Recensione “Fahrenheit 11/9” (2018)

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Alla Festa del Cinema di Roma è stato uno degli autori più applauditi: Michael Moore è tornato ad infiammare nuovamente l’animo degli spettatori e dopo l’America di Bush, raccontata con incredibile lucidità in “Fahrenheit 9/11”, sposta definitivamente il suo sguardo su Donald Trump (argomento già trattato nel docufilm “Michael Moore in Trumpland”) e lo fa in maniera pressoché perfetta: il documentarista premio Oscar infatti concentra il suo lavoro non tanto sulle magagne della gestione Trump, quanto sulla terrificante domanda “How the fuck did this happen??” (“Come cazzo è potuto accadere??”). La risposta sarà spaventosa.

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Recensione “Friedkin Uncut” (2018)

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I documentari sui grandi registi provocano sempre uno strano effetto: qualunque sia il lavoro che tu faccia, ti vien voglia di scendere in strada con una macchina da presa per girare qualcosa. Questo film di Francesco Zippel, dedicato al grande William Friedkin, non solo non fa eccezione, ma ti entusiasma a tal punto da spingerti davvero a dedicarti a questa professione: provate anche voi ad ascoltare Friedkin e i suoi collaboratori raccontare il modo in cui hanno girato la celebre scena dell’inseguimento ne “Il braccio violento della legge” o il modo in cui hanno brillantemente affrontato le difficoltà legate alle riprese de “Il salario della paura” o di “Cruising”.

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Recensione “BlacKkKlansman” (2018)

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Finalmente Spike Lee è tornato: dopo una serie di titoli non proprio memorabili (per usare un eufemismo), il regista newyorkese ci regala una pellicola di grande spessore, divertente, ricca di ritmo, ma al tempo stesso agghiacciante se rapportata al giorno d’oggi. La vicenda (reale) di Ron Stallworth, primo poliziotto nero di Colorado Springs, si svolge infatti verso la fine degli anni 70, ma al di là della bizzarra capigliatura del protagonista c’è ben poco nel film che ci faccia pensare a quel periodo storico: questo perché quella dell’America bianca e destrorsa è una storia che non ha tempo e che purtroppo ci ricorda da vicino tutto ciò che sta succedendo negli ultimi anni negli Stati Uniti (e che il finale contribuisce a ricordarci).

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Una Vita da Netflix – Settembre 2018

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Episodio 6. Il vero capodanno per me è il primo settembre, quando le vacanze estive appartengono ai ricordi ed è il momento di ripartire: la scuola o l’università, la stagione calcistica, quella cinematografica e compagnia bella. Personalmente l’inizio della Mostra del Cinema di Venezia è il segno che l’estate è finita. Non divaghiamo però. Siamo qui per vedere insieme le novità settembrine di Netflix (visto che la guida, sempre attiva e costantemente aggiornata, con le sue centinaia di titoli può apparire troppo dispersiva). Dunque, qui c’è tutto ciò che vi serve per godervi il primo mese della nuova annata su Netflix (e non dimenticate Prime Video e Rai Play!): come al solito, non ringraziatemi tutti insieme.

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Recensione “Lucky” (2017)

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Il suono di un’armonica tra i cactus e la polvere del deserto. Il volto scavato di Harry Dean Stanton, alla sua ultima, emozionante, interpretazione. Il film d’esordio di John Carroll Lynch (celebre caratterista, forse lo ricorderete come il sospettato numero uno in “Zodiac” o come barbiere in “Gran Torino”) è un racconto country, una lezione di vita sotto il sole battente di un piccolo paesino del Sud degli Stati Uniti. Una storia che sembra uscita da una canzone di Johnny Cash, presente nel film con la bellissima “I see a darkness”, che sembra esprimere benissimo lo stato d’animo del protagonista (Well, you’re my friend / And can you see / Many times we’ve been out drinking / Many times we’ve shared our thoughts / But did you ever, ever notice / The kind of thoughts I got?).

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Recensione “Slacker” (1991)

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Nel 1991 Richard Linklater, che ancora non era l’acclamato autore di film come “Dazed and Confused”, “Prima dell’alba”“Boyhood” o “Tutti vogliono qualcosa”, riunì un centinaio di ragazzi ad Austin, Texas, per le riprese di quello che sarebbe poi diventato non solo una sorta di manifesto della generazione X, ma soprattutto una delle principali fonti di ispirazione per un intero movimento cinematografico, il Mumblecore.

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Recensione “England is Mine” (2017)

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Il cinema ha sempre raccontato la musica con un buon equilibrio tra racconto e vita, tra genio e ispirazione. La lista è davvero immensa: da “Walk the Line” a “Ray”, da “Nowhere Boy” a “Jimi”,  da “Love and Mercy” a “Control”, fino all’ormai imminente “Bohemian Rhapsody”,  solo per citarne alcuni. Mark Gill tenta anch’egli la fortuna con la carta del biopic musicale, ma fallisce miseramente l’obiettivo. Il regista, proveniente dallo stesso quartiere di Manchester dove è cresciuto Morrissey, racconta la giovinezza del cantante degli Smiths prima del fatidico incontro con Johnny Marr (con il quale realizzerà quattro album meravigliosi tra il 1982 e il 1987, marcando profondamente il decennio musicale e per sempre la storia del rock).

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “Columbus” (2017)

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Negli Stati Uniti, in Indiana, c’è una cittadina di neanche quarantacinquemila abitanti che racchiude tra le sue strade alcuni gioielli di architettura moderna. Quella città è proprio Columbus, dove possiamo trovare edifici realizzati da Eero Saarinen, Ieoh Ming Pei, Robert Venturi, Cesar Pelli e soprattutto Richard Meier. Tra queste strutture si muovono dunque i personaggi di questo film d’esordio firmato da Kogonada, coreano impiantato negli States, celebre per i suoi “video saggi” dedicati a Wes Anderson, Stanley Kubrick e Yasugiro Ozu.

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Recensione “Il Sacrificio del Cervo Sacro” (“The Killing of a Sacred Deer”, 2017)

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Era da tempo che non vedevo un film così disturbante e al tempo stesso ipnotico, affascinante. Recentemente solo “Madre!” era riuscito ad essere inquietante in egual misura, ma al film di Aronofsky mancava forse il fascino e l’eleganza di questo gioiello di Yorgos Lanthimos, premiato per la miglior sceneggiatura al Festival di Cannes dello scorso anno. Come spesso accade con il regista greco la messa in scena è compassata, così come i suoi personaggi, almeno fino all’arrivo del punto di rottura che apre le porte al caos.

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