Top 20 – I migliori film del 2017

E anche il 2017 è volato via… Un altro anno pieno di cinema, di immagini, di piccole e grandi emozioni. Siamo stati comodamente seduti sulla poltroncina del cinema, tuttavia, seppur immobili, abbiamo cantato, ballato e pianto nella città delle stelle, abbiamo sentito il freddo gelido del Massachusetts, riscoperto le vie della Forza, comunicato con intelligenze superiori e provato davvero ogni genere di emozione. Come da tradizione, ecco la classifica dei miei migliori film dell’anno, stilata in base alle pellicole uscite nelle sale italiane nel 2017: è sempre bene ripetere che si tratta di una classifica che riflette i gusti personali del sottoscritto e non pretende di ergersi come verità assoluta per ciò che riguarda il cinema di quest’anno solare. Si tratta di una classifica di emozioni, piuttosto che di film, da queste parti siamo fatti così. Premesso ciò, voi che titoli avreste inserito?

1. La La Land (Damien Chazelle)
LaLaLand

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 1

E anche quest’anno siamo qui. Nel 2006, quando tutto questo cominciava, indossavo il mio primo pass da fresco Campione del Mondo (“Andiamo a Berlino, Beppe!”), Totti aveva appena compiuto 30 anni, io stavo cominciando la specialistica all’università e nessun mio amico era ancora sposato o aveva figli. Mamma mia. Ora, arrivato alla dodicesima edizione, mi rendo conto di quanto in fretta sia passato il tempo e soprattutto mi giunge la consapevolezza che invece di trovarmi un lavoro vero sto ancora qui all’Auditorium, a scattare foto e guardare film. Prima o poi pagherò caro tutto questo, io già lo so. Nel frattempo, eccomi qua, a raccontarvi la dodicesima Festa del Cinema di Roma come nessun altro (per vostra fortuna).

Come ogni anno (o almeno, come ogni anno da quando non vivo più a due passi dall’Auditorium, ma dall’altra parte di Roma) prendere i mezzi per arrivare al Parco della Musica ti fa capire che, comunque vada, non ci sarà mai nessun film tanto brutto quanto fare il cambio della metro a Termini, soprattutto da quando l’Atac ha deciso di ridurre le corse della metropolitana (grazie, senza di voi non saprei proprio di che lamentarmi). Va bene, ho già scritto decine di righe e non ho ancora cominciato a parlare di cinema: se avete resistito fin qua vi assicuro che d’ora in poi la strada sarà in discesa.

Ore 11: primo film del primo giorno, sempre una grande emozione ricordarsi quanto siano scomodi i seggiolini della Sala Petrassi (grazie Renzo Piano). Dopo aver ritirato il pass e aver abbracciato qualche amico che durante l’anno purtroppo vedo troppo poco, eccoci davanti allo schermo per “Hostiles”, di Scott Cooper. Posso dire subito che si tratta di un buon inizio per il Festival e Cooper può sperare anche nella tradizione: lo scorso anno ad aprire ci fu “Moonlight”, che qualche mese dopo vinse l’Oscar per il Miglior Film (oltre che quello per il migliore scippo). Christian Bale è un capitano di fanteria americano che ha sempre messo passione nel suo lavoro, ovvero uccidere gli indiani (siamo nel 1892): essendo uno dei migliori soldati a disposizione, i suoi capi gli affidano il compito di riportare un’importante famiglia di nativi nelle loro terre, nel Montana. Questi escono ora di prigione dopo sette anni e Bale, che li vorrebbe sgozzare nel sonno un giorno sì e l’altro pure, è costretto ad accettare l’incarico. La convivenza forzata tra la famiglia di Yellow Hawk (il nativo) e la squadra di Christian Bale si trasforma, lungo la strada, in un’amicizia segnata da stima e rispetto reciproco, anche perché gli ostacoli non saranno pochi. Lungo il cammino raccattano pure Rosamund Pike, rimasta vedova proprio a causa di un gruppo di indiani, che sarà fondamentale per la trasformazione psicologica del Capitano Bale. Un buon film dicevamo, anche se, dopo un capolavoro come “Balla coi Lupi”, ogni tentativo di raccontare una storia di convivenza tra soldati e nativi americani deve comunque fare i conti con il miglior film possibile sull’argomento.

All’uscita della sala ci cascano addosso due brutte notizie, una dopo l’altra: la prima è che è saltata la conferenza stampa di Christoph Waltz, motivo per cui per incontrarlo dovrò sperare in qualche posto libero in sala durante la chiacchierata con il pubblico. La seconda notizia, una tragedia, è che Karsdorp si è rotto il legamento crociato (ok, capisco che la cosa non sia strettamente cinematografica, ma se leggete questo blog da un po’ di tempo saprete bene che la mia vita da cinefilo è inevitabilmente contaminata dalla mia vita da tifoso, la mia vita da musicofilo, la mia vita da fotografo, la mia vita da cazzeggio e tutte le altre). Saltato Waltz, oltre al crociato del buon Rick, ho ripiegato sulla conferenza stampa di “Hostiles”. Rosamund Pike si è messa addosso il red carpet, un lungo vestito rosso infatti la mimetizzava con le poltrone.

Nel pomeriggio, in parte a causa di un abbiocco psicologico post-pranzo, ho saltato la proiezione del film d’animazione “The Breadwinner”, prodotto da Angelina Jolie. In compenso ho saputo dalle vecchie care voci di corridoio che si tratta di un buon film (e che durante la proiezione nella nuovissima Sala Google si aggirava un piccione in volo). Alle 17.10 circa è arrivato Christoph Waltz, con il suo sorriso di ghiaccio e il suo faccione allegro: veniva davvero voglia di offrigli un bicchiere di latte fresco (o al massimo uno strudel con panna). Il primo caso del Festival è avvenuto all’ingresso della sala, con alcune persone dotate di biglietto (arrivate però in ritardo) costrette a restare fuori poiché la sala era ormai piena. Qualcosa che nei prossimi giorni andrà sistemata, perché chi compra il biglietto non può restare fuori, no? Tra le altre cose anche io ho cercato di ottenere un biglietto dall’ufficio stampa del Festival ma appena l’ho avuto hanno chiuso l’ingresso in sala, che culo. Mi sono fatto una risata, anche perché l’alternativa era mettersi in fila con gli accreditati, una fila che arrivava dalle parti di Ponte Milvio. Per fortuna che in tutto questo tran tran ho rimediato un pezzo di torta di mela, quindi siamo riusciti comunque a dare un senso al pomeriggio.

Per passare il tempo in attesa della mia proiezione serale ho camminato su e giù per l’Auditorium: ho visto un tizio travestito da Donald Trump (mi dicono dalla regia che era un inviato di Striscia la notizia), un ragazzo suonare “Bohemian Rhapsody” al pianoforte dell’ingresso (messo là a disposizione di tutti, o almeno di chi lo sa suonare), ho fatto merenda con un cappuccino da Tiffany (ovvero il bar stesso, praticamente una gioielleria visti i prezzi) e dunque mi sono appostato sul Red Carpet per la passerella di “Hostiles”, anche perché Rosamund Pike chissà quando mi capiterà di rivederla (mi innamorai di lei ne “La versione di Barney”, ma dopo “Gone Girl” l’ho esclusa dalla lista delle donne della mia vita, dovrà farsene una ragione).

Finalmente alle 19.30 riesco a vedere un altro film. Si tratta dell’argentino “Nadie nos mira”, di Julia Solomonoff. Sono rimasto sconcertato: hanno cambiato l’interno del Teatro Studio (a voi che leggete tutto ciò interesserà poco, ma vi assicuro che ai tempi dell’università questa era la nostra sala preferita, soprattutto perché in ultima fila c’era la ringhiera poggia testa). Sala a parte, il film si avvale della classica malinconia del cinema argentino, cosa che personalmente mi piace tantissimo. Un attore, celebre in patria per una telenovela di successo, si trasferisce a New York per cercare di sfondare nel cinema che conta. Qui la verità è però amara: Nico è costretto a sbarcare il lunario lavorando come cameriere e come baby sitter, cercando di nascondere il suo fallimento ad amici e parenti, ma soprattutto deve cercare la propria pace interiore (aah, l’amour). Insomma, non sarà un grandissimo film, ma ha quel non so che di indipendente mischiato a quel velo di tristezza tutto argentino che a me muove sempre qualcosa. Cresce lentamente e alla fine capisci che ne è valsa la pena restare all’Auditorium fino alle 9.

Lo so, oggi ho scritto un papiro lunghissimo e non so quanti di voi abbiano avuto il coraggio di arrivare fino in fondo. Cercate di capire, è il primo giorno. Domani c’è Xavier Dolan ma soprattutto c’è lo sciopero dei mezzi e sarò costretto ad uscire di casa prima dell’apocalisse. Dimenticavo: potrebbe anche piovere. A domani.

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Photo credits: Alessio Trerotoli

Recensione “It” (2017)

Ma quanto lo abbiamo aspettato questo film? Noi che nel 1990 eravamo bambini, noi che non abbiamo dormito per colpa di Pennywise, noi che siamo stati costretti per tutta la vita a mantenere le distanze dai clown e dai palloncini rossi. E poi noi che, una volta cresciuti magari abbiamo deciso di affrontare il libro. Noi che lo abbiamo amato. Noi che avevamo bisogno di una vera trasposizione di “It” per il cinema. Quel giorno è arrivato: Pennywise è finalmente qui, nei cinema di tutto il Paese, pronto a rovinare i sonni di tanti ragazzini che oggi hanno l’età che avevamo noi ventisette anni fa…

Estate 1988. Nella cittadina di Derry molti bambini stanno sparendo nel nulla. Un gruppo di outsider, i cosiddetti “perdenti”, si mette sulle tracce dell’assassino, il mostruoso pagliaccio Pennywise, che si sveglia ogni 27 anni per nutrirsi delle paure (e della carne) dei bambini. Tra bulli pericolosi e genitori problematici, i sette ragazzi dovranno fronteggiare tutte le loro paure e, insieme, affrontare il mostro.

Allora? Com’è questo “It”? Riuscito, senza dubbio. Forse resterà deluso chi si aspettava un horror nel vero senso della parola, perché questo film è soprattutto un’avventura. L’avventura di un gruppo di ragazzini che amano stare insieme, che insieme affrontano le loro paure più grandi e, sempre insieme, crescono. Una storia di formazione puntellata da palloncini rossi e da qualche spavento. Andres Muschietti ha studiato bene il romanzo di Stephen King e sembra conoscere bene l’immaginario degli anni 80: questo film è un po’ figlio dell’effetto nostalgia scatenato lo scorso anno da “Stranger Things”, che a sua volta è figlio del romanzo di Stephen King. Dopo tanti decenni di astinenza, è bellissimo ritrovare questi film con un gruppo di ragazzini in bicicletta, pronti a vivere l’estate più lunga ed indimenticabile delle loro vite. Il clown in tutto ciò si erge ad antagonista perfetto, anche se imperfetto nel suo “non essere” Tim Curry (concedetemi questo momento di nostalgica evidenza). Pennywise, che nella storia è un mostro assassino, a livello simbolico può rappresentare la paura di diventare grandi, il bisogno di liberarsi da genitori violenti oppure opprimenti, di scrollarsi di dosso la malinconica solitudine adolescenziale, l’irrazionale terrore per il cambiamento che trova rifugio nell’amicizia, talvolta nell’amore. E così ci abbandoniamo anche noi, ultra-trentenni fin troppo cresciuti, seduti per un paio d’ore a rivivere quella magica età dove tutto sembrava enorme, spaventoso e, probabilmente, bellissimo.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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Twin Peaks 2017: Let’s Rock (Episodio 12)

In questa nuova puntata c’è tanta carne al fuoco, tante piccole scene che invece di dissipare qualche dubbio ci creano nuovi interrogativi. Lo spettatore più esigente sarà stanco di tutte queste lungaggini, ma l’impressione è che Lynch voglia tirare la storia per le lunghe, fino alla fine della stagione. A me sta bene così. Di certo la prima cosa che viene in mente nel veder scorrere i titoli di coda è: quant’è strano guardare un episodio di Twin Peaks senza Kyle MacLachlan (a parte una scena della durata di cinque secondi). Ormai siamo abituati a qualunque stranezza che riusciamo a godere di Twin Peaks con qualunque personaggio, in qualunque ambiente.

La puntata comincia con un bello spiegone di Albert a proposito dei casi “Rosa Blu”. Se avete visto recentemente “Fuoco cammina con me” (e avreste dovuto farlo, per capire qualcosa di questa stagione) sapete che con questo codice l’FBI si riferisce a quei casi in cui c’è di mezzo il sovrannaturale. Per questo è stato creato il reparto Blue Rose, con a capo Phillip Jeffreys (che era interpretato da David Bowie). Al servizio di Jeffreys furono impiegati soltanto tre agenti: Albert, Cooper e Chet Desmond (sparito nel nulla mentre indagava sul caso Teresa Banks nel parcheggio per camper di Carl, che abbiamo visto molte volte in questa stagione). Albert fa giustamente notare che è l’unico dei quattro membri della squadra a non essere sparito, motivo per cui l’FBI non ha fatto trapelare informazioni a proposito di questa task force. Finora, perché ad ascoltare tutta questa storia è Tammy, che viene invitata ad entrare nella squadra. La ragazza accetta con entusiasmo. Poco dopo entra in scena, da un tendone rosso che ci ricorda ben altri luoghi, la solita enigmatica Diane. Albert e Gordon le offrono un lavoro, oltre all’occasione di capire che cosa è successo al suo amico Cooper. La donna accetta usando un’espressione piuttosto simbolica: “Let’s Rock!” (termine usato dal Nano – The Man From Another Place – nella Loggia Nera durante il sogno di Cooper e soprattutto il messaggio lasciato su un camper subito dopo la sparizione di Chet Desmond in “Fuoco cammina con me”).

Passiamo a Twin Peaks: qualche secondo con Jerry Horne stralunato, tanto per non farcelo mancare, quindi la scena si sposta in un supermercato. Qui c’è Sarah Palmer che compra bottiglie di alcolici fino a ritrovarsi in preda ad una visione. Attacca i cassieri dicendo che devono stare attenti e affermando molte altre cose un po’ sibilline: “La tua stanza sembra diversa e degli uomini stanno arrivando. Possono succedere delle cose! A me sono successe delle cose…”. Gli uomini di cui parla la madre di Laura sono probabilmente gli uomini neri (i barboni, i woodsmen o come vogliamo chiamarli): erano stati creati dentro un minimarket e il fatto di trovarci in un supermercato potrebbe essere simbolico. Subito dopo qualche scambio di battute tra Carl e un suo inquilino, prima di trasferire la scena a Las Vegas, dove il figlio di Dougie lancia una palla da baseball verso il padre, colpendolo su una spalla.

Torniamo a Twin Peaks, che è meglio. Una casa inconfondibile domina l’inquadratura: è la casa dei Palmer. Hawk si reca a far visita a Sarah, per capirne di più sulla sua scenata al supermercato. I due parlano sulla soglia, la donna dice di star bene adesso, poi si sentono dei rumori dentro casa e Hawk si insospettisce e domanda se in casa c’è qualcuno. Sarah sembra stia nascondendo qualcosa, anche se afferma che si tratta di semplici rumori in cucina (sta mentendo, cazzarola!): “è una stramaledetta brutta faccenda, non è vero, Hawk?”. La signora Palmer sembra di nuovo in piena crisi, ma subito dopo si calma e congeda il vice-sceriffo. Che donna inquietante (e che attrice straordinaria).

Breve panoramica su Miriam in terapia intensiva (non devo ripetere ogni volta chi sono i personaggi, vero? Miriam era la testimone oculare dell’incidente in cui Richard ha investito il bambino, mandata all’ospedale dallo stesso Richard, il quale ha tentato di ucciderla un paio di puntate fa), quindi andiamo in South Dakota, dove Diane si messaggia con Mr C (il Cooper malvagio, come abbiamo spiegato qui): “Las Vegas?”, chiede lui, “Non l’hanno ancora chiesto”, replica lei. Las Vegas! Dougie! Quindi Mr C pensa che l’FBI sia già a conoscenza dell’esistenza di Dougie. Altro cambio di scena, torniamo a Twin Peaks: lo sceriffo Truman va da Ben Horne per riferirgli che suo nipote ha ucciso il bambino (quindi Miriam è riuscita a denunciarlo, evvai!). La prima cosa che vedo in questa scena è il portachiavi verde della stanza 315: presumo che Ben, dopo le cattive notizie, sposterà la conversazione su Cooper. E così è! Il direttore del Great Northern consegna allo sceriffo le chiavi, ricevute per posta qualche puntata fa, lasciando Truman molto sorpreso dai collegamenti che si stanno creando negli ultimi episodi. Poi Ben, una volta salutato lo sceriffo, parla a Beverly di suo nipote Richard, dicendo che è cresciuto senza un padre (ma tanto si è capito che ad ingravidare Audrey è stato Cooper cattivo, è inutile che date altri indizi).

South Dakota, again, Gordon Cole è intento a bere bordeaux con una gattina francese, quando Albert lo interrompe. Il serioso agente racconta dei messaggi tra Diane e il misterioso interlocutore, domandandosi insieme a Gordon cosa dovrebbero chiedere a Diane a proposito di Las Vegas. Lo scopriremo, nel frattempo Cole vorrebbe tornare a bere vino con la signorina di prima. Albert resta impassibile: “Albert, certe volte mi preoccupo tantissimo per te” (ma come facevano durante le riprese a non ridere questi due fenomeni? Sono stupendi). Nel frattempo Tim Roth, in compagnia di Jennifer Jason Leigh, fa fuori il direttore del carcere del South Dakota (l’ho capito leggendo il nome sui titoli di coda, se no chi se lo ricordava…).

Altra scena: Jacoby, nelle vesti di Beppe Grillo, lancia una delle sue invettive televisive contro la società. Nadine, come al solito, è estasiata. Subito dopo c’è un’entrata in scena totalmente inaspettata: Audrey Horne (!!!) è in piedi davanti ad un camino e sembra arrabbiata. La sua entrata in scena non è cool come quella di Diane ad inizio stagione, anzi, sembra che Audrey non sia mai andata via. Lynch continua a prenderci per i fondelli: ci ha fatto desiderare il ritorno di Audrey per dodici puntate e poi ce la propone così, all’improvviso, in una scena del tutto inaspettata. Dietro ad una grossa scrivania c’è un nano, che è suo marito (!!!). Lei è infuriata, perché vuole convincere Charlie (il marito) a venire con lei per cercare un certo Billy, che a quanto pare è il suo amante. L’uomo parla di un accordo che ha stipulato con Audrey: “Rinunceresti al nostro contratto? Rinnegheresti un contratto?” (non credo sia il contratto matrimoniale, anche se questo matrimonio deve far parte di un qualche strano accordo tra i due, ma magari mi sbaglio). Audrey fa un sacco di nomi (Billy, Paul, Tina) e noi ci chiediamo cosa stia succedendo: Lynch mette altra carne al fuoco quando mancano solo sei puntate? L’uomo alla fine fa una telefonata per scoprire cosa è successo a Billy, parla con questa Tina e dalla conversazione sembrano emergere notizie sensazionali. Audrey è sbalordita, vuole saperne di più e anche noi, ma purtroppo la scena si interrompe prima che possiamo capirci qualcosa. Si parla comunque di un camion di cui Billy e proprietario: forse si tratta del tizio spaventatissimo interrogato da Andy e poi sparito nel nulla? Quello a cui Richard aveva preso il camion con il quale aveva investito il bambino (cfr. Episodio 7)? Boh. Il punto è: noi siamo Audrey: sbuffiamo, vogliamo capirci qualcosa ma non possiamo. Lynch è Charlie: sa tutto e non ce lo dice.

Stacco su Diane. Al bar dell’albergo la donna digita le coordinate che aveva visto sulla foto del braccio di Ruth Davenport: indovinate un po’ che luogo indicano quelle coordinate? Ovviamente la nostra Twin Peaks. Proprio qui, come al solito, va a terminare la puntata: due ragazze bevono Heineken e parlano di una loro amica, del tizio con cui esce e di varie frivolezze, anche se il tutto è avvolto da uno strano alone: qualcosa sta per succedere. Per ora non ne sappiamo di più, speriamo vivamente di avere qualche risposta in più tra sette giorni, ma tanto sappiamo già che non l’avremo. Buonanotte.

Sherilyn Fenn in a still from Twin Peaks. Photo: Courtesy of SHOWTIME

Twin Peaks 2017: il ritorno di David Lynch (Episodio 1-2)

“Twin Peaks” è tornato. Sembra incredibile a pensarci, ma dopo 25 anni abbiamo nuovamente la possibilità di parlare di una nuova stagione di una delle serie più amate della storia della tv. E così sono passati 25 anni. Io ero un ragazzino allora, adesso sono più o meno un adulto. Ho meno capelli ma in compenso oggi esiste Internet e fortunatamente ho un blog sul quale poter scrivere queste righe: per la prima volta nella storia di “Una vita da Cinefilo” ci sarà, settimana dopo settimana, una recensione per ogni puntata di questo nuovo Twin Peaks. Appuntamento dunque ogni sette giorni, tra lunedì e martedì, con un’analisi sulla puntata appena uscita, con considerazioni a caldo e teorie varie ed eventuali. Mi aspetto la vostra partecipazione nei commenti, qui e su Facebook. Neanche a dirlo, tutto ciò che leggerete dopo l’immagine di Laura Palmer è assolutamente pieno di spoiler. “Let’s Rock!”.

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EPISODIO 1 e 2
L’attesa finalmente è finita. La prima cosa che viene in mente è senza dubbio questa: le prime due ore di questo nuovo show ci regalano tanto David Lynch e forse poco “Twin Peaks”, come ci si poteva in fondo aspettare. Tra le cose più belle possiamo senza dubbio festeggiare il fatto che i misteri non manchino mai: nella Loggia Nera troviamo il Gigante che annuncia a Cooper il ritorno di Laura Palmer (“è nella nostra casa ora”), prima di consegnargli un nuovo enigma: “Ricordati: 430. Richard e Linda. Due piccioni con una fava” (???). Ho amato molto la comparsa di Leland Palmer che chiede a Cooper di trovare Laura (richiesta interessantissima a mio parere, anche perché Laura è sparita dalla Loggia, risucchiata chissà dove). E poi facciamo la conoscenza del braccio di Mike (cioè il Nano delle prime due stagioni), che si è evoluto in una sorta di albero senziente e parlante. Nel mondo reale sembra interessante la storia del preside della scuola di Buckhorn, posseduto da un demone che gli fa prima uccidere una donna per poi sparire non potendo più sfruttare il suo ospite, ormai sotto la custodia della polizia (come fece Bob con Leland, per capirci). L’esperimento di New York  è un altro mistero decisamente intrigante: cosa era quella “cosa” che esce fuori dal box durante la scena di sesso (sesso e morte in Lynch e in Twin Peaks vanno di pari passo)? Inoltre, il ritorno di Laura Palmer nella Loggia Nera è piuttosto emozionante (“Salve Agente Cooper, lei può uscire adesso”), ma soprattutto: dove diavolo è finita? Ovviamente sono da apprezzare le piccole comparse dei vecchi personaggi che dal punto di vista dell’effetto nostalgia fanno bene il loro dovere (in particolare Lucy nella stazione di polizia, le ricerche di Hawk, le osservazioni sempre ermetiche della Signora Ceppo e Sarah Palmer intenta a fumare mentre guarda un sanguinoso documentario naturalistico). Le premesse sono piuttosto interessanti.

Tra le cose meno belle non posso non citare la mancanza di quell’atmosfera che aveva reso “Twin Peaks” quello che è: un mix di kitsch, grottesco e surreale, immerso in colori vividi, illuminazioni enigmatiche e cariche di ansia. Mi ha deluso molto l’uso del digitale nella Loggia Nera: sia le tende che i pavimenti sono stati ricostruiti al computer e, rispetto alla scenografia della serie originale, non essendo reali non riescono a trasmettere quella stessa sensazione di pericolo e di tangibile disagio che avevamo provato nel finale della seconda stagione. Altra grave mancanza: la colonna sonora è quasi assente, manca totalmente quel sound pressoché unico che contribuiva a creare l’atmosfera di cui sopra (a parte la canzone nel finale). Inoltre non ho molto amato il doppelganger di Cooper, giustamente spietato ma troppo appariscente: Bob sapeva essere molto più discreto. Su questo fronte mi aspetto comunque sviluppi interessanti, mi riservo dunque il giudizio su questo personaggio più avanti.

In conclusione il potenziale per una bella stagione c’è: il pilota non poteva certamente avere la carica esplosiva ed emozionale della prima puntata della prima stagione, ma ci sono molti elementi che promettono grandi cose, oltre ad alcuni momenti di grande tensione, che fanno letteralmente affondare le unghie nel divano (o sul letto, o dovunque l’abbiate vista). “Si tratta del futuro oppure si tratta del passato”? La domanda di Mike, nella Loggia Nera, non può non farci pensare a questa nuova stagione: sarà “Twin Peaks” come lo conosciamo, o qualcosa di totalmente nuovo?

Vai alla recensione degli episodi 3 e 4

I film più attesi del 2017

Il 2016 sta finendo e a quanto pare non abbiamo lasciato niente in sospeso: la classifica del film più belli del 2016 l’abbiamo fatta. Siamo sopravvissuti al Natale. Ora la testa è già proiettata al nuovo anno, ai nuovi film che vedremo, alle nuove emozioni che proveremo. Soltanto il fatto che nel 2017 vedremo un nuovo episodio di Star Wars basta a rendere speciale l’attesa per l’anno che verrà. Vediamo un po’ quali altri film attendono di arrivare ai nostri occhi. Avvertenza: questa lista contiene potenziali capolavori.

Il Cliente: Asghar Farhadi torna con un film bellissimo (l’ho già visto, lo posso dire). Molto probabile la sua presenza nella prossima Top20. Da vedere.

The Founder: Michael Keaton dopo Birdman ha rilanciato la sua carriera. Prima “Spotlight”, ora un personaggio che odora di nomination all’Oscar: il fondatore di Mc Donald’s. Si parla di grande film.

Silence: Martin Scorsese. What else?

Arrival: Aspetto questo film con un’ansia spasmodica. Adoro il cinema di Villenevue e dopo i commenti letti dopo Venezia, questo è uno dei tre film che aspetto di più nel 2017. Già so che mi piacerà.

La La Land: Vedi sopra. Dopo Venezia è cominciata una campagna a favore di questo film che mi ha creato delle aspettative enormi. Il regista è quello di “Whiplash”, primo indizio. Il protagonista è Ryan Gosling, secondo indizio. La protagonista è Emma Stone, terzo indizio. Tre indizi, si sa, fanno una prova.

Jackie: Non credo esista un film di Pablo Larrain che non sia bellissimo. A tutto ciò aggiungete Natalie Portman in profumo di Oscar.

Manchester by the sea: Il film più bello che ho visto quest’anno alla Festa del Cinema di Roma. Non vedo l’ora di rivederlo.

Vi presento Toni Erdmann: Applauditissimo al Festival di Cannes, ha l’aria di essere un film divertente e al tempo stesso bellissimo. Grandi aspettative.

Victoria e Abdul: I film di Stephen Frears meritano sempre una capatina al cinema. Questo non dovrebbe fare eccezione.

Trainspotting 2: Paura e al tempo stesso curiosità. Speriamo bene, ma sarà comunque una bella reunion di vecchi amici.

It: Tanta curiosità. Il libro è un capolavoro, il film tv del 1990 non ha superato proprio bene la prova del tempo. Vediamo cosa saranno riusciti a fare adesso.

Rosso Istanbul: Il nuovo film di Ozpetek. Il titolo mi intriga molto.

Blade Runner 2049: Villeneuve, Gosling, Ford. Che attesa. Che ve lo dico a fare.

Star Wars Episodio VIII: Che ve lo dico a fare proprio.

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