Recensione “Mektoub, My Love: Canto Uno” (2017)

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2 ore e 54 minuti che volano in un soffio, come un’estate carica di desiderio. Un’estate che vola via tra gli sguardi dei suoi personaggi, sui sapori dei pasti che consumano, sulle note assordanti delle musiche che ballano. Abdellatif Kechiche, dopo il meraviglioso “La vita di Adele”, si conferma ancora una volta un maestro puro che attraverso il suo cinema riesce ad immergerci profondamente nei pensieri dei personaggi: l’utilizzo costante della camera a mano, uno dei marchi di fabbrica del regista, ci trasporta tra i vicoli di Sète (paesino del sud della Francia in cui si svolge la storia) e abbiamo quasi l’impressione di sentire sulla nostra pelle la canicola estiva, gli odori della campagna o il mormorio rinfrescante del mare.

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Recensione “Before Midnight” (2013)

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Li avevamo conosciuti diciotto anni fa su un treno e li avevamo amati sulle strade di una Vienna primaverile e fatale. Ci siamo innamorati di loro, li abbiamo lasciati là, su un binario, sognando o magari ricordando episodi analoghi delle nostre vite. Forse un po’ nostalgici, un po’ malinconici, perché un pezzetto di quella magia e di quell’ingenuità l’avremmo volute portare ancora con noi, anche dopo essere più cresciuti. Ma quando li abbiamo incontrati di nuovo, nove anni fa, in una Parigi curiosamente assolata, la magia sembrava finita, o quantomeno sembrava nascosta. Jesse e Celine erano (sì, anche loro!) diventati più cinici, più disillusi, meno sognatori. Come noi, come tutti, probabilmente. Ma in pochi minuti finali si stava per accendere qualcosa, una piccola fiammella che i titoli di coda non ci hanno permesso di approfondire (stava per essere alimentata o definitivamente spenta?). Lo scopriamo oggi, con i protagonisti ormai quarantenni, che stavolta non si incontrano più o meno per caso, ma si amano e hanno finalmente una relazione.

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Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

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Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

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Da leggere anche: La vita di Adele vince Cannes ma guarda ben oltre la critica

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Recensione “Prima dell’alba” (“Before Sunrise”, 1995)

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Un film unico nel suo genere. Ma definirlo film potrebbe apparire addirittura riduttivo: “Before Sunrise” è un’esperienza capace di risvegliare sogni, di vendicare tutti i nostri rimpianti, di sottolineare le nostre debolezze, di riscoprirci innamorati di due perfetti sconosciuti. Avventura, viaggio, scoperta, amore, paura: meno di 24 ore per capire meglio se stessi e la nostra relazione con la vita. Il destino, se esiste, è qui. A portata di mano. È nello sguardo imbarazzato di Jesse mentre ascolta “Come here” di Kath Bloom in un negozio di dischi, è nel sorriso incantato di Celine quando si convince a scendere da quel treno. Basta poco, una piccola spintarella, e il nostro futuro è cambiato per sempre.

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Recensione “Blue Valentine” (2010)

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Il titolo è quello di un album del 1978 di Tom Waits, in cui il cantautore americano cantava la fine di un amore ancora forte nei suoi ricordi. Il film, che arriva in Italia con due anni di ritardo, è del quasi esordiente Derek Cianfrance, che ha riscosso consensi al Sundance 2010 e al Festival di Cannes dello stesso anno (nella sezione Un Certain Regard). È la storia di un amore, ma non una storia d’amore: interamente retto sulle spalle di due attori eccezionali, Ryan Gosling e Michelle Williams, “Blue Valentine” racconta il rapporto di una coppia alternando il grigio presente al dolce e romantico passato.

Dean e Cindy sono sposati e hanno una bambina bellissima e sorridente. Il loro matrimonio però sembra dare segni di cedimento: Dean pensa di vivere il sogno americano, ma in realtà dipinge pareti e beve troppo; Cindy interiorizza tutto per poi esplodere con tutto il suo livore e la sua amarezza. Alternato a questo presente, dove Dean spera di regalare al suo matrimonio un’ultima notte di speranza, ci sono i flashback del loro splendido passato, quando erano un po’ più giovani e pieni di belle intenzioni. Il ricordo del loro incontro, il primo appuntamento, i momenti di dolcezza, di passione, la promessa di amore eterno. È una storia come ce ne sono tante, come ce ne sono state e come ce ne saranno ancora: è una storia reale, credibile, e forse è per questo che rende così tristi.

Un film di questo genere non potrebbe funzionare senza due attori all’altezza. Gosling, dopo il ruolo da silenzioso protagonista di “Drive”, è un ingenuo e al tempo stesso rabbioso romantico, mentre Michelle Williams gioca sul non detto, regala un’interpretazione di sottrazione per poi mostrarsi come reale centro di gravità della pellicola (un ruolo per cui tra l’altro la Williams ottenne la nomination agli Oscar nel 2011). Interessante anche la scelta stilistica del regista, che usa il digitale per raccontare il presente e la pellicola a 16mm per disegnare la magia del passato, dove anche l’amore sembra essere vintage. Un film pessimista? Forse, ma tirando le somme della loro storia viene voglia di pensare ad una frase di De Andrè: “è stato meglio lasciarci che non esserci mai incontrati”.

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Recensione “Un amore di gioventù” (“Un amour de jeunesse”, 2011)

Kierkegard diceva: “La vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”. Mia Hansen-Love, una delle più promettenti registe francesi degli ultimi anni, sembra abbia incentrato la sua terza pellicola intorno a questa citazione, affidando alla strepitosa Lola Créton, quasi esordiente, il compito di condurre l’altalena di emozioni di Camille, la protagonista del film. La regista trentenne cambia totalmente atmosfera rispetto alla sua pellicola precedente (“Il padre dei miei figli”, film bellissimo), portando sullo schermo uno dei connubi più celebri della storia dell’umanità: amore e adolescenza. Un tema già affrontato in decine di altri film, che qui però riesce a trovare una strada propria, con onestà e passione, senza un’ombra di superficialità.

Camille e Sullivan sono giovani, si amano, sembrano essere inseparabili. Per lei l’amore è tutto, per questo quando Sullivan decide di partire per il Sudamerica, la situazione precipita. Camille resta così da sola con i suoi ricordi, strazianti, amplificati dai sogni e dalle illusioni dell’adolescenza. Il tempo passa, le lettere di Sullivan diventano sempre più sporadiche finché lui non decide di interrompere la loro relazione. Passano gli anni, Camille non sembra riuscire a dimenticare il suo grande amore, almeno finché non incontra Lorenz, un architetto di cui diventa assistente e amante. Proprio quando Camille sembra aver ritrovato la sua strada, Sullivan torna nuovamente nella sua vita.

La splendida voce della cantautrice cilena Violeta Parra (“Volver a los 17” e soprattutto “Gracias a la vida”) accompagna i silenzi e le assenze, l’inverno dell’anima di Camille, in attesa di un futuro che sembra correre più veloce di lei. Lo sguardo della Hansen-Love non è mai invadente, è anzi tenero, discreto, è lo sguardo di qualcuno che sembra stia raccontando qualcosa che ha conosciuto, che ha toccato con mano, un mondo che forse appartiene a gran parte di noi. Lola Créton da parte sua si consacra come una delle nuove muse del cinema francese, con i suoi 19 anni il futuro è suo (e di Mia Hansen-Love). Un film che vibra tra i vicoli di Parigi e il cielo della campagna francese, risuonando come un soffio di leggerezza nella grande orchestra del cinema francese.

pubblicato su Livecity

Recensione “La guerra è dichiarata” (“La guerre est déclarée”, 2011)

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«Perché è capitato a noi?» «Perché noi ce la possiamo fare».
Il film autobiografico di Valérie Donzelli è uno di quei miracoli cinematografici che restano dentro, ci seguono anche dopo l’uscita dalla sala, accompagnandoci lungo la via del ritorno a casa. La regista, anche sceneggiatrice e interprete insieme al suo compagno Jérémie Elkaim, porta sullo schermo la storia recente della sua vita, lucidamente, onestamente, con un’intensità tale da farci sentire totalmente coinvolti in ogni suo attimo, ogni paura, ogni sorriso, ogni sospiro.

Juliette e Romeo si incontrano ad una festa. Si piacciono, si innamorano. Qualche tempo dopo nasce Adam, il loro bambino. Adam ha un tumore al cervello e la vita dei due ragazzi cambia vorticosamente. Nonostante le difficoltà, le operazioni, le terapie, Juliette e Romeo cercano di portare avanti la loro nuova quotidianità con pazienza, forza, ma soprattutto con il furore e la caparbietà di chi non vuole perdersi un momento, di chi vuole andare avanti malgrado tutto.

Alternando ironia e tragedia, il film di Valérie Donzelli emoziona e commuove, sa farci sorridere e al tempo stesso lascia qualche brivido percorrerci la schiena, fino a sporgersi sul balcone degli occhi. Onesto fino in fondo, mai ruffiano, mai sopra le righe, non vuole commuovere a tutti i costi, semplicemente ci suggerisce di farlo. Questa è la vita, e ogni tanto il cinema riesce a ricordarcelo.

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Recensione “One day” (2011)

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Tratto dal bestseller omonimo di David Nicholls e diretto da Lone Scherfig, già regista dell’ottimo “An education”, “One day” è una storia d’amore dal retrogusto amaro e nostalgico, retta sulle spalle da due personaggi costretti ad affrontare un percorso che li metterà davanti all’inevitabilità del loro destino, delle loro vite, del tempo. Vent’anni di dolce amicizia, puntellati da risate e lacrime, abbracci e rimproveri, distanze fisiche e psicologiche, il tutto osservato attraverso lo stesso giorno, il 15 luglio, anno dopo anno. Diviso tra Edimburgo, Londra e Parigi, “One day” attraversa vent’anni di due persone mostrando in sottofondo i cambiamenti di una società, accennati attraverso piccoli dettagli e le azzeccate hit musicali del periodo, che ben ricreano le atmosfere in cui si svolgono i fatti.

Emma e Dexter si incontrano il 15 luglio del 1988, il giorno delle loro lauree, e trascorrono l’intera notte insieme, dando inizio ad un’amicizia destinata a durare per sempre. Lei è ambiziosa, brillante, piena di speranze per il futuro; lui è ricco, viziato, senza grandi idee e voglia di crescere, che vede nel divertimento continuo l’unico obiettivo della sua vita. Anno dopo anno, il 15 luglio rappresenta un crocevia essenziale del loro rapporto, fin quando i due capiranno che ciò che hanno sempre cercato e voluto in realtà era proprio il significato di quel primo, ormai lontano, 15 luglio 1988.

Un film costellato di alti e bassi, basato su un’idea piuttosto originale che però perde la sua potenza in un “colpo di scena” forzato che sembra piazzato là, ad un quarto d’ora dalla fine, come se non si fossero trovate idee migliori per risolvere i novanta minuti precedenti. Un bel finale risolleva comunque le sorti di un film ad ogni modo interessante, con una coppia di attori ben assortita (la sempre brava Anne Hathaway e il Jim Sturgess di “Across the universe”). “One day” racconta attraverso un espediente piuttosto originale l’evoluzione di un rapporto intessuto come un puzzle, sottolineando come il tempo a volte possa regalare una seconda occasione, senza però concedere l’opportunità di recuperare gli anni persi.

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