Top 20 – I migliori film del 2013

Se ne va un altro anno di cinema: il 2013, così come i suoi predecessori, ci ha regalato grandi emozioni e film straordinari. Anche quest’anno la classifica dei migliori film dell’anno è stilata in base alle pellicole uscite nelle sale italiane in tutto il 2013: è sempre bene ripetere che si tratta di una classifica che riflette i gusti personali del sottoscritto e non pretende di ergersi come verità assoluta per ciò che riguarda il cinema di quest’anno solare. Si tratta di una classifica di emozioni, piuttosto che di film, da queste parti siamo fatti così. Premesso ciò, voi che film avreste inserito?

1. La vita di Adele (La vie d’Adèle, Abdellatif Kechiche)001

2. Re della terra selvaggia (Beasts of the southern wild, Behn Zeitlin)002

3. Holy Motors (Leos Carax)003

4. Rush (Ron Howard)Rush

5. La quinta stagione (La cinquième saison, Peter Brosens e Jessica Woodworth)005

6. Il passato (Le passé, Asghar Farhadi)006

7. Before midnight (Richard Linklater)007

8. Searching for Sugar Man (Malik Bendjelloul)008

9. Oh boy (Jan Ole Gerster)009

10. Prisoners (Denis Villeneuve)010

11. La gabbia dorata (La jaula de oro, Diego Quemada-Diez)011

12. Django Unchained (Quentin Tarantino)012

13. To the wonder (Terrence Malick)013

14. No (Pablo Larrain)014

15. Treno di notte per Lisbona (Night train to Lisbon, Bille August)015

16. Il lato positivo (Silver linings playbook, David O. Russell)SILVER LININGS PLAYBOOK

17. I sogni segreti di Walter Mitty (The secret life of Walter Mitty, Ben Stiller)017

18. La mafia uccide solo d’estate (Pierfrancesco Diliberto)018

19. Gravity (Alfonso Cuaron)019

20. Philomena (Stephen Frears)_D3S1363.NEF

Festival di Roma (Giorno 9): Sorpresa “Tir”, il miglior film è italiano

Ufficialmente il Festival si concluderà domani, con la proiezione di “The White Storm”di Benny Chan, ma già da stasera sarà possibili archiviare anche questa ottava edizione della rassegna romana. Già da stamattina rimbalzavano voci incontrollate all’Auditorium: chi aveva sentito che in giro per Roma c’era addirittura Christian Bale, volato nella Città Eterna dalla Spagna, dove sta terminando le riprese del nuovo film di Ridley Scott. C’è invece chi ha saputo di un ritorno di Joaquin Phoenix, che si è ubriacato in albergo. Ci sarà anche qualcuno che ha avvistato Jared Leto in autobus o Casey Affleck dal paninaro di Porta Maggiore. Chi sta a Roma vincerà come miglior attore, bisogna solo capire quale sia la voce giusta, se esiste. Attori a parte (nessuno di questi citati alla fine ha vinto), anche quest’anno la premiazione del Festival ha lasciato un po’ l’amaro in bocca. Certo, non come lo scorso anno, dove la premiazione dei film di Larry Clark e dell’orribile pellicola di Paolo Franchi aveva fatto gridare “vergogna!” a più di un giornalista. Quest’anno niente scandali, solo molte perplessità.

Il miglior film del Festival, secondo la Giuria presieduta da James Gray, è il documentario italiano “Tir” che, sulla scia del Leone d’Oro “Sacro Gra”, porta alla vittoria storie appartenenti alla strada. Senza dubbio è questo il premio più discutibile, non tanto per il film di Alberto Fasulo, quanto per la qualità dei suoi concorrenti: “Her” e “Dallas Buyers Club” su tutti.  La miglior regia è di Kiyoshi Kurosawa per “Seventh Code” (il cui montaggio si è aggiudicato anche il premio per il miglior contributo tecnico), e fin qui ci può stare. Andiamo avanti: Premio Speciale della Giuria al romeno “Quod Erat Demonstrandum”, che avevo pronosticato ieri e che dunque non mi delude. Migliore sceneggiatura al turco “I’m not him”, e qui un po’ di sorpresa c’è, ma la storia è talmente intrigante che alla fine si potrebbe anche accettare la scelta della giuria (voglio dire: si può discutere, ma anche accettare). Il miglior attore è Matthew McConaughey: peccato per Joaquin Phoenix, ma questo premio ci sta tutto, e lo stiamo dicendo dalla settimana scorsa, anche se avremmo senza dubbio preferito l’attore di “Her”. Il Marc’Aurelio alla migliore attrice ha lasciato un po’ tutti interdetti: Scarlett Johansson, voce di “Her”, è probabilmente la prima “voce” nella storia di un Festival a vincere un premio. Sì, è pur vero che in tutto il concorso non abbiamo assistito ad interpretazioni femminili da strapparsi i capelli (l’unica protagonista femminile è stata Sophie Turner, ma “Another me” era troppo brutto per vincere qualcosa), ma premiare la Johansson è apparso più un contentino per il meraviglioso “Her”, lasciato incredibilmente a bocca asciutta, che un riconoscimento davvero sentito nei confronti dell’attrice. Altri premi: tutto il cast di “Acrid” premiato per gli interpreti emergenti, mentre “Blue sky bones” ha ricevuto una menzione speciale (??). La migliore opera prima/seconda è “Out of the furnace” di Scott Cooper, mentre il premio del pubblico, quasi scontato, è andato al bellissimo “Dallas Buyers Club” (unico film insieme a “Seventh Code” a ricevere due premi).

Il mancato riconoscimento al meraviglioso “Her” di Spike Jonze ha lasciato tutti un po’ delusi, e curiosamente ha vinto nell’unica categoria in cui probabilmente non meritava di vincere (l’attrice). Essendo stata premiata la voce di Scarlett Johansson fa un po’ ridere l’idea che il film verrà doppiato per l’uscita in sala in Italia: magari è la volta buona che un film straniero possa avere una massiccia distribuzione in lingua originale (la Bim a mio parere dovrebbe pensarci e basare la distribuzione proprio su questo). Per quanto riguarda le altre categorie il miglior film di CineMaxxi è “Nepal Forever”, il miglior film di Alice nella Città è “The disciple”, il miglior documentario di Prospettive Italia è “Dal Profondo” di Valentina Pedicini. “Her” si deve accontentare del Mouse d’Oro, il premio assegnato dalla critica online (che ha premiato anche “Snowpiercer” per quel che riguarda i film fuori concorso).

Che Festival è stato? Bello, non c’è dubbio. Tanti bei film (soprattutto in concorso, dopo lo scempio dello scorso anno), tanti incontri interessanti (da Spike Jonze a Wes Anderson), molti personaggi sotto i riflettori (Scarlett Johansson, Joaquin Phoenix, Jennifer Lawrence), un’organizzazione e una programmazione più fluide rispetto al passato.
Finito il Festival, già salgono la malinconia e la nostalgia per questi dieci giorni di cinema, di film, di stanchezza ma anche di divertimento. Appuntamento per il 2014 per la nona edizione: già non vedo l’ora.

Festival di Roma (Giorno 8): Tempo di pronostici!

Oggi sono stati presentati gli ultimi film in concorso (l’italo-croato “Tir” e l’anglo-spagnolo “Another Me”, quest’ultimo tra i meno apprezzati film in concorso). Il Festival è praticamente agli sgoccioli, sale già un po’ di nostalgia per quelle quattro mura che ogni anno si trasformano in una seconda casa, alimentando in tutti noi appassionati o giornalisti la grande malattina che è il cinema. Si concluderà domenica con il film di chiusura di Benny Chan e le repliche dei film vincitori l’ottava edizione del Festival, una delle più interessanti di cui ho memoria (e ve lo dice uno che c’è sempre stato, dal 2006 con Scorsese e Di Caprio a quest’anno con Joaquin Phoenix e Wes Anderson). Domani, oltre al secondo film di Takashi Miike (“Blue Planet Brothers”, fuori concorso), sarà il momento di aggiornare il palmares del Festival: appuntamento alle 19 con la cerimonia di premiazione. Come sempre, chiuso il concorso, ci buttiamo sui pronostici. Spesso ci ho preso, altre volte ho sbagliato tutto. Vediamo un po’ come va stavolta, anche se i dubbi sono moltissimi.

Miglior Film: Qui c’è da chiarire una cosa, ovvero se “Her” e “Dallas Buyers Club” sono stati inseriti in concorso per dare maggiore prestigio al Festival, o per essere evidentemente premiati. Questo perché la loro qualità è senza dubbio superiore a qualunque altro film in concorso, nonostante il livello medio-alto delle altre pellicole. Di conseguenza, il mio favorito è sicuramente “Her” di Spike Jonze, ma in realtà chi vincerà? Tra i film “minori” l’outsider potrebbe essere “Volantin Cortao” dell’accoppiata Ayala-Jofré.

Migliore Regia: Scelta difficile anche qui. Belle regie se ne sono viste, dal Tayfun Pirselimoglu di “I’m not him” al romeno Andrei Gruzsniczki di “Quod erat demonstrandum”. Se non vincono gli americani (favoriti su tutto), allora la butto là: dico Guido Lombardi per “Take Five”.

Premio Speciale della Giuria: Come sopra. Se non vincono gli americani anche qui (quindi “Her” o “Dallas Buyers Club”, escludendo “Out of the furnace” che non mi è piaciuto), mi butto sul romeno “Quod erat demonstrandum”.

Miglior attore: Non ho dubbi, fosse per me il premio andrebbe allo strepitoso Joaquin Phoenix di “Her” (su cui non penso abbia dubbi anche il presidente di giuria James Gray, che ha lavorato con l’attore in due film). Ma siccome non sono io a dare i premi, la scelta potrebbe anche essere più “politica”, e cadere su un italiano (si vocifera il Filippo Timi de “I Corpi Estranei”, ma tenderei ad escluderlo).

Miglior attrice: Qui è un po’ più difficile. L’unico personaggio femminile veramente importante è la Sophie Turner di “Another Me”, ma il film è tra i peggiori del concorso, e questo potrebbe penalizzarla. E allora potrebbe forse vincere Helle Fagralid per “Sorrow and joy”.

Miglior interprete emergente: Beh, se non vince come migliore attrice, allora questo potrebbe essere il giusto premio per Sophie Turner. Oppure uno dei giovani protagonisti del cileno “Volantin Cortao”?

Miglior contributo tecnico: La sparo: il direttore della fotografia di “I’m not him” oppure quello di “Quod erat demonstrandum”.

Migliore sceneggiatura: Vabbè, fosse per me e per tutti noi un premio di questo tipo lo darei direttamente nelle mani di Takashi Miike per lo strepitoso “The Mole Song”, frizzante, assurdo, totalmente folle. Alla fine spero comunque che lo vinca “Her” (ma occhio a “Take Five”).

Premio del pubblico: Il pubblico non può non essersi innamorato del meraviglioso “Her” di Spike Jonze. Altri film non credo possano spuntarla (ma occhio a “Dallas Buyers Club”).

Sophie Turner

Takashi Miike

Festival di Roma 2013 (Giorno 7): Auditorium in delirio per “Hunger Games”

Vorrei un paio di orecchie nuove, per favore. O quantomeno un paio di timpani di ricambio. Già so che stanotte mi sveglierò nel sonno con le urla delle fan di “Hunger Games” nelle orecchie, il mio incubo peggiore. Stamattina l’accesso alle sale del Festival si è rivelato difficoltoso, per non dire improbabile. Un formicaio di ragazzine ha bloccato ogni accesso, con il risultato che siamo arrivati tutti quasi in ritardo alle proiezioni del mattino. Il peggio doveva ancora arrivare. La conferenza stampa di “Catching Fire”, secondo episodio della saga in questione, è stata una farsa: quasi tutte le domande dei giornalisti riguardavano le sensazioni provate da Jennifer Lawrence nell’indossare questo ruolo e come le è cambiata la vita dopo l’Oscar. A tenere banco, oltre all’attrice, soprattutto il simpatico Josh Hutcherson, che ha messo in ombra persino il suo collega Liam Hemsworth, praticamente una comparsa (sia nel film che alla conferenza stampa). Il red carpet serale è stato una bolgia, per un momento ho pensato di essere morto e di trovarmi all’inferno: ragazzine in lacrime, urla stridule, e in tutto ciò gli attori non si sono neanche fermati per gli autografi di rito (cosa che, nonostante non me ne possa fregà de meno, non ho trovato molto carina).

Al di là di tutto questo rumore oggi è stata una giornata piuttosto positiva dal punto di vista cinematografico: tre film in concorso, uno più interessante dell’altro, tutti e tre da apprezzare. “Take Five” di Guido Lombardi è uno di quei film di genere che in Italia vediamo troppo poco (ma al Festival è già il secondo, contando il bellissimo “Song ‘e Napule” dei Manetti): cinque rapinatori improbabili e disperati trovano il modo di svuotare il caveau di una banca. Il problema è tornare tutti a casa e aspettare il momento giusto per recuperare il bottino, rimasto in un tunnel nelle fogne di Napoli. La Camorra inoltre si mette in mezzo, complicando ancor di più la situazione della banda. Ritmo, bei personaggi, vivacità: il film di Lombardi funziona. Ancora di più funziona il cileno “Volantin Cortao” di Diego Ayala e Anibal Jofré, uno spaccato di vita cilena, tra difficoltà economiche e sociali: i due protagonisti si muovono per la periferia di Santiago come aquiloni tagliati (come da titolo), anime perse, quasi alla deriva. Taglio documentaristico, scene efficaci, protagonisti credibili: il film cileno, nato da un progetto universitario, potrebbe essere l’outsider nella scelta per il miglior film. Infine la giostra di colori firmata da un Takashi Miike votato all’assurdo: il suo “The Mole Song” è difficile da etichettare, sfugge ad ogni regola, è un gangster movie girato con un gusto particolare per il kitsch, che si inabissa nella demenzialità per uscirne poi fuori con la genialità. Raramente ho visto un film così strambo, e raramente forse mi sono così inaspettatamente divertito. Un pessimo agente di polizia, con un grande senso per la giustizia, si infiltra in un clan della Yakuza per impedire il commercio di droga. Follia totale, di cui sogno il seguito (il finale accenna vagamente a questa possibilità). Strepitoso.

Domani gli ultimi film in concorso, “Tir” e “Another Me”, dopodiché sarà il momento di tirare un po’ le somme e azzardare qualche pronostico. Ora tutti a nanna, c’è bisogno di far riposare le orecchie…

Josh Hutcherson

Auditorium

Festival di Roma 2013 (Giorno 6): Wes Anderson incontra il pubblico e dice “sto pensando a un film ambientato in Italia”

Wes il nome, Anderson il cognome. Sì, è lui il protagonista indiscusso della giornata e forse dell’intero Festival. Un personaggio che sembra uscir fuori da uno dei suoi film: spiritoso, curioso, colorato, il regista di “Moonrise Kingdom” è sembrato pienamente a suo agio all’incontro con Mario Sesti e con il pubblico dell’Auditorium. Accompagnato (a sorpresa) dall’attore Jason Schwatzman e dal produttore e co-sceneggiatore Roman Coppola (che lo scorso anno aveva presentato al Festival il miglior film in concorso, snobbato dalla giuria e dalla distribuzione italiana), Wes Anderson ha presentato “Castello Cavalcanti” (che potete vedere qui), un cortometraggio di otto minuti prodotto da Prada, ambientato nell’Italia degli anni 50. A tal proposito, ammaliato dall’esperienza di girare a Cinecittà, il regista si è lasciato andare ad una dichiarazione che ha scatenato gli applausi della platea: “Questo cortometraggio potrebbe essere il punto di partenza per un film ambientato nell’Italia degli Anni 50, ci sto pensando”. L’incontro è stato davvero memorabile, da inserire nella lista dei magic moments della storia del Festival romano, così come l’arrivo di Jason Schwartzman, accompagnato in auto da Franco Battiato (!): un’accoppiata vincente, degna di un film dello stesso Anderson.

Altro grande evento di oggi è stata l’anteprima de “Il paradiso degli orchi” di Nicolas Bary: a dir la verità l’evento non è stato tanto la proiezione del film (che uscirà in sala domani), quanto la presenza di Daniel Pennac all’Auditorium. Tra l’altro ho scoperto poco fa che il vero nome dello scrittore è Daniel Pennacchioni, e ciò mi ha sconvolto non poco. Il film di Bary è riuscito, funziona, e finalmente ho tirato un sospiro di sollievo: da fan della saga dei Malaussene ero terrorizzato all’idea di una trasposizione cinematografica non all’altezza. Il regista forse ha come unica colpa quella di escludere dal film il fascino di Belleville, il quartiere parigino dove si svolgono i fatti, che tra le pagine di Pennac si trasforma in un vero e proprio personaggio. Ma comprimere un romanzo cult in un film di un’ora e mezza non era certo operazione semplice: Bary ci riesce, i fan possono stare tranquilli. Ho domandato al regista se realizzerà anche gli altri libri della saga, e la sua risposta è stata vaga (ma sincera): “Non lo so ancora”. Speriamo di sì.

Altro film molto atteso quest’oggi era “Gods Behaving Badly” di Marc Turtletaub. La prima cosa a cui si pensa dopo averlo visto è stata: “Come ci sono finiti Christopher Walken e John Turturro in un film così brutto?”. Perchè di questo si tratta, un film brutto, ma brutto che dici BRRutto, con la R marcatissima. Regia impalpabile, attori svogliati, sceneggiatura scritta con i piedi. Un film che, nonostante un’idea di base piuttosto divertente (i Dei dell’Olimpo vivono nella New York di oggi in mezzo ai mortali), risulta essere semplicemente inguardabile. Che spreco.

I cinefili veri oggi si sono buttati su “Hard to be a god”, esperienza di tre ore firmata dal compianto regista russo Aleksej Jurevic German: chi ha avuto il coraggio di entrare ne è uscito estasiato, in molti hanno gridato al capolavoro. O si sono messi tutti d’accordo per convincere il pubblico a sorbirsi tre ore di film russo, oppure, molto più probabilmente, si tratta davvero di un grande film. Al regista russo è andato il Premio alla Carriera del Festival (quest’anno dunque un premio postumo). A proposito di cinefilia, domani sarà “protagonista” del Festival l’esatto contrario di questa parola: Checco Zalone, che intratterà il pubblico per un incontro-show di un’oretta. Ma non è lui che mi spaventa, il vero evento della giornata di domani sarà la doppia proiezione di “Hunger Games: Catching Fire”, con al seguito pullman carichi di ragazzine urlanti a caccia di autografi. La notizia buona è che vedremo la bella Jennifer Lawrence (premio Oscar lo scorso anno per “Il lato positivo”), la cattiva è che usciremo dall’Auditorium con i timpani distrutti dalle urla delle fan. Si salvi chi può!

Wes Anderson

Autografi per Wes Anderson

Festival di Roma 2013 (Giorno 5): “Out of the furnace” è la prima delusione

Dalla serie: facciamoci del male. Oggi ho dato il meglio di me: cinque film, quasi uno dietro l’altro (salvo una sacrosanta pausa nel primo pomeriggio). Come vedete, ne sono uscito fuori, certo, mi sembra di avere gli occhi di uno che ha appena detto a Mike Tyson che è un idiota, ma “sono vivo, e non ho più paura” (come direbbe il soldato Joker). Bando alle ciance, passiamo ai film. Come sapete, o forse no, in ogni Festival che si rispetti c’è un film atteso che si rivela una delusione: oggi l’abbiamo trovato, e ce lo siamo tolto di mezzo. Sto parlando di “Out of the fornace”, di Scott Cooper (già regista del bellissimo “Crazy heart”): nonostante un insieme di splendidi nomi nel cast, composto da Christian Bale, Casey Affleck, Zoe Saldana, Willem Dafoe, Forest Whitaker e Woody Harrelson, il film dà continuamente la sensazione di trovarci di fronte a qualcosa di già visto e rivisto, trito e ritrito. Fino ad una resa dei conti finale che tutto fa tranne che appassionare. Si potrebbe quasi dire che la cosa migliore del film è “Release” dei Pearl Jam sui titoli di coda… Come già detto, Christian Bale e Casey Affleck, che avrebbero dovuto tenere un incontro con il pubblico oggi all’Auditorium, hanno disertato il Festival, lasciando Scott Cooper da solo. Non si fa così.

Tra gli altri film in concorso presentati oggi c’era il romeno “Quod erat demonstrandum” di Andrei Gruzsniczki (…quasi rimpiango lo spelling di McConaughey) e l’italiano “I corpi estranei” di Mirko Locatelli. Il primo è sì un po’ lento, ma ha stile, uno splendido bianco e nero e una regia solida alle spalle: ambientato nella Romania di Ceausescu, è una storia di intercettazioni, sottotrame politiche, impicci vari (un matematico vuole pubblicare la sua ricerca su una nota rivista americana senza il permesso del governo, causandogli non pochi problemi). Ad ogni modo è riuscito, cosa che a quanto pare non si può dire del primo film italiano in concorso, in cui Locatelli cerca di fare il terzo dei fratelli Dardenne (così dicono in molti, ma prendete queste voci per quello che sono). Passiamo ai sogni: “Patema Inverted” di Yasuhiro Yoshiura, film d’animazione giapponese in concorso nella sezione Alice nella Città, è una bellissima favola di fantascienza. Certo, fosse finita tra le mani di Miyazaki sarebbe potuto essere un capolavoro, ma tant’è. La storia non è tra le più semplici: la popolazione terrestre vive in un mondo sotterraneo, a causa di un esperimento fallito basato sull’inversione di gravità. Un giorno una ragazza, incuriosita dai racconti di un suo vecchio amico, va oltre la cosiddetta zona proibita, finendo su una parte di mondo in cui il popolo vive capovolto (e sotto il regime di una sorta di dittatura pseudo-militare). Qui incontra un giovane studente e insieme cercheranno di unire le due popolazioni. L’ho fatta semplice, ma la storia è ben più complessa, e senza dubbio ancora più interessante. Unico neo della proiezione l’ennesimo gruppo di studentelli cafoni, che hanno schiamazzato, urlato e fischiato per tutta la durata del film. Il grande problema di Alice nella Città è questo: è una sezione fatta per le scuole e per i ragazzi, ragazzi che spesso però non hanno nessuna voglia di vedere bei film, assuefatti alle stronzate mainstream che sono abituati a guardare. Scusate lo sfogo, ma quando ho sentito che durante la proiezione alcuni ragazzi hanno indossato le cuffie per ascoltare Eminem, mi sono cascate le braccia.

Torniamo ai film. Nella sua ultima proiezione il film dei Manetti (“Song e napule”, di cui abbiamo parlato domenica) fa registrare file chilometriche e sala stracolma di spettatori, spinti dall’ottimo passaparola (che ho contribuito personalmente ad alimentare). Altro film, presentato invece oggi ma comunque abbastanza apprezzato, è stato il francese “Je suis le mort” di Jean-Paul Salomé, in cui il protagonista accetta un lavoro come “morto”, nelle ricostruzioni delle scene del crimine da parte della polizia. La sua ossessione per ogni dettaglio impressiona la procuratrice magistrale e la aiuterà a risolvere un caso molto delicato. Io l’ho trovato carino, ma non manca chi l’ha definito “all’altezza di episodio di Don Matteo”. Cosa volete che vi dica. Ad ogni modo a chiudere questo quinto, intenso, giorno di Festival è arrivato il sangue di “The Green Inferno”, di Eli Roth (regista di “Hostel” e il celebre Orso Ebreo di “Bastardi senza gloria”). Il suo film, accolto un po’ freddamente dalla stampa, è una sorta di omaggio al celebre “Cannibal Holocaust” di Ruggero Deodato. Qui le vicende si svolgono in Perù, dove un gruppo di ragazzi, finiti in Sudamerica per impedire la distruzione di una parte della giungla, finiscono tra le mani di una tribù di cannibali. Disgusta un po’, come nelle intenzioni del regista, ma niente di più.

Grande fermento per domani: “Gods behaving badly” (in cui un gruppo di dei dell’Olimpo si ritrova intrappolato in un appartamento di Manhattan) potrebbe essere la sorpresa del giorno, segnato dalla presenza di Wes Anderson all’Auditorium, che terrà nel pomeriggio un incontro con il pubblico. Atteso con curiosità anche l’arrivo di Daniel Pennac, che insieme al regista Nicolas Bary presenterà “Il paradiso degli orchi”, il film tratto dal primo romanzo della saga di Belleville (che vi consiglio vivamente di leggere, perché è qualcosa di meraviglioso). Ora, se permettete, mi butto a dormire. A domani.

Festival di Roma 2013 (Giorno 3): Joaquin Phoenix protagonista assoluto

Quanto ci piace il Festival quest’anno! Oggi è stata probabilmente la giornata più attesa, con l’arrivo all’Auditorium di Spike Jonze, Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson, regista e protagonisti del bellissimo “Her”, romantico, malinconico, sincero. Se ieri stavamo tutti dicendo che “Dallas Buyers Club” era il favorito per la vittoria finale, oggi c’è un nuovo grande nome. Il film di Jonze ha strappato lacrime e applausi, e probabilmente entrerà nella storia del Festival grazie ad una delle conferenze stampa più memorabili della storia della rassegna romana (ma di questo vi parlerò tra poco). Nel futuro iper-tecnologico di “Her” l’introverso Theodore non riesce ad accettare il divorzio dalla moglie che ama. Il nuovo sistema operativo del suo computer, Samantha (la voce è di Scarlett Johansson), lo ascolta e lo consiglia. I due, assurdo a dirsi, si innamorano. Nella testa e nelle idee di Spike Jonze c’è tutta la magia del cinema, gli applausi non solo sono più che meritati, ma addirittura doverosi. Da segnalare inoltre una colonna sonora indie dove, ad orecchio, ho avuto l’impressione di riconoscere anche gli Arcade Fire (per cui Jonze ha diretto alcuni video all’epoca dello splendido “The Suburbs”). La conferenza stampa, come dicevo, è stata memorabile: come previsto Scarlett Johansson si è presentata solo in serata per il red carpet, lasciando a Jonze, Phoenix e all’attrice Rooney Mara il compito di rispondere alle domande dei giornalisti. Ore 15.15, inizio del Joaquin Phoenix show. L’attore statunitense, da sempre un po’ sopra le righe, ride continuamente, scherza, si accende una sigaretta, non risponde alle domande borbottando una serie di sorridenti “fuck!”, chiama l’applauso del pubblico e dà l’impressione di divertirsi da matti. Noi abbiamo riso a crepapelle: “è valso la pena perdersi il primo tempo di Roma-Sassuolo”, dice qualcuno (ok, va bene lo ammetto, l’ho detto io). Da aggiungere che il nostro amato Phoenix si è poi presentato sul tappeto rosso in smoking e Converse All Star ai piedi. Idolo.

Ma la giornata non è finita qui. La grande sorpresa del Festival è il nuovo film dei Manetti Bros, “Song e’ Napule”, probabilmente il miglior film realizzato dai fratelli registi in tanti anni di onorata carriera. Il vero colpo di genio del Festival: spassoso, appassionante, il tanto atteso ritorno del “poliziottesco all’italiana”. In una Napoli un po’ grigia ma sempre rumorosa il talentuoso pianista Paco Stillo accetta un comodo lavoro in polizia. Ben presto il suo talento verrà però usato dal commissario per infiltrare il giovane pianista nella band del cantante neomelodico Lollo Love: il gruppo si esibirà in un matrimonio al quale parteciperà l’introvabile latitante della camorra Ciro Serracane. Risate a non finire, una Napoli reale e al tempo stesso assurda. Un applauso ai Manetti, gli unici in Italia ad avere il coraggio di proporre un cinema di genere, divertendo e divertendosi. Da non perdere.

Andiamo avanti: oggi è stata anche la giornata di “Metegol”, il nuovo film di Juan Josè Campanella. Davvero curioso vedere il regista del premio Oscar “Il segreto dei suoi occhi” alle prese con un film d’animazione per i più piccoli, ma l’argentino ha colpito ancora nel segno. “Metegol” si apre con una splendida citazione di “2001 Odissea nello Spazio”, in cui le scimmie preistoriche inventano il calcio giocando con il teschio di un animale. Nello stacco tra teschio e pallone arriviamo ai giorni nostri, in cui un padre racconta al proprio figlio la storia della sua cittadina. Nel film di Campanella tutto è possibile: i calciatori di un vecchio calciobalilla (Metegol, appunto, in spagnolo) prendono vita per salvare il paese da un calciatore ricco e vendicativo, che vuole raderlo al suolo per chiudere i conti con una sconfitta subita da bambino. Che bello ascoltare le risate dei più piccoli durante la proiezione, rovinata a mio parere dal 3D (i sottotitoli non sfruttavano la stessa tecnologia, il risultato è che i miei occhi stanno ancora chiedendo pietà).

Per il resto oggi sono stati presentati altri due film in concorso: il brasiliano “Entre nos” di Paulo e Pedro Morelli (definito “una legnata” da più di un collega) e la supercazzola portoghese “A vida invisivel”, di Victor Gonçalves. Per quanto riguarda Alice è arrivato a Roma il documentario realizzato da Marc Silver e Gael Garcia Bernal, “Who is Dayani Cristal?”, di cui abbiamo parlato meglio in questa recensione. E domani? Domani è un altro giorno, ora lasciatemi riposare un po’.

Spike Jonze e Joaquin Phoenix

Rooney Mara e Joaquin Phoenix

Joaquin Phoenix

Pensieri sparsi dopo il concerto degli Smashing Pumpkins (Rock in Roma 2013)

Tanti anni fa, quando davvero amavo gli Smashing Pumpkins, ero giovane e malinconico. Adesso li amo un po’ meno perché sono meno giovane e un po’ più felice. Però sono comunque andato per la terza volta a sentirli in concerto, perché Billy Corgan è stato uno dei migliori amici della mia adolescenza, e io non dimentico gli amici. È stato strano cantare la rabbia di “Bullet with butterfly wings” senza essere più arrabbiato con il mondo, e ancor più strano urlare le strofe di “Zero” ora che non mi sento più l’ultimo degli stronzi. “Disarm” mi ha ricordato i tempi di Napster e delle prime strimpellate con la chitarra, “Stand inside your love” antichi desideri appassiti da anni e anni. Infine “Tonight, tonight” mi ha riportato indietro a quei meravigliosi e orribili anni 90, che nessuno ci restituirà, anche perché vedere Billy Corgan con la panza è forsa la cosa che più di tutte mi fa sentire vecchio. Ma non così vecchio, in fondo. Erano bei tempi dopotutto, ma anche il presente non è affatto male: ora che sono meno giovane e un po’ più felice posso ascoltare gli Smashing Pumpkins senza preoccuparmi di avere tutto il peso del mondo sulle spalle. E questa è una buona cosa.

Smashing Pumpkins 2013 023