Capitolo 213

Ultimo capitolo di “Una vita da Cinefilo” prima delle vacanze estive. Ovviamente come decido di partire per le vacanze gli uffici stampa piazzano due-tre proiezioni tutte insieme. Poco male, recupererò alcuni di questi film a settembre, in sala. Per il resto approfitto di questo capitolo per augurarvi le migliori vacanze, con la promessa (o la minaccia, a seconda dei punti di vista) di ritrovarci prima che possiate dire “crostata di mirtilli” (citazione facile facile). A presto e continuate a vedere film, che tra le tante cose di questo mondo, questa è sempre una delle più belle.

Fast Food Nation (2006): Richard Linklater, tra quelli in attività, è senza dubbio uno dei miei registi preferiti. Per questo motivo ho approfittato di Netflix per vedere uno dei suoi film meno famosi, che sicuramente racchiude qualche spunto di riflessione decisamente interessante. Una serie di personaggi ruota intorno ad un’importante catena di fast food, dove gli interessi privati sono sempre più forti di qualunque questione morale. Il cameo di Ethan Hawke è probabilmente la cosa più bella del film: quando lui e Linklater si incontrano nasce la magia.

Pelé (2016): Biopic molto colorato e molto ben confezionato. Girato benissimo, è il classico film impeccabile al quale manca però un elemento fondamentale: il cuore. Sono comunque tante le scene degne di nota, su tutte la formazione brasiliana che palleggia tra le sale di un albergo (imitando un celebre spot della Nike di tanti anni fa, con i giocatori del Brasile che si passavano il pallone tra i corridoi di un aeroporto). Maradona (di Kusturica) è megli’e Pelé, che comunque resta un buon film.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Lo so, ne avevo già parlato nel capitolo scorso ma, con la scusa di farlo vedere alla mia ragazza, ho approfittato per vederlo una seconda volta. Stavolta si apprezza di più la parte iniziale, essendo già a conoscenza del finale, si capisce dove il film voglia andare a parare. Insomma, è ancora più bello. Decisamente la mia fissazione del periodo. A Linklater il merito di avermi messo in testa una canzone hip hop (“Rapper’s Delight”): non pensavo sarebbe mai successo.

Il piano di Maggie (2015): Sono sempre dell’idea che il cinema mi lanci continuamente dei segni. In questo caso Ethan Hawke che ascolta “Dancing in the Dark” di Springsteen prima del concerto di domani al Circo Massimo mi è sembrata una bella strizzatina d’occhio alla mia esistenza. Tutte stupidaggini, ovvio, ma lasciatemi il gusto di viverla così. Un film scritto e diretto da donne, decisamente femminile, ma molto piacevole. Julianne Moore è straordinaria, Greta Gerwig sempre grande.

Nati con la camicia (1983): La notizia della morte di Bud Spencer mi ha lasciato davvero senza parole. Mi restano i ricordi di un’infanzia felice, e la possibilità di rivedere i suoi film più belli. Questo è sempre stato uno dei miei preferiti, con la CIA, K1, “Ciao Grillo” e il mitico “Guarda là! Tiè!”. Eterno (e grande la colonna sonora di Micalizzi).

Il segreto dei suoi occhi (2009): Quello di Juan Josè Campanella è forse il film più presente tra i 213 capitoli di questa rubrica. Lo rivedo spesso, è vero, ma ogni volta è un’emozione fortissima. Lacrime calde ad ogni visione. Per me non sarà mai soltanto un film. Questa ennesima visione è dovuta al fatto che ho riletto per la seconda volta il libro dal quale è stato tratto, molto differente in realtà, molto più politico, ma decisamente simile nel mood malinconico e nostalgico. “Temo”.

It Follows (2014): Gran bella sorpresa. Un bel carico di angoscia, capace di evitare lo spavento facile per puntare forte sull’inquietudine, il che lo rende uno dei migliori horror che ho visto negli ultimi anni. Odio quei film che puntano su effetti sonori sparati a tutto volume all’improvviso al solo scopo di farti saltare in aria. Sono bravo pure io così. Questo per fortuna è differente, ed è davvero bellissimo. Il problema è che tornando a casa dal cinema ho visto un signore anziano che camminava verso di me come la “cosa” del film, e ho avuto un momento di panico. Tutto a posto comunque. Credo.

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Recensione “Mistress America” (2015)

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Se con il meraviglioso “Frances Ha” Noah Baumbach e Greta Gerwig erano riusciti a scrivere, con leggerezza ed ironia, una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, stavolta il duo più apprezzato del cinema indie statunitense completa la ricerca su questa generazione a metà strada tra desiderio e fallimento, con una pellicola capace senza troppi fronzoli di raccontare l’imperfezione degli esseri umani e soprattutto il confronto tra una generazione che vuole essere accettata e un’altra che non vuole sentirsi superata, attraverso la mancanza (?) di talento, il bisogno di raccontarsi, di esistere (con una strizzatina d’occhio ai social network, simbolo di una generazione che sente il bisogno costante di essere connessa a qualcosa di indefinito, a qualcosa che possa confermare il suo stato di esistenza).

La diciottenne Tracy è appena arrivata a New York per cominciare il college, dove però non riesce pienamente a inserirsi. Il suo sogno è entrare in un prestigioso club letterario ma i suoi racconti non sono ancora all’altezza. Spinta dalla madre, che sta per risposarsi con un altro uomo, Tracy decide di incontrare la trentenne Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la trascina per una folle notte tra i locali di Manhattan, permettendo a Tracy di trovare il personaggio ideale per il suo nuovo racconto. Brooke è vulcanica, umorale, instancabile, alla continua ricerca di un posto nel mondo: canta in una band, fa ripetizioni ai bambini di una famiglia ricca, fa l’istruttrice in palestra e sta cercando finanziamenti per aprire il ristorante dei suoi sogni. Proprio per questo le due future sorelle, in compagnia di un compagno di college di Tracy e della sua gelosissima fidanzatina, si imbarcano in un viaggio verso il Connecticut: Brooke deve convincere il suo ex e una vecchia amica, la moglie di lui, a investire denaro in questa nuova, pazza, impresa di Brooke.

Se Manhattan è confusa, frenetica e sembra capace di inghiottire i suoi personaggi, il Connecticut al contrario è il terreno dove si scatenano le gag umoristiche più riuscite, in un crescendo di divertimento, risate e assurdità. Baumbach si conferma un profondo indagatore della società dei trentenni di oggi, alcuni ancora legati ai sogni di anni passati, altri totalmente immersi nel loro ruolo nella società ma che guardano al passato con un pizzico di nostalgia (perfetto in tal senso il personaggio di Dylan). Un gioiello del nuovo cinema statunitense, talmente brillante da sembrare a tratti frutto del genio di Woody Allen (“Me ne vado a Los Angeles per sentirmi intellettualmente superiore” è solo una delle tante battute riuscite). Il tempo passa per tutti, ma è sempre meraviglioso trovare ancora pellicole capaci di raccontarci, tra una risata e un abbraccio.

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Recensione “Star Wars Episodio VII – Il Risveglio della Forza” (“Star Wars Ep.VII – The Force Awakens”, 2015)

– NO SPOILER –
Nero. La scritta STAR WARS compare sullo schermo, musica di John Williams a tutto volume, e siamo di nuovo bambini. La Forza si è risvegliata. Non so descrivere il mio stato d’animo nelle ore precedenti alla proiezione. Non credo di essermi mai sentito così prima dell’inizio di un film, neanche quando è uscita al cinema la seconda trilogia (probabilmente anche perché ai tempi non c’erano social network ad alimentare il fomento, o l’hype, come si dice adesso): stavolta l’attesa è stata però decisamente premiata con un film che riporta gli appassionati di Guerre Stellari nelle atmosfere di quella trilogia che hanno amato, con cui sono cresciuti, che porta ancora alcuni di loro (non facciamo nomi…), a trent’anni suonati, a fingere di usare la Forza quando si aprono davanti a lui le porte della metropolitana… J.J. Abrams è nerd almeno quanto noi, sapeva di non poter fallire, motivo per cui dà ai fan di Star Wars esattamente ciò che volevano: li nutre con strizzatine d’occhio, battute, riferimenti ai vecchi film (“È un pezzo di ferraglia!”, oppure “Davvero questo è il Millennium Falcon? La nave che ha fatto la rotta di Kessel in 14 parsec?” “12 parsec!”, e così via). Al tempo stesso però, Abrams introduce nuovi personaggi, che somigliano moltissimo a quelli che abbiamo amato per tutta la vita: Rey (la quasi esordiente Daisy Ridley) è perfetta, di origine umile come Luke Skywalker, povera, ma caparbia e con un profondo senso di giustizia. Poe Cameron (Oscar Isaac) è un pilota eccezionale almeno quanto Han Solo, e possiede il sarcasmo e il carisma del personaggio interpretato da Harrison Ford. Il droide BB-8 poi è “monello” tanto quanto lo era R2D2 e così via… L’antagonista è anch’esso costruito su delle basi solide, la presenza di Kylo Ren non è assolutamente forzata e anzi appare pienamente giustificata. Tra tutti questi si inserisce il personaggio di Finn, una figura totalmente assente nei film precedenti, che in un certo senso facciamo inizialmente fatica ad accettare (proprio perché non sappiamo bene a “chi” ricondurlo), ma che con il passare dei minuti e delle battute si impara a conoscere e rispettare.

Insomma, senza entrare troppo nei particolari, questo attesissimo Episodio 7 è una sorta di “Una nuova speranza” per le nuove generazioni: tantissimi sono infatti i riferimenti narrativi che legano la storia a quella del film del 1977. La sensazione è che Abrams abbia voluto accattivarsi la simpatia dei fan inserendo molteplici riferimenti alla vecchia trilogia, ma al tempo stesso preparandoci ai prossimi due film, dove immaginiamo che i nuovi personaggi prenderanno ancora più peso all’interno della storia (soprattutto Rey, destinata ad entrare nel cuore di tutti i fan). Tanti i momenti che hanno fatto correre i brividi lungo le nostre braccia, dal riassunto iniziale (che è assolutamente perfetto, non poteva essere migliore) al ritorno di Han Solo e Chewbecca sul Millennium Falcon (che avevamo già visto nel secondo teaser), fino alla splendida scena finale, che ci lascia sui titoli di coda con la domanda: “Quando esce Episodio VIII??”.

Tante risposte, una storia che ci farà innamorare ancora di più di questa avventura cinematografica, e una nuova attesa che si protarrà fino al 2019. Poco male, c’è una nuova trilogia in ballo, e non vediamo l’ora di vederla, rivederla e parlarne ancora, per tutta la vita. La Forza s’è risvegliata, la nostra passione divampa.

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Recensione “Principessa Mononoke” (“Mononoke Hime”, 1997)

Hayao Miyazaki è una di quelle persone che, appena finisci di vedere un suo film, hai voglia di abbracciare. Il ritorno al cinema della Principessa Mononoke è un’ottima occasione per ritrovare il calore dei suoi acquarelli, il coraggio dei suoi protagonisti, la bontà della sua terra, la magnificenza della natura. L’amore di Miyazaki per la natura è un tesoro da proteggere, da custodire e portare sempre con sé: in questa occasione lo spunto arriva dal Giappone medievale e dallo scontro tra la natura stessa e la cività industriale. Il film dà vita ad una foresta magica abitata da divine belve parlanti, da una giovane guerriera e da un Dio Bestia che rappresenta il cuore stesso della foresta. Nel Giappone caotico e destabilizzato di quel periodo, il conflitto tra gli dei della natura e gli uomini sembra una partita che non porterà a nessun lieto fine, a meno che le due fazioni non riescano a convivere e a rispettarsi.

Nel Giappone selvaggio del XIV secolo il progresso dell’uomo comincia a smussare le fondamenta dell’equilibrio ecologico. In una quieta e pacifica tribù del nord appare un giorno un cinghiale posseduto da una divinità malvagia, che ha preso forza dall’odio e dal rancore. Il giovane guerriero Ashitaka riesce a fermare la bestia, ma resta ferito ad un braccio e colpito da una maledizione che lo condurrà a morte sicura. L’unica possibilità è di addentrarsi in una foresta magica situata ad Ovest, e sperare nella benevolenza del Dio Bestia. A difendere la foresta ci pensa la principessa degli spettri (Mononoke in giapponese), San, che lotta costantemente contro l’adiacente tribù di fabbri e la sua matrona, Madame Eboshi, che vorrebbe distruggere la foresta per espandere il suo villaggio. Ashitaka si troverà al centro di questo eterno conflitto, cercando di conquistare la fiducia di San e quella della tribù di Eboshi, nella speranza di ripristinare quell’equilibrio ormai vacillante.

“Ti voglio bene Ashitaka, ma non posso perdonare gli esseri umani”: queste le parole di San, anch’essa un essere umano, ma cresciuta dai lupi selvatici sin da piccola e per questo motivo pura, totalmente distaccata dalla corruzione e dalla malvagità degli uomini. Ma sono davvero così cattivi gli esseri umani? Eboshi, la nemesi di San, è una donna che offre protezione e ricovero ai malati, ai contadini senza terra, alle donne senza un futuro; allo stesso tempo il cuore di San si è indurito, la Principessa Mononoke sa anche esprimere odio e rabbia. Miyazaki racconta il conflitto tra umanità e natura attraverso la filosofia dello Yin e dello Yang: ogni parte contiene in sé il seme per il proprio opposto, le due fazioni posso coesistere solo se trovano un equilibrio. Quando questo equilibrio è finalmente raggiunto, la magia di Miyazaki si realizza in tutta la sua maestosità.

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Recensione “I sogni segreti di Walter Mitty” (“The secret life of Walter Mitty”, 2013)

Remake di “Sogni proibiti” (film del 1947 di Norman Z. McLeod), liberamente tratto dal racconto “The secret life of Walter Mitty” scritto nel 1939 da James Thurber: Ben Stiller dirige e interpreta questa nuova versione, adattandola al cinema, ai sogni e alla vita di oggi. La splendida idea è di inserire la storia all’interno di un contesto storico reale, ovvero il passaggio della rivista Life dal cartaceo alla versione online: in tal modo la vicenda raccontata risulta più reale, più credibile, e di conseguenza più emozionante. Si potrebbe definire il classico film in cui un uomo ordinario, dall’esistenza ordinaria, si ritrova improvvisamente catapultato in una vita nuova, piena di avventura e di esperienze mai provate prima. Ma il film di Ben Stiller ha qualcosa in più: il fascino immenso dello scatto fotografico (che il cinema racconta sempre troppo poco), l’attrazione del viaggio in solitaria, il lato umoristico rappresentato dalle fantasie del protagonista (da una parodia di “Benjamin Button” a scene d’azione in pieno stile “Avengers”), una colonna sonora eccezionale (da “Space Oddity” di Bowie a “Wake Up” degli Arcade Fire) e soprattutto un finale bellissimo.

Walter Mitty lavora da oltre quindici anni come archivista di negativi per la celebre rivista Life. La sua è una vita noiosa, non è praticamente mai uscito fuori da New York, per questo la sua mente ogni tanto si incanta per creare quelle avventure che lui non riuscirà mai a vivere. La rivista Life sta per chiudere la versione cartacea per passare definitivamente online, questo significa che molti dipendenti perderanno il posto di lavoro, da Walter a Cheryl, di cui il protagonista è segretamente innamorato. Per cercare di salvare il posto Mitty è costretto a lanciarsi all’inseguimento del più grande fotografo della rivista, Sean O’Connell: la fotografia per la copertina dell’ultimo numero, realizzata da Sean, sembra essersi inspiegabilmente perduta negli archivi di Walter. Comincia così un’avventura tra Groenlandia, Islanda e Afghanistan, che regalerà alla vita di Mitty quelle esperienze straordinarie sulle quali lui stesso avrebbe potuto soltanto fantasticare.

È curioso vedere Ben Stiller in un film di questo genere, troppo fantastico per essere drammatico, ma troppo serio per essere definito una commedia: certo, non mancano gli spunti divertenti, ma c’è una piccola magia di fondo che rende tutto particolare, come vedere Sean Penn nella parodia del fotografo free-lance alla Steve McCurry. Probabilmente ciò che rende davvero speciale questo film è, nonostante le incongruenze e le assurdità, la sua capacità di farci lasciare la sala con la voglia di rendere magico ogni momento della nostra vita. È anche a questo che dovrebbe servire il cinema.

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Da leggere anche: I sogni segreti di Walter Mitty

Recensione “American Hustle” (2013)

Il cinema americano ha un nuovo classico: il nuovo film di David O. Russell ha tutte le carte in regola per entrare nel novero delle pellicole di culto. Drammatico e al tempo stesso scanzonato e sopra le righe, ha il respiro dei grandi film degli anni 80 e 90 (seppur ambientato nei 70), tra vaghi echi di “Donnie Brasco” e con un debito al cinema di Scorsese, anche se qui non si tratta comunque di un gangster-movie. L’intero cast fa a gara di bravura, da Christian Bale a Bradley Cooper, da Jennifer Lawrence a Amy Adams, fino a Jeremy Renner: non ce la sentiamo di eleggere un vincitore. Al contrario possiamo però affermare che il direttore di questa formidabile orchestra, quel Russell che si è beccato due nomination consecutive agli Oscar come miglior regista (per “The Fighter” e “Il lato positivo”), ha tutte le carte in regola per centrare la terza candidatura di seguito.

Ispirato a fatti realmente accaduti, è la storia del truffatore finanziario Irving Rosenfeld. Lui e Sidney, la sua amante, saranno costretti a lavorare con l’ambizioso agente dell’FBI Richie DiMaso, all’interno di un’operazione volta a smascherare la corruzione dilagante nel Congresso degli Stati Uniti e in altre organizzazioni governative. Più l’operazione va avanti, più sono grossi i nomi che vengono man mano coinvolti all’interno: Irving, ormai amico intimo del sindaco Carmine Polito (uno degli indagati), dovrà capire come fare a salvare se stesso, Sidney e lo stesso Carmine, prima che l’FBI e l’agente DiMaso gli rovinino definitivamente la vita.

L’unico neo è la lunghezza forse eccessiva (2 ore e 15 minuti), ma in fondo poco importa la durata quando il racconto è così avvincente, per non parlare della colonna sonora: in 135 minuti si passa da “Jeep’s Blues” di Duke Ellington a “It’s De-lovely” di Ella Fitzgerald, da “Goodbye yellow brick road” di Elton John a “The Jean Genie” di David Bowie, da “White Rabbit” dei Jefferson Airplane a “Live and let die” di Paul McCartney e così via. Un motivo in più per godersi una pellicola di grande spessore, in arrivo nelle sale italiane il prossimo 1° gennaio: il modo migliore per cominciare l’anno nuovo, sotto ogni punto di vista.

Capitolo 204

Eccoci ad agosto. Asfissiato dalle fiamme di Caronte, il caldo afoso di questo periodo, sono stato praticamente “costretto” a rinchiudermi in casa a guardare film, ma neanche così tanti, a pensarci bene. La quinta annata di “Una vita da cinefilo” si chiude con questo freschissimo capitolo, in attesa della sesta stagione (come va di moda dire al giorno d’oggi) di questa rubrica che tanto amate. Visto il caldo sarebbe il caso di passare l’estate o al mare o dentro un cinema dotato di aria condizionata. O entrambe le cose.

Braveheart (1995): Se dovessi stilare una lista di dieci film che mi hanno fatto appassionare al cinema, il capolavoro di Mel Gibson figurerebbe senza dubbio tra i titoli prescelti. Non lo vedevo da ormai tanti anni, ma è sempre un piacere ritrovare le gesta di William Wallace. Uno di quei film perfetti, dai dialoghi agli attori, dalla sceneggiatura alla scenografia, dai costumi alle inquadrature, dalla musica al trucco. Inutile parlarne perché suppongo lo abbiate già visto tutti. O no?

Sideways (2004): Uno dei film degli anni 2000 ai quali sono più legato, che ricordo con maggior piacere. Qualche tempo fa ne parlavo davanti a un bicchiere di vino, e inevitabilmente è tornata anche la voglia di vedere questo film del grande Alexander Payne. Una commedia dal retrogusto amaro, con una coppia di personaggi straordinaria, perfettamente caratterizzata: tra Paul Giamatti e Thomas Haden Church c’è una chimica pazzesca. Uno è separato e depresso, l’altro sta per sposarsi ed è un playboy incallito. L’ultima settimana prima delle nozze è l’occasione per fare un viaggio in macchina tra le aziende vinicole della California. E anche per togliersi qualche sfizio… Film per ogni occasione, stupendo.

(500) Giorni insieme (2009): A proposito di liste. Se dovessi farne una con i personaggi dei film che meglio mi rappresentano, non potrebbe mai mancare il personaggio di Joseph Gordon-Levitt in questo film. È romantico ma non scemo, sogna ma non si illude (o forse sì, ma giusto un po’), è ferito ma anche forte. Beh, vederlo alle prese con la bellissima Zooey Deschanel è sempre un piacere. Il film racconta i 500 giorni in cui si sono frequentati, tra alti e bassi. Per quelli come noi che hanno imparato cos’è l’amore dopo aver visto “Il laureato”. Gli Smiths nella colonna sonora sono la ciliegina sulla torta. Bellissimo.

Ritorno al Futuro Parte II (1989): Se a luglio comincia improvvisamente a diluviare, come passare il pomeriggio se non con un bel film? Dopo un rapido sguardo alla videoteca privata di un paio di amici (videoteca a dir la verità non molto ricca), la scelta è caduta quasi naturale sul secondo capitolo della Trilogia di Zemeckis, che non vedevo da un po’ troppi anni. Marty e Doc stavolta vanno nel futuro per evitare disastri vari, ma ne provocano uno ancora peggiore, che cambierà il loro passato. La Delorean dovrà tornare ancora una volta nel 1955, dove i protagonisti potrebbero scontrarsi con loro stessi… Totalmente geniale, straordinario, immenso. Da amare.

Springsteen and I (2013): Documentario prodotto da Ridley Scott e creato dai fan di Bruce Springsteen. Un film che si nutre di passione, di sogni, di gente comune innamorata di qualcosa che va oltre la musica. Il Boss è ispirazione, energia, la colonna sonora di una vita. Nel materiale inviato al regista Baillie Walsh c’è di tutto: aneddoti, racconti di vite comuni tutte influenzate dalle canzoni di Springsteen, eroe di ogni generazione, artista di tutti. Un film splendido, che rende l’idea della potenza della musica e di come essa influisca sulla vita quotidiana della gente comune. Per i fan del Boss, ma non solo. Non vedo l’ora di averlo in dvd.

Il segreto dei suoi occhi (2011): Lo sapete, ne ho parlato così tanto negli ultimi anni che sarete quasi stufi di sentirmi decantare ancora una volta le lodi di questo capolavoro di Juan Josè Campanella. Ma è troppo bello per non vederlo e rivederlo, sempre, fino allo stremo. Amo i suoi personaggi, la loro malinconia e quella di un’Argentina ferita, che si percepisce sullo sfondo delle loro storie. Un omicidio, un assassino introvabile, una storia di passioni e di amore. Un romanzo che potrebbe rimettere tutti i tasselli al posto giusto. Un finale straordinario. Capolavoro totale.

Facciamola finita (2013): Finalmente sono tornato al cinema. Luglio si sa, non è il mese ideale per trovare un buon film in sala, e in effetti non è di questo che stiamo parlando. Stiamo parlando invece di un film assurdo, totalmente nonsense, idiota se vogliamo, ma che eppur funziona! Funziona! Fa ridere tantissimo anche se nella sua totale stupidità. James Franco, Seth Rogen e i loro amici attori interpretano loro stessi alle prese con la fine del mondo. Un film che potrebbe tranquillamente entrare nella categoria “farsi 10 canne e poi scrivere una commedia”. Lo ammetto e non mi vergogno: mi sono proprio divertito!

Se sposti un posto a tavola (2012): Commedia francese che non sembra una tipica commedia francese, ma che comunque è un film piacevole quanto basta per non pentirsi di aver speso 7 euro al cinema e per uscire dalla sala con un buon mood. Il film di Christelle Raynal ricalca per certi versi il successo di “Sliding Doors”, inserendo molti più intrecci e molti più personaggi: l’ordine dei biglietti segnaposto su un tavolo nuziale può cambiare i destini di sei persone… Simpatico, fa il suo dovere in queste caldi notti d’estate. Decisamente promosso.

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Recensione “Quando meno te lo aspetti” (“Au bout du conte”, 2013)

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Una moderna favola made in France, una storia di principi azzurri, principesse, lupi cattivi (ma non troppo), e il classico lieto fine. Ma per arrivare al lieto fine e chiudere il libro delle favole bisogna affrontare delle prove, razionali e irrazionali, che serviranno ai protagonisti per conoscere meglio se stessi e le persone che li circondano. Meglio attraversare il bosco per via di una strada sicura ma noiosa, o forse si è così sognatori da voler percorrere la via più avventurosa? Laura sembra volerle provare tutte e due, fino a capire che non tutte le favole si risolvono allo stesso modo. Ha 24 anni ed è in cerca del grande amore: ad una festa conosce Sandro, che sembra corrispondere all’uomo dei suoi sogni. Poi però conosce anche l’intrigante Maxime, e la ragazza comincia a domandarsi se esistono principi “un po’ più principi” di altri. Anche Sandro però non è quel che si dice il ragazzo perfetto e spensierato: ha un rapporto problematico con suo padre Pierre, che gestisce una scuola guida e ha ricevuto da una veggente la data esatta in cui morirà. Per questo motivo Pierre cade in un periodo di angoscia, che gli impedisce di fare progetti con la sua nuova compagna e con il povero Sandro.

Agnès Jaoui, già regista del sorprendente “Il gusto degli altri” (candidato all’Oscar nel 2000 per il miglior film straniero), torna a dirigere una pellicola cinque anni dopo il piacevole “Parlez-moi de la pluie”, passato un po’ in sordina al Festival di Roma del 2008 e mai distribuito in Italia (un peccato, perché era un film senza dubbio valido). Stavolta mette da parte la pioggia e si concentra sulla costruzione di una favola alla quale prendono parte adulti e bambini, retta sulle spalle dalla sua verve e soprattutto da quella di suo marito Jean-Pierre Bacri, perfetto nei tempi comici, migliore in campo in quanto a cinismo e volto perennemente imbronciato. Bene anche i giovani: Arthur Dupont, già apprezzato nel bellissimo “Noi insieme adesso”, incarna bene la nuova generazione di attori francesi, così come Agathe Bonitzer, ottima protagonista di “Une bouteille à la mer”, uno dei migliori film visti alla scorsa edizione del Myfrenchfilmfestival (purtroppo mai distribuito in Italia).
Un bel film corale, dove gli adulti non sono meno problematici dei figli o dei nipoti, e dove l’amore che vince sempre è una leggenda da sfatare. Perché il lieto fine va bene, ma sempre con moderazione e intelligenza.

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Recensione “Paulette” (2013)

Ispirato da una storia vera, e con un occhio alle commedie italiane del dopoguerra e al cinema sociale e leggero di Ken Loach, il regista e sceneggiatore francese Jerome Enrico ha realizzato una favola moderna, piena di humour ma al tempo stesso con una sottile vena di denuncia. Oltre un milione di spettatori in Francia hanno premiato il tentativo (riuscito) di Jerome Enrico di raccontare con simpatia la solitudine della terza età e il precariato. La presenza forte di una protagonista importante come Bernadette Lafont, una delle muse di Truffaut (la ricorderete magnifica in “Mica scema la ragazza!”, del 1971), rende inoltre tutto più semplice e più “francese”. Vedere un’icona della nouvelle vague in una commedia degli anni 2000 è uno di quei giochi di prestigio che il cinema sa realizzare, basti pensare alla splendida Jeanne Moreau vista di recente in “A lady in Paris”, dopo essere stata consegnata alla leggenda dallo stesso Truffaut in “Jules e Jim”.

Paulette è un’anziana vedova della periferia di Parigi, costretta a cercare cibo nella spazzatura del mercato e a vivere di stenti, a causa di una pensione che non le permette di arrivare a fine mese dignitosamente. Nel suo comprensorio c’è un giro di droghe leggere, e osservare i loschi movimenti dei ragazzi fuori dal suo palazzo le suggeriscono un’idea assurda ma in fin dei conti sensata: spacciare droga per guadagnare più soldi. In fin dei conti chi sospetterebbe di un’anziana signora? Il suo talento per gli affari e le sue doti da pasticcera porteranno a Paulette soldi e fama, ma ben presto capirà che non si entra in questo giro senza correre rischi e senza mettere in pericolo se stessa e le persone che ama.

La commedia francese da sempre gode in Italia di ottimi riscontri e dei favori del pubblico. “Paulette” non è un film indimenticabile, non ha la genialità de “La cena dei cretini” o l’irresistibile entusiasmo di “Giù al nord”, ma ha tutte le carte in regola per far trascorrere una serata con una piacevole risata. Paulette e le sue amiche non danno lezioni di vita, ma in un certo senso fanno capire che la terza età non va vissuta con un senso di inutilità e di abbandono, ma che ognuno può sempre recitare la sua parte, rendendosi utile. E poi, quell’arte di arrangiarsi di italica provenienza, che al cinema funziona sempre bene.

pubblicato su Livecity

Andiamo al cinema: le uscite di Maggio 2013

Il nostro maggio farà a meno del vostro coraggio? Speriamo di no per voi, perché i cinema sono pronti a riempirsi di grandi film. C’è il Festival di Cannes in arrivo, e con esso i botti di una primavera intensa, ricca di cinema di alto livello. Come ogni mese eccoci qua allo scopo di consigliarvi le migliori uscite cinematografiche del mese, perché con i prezzi che hanno raggiunto le sale al giorno d’oggi, sbagliare film è decisamente qualcosa da evitare.

02.05.13
Il cecchino: Visto lo scorso autunno al Festival di Roma, il nuovo film di Michele Placido è un onestissimo poliziesco (il polar tanto amato dai francesi) ambientato a Parigi, con Daniel Auteuil, Mathieu Kassovitz, Luca Argentero e Violante Placido. Non sarà un capolavoro ma se volete passare un paio d’ore di buon cinema non troppo impegnato, è il film giusto da vedere.

Muffa: Film turco che ha riscosso parecchi consensi lo scorso anno a Venezia. È la storia di un ferroviere che non ha più notizie di suo figlio da ormai 18 anni, quando fu arrestato a causa delle sue idee politiche. Ogni mese manda una lettera al Ministero degli Interni e alla Questura per ribadire la sua speranza di ritrovare il figlio perduto. Un giorno, riceve finalmente una risposta… Interessante.

09.05.13
La Casa: Atteso remake del capolavoro cult di Sam Raimi del 1981. È un film pericoloso, perché costretto a fare i conti con la storia del cinema horror, ma ad ogni modo va visto proprio per soddisfare questa curiosità: sarà all’altezza del precedente? Ovviamente no (senza Raimi né Bruce Campbell non c’è partita), ma potrebbe rivelarsi comunque un horror di buon livello. Per gli amanti del genere.

No: Ultima fatica del cileno Pablo Larrain, candidato agli Oscar come miglior film straniero. La vera storia sul referendum che si è svolto in Cile nel 1988, allo scopo di confermare o allontanare il dittatore Augusto Pinochet, strafavorito alla vigilia (anche grazie alle pressioni da lui esercitate sul popolo). Ad un giovane pubblicitario viene affidata la campagna per il NO, con pochi mezzi a disposizione e sotto il controllo del governo il giovane Saavedra concepirà un’idea ambiziosa: la libertà è allegria. Con Gael Garcia Bernal protagonista, potrebbe essere uno dei film del mese.

Post Tenebras Lux: Tanti applausi lo scorso anno a Cannes per questo film messicano, diretto da Carlos Reygadas. Juan e la sua famiglia si trasferiscono dalla città in campagna, ritrovandosi catapultati in un mondo totalmente differente, con altri tempi, altre abitudini. Un’altra vita, spiazzante, contrastante, che porterà Juan a porsi delle domande…

16.05.13
Il grande Gatsby: Dal celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, l’atteso film che aprirà il prossimo Festival di Cannes. Diretto da Baz Luhrmann e interpretato da Leonardo Di Caprio, Carey Mulligan e Tobey Maguire, la storia di Nick Carraway, un uomo del Midwest, che trasferitosi a Long Island resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il signor Gatsby. Diventerà testimone di tutto ciò che accadrà…

23.05.13
La grande bellezza: Il nuovo film di Paolo Sorrentino, in competizione al Festival di Cannes. Toni Servillo è un celebre giornalista che si muove tra cultura e mondanità in una Roma calda, inafferrabile, affascinante. Altro film candidato ad essere il migliore del mese, e il nome del regista ormai è una garanzia. Da vedere.