Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Recensione “Ella & John” (“The Leisure Seeker”, 2017)

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“Scambierei tutti i miei domani per un singolo ieri” cantava Janis Joplin nell’indimenticabile “Me and Bobby McGee”, canzone portante del primo lavoro in lingua inglese di Paolo Virzì. Ed è un po’ quello che cercano di fare Helen Mirren e Donald Sutherland, la Ella e il John del titolo, tentando di allontanarsi  dagli inevitabili problemi della terza età per ritrovare la libertà e la leggerezza della loro gioventù. Non credo di esagerare nell’affermare che è appena diventato il mio film preferito del regista toscano, in quanto una sorta di summa del suo cinema: c’è ironia e leggerezza, vitalità, ma al tempo stesso dramma, nostalgia, malinconia. Soprattutto c’è amore, tantissimo amore.

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Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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Recensione “Shining” (“The Shining”, 1980)

1980: la paura. Stanley Kubrick per la prima volta affronta il genere horror prendendo spunto dal romanzo omonimo di Stephen King, stravolgendolo secondo la propria sensibilità e il proprio stile, dando così vita ad un capolavoro di terrore e di angoscia. Fino ad allora in molti film horror la famiglia ha rappresentato il punto di unione tra le cosiddette vittime della storia, il punto di forza sul quale far leva per vedere la luce: “Shining” al contrario mostra il male come elemento interno alla famiglia, e quel che peggio, provenire dal suo patriarca, Jack, il vero sostentamento di un nucleo familiare in difficoltà. Qui nasce la paura: dal disgregamento del nucleo familiare, un terrore graduale, sempre più dirompente, che ha trasformato Jack Torrance in un’icona cinematografica del male. Stephen King ha creato l’Overlook Hotel, il lavoro di custode invernale per uno scrittore fallito (Jack, appunto), i fantasmi di un passato di sangue che ritorna e lo shining, un potere paranormale che mette in allarme il piccolo Danny dalla follia omicida del padre. Kubrick ha fatto il resto (scatenando le ire dello stesso King): ha preso una famiglia e l’ha resa qualcosa di spaventoso, ha preso un corridoio e l’ha fatto diventare un topos del genere horror, ha preso un giardino e l’ha trasformato in un labirinto. Infine, ha preso un soggetto e l’ha reso un capolavoro.

Jack Torrance trova lavoro come custode invernale presso un albergo isolato tra le montagne rocciose, occupazione ideale per scrivere il suo libro nel totale silenzio. Si trasferisce così all’Overlook Hotel in compagnia della moglie Wendy e del piccolo Danny. Il silenzio dell’albergo e dei fantasmi del passato libera la pazzia di Jack: la febbre da chiuso sgretola l’amore per la famiglia, lasciando emergere la furia omicida del padre. La piccola famiglia, braccata dallo spaventoso ghigno di Jack, rende Wendy una madre forte e Danny un moderno Pollicino, dove le briciole di pane sono sostituite da impronte sulla neve.

Il cinema americano trova così un nuovo tipo di famiglia, mette da parte il modello sorridente alla Frank Capra, e ne scopre invece i lati più oscuri, dove il padre non è più colui che difende, il baluardo dietro al quale rifugiarsi dalle intemperie, ma la minaccia più pericolosa, il lupo cattivo di una favola terrificante. La società americana, minacciata dall’accetta di Jack Torrance, comincia a capire che il sogno americano si sta lentamente trasformando in un incubo. “Shining” torna finalmente su grande schermo il 31 ottobre e l’1 e 2 novembre, preceduto dal cortometraggio “Work and Play”, distribuito al cinema da Nexo Digital. Un film che, anche se visto mille volte, vale sempre la pena rivedere in sala.

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Capitolo 219

Il grande freddo se n’è andato, al suo posto una piccola primavera invernale, che ci accompagnerà per mano verso la notte degli Oscar. A proposito di Oscar, febbraio è un periodo splendido per andare al cinema: c’è davvero tanto da vedere e se c’è una cosa che amo molto è prendermi un po’ di tempo per me stesso e andarmene al cinema da solo, in centro magari, per poi annettere all’esperienza cinematografica una bella passeggiata per Roma. Ma sto divagando. Dunque, a parte un paio di sortite in sala e un documentario su Netflix, il mio febbraio momentaneamente è stato composto da rewatch di film piuttosto recenti, ma che una seconda visione ha reso ancora più importanti nei miei pensieri. Andiamo a vedere di che si tratta.

La battaglia di Hacksaw Ridge (2016): Il nuovo film di Mel Gibson conferma la straordinaria bravura del regista nel girare scene di guerra, ma al tempo stesso conferma anche l’incredibile retorica con la quale la maggior parte dei registi statunitensi avvolge le sue pellicole. Vince Vaughn stile sergente Hartman di “Full Metal Jacket” sembra la parodia di se stesso e, per favore, levate il passaporto ad Andrew Garfield: come va in Giappone succedono casini (vedi “Silence”). Girato bene ma nel complesso così così.

Your Name (2016): Se dovessi scegliere un aggettivo per descrivere questo film, direi che è magico. Siamo tutti, sempre, alla ricerca di qualcosa. Ho un debole per i film d’animazione giapponesi con adolescenti turbati, ma questo va oltre le aspettative: quando cominci a credere che sia una storia d’amicizia/affetto/amore in realtà c’è un grande colpo di scena a cambiare le carte in tavola. Che bello. Voglio andare in Giappone.

Lost in translation (2003): Sulla scia della mia fissa per il Giappone ho rivisto dopo tanti anni il capolavoro di Sofia Coppola. Devo dire che si conferma un gioiello prezioso: un film di attimi, chimica, piccole emozioni. Solitudini che si cercano e che si incontrano. Un film splendido. L’ho già detto che voglio andare in Giappone?

Il caso Spotlight (2015): Alla seconda visione anche questo film conserva tutta la sua potenza. Niente è più coinvolgente di vedere qualcuno fare bene il suo lavoro. Continuo a pensare che Mark Ruffalo sia un attore decisamente sottovalutato. Il mio film dell’anno nell’ultima Top20.

Sarà il mio tipo? (2014): Rivisto a distanza di due anni, anche stavolta va confermato tutto ciò che di buono è stato già detto. Film sottovalutato, forse per il titolo (non eccezionale anche in originale, “Pas son genre”), forse per la locandina italiana un po’ scemotta, forse per il trailer, ma che si dimostra lucidissimo nel raccontare una storia d’amore tra due persone totalmente diverse, perché in ogni storia c’è sempre qualcuno che ama più dell’altro. La scena di “I Will Survive” è un piccolo capolavoro ed Emilie Dequenne è straordinaria. Da recuperare.

I am your father (2015): Documentario pescato su Netflix. La base della storia è interessante: David Prowse, l’attore che ha interpretato Darth Vader nella trilogia di “Star Wars”, prestò soltanto il suo corpo al personaggio. La voce era di un altro attore e il volto alla fine de “Il ritorno dello Jedi” di un altro ancora. Ma a dare corpo e fisicità ad uno dei personaggi più indimenticabili del cinema fu Prowse, che però è stato dimenticato da tutti. Il film rende giustizia all’uomo dietro il casco nero, con interviste e un “reboot” del finale di Episodio VI. Film carino ma deboluccio.

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Recensione “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”, 2016)

L’accoppiata Gaston Duprat e Mariano Cohn consacra finalmente il suo talento: “L’artista”, acclamato al Festival di Roma del 2008, era stato il primo indizio, “El hombre de al lado”, premiato al Sundance l’anno seguente, era stata una conferma (recupelateli!). “Il cittadino illustre”, Coppa Volpi al miglior attore al Festival di Venezia (oltre ad un’altra valanga di applausi), è il terzo indizio e la prova definitiva. Il cinema dei due registi argentini è essenziale e al tempo stesso originale, basti pensare alle inquadrature fisse del geniale “L’artista” o al realismo scarnificato delle immagini di quest’ultimo lavoro, dove la realtà, come afferma il protagonista, non è mai un fatto, ma solo una versione parziale della verità.

Daniel Mantovani ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura e nel riceverlo, lancia una frecciatina verso tutto l’establishment (incredibile la coincidenza con l’attualità della vicenda Bob Dylan). Lo scrittore riceve numerosi inviti per premiazioni, presentazioni e riconoscimenti, ma rifiuta sistematicamente ogni proposta. L’unico invito che decide di accettare viene dal paesino dove è cresciuto, Salas, che gli propone la cittadinanza onoraria. Qui Daniel, dopo l’iniziale e piuttosto pacchiano calore umano del paesello, dovrà fare i conti con le bieche persone sulle quali ha basato i personaggi di tutti i suoi romanzi.

Salas, il paesino di provincia dove si svolge la vicenda, è il campo da gioco per un’indagine morale che talvolta può far pensare addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di paglia”, ma molto meno misterioso e violento. “Io sono fuggito da là, mentre i miei personaggi non riescono ad uscirne”: così afferma Daniel, che nel suo ritorno a casa ritrova gli spunti dei suoi romanzi, le meschinità, in un microcosmo di gelosie, invidie, cinismo e carognate. Il duo Cohn-Duprat indaga ancora una volta i risvolti dell’arte, i doveri dell’artista, gli onori e gli oneri, il peso di dover mettere nel mondo qualcosa che manca, per poter così riempire quel vuoto che ogni artista dentro di sé ha bisogno di colmare.

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Capitolo 213

Ultimo capitolo di “Una vita da Cinefilo” prima delle vacanze estive. Ovviamente come decido di partire per le vacanze gli uffici stampa piazzano due-tre proiezioni tutte insieme. Poco male, recupererò alcuni di questi film a settembre, in sala. Per il resto approfitto di questo capitolo per augurarvi le migliori vacanze, con la promessa (o la minaccia, a seconda dei punti di vista) di ritrovarci prima che possiate dire “crostata di mirtilli” (citazione facile facile). A presto e continuate a vedere film, che tra le tante cose di questo mondo, questa è sempre una delle più belle.

Fast Food Nation (2006): Richard Linklater, tra quelli in attività, è senza dubbio uno dei miei registi preferiti. Per questo motivo ho approfittato di Netflix per vedere uno dei suoi film meno famosi, che sicuramente racchiude qualche spunto di riflessione decisamente interessante. Una serie di personaggi ruota intorno ad un’importante catena di fast food, dove gli interessi privati sono sempre più forti di qualunque questione morale. Il cameo di Ethan Hawke è probabilmente la cosa più bella del film: quando lui e Linklater si incontrano nasce la magia.

Pelé (2016): Biopic molto colorato e molto ben confezionato. Girato benissimo, è il classico film impeccabile al quale manca però un elemento fondamentale: il cuore. Sono comunque tante le scene degne di nota, su tutte la formazione brasiliana che palleggia tra le sale di un albergo (imitando un celebre spot della Nike di tanti anni fa, con i giocatori del Brasile che si passavano il pallone tra i corridoi di un aeroporto). Maradona (di Kusturica) è megli’e Pelé, che comunque resta un buon film.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Lo so, ne avevo già parlato nel capitolo scorso ma, con la scusa di farlo vedere alla mia ragazza, ho approfittato per vederlo una seconda volta. Stavolta si apprezza di più la parte iniziale, essendo già a conoscenza del finale, si capisce dove il film voglia andare a parare. Insomma, è ancora più bello. Decisamente la mia fissazione del periodo. A Linklater il merito di avermi messo in testa una canzone hip hop (“Rapper’s Delight”): non pensavo sarebbe mai successo.

Il piano di Maggie (2015): Sono sempre dell’idea che il cinema mi lanci continuamente dei segni. In questo caso Ethan Hawke che ascolta “Dancing in the Dark” di Springsteen prima del concerto di domani al Circo Massimo mi è sembrata una bella strizzatina d’occhio alla mia esistenza. Tutte stupidaggini, ovvio, ma lasciatemi il gusto di viverla così. Un film scritto e diretto da donne, decisamente femminile, ma molto piacevole. Julianne Moore è straordinaria, Greta Gerwig sempre grande.

Nati con la camicia (1983): La notizia della morte di Bud Spencer mi ha lasciato davvero senza parole. Mi restano i ricordi di un’infanzia felice, e la possibilità di rivedere i suoi film più belli. Questo è sempre stato uno dei miei preferiti, con la CIA, K1, “Ciao Grillo” e il mitico “Guarda là! Tiè!”. Eterno (e grande la colonna sonora di Micalizzi).

Il segreto dei suoi occhi (2009): Quello di Juan Josè Campanella è forse il film più presente tra i 213 capitoli di questa rubrica. Lo rivedo spesso, è vero, ma ogni volta è un’emozione fortissima. Lacrime calde ad ogni visione. Per me non sarà mai soltanto un film. Questa ennesima visione è dovuta al fatto che ho riletto per la seconda volta il libro dal quale è stato tratto, molto differente in realtà, molto più politico, ma decisamente simile nel mood malinconico e nostalgico. “Temo”.

It Follows (2014): Gran bella sorpresa. Un bel carico di angoscia, capace di evitare lo spavento facile per puntare forte sull’inquietudine, il che lo rende uno dei migliori horror che ho visto negli ultimi anni. Odio quei film che puntano su effetti sonori sparati a tutto volume all’improvviso al solo scopo di farti saltare in aria. Sono bravo pure io così. Questo per fortuna è differente, ed è davvero bellissimo. Il problema è che tornando a casa dal cinema ho visto un signore anziano che camminava verso di me come la “cosa” del film, e ho avuto un momento di panico. Tutto a posto comunque. Credo.

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Recensione “Mistress America” (2015)

Se con il meraviglioso “Frances Ha” Noah Baumbach e Greta Gerwig erano riusciti a scrivere, con leggerezza ed ironia, una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, stavolta il duo più apprezzato del cinema indie statunitense completa la ricerca su questa generazione a metà strada tra desiderio e fallimento, con una pellicola capace senza troppi fronzoli di raccontare l’imperfezione degli esseri umani e soprattutto il confronto tra una generazione che vuole essere accettata e un’altra che non vuole sentirsi superata, attraverso la mancanza (?) di talento, il bisogno di raccontarsi, di esistere (con una strizzatina d’occhio ai social network, simbolo di una generazione che sente il bisogno costante di essere connessa a qualcosa di indefinito, a qualcosa che possa confermare il suo stato di esistenza).

La diciottenne Tracy è appena arrivata a New York per cominciare il college, dove però non riesce pienamente a inserirsi. Il suo sogno è entrare in un prestigioso club letterario ma i suoi racconti non sono ancora all’altezza. Spinta dalla madre, che sta per risposarsi con un altro uomo, Tracy decide di incontrare la trentenne Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la trascina per una folle notte tra i locali di Manhattan, permettendo a Tracy di trovare il personaggio ideale per il suo nuovo racconto. Brooke è vulcanica, umorale, instancabile, alla continua ricerca di un posto nel mondo: canta in una band, fa ripetizioni ai bambini di una famiglia ricca, fa l’istruttrice in palestra e sta cercando finanziamenti per aprire il ristorante dei suoi sogni. Proprio per questo le due future sorelle, in compagnia di un compagno di college di Tracy e della sua gelosissima fidanzatina, si imbarcano in un viaggio verso il Connecticut: Brooke deve convincere il suo ex e una vecchia amica, la moglie di lui, a investire denaro in questa nuova, pazza, impresa di Brooke.

Se Manhattan è confusa, frenetica e sembra capace di inghiottire i suoi personaggi, il Connecticut al contrario è il terreno dove si scatenano le gag umoristiche più riuscite, in un crescendo di divertimento, risate e assurdità. Baumbach si conferma un profondo indagatore della società dei trentenni di oggi, alcuni ancora legati ai sogni di anni passati, altri totalmente immersi nel loro ruolo nella società ma che guardano al passato con un pizzico di nostalgia (perfetto in tal senso il personaggio di Dylan). Un gioiello del nuovo cinema statunitense, talmente brillante da sembrare a tratti frutto del genio di Woody Allen (“Me ne vado a Los Angeles per sentirmi intellettualmente superiore” è solo una delle tante battute riuscite). Il tempo passa per tutti, ma è sempre meraviglioso trovare ancora pellicole capaci di raccontarci, tra una risata e un abbraccio.

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Recensione “Star Wars Episodio VII – Il Risveglio della Forza” (“Star Wars Ep.VII – The Force Awakens”, 2015)

– NO SPOILER –
Nero. La scritta STAR WARS compare sullo schermo, musica di John Williams a tutto volume, e siamo di nuovo bambini. La Forza si è risvegliata. Non so descrivere il mio stato d’animo nelle ore precedenti alla proiezione. Non credo di essermi mai sentito così prima dell’inizio di un film, neanche quando è uscita al cinema la seconda trilogia (probabilmente anche perché ai tempi non c’erano social network ad alimentare il fomento, o l’hype, come si dice adesso): stavolta l’attesa è stata però decisamente premiata con un film che riporta gli appassionati di Guerre Stellari nelle atmosfere di quella trilogia che hanno amato, con cui sono cresciuti, che porta ancora alcuni di loro (non facciamo nomi…), a trent’anni suonati, a fingere di usare la Forza quando si aprono davanti a lui le porte della metropolitana… J.J. Abrams è nerd almeno quanto noi, sapeva di non poter fallire, motivo per cui dà ai fan di Star Wars esattamente ciò che volevano: li nutre con strizzatine d’occhio, battute, riferimenti ai vecchi film (“È un pezzo di ferraglia!”, oppure “Davvero questo è il Millennium Falcon? La nave che ha fatto la rotta di Kessel in 14 parsec?” “12 parsec!”, e così via). Al tempo stesso però, Abrams introduce nuovi personaggi, che somigliano moltissimo a quelli che abbiamo amato per tutta la vita: Rey (la quasi esordiente Daisy Ridley) è perfetta, di origine umile come Luke Skywalker, povera, ma caparbia e con un profondo senso di giustizia. Poe Cameron (Oscar Isaac) è un pilota eccezionale almeno quanto Han Solo, e possiede il sarcasmo e il carisma del personaggio interpretato da Harrison Ford. Il droide BB-8 poi è “monello” tanto quanto lo era R2D2 e così via… L’antagonista è anch’esso costruito su delle basi solide, la presenza di Kylo Ren non è assolutamente forzata e anzi appare pienamente giustificata. Tra tutti questi si inserisce il personaggio di Finn, una figura totalmente assente nei film precedenti, che in un certo senso facciamo inizialmente fatica ad accettare (proprio perché non sappiamo bene a “chi” ricondurlo), ma che con il passare dei minuti e delle battute si impara a conoscere e rispettare.

Insomma, senza entrare troppo nei particolari, questo attesissimo Episodio 7 è una sorta di “Una nuova speranza” per le nuove generazioni: tantissimi sono infatti i riferimenti narrativi che legano la storia a quella del film del 1977. La sensazione è che Abrams abbia voluto accattivarsi la simpatia dei fan inserendo molteplici riferimenti alla vecchia trilogia, ma al tempo stesso preparandoci ai prossimi due film, dove immaginiamo che i nuovi personaggi prenderanno ancora più peso all’interno della storia (soprattutto Rey, destinata ad entrare nel cuore di tutti i fan). Tanti i momenti che hanno fatto correre i brividi lungo le nostre braccia, dal riassunto iniziale (che è assolutamente perfetto, non poteva essere migliore) al ritorno di Han Solo e Chewbecca sul Millennium Falcon (che avevamo già visto nel secondo teaser), fino alla splendida scena finale, che ci lascia sui titoli di coda con la domanda: “Quando esce Episodio VIII??”.

Tante risposte, una storia che ci farà innamorare ancora di più di questa avventura cinematografica, e una nuova attesa che si protarrà fino al 2019. Poco male, c’è una nuova trilogia in ballo, e non vediamo l’ora di vederla, rivederla e parlarne ancora, per tutta la vita. La Forza s’è risvegliata, la nostra passione divampa.

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Recensione “Principessa Mononoke” (“Mononoke Hime”, 1997)

Hayao Miyazaki è una di quelle persone che, appena finisci di vedere un suo film, hai voglia di abbracciare. Il ritorno al cinema della Principessa Mononoke è un’ottima occasione per ritrovare il calore dei suoi acquarelli, il coraggio dei suoi protagonisti, la bontà della sua terra, la magnificenza della natura. L’amore di Miyazaki per la natura è un tesoro da proteggere, da custodire e portare sempre con sé: in questa occasione lo spunto arriva dal Giappone medievale e dallo scontro tra la natura stessa e la cività industriale. Il film dà vita ad una foresta magica abitata da divine belve parlanti, da una giovane guerriera e da un Dio Bestia che rappresenta il cuore stesso della foresta. Nel Giappone caotico e destabilizzato di quel periodo, il conflitto tra gli dei della natura e gli uomini sembra una partita che non porterà a nessun lieto fine, a meno che le due fazioni non riescano a convivere e a rispettarsi.

Nel Giappone selvaggio del XIV secolo il progresso dell’uomo comincia a smussare le fondamenta dell’equilibrio ecologico. In una quieta e pacifica tribù del nord appare un giorno un cinghiale posseduto da una divinità malvagia, che ha preso forza dall’odio e dal rancore. Il giovane guerriero Ashitaka riesce a fermare la bestia, ma resta ferito ad un braccio e colpito da una maledizione che lo condurrà a morte sicura. L’unica possibilità è di addentrarsi in una foresta magica situata ad Ovest, e sperare nella benevolenza del Dio Bestia. A difendere la foresta ci pensa la principessa degli spettri (Mononoke in giapponese), San, che lotta costantemente contro l’adiacente tribù di fabbri e la sua matrona, Madame Eboshi, che vorrebbe distruggere la foresta per espandere il suo villaggio. Ashitaka si troverà al centro di questo eterno conflitto, cercando di conquistare la fiducia di San e quella della tribù di Eboshi, nella speranza di ripristinare quell’equilibrio ormai vacillante.

“Ti voglio bene Ashitaka, ma non posso perdonare gli esseri umani”: queste le parole di San, anch’essa un essere umano, ma cresciuta dai lupi selvatici sin da piccola e per questo motivo pura, totalmente distaccata dalla corruzione e dalla malvagità degli uomini. Ma sono davvero così cattivi gli esseri umani? Eboshi, la nemesi di San, è una donna che offre protezione e ricovero ai malati, ai contadini senza terra, alle donne senza un futuro; allo stesso tempo il cuore di San si è indurito, la Principessa Mononoke sa anche esprimere odio e rabbia. Miyazaki racconta il conflitto tra umanità e natura attraverso la filosofia dello Yin e dello Yang: ogni parte contiene in sé il seme per il proprio opposto, le due fazioni posso coesistere solo se trovano un equilibrio. Quando questo equilibrio è finalmente raggiunto, la magia di Miyazaki si realizza in tutta la sua maestosità.

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