inevitabilmente si portano dietro.

All’inizio del film Noel Gallagher afferma che “gli Oasis sono come una Ferrari: bella da vedere, bella da guidare, ma se vai troppo veloce finisci per perdere il controllo”. Le sue parole saranno profetiche: la band, come spesso accade nel mondo della musica, viene risucchiata dal successo, lo showbiz la mangia e la mastica, e quel gruppo di amici che voleva soltanto fare musica, fumare erba, bere birra e incontrare qualche ragazza, si ritrova al centro di un ciclone mediatico che non ha scrupoli nel sfruttare la storia del padre violento in cerca di perdono o le loro dichiarazioni provocatorie a proposito dell’uso di droga nel Regno Unito. Noel, anima del gruppo, è ancora profeta nell’affermare che tutto questo passerà, tutte le voci, le chiacchiere, le “rotture di palle” finiranno e ciò che resterà nel futuro saranno soltanto le loro canzoni.

Centrale nel documentario, non poteva essere altrimenti, è il rapporto tra i fratelli Gallagher, di come i loro contrasti siano stati decisivi per lo scioglimento della band, anche se Liam afferma che i conflitti tra loro due sarebbero emersi qualunque fosse stata la loro strada: “Se nella vita avessimo fatto i pescatori magari ci saremmo lanciati addosso le trote”. La bravura di Whitecross nel raccontare emerge nell’incredibile empatia che può provare uno spettatore comune con quella che è stata probabilmente la band più famosa degli anni 90: sono dei ragazzi di strada, che si ritrovano catapultati davanti a migliaia di persone che cantano le parole che Noel magari ha scritto alle 3 di notte mentre era su un aereo, e che ballano canzoni che sono nate mentre gli altri membri della band erano usciti un momento per comprare del cibo cinese. Quel concerto a Knebworth ha un che di malinconico: è l’apice del successo per gli Oasis, ma forse anche la fine dell’anima reale della band, il turning point che trasforma il sound grezzo e appassionato di quattro ragazzi nella macchina da soldi di uomini rancorosi, stanchi, che senza neanche accorgersene hanno venduto l’anima al diavolo dell’industria discografica. C’è qualcosa negli occhi di Liam quella notte (scena bellissima), c’è uno sguardo sul pubblico impazzito che rivela molto più di decine di canzoni. Tra le righe c’è una bella riflessione sull’era digitale, a quei tempi ormai alle porte: pochi anni dopo sarebbe arrivato Internet, Napster e subito dopo i concerti registrati su telefono, messi su YouTube, talvolta addirittura in tempo reale su Periscope, dove la magia di vivere un evento storico si sarebbe persa per sempre nella condivisione massiccia e ossessiva. Gli Oasis sono stati forse l’ultimo grande gruppo rock che abbiamo dovuto cercare in radio o in tv per sperare di poter sentire il loro nuovo singolo, l’ultimo grande gruppo rock prima dell’era del masterizzatore, dell’MP3, delle riproduzioni di massa. C’era una magia in tutto ciò, la musica aveva un valore diverso quando riuscivi ad ascoltare la canzone che amavi inaspettatamente, senza trovarla a portata di clic. Ma forse queste sono le parole di un vecchio fan nostalgico, catapultato in un’età adulta per la quale non si sente ancora pronto, dove i Talent e i Reality hanno cancellato quel poco di bellezza che c’era nella musica di una volta. Ma da qualche parte, in un bar di Berlino, in un pub di Londra o in qualunque altra parte del mondo, ci sarà sempre un gruppo di amici che suona le proprie canzoni, tra una birra e l’altra, lasciando accesa quella scintilla che nessuna industria potrà mai cancellare. Mi sono dilungato, i ricordi hanno avuto la meglio, la mia adolescenza è tornata al suo posto, nella memoria. …But don’t look back in anger, I heard you say.

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Recensione “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis”, 2013)

Il nuovo, splendido, film dei fratelli Coen è una ballata folk, a tratti cinica, un po’ sorniona, ma come sempre ironica  e brillante. Il Greenwich Village degli anni 60, qualche anno prima di diventare il Greenwich Village di Bob Dylan e del “Cafè Wha?”, nel suo periodo di quiete prima della tempesta musicale, nel suo periodo di povertà prima del boom. Si tratta di un Village ancora lontano (ma non troppo) dall’arrivo degli album di successo, dei soldi, delle star. In questo contesto si inserisce la storia di Llewyn Davis, personaggio di fantasia ispirato alla figura di Dave Van Ronk, musicista folk di quella Manhattan, che condivide con il Davis dei Coen la provenienza dalla working class, tratti della sua storia e soprattutto alcune canzoni. Erano i tempi in cui i fedeli della folk music si scambiavano vecchie canzoni come fossero un linguaggio in codice, un segreto da custodire. Erano i tempi in cui la povertà non era solo un prezzo da pagare per inseguire la propria arte, ma era anche una sorta di voto: i musicisti accedevano così a quella che poteva sembrare una setta, che permetteva ai suoi adepti di essere figli di una stessa madre: la Musica.

Llewyn Davis, chitarrista folk, si muove per le strade di New York, perennemente chiuso nella sua giacca, troppo leggera per respingere gli attacchi dell’inverno e dell’impossibilità di realizzarsi. Non è certamente il talento che manca a Davis, ma sembra continuamente trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: trova ospitalità sui divani delle persone più disparate, si ritrova quasi per caso in un viaggio verso Chicago che non farà altro che alimentare i suoi rimpianti e le sue sensazioni negative (il suo partner musicale è morto lanciandosi da un ponte), resta coinvolto in gravidanze accidentali. Ma soprattutto sono gli anni sbagliati: Bob Dylan non ha ancora fatto la sua apparizione e, fino ad allora, vivere di musica nel Greenwich Village sarà una continua corsa ad ostacoli.

I Coen richiamano l’atmosfera del periodo già dalla locandina del film, che fa vagamente pensare alla copertina di “The Freewheelin'” di Dylan, uscito nel 1963. Oscar Isaac presta voce, volto, anima e cuore al suo protagonista malinconico, e trova la migliore interpretazione della sua carriera. Lo affiancano, in varie fasi della pellicola, l’ottima Carey Mulligan, il versatile Justin Timberlake e un esilarante John Goodman, una delle figure di riferimento della cinematografia dei fratelli Coen. Splendido nel dipingere con colori desaturati le atmosfere di un’epoca lontana (grande il lavoro di fotografia di Bruno Delbonnel), ma che in qualche modo sentiamo costantemente vicina: come il Llewyn Davis del film, la nostra stessa società sembra trovarsi in un momento di perenne transizione in cui il passato è morto e il futuro non sembra essere ancora nato. Per questo la difficoltà di Davis sembrano le stesse difficoltà della nostra generazione, il continuo scontro tra il talento e l’incapacità di emergere. Una canzone ci salverà? Forse no, ma la musica resterà sempre l’accompagnamento migliore, mentre cerchiamo di restare a galla.

Recensione “Springsteen and I” (2013)

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Presentato in contemporanea in oltre cinquanta Paesi in tutto il mondo, il documentario prodotto da Ridley Scott e diretto da Baillie Walsh si nutre di passione, di sogni, di gente comune innamorata di qualcosa che va oltre la musica. Bruce Springsteen è energia, ispirazione, la colonna sonora di una vita. Nel 2010 lo stesso Ridley Scott aveva prodotto il celebre documentario “Life in a day”, in cui aveva proposto a videoamatori di tutto il mondo di filmare uno spaccato di un giorno preciso delle loro vite. Con il materiale ricevuto aveva poi costruito il film (grazie anche alla paziente direzione di Kevin MacDonald). “Springsteen and I” si basa sulla stessa idea: il film infatti è stato realizzato interamente con i filmati inviati dai fan del Boss dislocati in ogni angolo del mondo. Ognuno racconta un aneddoto riguardante la propria vita, influenzata da un legame profondo con le canzoni di Springsteen. Ciò che ne esce fuori è la storia di persone comuni, di età, sesso, estrazione sociale e nazionalità diverse, tutte segnate dalla loro passione per il Boss, eroe di ogni generazione, artista di tutti.

Ironico e commovente, emozionante, coinvolgente, pieno di vita: è il materiale umano il vero protagonista di questo film. I fan del Boss troveranno finalmente una voce per spiegare la loro passione, attraverso le mille parole dei loro “fratelli”, i curiosi e i profani capiranno invece meglio cosa gravita in questo universo springsteeniano. Il Boss è così amato proprio perché non è stato cambiato dal successo, è rimasto una persona comune, “uno di noi”, e i personaggi delle sue canzoni non sono altro che le stesse persone che ascoltano la sua musica. “Springsteen and I” è una splendida collezione di passione ed emozioni, un abbraccio sincero, reso ancor più grande dall’energia che scorre tra un’immagine e l’altra, che tutto lega ed unisce, a tal punto da farci sembrare addirittura possibile l’esistenza di una Forza superiore (che in questo caso ha poco a che fare con “Star Wars”): è la Forza della musica, è la Forza della passione, è la Forza delle persone.

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Pensieri sparsi dopo il concerto degli Smashing Pumpkins (Rock in Roma 2013)

Tanti anni fa, quando davvero amavo gli Smashing Pumpkins, ero giovane e malinconico. Adesso li amo un po’ meno perché sono meno giovane e un po’ più felice. Però sono comunque andato per la terza volta a sentirli in concerto, perché Billy Corgan è stato uno dei migliori amici della mia adolescenza, e io non dimentico gli amici. È stato strano cantare la rabbia di “Bullet with butterfly wings” senza essere più arrabbiato con il mondo, e ancor più strano urlare le strofe di “Zero” ora che non mi sento più l’ultimo degli stronzi. “Disarm” mi ha ricordato i tempi di Napster e delle prime strimpellate con la chitarra, “Stand inside your love” antichi desideri appassiti da anni e anni. Infine “Tonight, tonight” mi ha riportato indietro a quei meravigliosi e orribili anni 90, che nessuno ci restituirà, anche perché vedere Billy Corgan con la panza è forsa la cosa che più di tutte mi fa sentire vecchio. Ma non così vecchio, in fondo. Erano bei tempi dopotutto, ma anche il presente non è affatto male: ora che sono meno giovane e un po’ più felice posso ascoltare gli Smashing Pumpkins senza preoccuparmi di avere tutto il peso del mondo sulle spalle. E questa è una buona cosa.

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Duman: nel 2013 il nuovo album dei Pearl Jam del Bosforo

Idoli dei ragazzi in Turchia, semisconosciuti nel resto del mondo, ma bravissimi. Ad ostacolare l’ascesa al successo di questi ragazzi di Istanbul è stata probabilmente la scelta del turco come idioma delle loro canzoni: ciononostante la bellezza della loro musica riesce ugualmente a comunicare il loro messaggio malinconico, romantico, a tratti disperato, ma potente. I Duman si sono formati alla fine degli anni 90 in seguito ad un viaggio “spirituale” del frontman Kaan Tangöze in quel di Seattle, dove all’inizio del decennio aveva avuto modo di ascoltare e conoscere alcune band emergenti della scena grunge della città statunitense. Gente come i Pearl Jam, o come i Nirvana. Ed è proprio la band di Eddie Vedder ad aver influenzato maggiormente lo spirito dei Duman, che nella loro musica riescono a combinare elementi della musica tradizionale turca con il grunge tipico di Seattle, per l’appunto.

Quattro album in studio e uno dal vivo, in attesa del prossimo che dovrebbe uscire tra sei mesi. Il primo lavoro, “Eski Köprünün Altında” (“Sotto il vecchio ponte”, del 1999) e il successivo “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, del 2002) hanno riscosso un successo senza precedenti in Turchia, confermato poi dal live album “Koncer” del 2004 e dal terzo lavoro in studio, “Seni Kendime Sakladım” (“Ti tengo per me”, del 2005). Interrotta provvisoriamente la carriera musicale a causa del servizio di leva, Kaan Tangöze si è rimesso al lavoro con i Duman, che nel 2009 hanno rilasciato il loro quarto album “Duman I & II”. Canzoni come “Bebek” (“Bambino”), “Bu Akşam” (“Stanotte”), “Oje” (“Smalto”), “En Güzel Günüm Gecem” (“Il mio miglior giorno e notte”, nome tra l’altro del Greatest Hits uscito nel 2007), “Bu aşk beni yorar” (“Questo amore mi rende stanco”), “Herşeyi yak” (“Da’ fuoco a tutto”) o “Belki Alışman Lazım” (“Forse dovresti abituartici”, riferita alla solitudine) sono solo alcune delle perle scoperte ascoltando i cd dei Duman.

Quel che esce fuori dalle canzoni della band turca è dunque un rock ibrido e perfettamente funzionale, che insieme alla qualità dei testi (per i fortunati che hanno modo di comprenderli o di farseli tradurre) riesce ad imporsi alle orecchie degli appassionati del genere con i suoi riff di chitarra e la voce sofferta del cantante. Il problema è che adesso che li abbiamo scoperti, non riusciamo più a togliere il cd dalla macchina.

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Morrissey apre il suo tour italiano, tra rock e malinconia

“Who is Morrissey?”, si interroga l’immagine di Oscar Wilde proiettata alle spalle del palco. La risposta è semplice: Morrissey stasera è il re di Roma, capace dall’alto dei suoi splendidi 53 anni di incantare e scatenare la Cavea dell’Auditorium di Roma, nel primo dei suoi cinque concerti in giro per l’Italia. Con un ritardo abissale (un’ora, il tempo necessario per far entrare il pubblico in fila fuori dal Parco della Musica) l’ex cantante degli Smiths sale sul palco con lo charme di un Cary Grant e l’abbigliamento da rocker d’altri tempi (stivaletti, jeans e camicia): «Mamma Roma, mamma Roma, mamma Roma», sono le prime parole lanciate al pubblico, una vera e propria dichiarazione d’amore per la città dove Morrissey da molti anni ha scelto di vivere, lontana dal grigiore e dai tormenti della sua Manchester.

“Shopfilters of the world united” (degli Smiths) apre il concerto, tra gli applausi e le urla delle ragazze sotto il palco, le cui incursioni durante la serata saranno non facili da arginare. La voce calda di Morrissey avvolge l’Auditorium di un rock raggiante e un po’ di malinconia, inevitabile sulle note di “I know it’s over” e di “Last night I dreamt that somebody loved me”. La serata entra nel vivo con “You’re the one for me, Fatty”, “I’m throwing my arms around Paris” e soprattutto la meravigliosa “Still Ill”, che regala più di un brivido, soprattutto quando al termine dell’esecuzione il nostro afferma che «still ill is the best way to be».

Il concerto va avanti, canzone dopo canzone, da “People are the same everywhere” a “Everyday is like sunday”, passando per “Black cloud”, “Action is my middle name”, la toccante “Meat is murder” (accompagnata dalle atroci immagini di polli macellati), “Let me kiss you”, “Scandinavia” e molte altre, fino alla conclusione lasciata ad un altro dei successi degli Smiths, la splendida “How soon is now?”. Morrissey si dimostra in piena forma, completamente a suo agio su un palco invaso più volte da ragazze in delirio, in cui la sua voce ha regalato una brezza di ponente in questa torrida notte d’estate. E se è vero che “To give (the reason I live)”, come canta nella cover di Frankie Valli, stasera il Moz ha dato veramente tutto. Mamma Roma ringrazia.

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Recensione “Marley” (2012)

“Emancipate voi stessi dalla schiavitù mentale, nessuno a parte noi stessi può liberare la nostra mente”. Parola di Robert Nesta Marley, noto ai più come Bob Marley, più che un cantante, più che un artista: un uomo che ha provato a rendere migliore il mondo con la sua musica e le sue parole, e spesso c’è anche riuscito. Nella sua opera l’attenzione per gli esseri umani è al centro di ogni cosa, in cui amore e musica erano intese come vere e proprie iniezioni di pace contro l’odio e il razzismo. Kevin MacDonald ci regala un documento unico ed eccezionale, raccontando l’uomo dietro l’artista, con immagini d’archivio totalmente inedite.

Il film racconta la vita di Bob Marley dalla nascita in un villaggio della Giamaica settentrionale fino alla morte causata da un cancro incurabile, avvenuta nel maggio del 1981, all’età di 36 anni. Il racconto si sviluppa cronologicamente attraverso le numerose testimonianze di coloro che hanno vissuto al fianco del cantante, dal suo amico Bunny Livingston fino al figlio Ziggy, passando per la madre, la moglie Rita e buona parte dei suoi compagni d’avventura. La nascita musicale di Bob Marley, l’inserimento nella comunità rastafariana, l’attentato ai suoi danni e l’esilio volontario in Inghilterra. Il concerto per l’indipendenza dello Zimbabwe e altre piccole e grandi storie che hanno circondato l’indimenticabile figura del cantante giamaicano.

MacDonald conosce bene il mestiere e il suo documentario, nonostante la durata-fiume (140 minuti), racchiude in sé tutta la magia del cinema: il regista de “L’ultimo Re di Scozia”, “State of play” e del documentario premio Oscar “Un giorno a settembre”, riesce a pennellare il suo lavoro con delle meravigliose immagini, che trovano il trionfo della potenza del cinema sugli splendidi titoli di coda (a testimonianza dell’influenza di Marley in ogni angolo del mondo, dalla Turchia al Giappone, dal Brasile all’Inghilterra). Il tutto ovviamente accompagnato dalle canzoni: “Get up stand up”, “Redemption song”, “No woman no cry”, “War”, “One love”, “Could you be loved” e molte altre. Al cinema uscirà in un’unica data, il 26 giugno: approfittatene.

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Un nuovo blog: Yellow Ledbetter

Ho aperto ancora un blog, lo so, non se ne può più. Il problema è che non ne posso fare a meno. Scrivere di cinema non mi bastava, e così ho cominciato a scrivere di viaggi. Scrivere anche di viaggi non era abbastanza, perché c’era ancora qualcosa che per me è importante tanto quanto viaggiare e vedere film, se non di più, e sentivo il bisogno di raccontarla a modo mio: la musica.

In particolare qui si parla di canzoni, dei testi e delle parole, delle sensazioni e delle emozioni, del curioso rapporto che si forma tra me e una canzone, il legame con la vita quotidiana e l’importanza che hanno all’interno di essa. C’è sempre una canzone che nel bel mezzo di una giornata grigia ci risolleva il morale, riportandoci il sorriso, così come c’è sempre una canzone triste nel cuore di ogni persona romantica, una di quelle che si ascoltano in treno, vicino al finestrino, mentre fuori piove. Ci sono quelle canzoni da cantare a squarciagola in macchina, con i vetri abbassati e il vento nei capelli, altre che passano per caso in una radio, in un momento particolare, e ti restano dentro per sempre. Beh, più o meno, è di questo che si parla. Se avrete voglia di seguirmi anche da quest’altra parte, sarà un piacere farvi ascoltare (e soprattutto leggere), un po’ di bella musica.

Yellow Ledbetter dunque, un omaggio ai Pearl Jam, un nome che all’apparenza non significa niente, ma che invece significa tanto. Un nome che in fondo suona bene per un blog, e poi la canzone è stupenda.

http://yellowbetter.wordpress.com/

Recensione “When you’re strange” (2010)

Annunciato da Ray Manzarek, storico tastierista dei Doors, come il vero film anti-Oliver Stone (riferendosi al film “The Doors” del 1991, ritenuto dai membri della band poco attinente alla realtà), il progetto “When You’re Strange” ripercorre la storia della leggendaria band californiana con lo scopo preciso di mostrare al mondo il vero volto di Jim Morrison, portando alla luce le facce contrastanti della mente del cantante e le controversie del suo genio. Un’ora e mezza di immagini di repertorio, molte delle quali inedite, selezionate dal regista Tom DiCillo in mezzo ad oltre 10 ore di pellicola: il suo lavoro è un ritratto senza dubbio fedele e affascinante di una delle band più influenti ed indimenticabili della storia del rock.

Affidata alla voce off di Johnny Depp (Morgan nella versione italiana), la narrazione comincia con la notizia della morte di Jim Morrison, attraverso un annuncio radiofonico: in sottofondo le immagini del film incompleto “Feast of Friends”, girato dallo stesso Morrison alla fine degli anni 60. Il documentario vero e proprio, nel suo mix tra immagini, musica e narrazione fuori campo, parte dall’incontro tra Morrison e Manzarek all’università di cinema della California, procede dunque cronologicamente, toccando le tappe fondamentali della carriera dei Doors e della vita di Jim Morrison fino al 3 luglio del 1971, quando il Lizard King fu trovato morto a Parigi.

Le immagini d’archivio sono senza dubbio l’elemento più attraente di questo lungo omaggio ai Doors, in cui l’indagine sulla personalità di Jim Morrison rappresenta il vero fulcro dell’opera, ben oltre la musica e le canzoni, messe in secondo piano rispetto alla figura preponderante del cantante. La voce fuori campo inoltre appesantisce il film piuttosto che accompagnarlo, ma ciò che ne esce fuori lascia comunque intatto il fascino della band, e l’incredibile alone di magia che sembra accompagnare Jim Morrison in ogni sua apparizione pubblica. Come una candela accesa da entrambe le parti, la vita del cantante si è consumata velocemente: “This is the strangest life I’ve ever known”, cantava in “Waiting for the sun”, e forse è proprio così.

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Elio e le storie tese trasforma il Rock in Roma in una festa

Prosegue la scia di grandi eventi a Capannelle: ieri Elio e le Storie Tese hanno riempito di musica e allegria la serata del Rock in Roma, con due ore di concerto e risate. Elio, vestito come una sorta di moderno genio della lampada, ha realizzato i desideri del pubblico regalando ai suoi fan una performance piena di ottima musica e soprattutto tanto divertimento, grazie anche all’aiuto dei suoi inseparabili compagni di avventura (in particolare Faso e Rocco Tanica, protagonisti di alcuni siparietti memorabili) e alla verve del poliedrico Mangoni, architetto nella vita, artista a sé durante i concerti di Elio.

La serata si è aperta con “Pagano” (con Mangoni vestito da Zeus impegnato a scagliare frecce contro i componenti della band), ed è proseguita con alcuni dei più memorabili successi della band milanese, da “Servi della gleba” a “Parco Sempione”, passando per “Ignudi fra i nudisti”, “Born to be Abramo”, “Caro 2000” (che Elio ha introdotto definendola «una delle più belle canzoni che siano mai state scritte, e non perché l’abbiamo scritta noi»), fino al gran finale con “Il Rock and Roll”, in cui Mangoni vestito da re sembrava fare il verso al Freddie Mercury di Wembley ‘86, e “Tapparella”. Grandi applausi anche per la recentissima “Bunga Bunga”, rivisitazione in chiave parodistica del caso Ruby e dei festini di Arcore («Bunga Bunga con Lele, Bunga Bunga con Fede, se non stai attento vai in galera per colpa dell’Africa»), sulla base del celebre “Waka Waka”, inno dei mondiali di calcio in Sudafrica della scorsa estate.

Elio e le Storie Tese si confermano una delle proposte più amate dell’estate romana, con l’eccellente qualità della sua musica sorridente e dei suoi musicisti, i nonsense e i giochi sottintesi nei testi delle canzoni. Elio gioca con il pubblico come un maestro con i suoi discepoli, e raccoglie i consensi maggiori nel momento di introdurre “Parco Sempione”: «Questa è una canzone sulla nostra città, che ha da poco cambiato sindaco, e speriamo che anche voi possiate avere presto un altro sindaco, che si occupi di cose belle». Di cose belle come la cultura, o «come Pa Pa Americano», direbbe Elio.

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