“Dear Basketball”, il corto di Kobe Bryant vincitore dell’Oscar

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Una delle grandi sorprese della Notte degli Oscar appena trascorsa è stata senza dubbio vedere con la statuetta in mano Kobe Bryant, leggenda dei Lakers e del basket mondiale. Il cortometraggio “Dear Basketball”, da lui scritto e interpretato, si è infatti portato a casa l’Oscar come miglior cortometraggio d’animazione. Animato da Glen Keane e musicato da John Williams (!), il corto è una bellissima lettera d’amore scritta da Bryant nei confronti di uno degli sport più amati al mondo. Cinque minuti pieni di poesia, passione e amore puro. Buona visione.

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Capitolo 232

E anche questo Natale… è passato. Capitolo natalizio della vita da cinefilo, con molti film d’animazione (ben tre, come è richiesto sottovoce dal periodo), un paio di gustosissime anteprime e soprattutto tre re-visioni di un certo livello. Anche stavolta ci sono molti film, ma che vi devo dire, ho ripreso un ritmo invidiabile, complici soprattutto le feste natalizie e ancor di più il freddo: (quasi) qualunque cosa possiate pensare non sarà mai migliore di un bel film sotto il piumone. Ultimo capitolo dell’anno quindi, ci risentiremo presto con la Top 20 e con un nuovo numero del magazine (!), nel frattempo andiamo a dare un’occhiate alle ultime visioni di questo periodo. A presto, cari affezionatissimi.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017): A gennaio avrete già la possibilità di vedere uno dei migliori film del prossimo anno. Il regista di “In Bruges” mette insieme un trio niente male (Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell) per una grandiosa black comedy, con battute al fulmicotone e un’ambientazione che fa pensare vagamente ai libri di Lansdale. Non lo dico spesso, ma stavolta non posso farne a meno: è davvero imperdibile.

Il figlio della sposa (2001): Ma quanto è bello il cinema argentino? Non mi stancherò mai di ripeterlo. L’ultima volta che avevo visto questo gioiello di Juan Josè Campanella (regista del capolavoro premio Oscar”Il segreto dei suoi occhi”) mi trovavo in America Latina e mi guardavo i film in lingua originale per imparare la lingua. A distanza di tanti anni è ancora più piacevole, più tenero, un po’ malinconico forse, ma sempre bello, bello, bello. Vi presto il dvd oppure lo trovate su Netflix. Guardatelo.

Loving Vincent (2017): Interamente dipinto a mano da un centinaio di artisti addestrati a dipingere nello stile di Van Gogh: il film sarebbe stato ugualmente interessante senza la meraviglia visiva che ci offre? Probabilmente no, ma anche grazie alla forza delle immagini regala un’ora e mezza di eccellente intrattenimento. Una bella indagine intorno alla morte del pittore olandese, da vedere.

Il Re Leone (1994): Altro film d’animazione, ma di tutt’altro genere. Vi devo confessare una cosa: non l’avevo mai visto! Eh lo so, ma nel 1994 quando uscì ero appena entrato nella fase “ho 13 anni e non guardo più film per bambini”. Sarebbe stato molto meglio vederlo allora, perché adesso, pur dovendo ammettere che si tratta di un bel film, non l’ho potuto apprezzare come avrei dovuto: per me il Re Leone sarà sempre Gabriel Omar Batistuta, non posso farci niente.

Coco (2017): E niente, la Pixar ha fatto un altro miracolo cinematografico. Esce al cinema tra tre giorni e, qualunque sia la vostra età, vi dico che dovreste proprio andarlo a vederlo. La musica è protagonista, così come l’importanza della famiglia, della memoria, del ricordo. Messico e nuvole, la faccia triste dell’America. Stupendo.

Love Actually (2003): Mi potete citare “Una poltrona per due” o “Mamma ho perso l’aereo” o quello che vi pare, sono tutti film bellissimi. Ma dal 2003 per me esiste un solo film di Natale: “Love Actually”. Non so se si può definire un “guilty pleasure”, ma io sto proprio in fissa con questo film di Richard Curtis e lo devo vedere ogni anno, obbligatorio. Cast pazzesco, scene cult a non finire (su tutte il balletto di Hugh Grant e la dichiarazione d’amore a Keira Knightley), risate e un po’ di sane emozioni. Mamma mia quant’è bello.

Star Wars – Gli ultimi Jedi (2017): Il Natale va passato con le persone che ami, motivo per cui sono andato al cinema a rivedere Star Wars. Confermo tutto ciò che ho già scritto a proposito: il passato deve essere messo da parte, perché qui si comincia a menare duro. Episodio cupo, nonostante le gag, con Rey e Kylo Ren protagonisti assoluti, complementari, veri traini spirituali del destino della saga. Quel finale poi…

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Cosa vedere su Netflix?

Cos’è Netflix ormai lo sappiamo tutti, il problema di molti – e spesso anche il mio – è che talvolta apro la pagina e mi trovo davanti a decine e decine di film, perdendo almeno dieci minuti per decidere cosa vedere. Ho pensato di scrivere questa specie di guida per aiutare tutti voi a districarvi nel mare di pellicole (e anche qualche serie tv) che galleggiano nell’universo italiano di Netflix: è uno sporco lavoro (ed è in costante aggiornamento), ma qualcuno lo deve pur fare…
Un consiglio: se cercate un film in particolare, aiutatevi con il pulsante “cerca” sulla colonna di destra. E voi cosa guardate? Aggiungete i vostri consigli tra i commenti e, nel caso trovaste qualcosa non più in catalogo, vi prego di segnalarmelo.

Ultimo aggiornamento 29 novembre 2018
Vecchi Film: Forrest Gump, Rushmore
Film italiani e internazionali: Roma
Film USA: Barriere, Her, Arrival
Commedie: Qualcuno salvi il Natale
Animazione: Nightmare Before Christmas, Wall-E
Documentari: Springsteen on Netflix
Serie Tv: Hill House

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Primo trailer per “Loving Vincent”

Il primo trailer di “Loving Vincent” è probabilmente la cosa più bella che vedrete oggi. Si tratta del primo film interamente dipinto, fotogramma per fotogramma, della storia del cinema: dodici dipinti ad olio al secondo, realizzati da oltre cento pittori addestrati a dipingere nello stile inconfondibile di Vincent Van Gogh. Il film, che racconterà la vita e la morte del celebre pittore olandese, sarà diretto dal polacco Dorota Kobiela e da Hugh Welchman. Le prime immagini del trailer sembrano assolutamente meravigliose.

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Recensione “Il piccolo Principe” (“Le Petit Prince”, 2015)

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“L’essenziale è invisible agli occhi”: su questo principio si basa uno degli insegnamenti più importanti dell’infanzia di tutti noi, quegli ex-bambini che ormai tanti anni fa avevano letto, vissuto e respirato le pagine del capolavoro di Antoine de Saint-Exupéry. Ora, da adulti (o presunti tali), ritroviamo la dolcezza e la semplicità della bellezza (o la bellezza della semplicità) nel film di Mark Osborne, già apprezzato regista di “Kung Fu Panda”.

Una bambina si trasferisce con sua madre nella casa accanto a quella di un vecchio aviatore un po’ eccentrico. L’uomo, attraverso le pagine del suo diario e i disegni, racconta alla piccola la storia del suo incontro con un enigmatico ragazzino giunto da un pianeta lontano, il Piccolo Principe. La bambina resta affascinata da questo racconto, riscoprendo la bellezza del diventare grandi senza perdere la meraviglia per le piccole cose che ci circondano.

Eccellente nell’alternanza tra computer grafica e stop motion, il film di Osborne convince soprattutto nella prima parte, cioè finché mantiene costante il rapporto tra il presente inventato per il film e quel “passato” raccontato da Saint-Exupéry. Si concede invece un po’ troppe libertà nel finale, libertà che però gli vengono perdonate quando la morale iniziale viene ribadita attraverso delle immagini bellissime. Per i più piccoli sarà un modo meraviglioso di cominciare il 2016, ai più grandi farà bene ripassare una delle più importanti regole non scritte: non bisogna mai dimenticare il bambino dentro di noi.

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Recensione “Nausicaa della Valle del vento” (“Kaze no tani no Naushika”, 1984)

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Il primo lungometraggio scritto e diretto da Hayao Miyazaki torna al cinema grazie a Lucky Red: in questo autunno piovoso non c’è niente di meglio del caldo abbraccio dell’autore giapponese per riscaldare mente e anima. In questo film del 1984 troviamo già moltissimi degli elementi ricorrenti della cinematografia di Miyazaki: il rispetto per la natura, l’amore per gli animali, il tema dell’aviazione, il contesto bellico, l’antimilitarismo e il pacifismo.

In seguito ad una guerra termonucleare, l’ecosistema della Terra sembra piuttosto instabile: una enorme foresta tossica ha ricoperto la maggiorparte della superficie del pianeta e una nuova guerra è in procinto di esplodere. Una delle poche zone ancora popolate e fuori da ogni strategia bellica è la Valle del vento, dove la giovane e intraprendente Principessa Nausicaa ha capito che il vero problema non è la foresta, ma l’inquinamento causato dagli uomini.

Alzi la mano chi non vorrebbe avere la possibilità di volare sull’aliante di Nausicaa, lasciandosi andare sulle spinte del vento, tra i miracoli della natura e i tetti delle abitazioni. Miyazaki come sempre riesce ad emozionare con immagini semplici, azioni minimali che nella società di oggi appaiono quasi fuori dal comune: ma la pietà, la tolleranza, il rispetto e l’amore sono sentimenti che non dovrebbero mai passare di moda. Per fortuna i film di Miyazaki ce lo ricordano in ogni momento.

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Recensione “Inside Out” (2015)

INSIDE OUT

La Pixar sforna un altro miracolo d’animazione. Stavolta, l’idea di base è talmente affascinante e originale da tenerci incollati allo schermo per buona parte del film. Dopo i tanti sequel degli ultimi cinque anni (“Monsters University”, “Cars 2”, “Toy Story 3”), intervallati dal solo “The Brave” (Oscar nel 2013), la Pixar pesca dal cilindro uno dei suoi film più originali e profondi, esplorando un mondo che tutti conosciamo ma che nessuno ha mai visto: la mente umana. Lo fa dando vita e voce a cinque emozioni fondamentali dell’essere umano: gioia, tristezza, rabbia, paura e disgusto. Cinque direttori d’orchestra all’interno del cervello, che grazie ad una stretta collaborazione riescono a gestire l’equilibrio psichico di ogni individuo.

Nel momento di nascere nella mente di Riley compare un’emozione: Gioia. Subito dopo altre quattro emozioni fanno il loro ingresso nella vita della piccola, ognuna con una funzione diversa e al tempo stesso importante. Gioia garantisce la felicità di Riley, Rabbia tira fuori il suo senso di giustizia, Paura la mantiene al sicuro, Disgusto cerca di evitare gli avvelenamenti sociali e fisici, Tristezza dovrebbe far sì che gli altri si accorgano di quando Riley ha bisogno di qualcosa. Nel momento in cui la famiglia di Riley si trasferisce dal Minnesota a San Francisco, un incidente all’interno della mente risucchia Gioia e Tristezza fuori dal Quartier Generale. Mentre la bambina si troverà a gestire i primi giorni di scuola in balia di Rabbia, Paura e Disgusto, all’interno del cervello l’avventura di Gioia e Tristezza dovrà fare i conti con luoghi imprevedibili, dalla memoria a lungo termine al subconscio di Riley, fino al baratro dei ricordi dimenticati.

Lontani echi di Charlie Kaufman, una simpatica citazione da “Chinatown” di Polanski, nel pentolone magico della Pixar, capace di alternare ironia e divertimento a momenti di lucida profondità: la prima parte del film funziona sicuramente di più della seconda, e forse il finale è sembrato un po’ troppo affrettato (ma probabilmente perché avremmo voluto che tutto il film durasse ancora di più). L’importanza dei ricordi (qui splendidamente resi come sfere di colore diverso, a seconda della emozione che li ha espressi), il modo in cui i passi che abbiamo percorso siano risultati decisivi nella caratterizzazione della nostra personalità e nelle esperienze di tutti i giorni. Una storia di formazione con non l’abbiamo mai vista, dove anche le emozioni nella nostra mente sono costrette a confrontarsi con l’arduo mestiere del vivere.

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Recensione “La città incantata” (“Sen to Chihiro no kamikakushi”, 2002)

Non sarebbe bello vivere in un film di Hayao Miyazaki? Non sarebbe forse bello vivere in un mondo fantastico, incantato, certo, anche pieno di conflitti e avversità, ma soprattutto tenero, dove c’è sempre qualcuno pronto a prendersi cura di chi ha intorno? Forse sarebbe utopico, ed è per questo che al cinema sembra tanto bello: perché non esiste. Ma che male c’è a sognare a occhi aperti per un paio d’ore? Che male c’è a farci abbracciare dalle creature di Miyazaki, dal calore umano dei suoi personaggi, attraversando oceani a bordo di un treno o sferzando i cieli sul dorso di un dragone bianco? Che male c’è ad adagiarsi sui colori pastello delle tavole e bagnarsi nelle immense vasche di una stazione termale per divinità folcloristiche? Credetemi, non c’è proprio niente di male, e questo l’autore lo sa bene, ed è proprio per questo che uscendo dalla sala dopo un suo film ci sentiamo sempre delle persone migliori.

La piccola Chihiro si sta trasferendo con i suoi genitori in una nuova città. Tutto ciò che ha del suo passato è un mazzo di fiori d’addio e un biglietto firmato dai suoi amici. Durante il tragitto, la macchina si ferma di fronte ad un curioso edificio rosso, attraversato da un tunnel. I genitori di Chihiro si addentrano, seguiti dalla bambina, riluttante. Si ritroveranno in una città apparentemente fantasma, dove scoprono un meraviglioso buffet. Gli adulti si lanciano immediatamente sul cibo, trasformandosi in maiali, mentre Chihiro scoprirà lentamente la vita nascosta nella città incantata, anche grazie all’aiuto di un misterioso amico, Haku. La piccola dovrà trovarsi un lavoro, unico modo che ha per non essere trasformata anche lei e soprattutto per riuscire a salvare i suoi genitori.

Non saremmo mai grati abbastanza alla Lucky Red per averci portato in Italia i capolavori dello Studio Ghibli. Miyazaki anche stavolta riempie la pellicola di sottotesti e percorsi alternativi: il rispetto per le persone e per la natura (eloquente la scena del dio del fiume, reso putrido dall’inquinamento umano), la potenza del linguaggio e della comunicazione (le parole non sono mai usate a vanvera, hanno sempre un valore), l’inutilità dell’ingordigia e dell’avidità (il dio senza volto distribuisce oro a chi lo circonda, ma la sua unica amica sarà colei che rifiuta le pepite). Più che un film, una gemma preziosa, Orso d’Oro alla Berlinale nel 2002 e premio Oscar nel 2003 come miglior film d’animazione. Preparatevi alla meraviglia.

Recensione “The Congress” (2013)

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Tratto da “Il congresso del Futuro” di Stanislaw Lem, il nuovo film di Ari Folman (ricordate il suo meraviglioso “Valzer con Bashir”?) si pone su vari livelli di lettura. Subito si può notare il riferimento alla fantascienza distopica, sulla quale il film si basa per realizzare in realtà qualcosa di totalmente originale e letteralmente allucinante. Un’esperienza impagabile che trascina lo spettatore nel suo mondo futuristico, in cui l’assunzione di sostanze chimiche ha trasformato la società contemporanea in un enorme cartone animato, apparentemente perfetto, dove ogni individuo può assumere l’identità che ha sempre sognato e trasformarsi in qualunque forma la sua mente desideri. Un altro livello di lettura riguarda il cinema stesso: dietro il film di fantascienza c’è un grido di allarme nei confronti della direzione in cui la settima arte si sta dirigendo, tra avatar in 3D e animazioni in motion capture, con il ruolo degli attori che sta totalmente cambiando, costretti talvolta a girare un intero film all’interno di un set per il green screen.

Robin Wright interpreta se stessa. Dopo una serie di scelte sbagliate per la sua carriera artistica non le resta che accettare l’offerta di uno studio cinematografico senza scrupoli: vendere la sua identità di attrice. Il suo corpo e tutte le sue espressioni verranno scansionate digitalmente, in tal modo lo Studio potrà usarla come attrice in qualunque pellicola, senza il bisogno di averla effettivamente sul set e, quel che peggio, senza la possibilità di scegliersi ruoli e film. Grazie al denaro di questo accordo potrà pagare le cure per suo figlio. Vent’anni dopo, al termine del contratto, viene invitata ad un congresso futurista in cui l’unico modo per accedere è inalarsi le sostenze chimiche contenute in una fiala. Robin Wright si ritrova così catapultata in un mondo animato, allucinato, dove lo Studio vuole trasformarla definitivamente in una formula chimica. Il suo scopo è invece di tornare alla realtà e ritrovare il figlio che ha lasciato da solo.

La dittatura chimica descritta da Lem e quella “sociale” portata sullo schermo dal genio di Folman è un atto di accusa verso chi detiene il potere (nel libro le case farmaceutiche, nel film lo studio cinematografico): i produttori di sostanze chimiche gestiscono le emozioni della popolazione, ne controllano gli umori, le paure, i desideri. La creazione di un avatar fa inoltre pensare da vicino al mondo attuale schiavo dei social network, in cui cerchiamo di creare un mondo per noi ideale ma a conti fatti effimero. A questo mondo distopico Folman aggiunge la nostalgia per il cinema di una volta (citando, tra gli altri, “Il dottor Stranamore” di Kubrick), la minaccia di quelle tecnologie che rischiano di soppiantare il cinema che abbiamo sempre amato. Tra strizzate d’occhio a “Matrix”, vaghe suggestioni di “Vanilla Sky” e alla fantascienza d’autore figlia di Philip K. Dick e dello stesso Lem, il film di Folman è una di quelle rare pellicole che sui titoli di coda hanno il potere di lasciare senza parole.

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Recensione “Principessa Mononoke” (“Mononoke Hime”, 1997)

Hayao Miyazaki è una di quelle persone che, appena finisci di vedere un suo film, hai voglia di abbracciare. Il ritorno al cinema della Principessa Mononoke è un’ottima occasione per ritrovare il calore dei suoi acquarelli, il coraggio dei suoi protagonisti, la bontà della sua terra, la magnificenza della natura. L’amore di Miyazaki per la natura è un tesoro da proteggere, da custodire e portare sempre con sé: in questa occasione lo spunto arriva dal Giappone medievale e dallo scontro tra la natura stessa e la cività industriale. Il film dà vita ad una foresta magica abitata da divine belve parlanti, da una giovane guerriera e da un Dio Bestia che rappresenta il cuore stesso della foresta. Nel Giappone caotico e destabilizzato di quel periodo, il conflitto tra gli dei della natura e gli uomini sembra una partita che non porterà a nessun lieto fine, a meno che le due fazioni non riescano a convivere e a rispettarsi.

Nel Giappone selvaggio del XIV secolo il progresso dell’uomo comincia a smussare le fondamenta dell’equilibrio ecologico. In una quieta e pacifica tribù del nord appare un giorno un cinghiale posseduto da una divinità malvagia, che ha preso forza dall’odio e dal rancore. Il giovane guerriero Ashitaka riesce a fermare la bestia, ma resta ferito ad un braccio e colpito da una maledizione che lo condurrà a morte sicura. L’unica possibilità è di addentrarsi in una foresta magica situata ad Ovest, e sperare nella benevolenza del Dio Bestia. A difendere la foresta ci pensa la principessa degli spettri (Mononoke in giapponese), San, che lotta costantemente contro l’adiacente tribù di fabbri e la sua matrona, Madame Eboshi, che vorrebbe distruggere la foresta per espandere il suo villaggio. Ashitaka si troverà al centro di questo eterno conflitto, cercando di conquistare la fiducia di San e quella della tribù di Eboshi, nella speranza di ripristinare quell’equilibrio ormai vacillante.

“Ti voglio bene Ashitaka, ma non posso perdonare gli esseri umani”: queste le parole di San, anch’essa un essere umano, ma cresciuta dai lupi selvatici sin da piccola e per questo motivo pura, totalmente distaccata dalla corruzione e dalla malvagità degli uomini. Ma sono davvero così cattivi gli esseri umani? Eboshi, la nemesi di San, è una donna che offre protezione e ricovero ai malati, ai contadini senza terra, alle donne senza un futuro; allo stesso tempo il cuore di San si è indurito, la Principessa Mononoke sa anche esprimere odio e rabbia. Miyazaki racconta il conflitto tra umanità e natura attraverso la filosofia dello Yin e dello Yang: ogni parte contiene in sé il seme per il proprio opposto, le due fazioni posso coesistere solo se trovano un equilibrio. Quando questo equilibrio è finalmente raggiunto, la magia di Miyazaki si realizza in tutta la sua maestosità.

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