Recensione “Il Filo Nascosto” (“Phantom Thread”, 2017)

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Una buona abitudine che ho preso negli ultimi mesi è quella di non guardare più trailer di film che già so che devo vedere, di film che sia per il nome del regista o per l’argomento trattato non hanno bisogno di presentazioni. In questo caso non avevo assolutamente idea di cosa trattasse la storia, a parte qualcosa a proposito di moda, ma il nome di Paul Thomas Anderson era più che sufficiente per trascinarmi davanti allo schermo senza farmi troppe domande. Tutto ciò per dire che ho affrontato la storia senza sapere cosa aspettarmi: una storia d’amore? un thriller? un dramma? Le premesse c’erano tutte, la prima mezzora è alquanto intrigante, ma se da un punto di vista tecnico Anderson conferma ampiamente di essere un regista grandioso (il film a livello visivo è davvero un immenso piacere), la storia non è riuscita del tutto ad agganciarmi, lasciandomi piuttosto perplesso soprattutto nel suo atto conclusivo.

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Recensione “Crimson Peak” (2015)

La puzza di deja-vu si è sentita sin dalle primissime scene, che però sembravano promettere qualcosa di più dal punto di vista narrativo, facilitate anche dalle splendide scenografie e dall’inesauribile talento visivo di Guillermo Del Toro. Purtroppo la bellezza degli effetti speciali e la magia dell’ambientazione (fantastico il rosso dell’argilla a richiamare il sangue e la violenza, ma anche l’amore e la passione) non è bastata ad allontanare quella sensazione di “già visto” che pervade ogni singola scena, talvolta correndo il rischio di cadere nel ridicolo, come nel finale. Si potrebbe scomodare l’Hitchcock di “Rebecca” o “Notorius”, il Wes Craven de “La casa nera” o addirittura il meno fortunato “Hauntings”. Si potrebbe parlare di tanti film, ma non è questo il punto: il problema è nella prevedibilità della narrazione, incapace di sorprendere il pubblico, di mantenere alta l’attenzione, di essere convincente.

Dopo la morte violenta del facoltoso padre, la giovane scrittrice Edith, innamorata di un baronetto inglese in disgrazia, si sposa e segue l’uomo, Thomas Sharpe, in un maniero isolato nel nord dell’Inghilterra. Qui i due vivono in compagnia della sorella di lui, Lucille, che sin dall’inizio sembra mostrare un certo astio nei confronti della cognata. Edith, che da piccola aveva avuto un contatto con il fantasma di sua madre, viene continuamente inseguita dai fantasmi di questa nuova casa, che lentamente sembrano suggerirle la verità: l’uomo che ha sposato potrebbe non essere la persona che lei credeva.

L’elemento sovrannaturale, che è anche la parte più interessante della pellicola (se non altro per le invenzioni visive di Del Toro), viene sfruttato il minimo indispensabile, il resto è abbandonato sulle spalle dei tre ottimi protagonisti: Tom Hiddleston, Jessica Chastain e Mia Wasikowska sono infatti costretti a reggere il film da soli, riuscendoci solo a tratti, ma non per colpa loro. Un thriller sovrannaturale con venature di horror e una cucchiaiata di dramma: la ricetta va bene, ma le dosi sono del tutto sballate.

“Taxi Teheran” di Jafar Panahi: locandina e trailer

“Taxi Teheran” di Jafar Panahi, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e primo film della nuova distribuzione Cinema di Valerio De Paolis, uscirà il 27 agosto per la riapertura della nuova stagione cinematografica.  Con l’ultimo Festival di Berlino, Jafar Panahi ha rivelato al pubblico “Taxi Teheran”. Il primo film che il regista iraniano ha girato, da solo e in esterni dal 2010, piazzando la telecamera sul cruscotto del suo taxi e mettendosi alla guida, attore, per le vie di Teheran; questo nonostante il divieto di girare imposto dal regime.
“Taxi Teheran” è un film pieno di umorismo, poesia e amore per il cinema, osannato unanimemente dalla critica di tutto il mondo, viene acclamato anche dalla giuria presieduta dal cineasta americano Darren Aronofsky e ottiene l’Orso d’oro oltre al Premio Fipresci che viene consegnato alla piccola Hana Saeidi, nipote del cineasta e interprete del film. «Le restrizioni sono spesso fonte d’ispirazione per un autore poiché gli permettono di superare se stesso. Ma a volte le restrizioni possono essere talmente soffocanti da distruggere un progetto e spesso annientano l’anima dell’artista. Invece di lasciarsi distruggere la mente e lo spirito e di lasciarsi andare, invece di lasciarsi pervadere dalla collera e dalla frustrazione, Jafar Panahi ha scritto una lettera d’amore al cinema. Il suo film è colmo d’amore per la sua arte, la sua comunità, il suo paese e il suo pubblico…» così Darren Aronofsky, Presidente della giuria del Festival di Berlino 2015, in occasione della consegna dell’Orso d’oro a “Taxi Teheran”.

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Recensione “Youth – La giovinezza” (“Youth”, 2015)

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Soltanto Paolo Sorrentino poteva girare un film come questo, in cui all’uscita dalla sala cerchi di capire se ti è piaciuto o meno, pensi di sì, ma non ne sei sicuro del tutto. Sono film che ti accompagnano sulla strada verso casa, i suoi personaggi passeggiano al tuo fianco e ad un certo punto avresti voglia di girarti per scambiare alcune opinioni con loro. “Le emozioni sono sopravvalutate”, afferma il protagonista, e vorresti convincertene, ma soltanto alla fine capisci che non è così. Fred Ballinger non è meno apatico, nè meno annoiato del Jep Gambardella de “La Grande Bellezza”, i due in realtà hanno molto in comune, sono due osservatori: se quello interpretato da Servillo però affrontava la vita con lucido cinismo e con una profonda consapevolezza della società in cui si muoveva, il direttore d’orchestra in pensione interpretato da Michael Caine è un uomo che non vuole più chiedere nulla alla vita, guarda al passato ma lo rifiuta costantemente (non vuole tornare a dirigere, respinge ogni proposta di scrivere un libro di memorie), dall’altra parte di questa medaglia c’è però Mick Boyle, anziano regista in cerca della consacrazione, che invece nel passato ci sguazza, lo tiene sempre vicino e lo accarezza fino a ritrovarcisi travolto.

I giovani che popolano il lussuoso albergo ai piedi delle Alpi, dove si svolge l’intera vicenda, sono vitali, vivono il proprio tempo con leggerezza, sembrano tenere il proprio futuro in mano, tanto vicino quanto lontano è invece il passato dei due vecchi amici: anche la leggerezza, in fondo, è una specie di perversione? I personaggi di contorno nei film di Sorrentino non sono mai casuali, o banali: il potere del desiderio che permette al monaco tibetano di liberare la sua testa dalle leggi della fisica, la nostalgia per il passato che riporta il più grande calciatore della storia, un finto Diego Armando Maradona appesantito dalla sua leggenda, a regalare a se stesso la soddisfazione di avere ancora “quel” piede sinistro (che meraviglia quello scambio di battute con Paul Dano). Un omaggio al tempo che non c’è più, alla potenza del desiderio, alla forza dei rimpianti, un inno alla nostalgia che ogni tanto bussa alla porta, a quel passato così lontano da non ricordarci se è poi davvero esistito, quel passato che talvolta ci manca, che talvolta delude, con il quale infine impari a convivere se vuoi sopravvivere.

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Recensione “Rompicapo a New York” (“Casse-tête chinois”, 2013)

Dodici anni dopo il cult “L’appartamento spagnolo”, Cédric Klapisch conclude (?) la saga sui “viaggi di Xavier”, come ama definirla lui stesso, portando il suo personaggio nella caotica New York, una sorta di corrispettivo fisico e spaziale della confusione nella quale si agita il povero Xavier, un Antoine Doinel degli anni 2000, continuamente in tumulto a causa delle sue grane sentimentali. Dai colori dell’appartamento di Barcellona, passando per le bambole russe di San Pietroburgo, fino ai rompicapo cinesi (come da titolo originale), in una New York lontana dalle immagini da cartolina, stressante e stressata, ma come per le altre città anche questa ricca di dinamiche dalle quali Xavier inevitabilmente prende spunto per i suoi libri, rendendoci partecipi del processo creativo (anche in questo film grazie all’uso della voce fuori campo).

In questo terzo capitolo troviamo Xavier e Wendy sposati da dieci anni e con due bambini. Wendy va a vivere a New York, si innamora di un altro, si trasferisce negli States, portando con sé i figli. Xavier, nel tentativo di cercare l’ispirazione giusta per il suo nuovo libro e soprattutto per restare vicino ai suoi bambini, decide di trasferirsi anch’egli nella Grande Mela. Qui lo ospita la solita incasinata Isabelle, che convive a Brooklyn con la sua ragazza, con la quale sta avendo un figlio grazie al seme proveniente proprio dall’amico Xavier. Nel frattempo anche Martine, con i suoi due figli, decide di passare qualche giorno di vacanza a New York. Xavier si ritrova così a dover barcamenarsi tra avvocati, ex-mogli, migliori amiche, primi amori, bambini passati e futuri, una finta moglie cinese e gli agenti dell’ufficio immigrazione.

Klapisch con questa trilogia racconta perfettamente quella generazione di ragazzi europei divenuti cittadini del mondo, in un certo senso senza fissa dimora, capaci di trasferirsi da un luogo all’altro del mondo in seguito alle esperienze vissute in gioventù (spesso legate al progetto erasmus, che ha aperto le menti e ha formato migliaia di questi futuri cittadini del mondo). Al tempo stesso racconta con le giuste dosi di ironia e malinconia le sorti di un gruppo di quasi quarantenni, afflitti dalle continue complicazioni della vita, ma al tempo stesso sempre capaci di andare avanti (nel caso di Xavier anche grazie ai consigli delle sue visioni, nel primo film rappresentate da Erasmo da Rotterdam, oggi raffiguranti i filosofi tedeschi dell’800). Una commedia come sempre caotica, poliglotta, che sa divertire ma che contemporaneamente ci aiuta a pensare al punto dove sono arrivate anche le nostre vite, invitandoci ad accogliere gli eventi drammatici come fase di passaggio nel raggiungimento di un possibile lieto fine, nella ricerca di quella tanto agognata felicità.

Recensione “Monuments Men” (“The Monuments Men”, 2014)

L’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, l’odio profondo per i nazisti richiama qualcosa di “Indiana Jones” e in alcuni tratti fa pensare a “Bastardi senza gloria”. La squadra capitanata e diretta da George Clooney affronta in realtà una storia realmente accaduta, quella di un gruppo di storici che si sono lanciati nell’impresa di salvare le opere d’arte dalla furia distruttrice di un Hitler vicino alla sconfitta. Il film di George Clooney non è ambizioso o intenso come “Good Night & Good Luck” e “Le idi di marzo”, tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura con leggerezza, seppur inserendosi in un contesto decisamente drammatico. Non si potrebbe ottenere un risultato diverso, quando inserisci nella Seconda Guerra Mondiale i volti di Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney tirano fuori il loro lato più brillante.

Un gruppo di sette uomini scelti (critici ed esperti d’arte, curatori di musei, architetti, restauratori) viene mandato da Roosevelt nella Germania nazista con l’obiettivo di rintracciare le opere d’arte trafugate da Hitler per poterle restituire ai legittimi proprietari. Soldati per caso, i “monuments men” dovranno combattere anche contro il tempo: la caduta del Reich è vicina, e Hitler ha dato disposizione di distruggere tutte le opere d’arte in suo possesso.

Brillante, ma dal retrogusto epico, il film di Clooney a tratti potrebbe anche apparire didascalico, ma di questi tempi in cui la cultura sembra diventata uno spreco, un simile elogio alla storia dell’arte è un messaggio di cui sentiamo sempre più bisogno, anche perché, come afferma il protagonista: “puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Divertente senza mai essere forzato, riflessivo e a tratti drammatico, senza però scadere mai nel patetico, “Monuments men” rappresenta il grande ritorno di Hollywood all’avventura e alla guerra, raccontate in maniera brillante ma al tempo stesso interessante. Bravo Clooney.

Recensione “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis”, 2013)

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Il nuovo, splendido, film dei fratelli Coen è una ballata folk, a tratti cinica, un po’ sorniona, ma come sempre ironica  e brillante. Il Greenwich Village degli anni 60, qualche anno prima di diventare il Greenwich Village di Bob Dylan e del “Cafè Wha?”, nel suo periodo di quiete prima della tempesta musicale, nel suo periodo di povertà prima del boom. Si tratta di un Village ancora lontano (ma non troppo) dall’arrivo degli album di successo, dei soldi, delle star. In questo contesto si inserisce la storia di Llewyn Davis, personaggio di fantasia ispirato alla figura di Dave Van Ronk, musicista folk di quella Manhattan, che condivide con il Davis dei Coen la provenienza dalla working class, tratti della sua storia e soprattutto alcune canzoni. Erano i tempi in cui i fedeli della folk music si scambiavano vecchie canzoni come fossero un linguaggio in codice, un segreto da custodire. Erano i tempi in cui la povertà non era solo un prezzo da pagare per inseguire la propria arte, ma era anche una sorta di voto: i musicisti accedevano così a quella che poteva sembrare una setta, che permetteva ai suoi adepti di essere figli di una stessa madre: la Musica.

Llewyn Davis, chitarrista folk, si muove per le strade di New York, perennemente chiuso nella sua giacca, troppo leggera per respingere gli attacchi dell’inverno e dell’impossibilità di realizzarsi. Non è certamente il talento che manca a Davis, ma sembra continuamente trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: trova ospitalità sui divani delle persone più disparate, si ritrova quasi per caso in un viaggio verso Chicago che non farà altro che alimentare i suoi rimpianti e le sue sensazioni negative (il suo partner musicale è morto lanciandosi da un ponte), resta coinvolto in gravidanze accidentali. Ma soprattutto sono gli anni sbagliati: Bob Dylan non ha ancora fatto la sua apparizione e, fino ad allora, vivere di musica nel Greenwich Village sarà una continua corsa ad ostacoli.

I Coen richiamano l’atmosfera del periodo già dalla locandina del film, che fa vagamente pensare alla copertina di “The Freewheelin'” di Dylan, uscito nel 1963. Oscar Isaac presta voce, volto, anima e cuore al suo protagonista malinconico, e trova la migliore interpretazione della sua carriera. Lo affiancano, in varie fasi della pellicola, l’ottima Carey Mulligan, il versatile Justin Timberlake e un esilarante John Goodman, una delle figure di riferimento della cinematografia dei fratelli Coen. Splendido nel dipingere con colori desaturati le atmosfere di un’epoca lontana (grande il lavoro di fotografia di Bruno Delbonnel), ma che in qualche modo sentiamo costantemente vicina: come il Llewyn Davis del film, la nostra stessa società sembra trovarsi in un momento di perenne transizione in cui il passato è morto e il futuro non sembra essere ancora nato. Per questo la difficoltà di Davis sembrano le stesse difficoltà della nostra generazione, il continuo scontro tra il talento e l’incapacità di emergere. Una canzone ci salverà? Forse no, ma la musica resterà sempre l’accompagnamento migliore, mentre cerchiamo di restare a galla.

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Recensione “Saving Mr. Banks” (2013)

Dietro ogni storia, c’è sempre un’altra storia. Così come dietro un’onda del mare c’è sempre un’altra onda, o dietro un raggio di sole una fonte di luce. Allo stesso modo, dietro uno dei film Disney più leggendari di sempre, “Mary Poppins”, c’è un universo di difficoltà coperte dal velo del passato: le difficoltà d’infanzia della giovane Pamela Travers (la scrittrice del libro dal quale è stato tratto “Mary Poppins”), costretta a crescere in fretta nella campagna australiana, ma anche le difficoltà nella fase di pre-produzione del film, con la scrittrice continuamente irritata dall’atmosfera di allegria impeccabilmente confezionata dall’industria di Walt Disney. Il film di John Lee Hancock parla proprio di questo: del difficoltoso processo di produzione e scrittura di uno dei film più amati degli anni 60, o meglio, di ciò che si trovava sulle spalle della protagonista di questo stesso processo.

Da vent’anni Walt Disney sta cercando di convincere la bisbetica scrittrice P. L. Travers a cedergli i diritti per la trasposizione cinematografica del suo romanzo più celebre: “Mary Poppins”. La scrittrice non ha assolutamente intenzione di trasformare la sua creatura in un altro mattone dell’industria hollywoodiana, ma vista la sua delicata situazione finanziaria, stavolta accetta quantomeno di incontrare Disney e i suoi collaboratori a Los Angeles per leggere la sceneggiatura e assicurarsi il controllo totale sull’opera. Litigiosa, incontentabile, stravagante, austera: la signora Travers è legata ai suoi personaggi a tal punto da rendere la pre-produzione del film un inferno, ma andando a scavare nel suo passato Walt Disney scoprirà il perché.

Esclusa incredibilmente dalla corsa agli Oscar, Emma Thompson (già vincitrice due volte della statuetta) sfodera una di quelle interpretazioni che valgono una carriera. A farle da spalla, un cast di eccellenti interpreti capeggiato da Tom Hanks nei panni di Walt Disney (vanno comunque citati gli ottimi Paul Giamatti, Jason Schwartzman e Colin Farrell). Il regista Jason Lee Hancock porta sullo schermo una delle trattative più leggendarie di Hollywood, mescolando con mestiere le sue dosi di dramma (il passato australiano della protagonista) e ironia (le sequenze di Los Angeles, senza dubbio le più riuscite del film). Un paio d’ore che restituiranno ai fan di “Mary Poppins” la giusta nostalgia, e che ci lasciano con il dubbio di dover essere anche noi salvati e restituiti alla vita, come il Mr. Banks del film del 1964. Occhio ai titoli di coda, c’è una simpatica sorpresa.

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Da leggere anche: Cosa si cela dietro Saving Mr. Banks?

Recensione “2 giorni a New York” (“2 days in New York”, 2012)

Nel 2007 Julie Delpy si era divertita a scrivere, dirigere e interpretare (e produrre, montare e musicare…) la storia di lei, francese, e del suo ragazzo, newyorkese, durante un breve soggiorno a Parigi, per conoscere amici, parenti e genitori di lei. Ora, dopo sei anni e un altro paio di regie, Julie Delpy torna al genere che le è più congeniale, la commedia, proponendoci finalmente il sequel del fortunato “2 giorni a Parigi”: cambiato il fidanzato (a quanto pare per evitare che la storia fosse troppo simile alla trilogia iniziata con “Prima dell’alba”, da lei stessa scritta e interpretata), cambia anche la location. La storia si trasferisce a New York: così come per Parigi, Julie Delpy è brava a non cadere nella trappola della città da cartolina, raccontando una New York quasi irriconoscibile, in cui le uniche sequenze da turisti sono montate attraverso un apprezzabile lavoro in stop-motion, che contribuisce a rendere più originale e meno prevedibile anche uno sguardo sulla 5th Avenue o il panorama dall’Empire State Building.

Marion e il suo nuovo compagno Mingus vivono in un appartamento di New York insieme ai due bambini avuti da relazioni precedenti. Lei sta per inaugurare la sua prima mostra fotografica e per l’occasione sta per ricevere la visita dei suoi parenti più stretti: il padre Jeannot e la sorella Rose (accompagnata senza preavviso dal suo imbarazzante ragazzo, nonché ex-fiamma di Marion). Tra l’imminente vernissage della sua mostra, la follia del padre, le gaffe della sorella, la stupidità del suo ex e il costante disappunto di Mingus, la vita di Marion si trasforma in un vero e proprio inferno.

Costellato di battute divertenti, camei irresistibili (Daniel Bruhl, già presente nel film precedente e soprattutto Vincent Gallo) e situazioni al limite dell’assurdo, il film di Julie Delpy è anche stavolta costellato di riferimenti autobiografici: il padre Jeannot è interpretato dal vero padre della regista (Albert Delpy, che è davvero nato a Saigon, come racconta il suo personaggio nel film), mentre la madre, a cui il film è dedicato, è davvero scomparsa nel 2009, proprio come la madre della protagonista, di cui sentiamo spesso parlare nella pellicola. Julie Delpy ha appreso bene la lezione di Richard Linklater, trasformando in commedia tutto quel che ha imparato sulle relazioni uomo-donna, tra una strizzata d’occhio al Woody Allen più nevrotico e una rispolverata al Chris Rock dei tempi migliori (curiosamente il personaggio più serio del film). Una sorta di “Ti presento i miei” dal retrogusto francese, piacevolissimo e divertente.

2 Giorni a New York