Recensione “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”, 2016)

L’accoppiata Gaston Duprat e Mariano Cohn consacra finalmente il suo talento: “L’artista”, acclamato al Festival di Roma del 2008, era stato il primo indizio, “El hombre de al lado”, premiato al Sundance l’anno seguente, era stata una conferma (recupelateli!). “Il cittadino illustre”, Coppa Volpi al miglior attore al Festival di Venezia (oltre ad un’altra valanga di applausi), è il terzo indizio e la prova definitiva. Il cinema dei due registi argentini è essenziale e al tempo stesso originale, basti pensare alle inquadrature fisse del geniale “L’artista” o al realismo scarnificato delle immagini di quest’ultimo lavoro, dove la realtà, come afferma il protagonista, non è mai un fatto, ma solo una versione parziale della verità.

Daniel Mantovani ha appena vinto il premio Nobel per la letteratura e nel riceverlo, lancia una frecciatina verso tutto l’establishment (incredibile la coincidenza con l’attualità della vicenda Bob Dylan). Lo scrittore riceve numerosi inviti per premiazioni, presentazioni e riconoscimenti, ma rifiuta sistematicamente ogni proposta. L’unico invito che decide di accettare viene dal paesino dove è cresciuto, Salas, che gli propone la cittadinanza onoraria. Qui Daniel, dopo l’iniziale e piuttosto pacchiano calore umano del paesello, dovrà fare i conti con le bieche persone sulle quali ha basato i personaggi di tutti i suoi romanzi.

Salas, il paesino di provincia dove si svolge la vicenda, è il campo da gioco per un’indagine morale che talvolta può far pensare addirittura a “Twin Peaks” o a “Cane di paglia”, ma molto meno misterioso e violento. “Io sono fuggito da là, mentre i miei personaggi non riescono ad uscirne”: così afferma Daniel, che nel suo ritorno a casa ritrova gli spunti dei suoi romanzi, le meschinità, in un microcosmo di gelosie, invidie, cinismo e carognate. Il duo Cohn-Duprat indaga ancora una volta i risvolti dell’arte, i doveri dell’artista, gli onori e gli oneri, il peso di dover mettere nel mondo qualcosa che manca, per poter così riempire quel vuoto che ogni artista dentro di sé ha bisogno di colmare.

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Recensione “Medianeras” (2011)

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Quello argentino è un popolo profondamente ironico e al tempo stesso malinconico: forse è per questo che il loro cinema è così valido, perché in qualche modo riflette lo stato d’animo di un Paese in bilico tra gioie e dolori, tra meraviglie della natura e mostruosità architettoniche: l’urbanistica di Buenos Aires, secondo il regista esordiente Gustavo Taretto, è lo specchio delle difficoltà interpersonali nelle metropoli degli anni 2000. Una città dove stili differenti convivono gomito a gomito, in un caleidoscopico assembramento di palazzi, un’accozzaglia di costruzioni che sembrano trovarsi in un determinato luogo quasi per caso. Tra queste facciate, ci sono le cosiddette “medianeras”: i muri laterali, senza finestre, che rendono ancora più costipate e claustrofobiche le abitazioni della città. In due di questi palazzi, sulla infinita Avenida Santa Fe, vivono Martin e Mariana.

Martin è un web designer, vive davanti al pc sia per lavoro che per diletto, tranne quando esce per portare a spasso il suo cagnolino, eredità di una relazione finita male. Mariana ha una laurea in architettura, ma di fatto vive allestendo i manichini per le vetrine di un negozio. Entrambi vivono le loro esistenze alla ricerca di qualcosa, saltando da una relazione occasionale all’altra, per riempire gli spazi, i vuoti, per non sentirsi soli. Le loro vite si sfiorano più volte, agli incroci, nei negozi, in piscina, per strada, senza mai davvero trovarsi.

Taretto è bravo nel raccontare, con sensibilità e ironia, uno dei mali più grandi di questo nuovo millennio: l’incapacità di comunicare e di relazionarsi in un mondo perennemente connesso, in cui tutti siamo a portata di click da qualunque altro individuo. Un mondo in cui la paura di rimanere soli e la conseguente incapacità nel restarci, sono il motivo di un disagio costante, di una pressione continua sulle spalle di una generazione già afflitta da crisi, precariato, paura di non farcela. Martin e Mariana sono due anime malate, fobiche, sole, ancora capaci di commuoversi davanti al finale di un vecchio film (“Manhattan” di Woody Allen, dove la giovane Tracy suggerisce che “bisogna aver fiducia negli esseri umani”). Martin e Mariana non sono così diversi dai nostri amici, dai nostri vicini di casa, probabilmente da noi stessi. Il messaggio che riceviamo è proprio questo: aprire una finestra sulla vita e lasciar entrare un po’ di luce…

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Recensione “Mariage à Mendoza” (2012)

Nel 2009 il regista Edouard Deluc realizza il divertentissimo cortometraggio “Donde està Kim Basinger?”, in cui due fratelli francesi si ritrovano in Argentina per il matrimonio del cugino. Il successo di questo cortometraggio (vincitore di vari festival in giro per il mondo) apre a Deluc le porte del cinema: “Mariage à Mendoza” è il suo film d’esordio, in cui le vicende narrate riprendono quelle del cortometraggio precedente. Il film, seppur meno ispirato rispetto allo splendido corto, gode della leggerezza del cinema indipendente, dell’ampio respiro di un road-movie, raccontando con libertà, gioia, ma anche un tocco di malinconia, il viaggio in Argentina dei due fratellastri. Rispetto al cortometraggio ci sono i colori, che forse tolgono quella soffice atmosfera da nouvelle vague che era stata uno dei punti di forza del lavoro precedente, e cambia uno dei protagonisti: non più l’ottimo Yvon Martin, ma Nicolas Devauchelle, meno divertente e forse meno credibile rispetto al suo predecessore.

I fratelli Marcus e Antoine arrivano all’aeroporto di Buenos Aires dopo un lungo viaggio dalla Francia. Sono in Argentina per assistere al matrimonio di loro cugino, che avrà luogo dopo pochi giorni nella città di Mendoza. Con un po’ di tempo a disposizione, cercheranno di godere dei piaceri del Paese latinoamericano prima di arrivare al matrimonio. Marcus soffre di problemi psicologici, Antoine è depresso dopo la recente separazione con sua moglie: l’incontro con un empatico portiere d’albergo e con un’affascinante ragazza argentina renderà il loro viaggio, tra vini, laghi e deserti, un’esperienza memorabile.

Musicato dalle splendide melodie degli Herman Dune, che stavolta hanno realizzato la colonna sonora appositamente per il film (già avevano accompagnato le vicende del cortometraggio), l’esordio di Deluc vanta tutte le qualità che si possono ricercare in un road movie: protagonisti problematici, ironia, situazioni paradossali, incontri strambi e particolari, cambiamento, finale risolutore o in qualche modo felice. In più qui abbiamo i meravigliosi scenari di un’Argentina ospitale e al tempo stesso difficile, vera e propria compagna di viaggio di due uomini in cerca di se stessi. Distribuito in Francia, Belgio e Argentina, difficilmente lo vedremo in Italia. Ma chissà, magari c’è qualche distributore che ci legge…

Viaggio nel cinema argentino

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Buenos Aires. Una passeggiata per il mercato di San Telmo, il barrio più antico della città. Entro nel Bar di Plaza Dorrego e sembra di entrare in un’altra epoca, tra la musica degli altoparlanti (rigorosamente tango, come in gran parte di Buenos Aires) e il legno dei tavolini che profuma di antico. Non molto lontano da qui, in calle Esmeralda, il 18 luglio del 1896 venne effettuata la prima proiezione cinematografica nella storia del Sudamerica (anche qui furono proiettati i primi lavori dei Lumière). Il cinema argentino di fatto è stato uno dei primi di sempre, e oggi si sta proponendo come una delle migliori cinematografie del mondo, grazie ai nuovi talenti esplosi nell’ultimo decennio, su tutti il regista Juan Josè Campanella e l’attore Ricardo Darìn.

Proprio nel proficuo connubio tra i due il cinema argentino ha trovato la sua consacrazione nel 2010, con il premio Oscar per il miglior film straniero assegnato al meraviglioso “El secreto de sus ojos” (“Il segreto dei suoi occhi”, distribuito in Italia dalla Lucky Red), la storia di un agente del tribunale federale di Buenos Aires il quale, una volta in pensione, si dedica alla stesura di un romanzo a proposito del caso di omicidio che gli cambiò la vita trent’anni prima. “El secreto de sus ojos” rappresenta la quarta collaborazione tra Campanella e Darìn, che hanno lavorato insieme anche nei più o meno fortunati “El mismo amor, la misma lluvia” (1999), “El hijo de la novia” (2001, anch’esso candidato all’Oscar) e “Luna de Avellaneda” (2004). Lo stesso Ricardo Darìn, con un’altra splendida interpretazione, ha avuto il suo peso nel trionfo del cinema argentino all’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dove “Un cuento chino” di Sebastiàn Borensztein ha conquistato sia il Marc’Aurelio come miglior film sia il premio del pubblico.

Proprio al Festival di Roma, nel 2008, si presentò la coppia di registi Mariano Cohn e Gaston Duprat con il bellissimo “El artista” (“L’artista”), distribuito in Italia l’anno seguente. I due, già registi del documentario “Yo presidente”, vincitore in un paio di Festival in Messico e in Spagna, confermano il loro talento nel 2009 con il fortunato “El hombre de al lado”, non distribuito in Italia, ma che fortunatamente sono riuscito a vedere a Roma in una piccola rassegna cinematografica dedicata al cinema in lingua spagnola.

Se domandate ad un porteño (così si chiamano gli abitanti di Buenos Aires) quali sono i titoli fondamentali del nuovo cinema argentino, sicuramente sentirete parlare di “Esperando la carroza” (1985) di Alejandro Doria, una commedia amara che ricorda da vicino alcune commedie all’italiana degli anni 60 (soprattutto i film di Dino Risi e di Mario Monicelli). Altro titolo di cui il cinema argentino va fiero è l’ottimo “Nueve Reinas” (2000), una sorta di stangata sudamericana diretta da Fabiàn Bielinsky, ancora una volta interpretatata da Ricardo Darìn, vero e proprio simbolo della nuova cinematografia argentina. Per avere un panorama più o meno completo sull’argomento non si possono infine omettere titoli importanti come “El abrazo partido” (“L’abbraccio perduto”, 2004), vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, “Lugares comunes” (2002) di Adolfo Aristarain, e per gli amanti della musica l’interessante documentario “Luca”, dedicato a Luca Prodan, leader della band Sumo (da ascoltare): un italiano trasferitosi in Argentina dopo la morte del suo miglior amico (Ian Curtis dei Joy Division), e anche lui morto giovane tra musica ed eccessi. Ovviamente non può mancare alla lista l’amatissimo “I diari della motocicletta”, frutto di una coproduzione sudamericana ed europea, che per questo motivo non possiamo definire un film argentino, anche se racconta il meraviglioso viaggio di due indimenticabili argentini, Ernesto Guevara e Alberto Granado.

Il tempo in Argentina si sta ormai consumando, è tempo di prendere l’autobus per Santiago de Chile, dove proseguiremo il nostro viaggio all’interno del cinema sudamericano, con la prossima puntata dedicata al cinema cileno.

UPDATE: Sono passati ormai sei anni da questo viaggio all’interno del cinema argentino e nel frattempo sono usciti moltissimi nuovi titoli che hanno resto questa cinematografia una delle più belle del mondo. Tra i film più importanti degli ultimi anni vanno sicuramente citati la commedia a episodi “Storie pazzesche” (“Relatos Selvajes”, nella cinquina dei migliori film stranieri agli Oscar 2016), il meraviglioso “Medianeras” e soprattutto “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”).

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Recensione “Il segreto dei suoi occhi” (“El secreto de sus ojos”, 2009)

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Questo è un film sulle porte. Porte lasciate aperte e porte chiuse. Porte sfondate a calci e porte a cui bussare. Ma è anche un film sull’amore, sulle parole non dette, sulla memoria e sui ricordi dei ricordi. Tanta roba per un thriller, un giallo argentino capace di arrivare in punta di piedi alla notte degli Oscar per soffiare la statuetta al bellissimo nastro bianco di Haneke. Campanella dirige un noir meraviglioso, dove i sentimenti dei personaggi sono protagonisti di una storia densa di ricordi e segreti, e in cui tra tante emozioni non passa inosservata la tecnica, che mostra il suo apice con lo straordinario piano sequenza girato nello stadio del Racing (concluso guarda caso proprio accanto ad una porta, ma in questo caso da calcio).

Benjamin Esposito ha lavorato praticamente tutta la vita per il tribunale penale di Buenos Aires. Ora che è in pensione, e solo, decide di scrivere un romanzo sul caso che più di tutti lo ha coinvolto: quello del brutale omicidio di una giovane donna. Attraverso i ricordi tornano alla mente le immagini di un amore mai dichiarato, di grande amicizie ma anche di un’inaccettabile violenza: attraverso il romanzo il passato torna ad ossessionare Benjamin, permettendogli forse di cambiare il suo futuro.

“Il segreto dei suoi occhi” è uno di quei film che ci si porta dietro anche dopo l’uscita dalla sala, che penetra lentamente sotto la pelle e continua ad avvolgerci anche durante il resto della giornata. Non è la storia noir – bellissima – ad emozionarci, o non soltanto: è la storia di ognuno dei personaggi a convincere. I loro rimpianti ci commuovono, le loro parole non dette ci lacerano, il loro finale ci cattura. Il film più bello dell’anno, tra i migliori del decennio.

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Recensione “L’Artista” (“El Artista”, 2008)

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Che cos’è l’arte? Per Andy Warhol l’arte è ciò che puoi riuscire ad ottenere da essa, per Pablo Picasso invece l’arte è una bugia che aiuta a realizzare la verità. Marcel Duchamp riteneva invece che l’arte non fosse nell’opera, ma nello spettatore, mentre per Cechov ciò che piace è arte, ciò che non piace non è arte. L’arte è questione di dibattito da secoli; diverse scuole di pensiero, artisti e filosofi hanno dedicato la loro esistenza nel cercare di dare una risposta, e la natura stessa di questo splendido film argentino è nella panoramica che si pone nei confronti dell’arte contemporanea, dove la linea che separa il mondo dell’arte da tutto il resto si è fatta inesorabilmente più sottile.

Jorge Ramirez svolge meccanicamente il suo lavoro di infermiere presso un istituto psichiatrico. Nella monotonia della sua vita irrompe l’anziano Romano, autistico, ma dallo straordinario talento artistico. Chiuso nel suo silenzio, che interrompe soltanto per chiedere le sigarette, Romano disegna dei quadri di grande spessore, che attirano immediatamente l’attenzione del suo infermiere. Jorge decide di appropriarsi dei lavori dell’anziano e di proporli ad una galleria d’arte spacciandosi per l’autore. Senza neanche rendersene conto si ritroverà ad essere un artista di culto, famosissimo e apprezzato in tutto il mondo, ma dovrà sempre continuare a fare i conti con l’ispirazione del suo assistito, a volte assente per ripicca nei confronti dell’infermiere plagiatore, e con l’assidua attenzione che il mondo dell’arte pone su questo nuovo grande artista, i cui silenzi di fronte alle domande dei critici d’arte sono letti come una straordinaria risposta alla crisi della società contemporanea piuttosto che esser visti per quello che sono: l’incapacità di un uomo di esprimere le sensazioni e le emozioni di fronte ad un’arte che non gli appartiene.

Diretto dalla coppia Cohn-Duprat, il film mette in mostra lo straordinario gusto estetico dei suoi autori: interamente girato con una lunga serie di inquadrature fisse, dove ogni sequenza sembra un’opera d’arte, negando in senso assoluto i movimenti di macchina e lasciando allo schermo il compito di porsi come cornice ideale di ogni quadro/inquadratura. Un film ironico ma allo stesso tempo riflessivo e profondo, capace di descrivere con bravura e maestria il difficile contesto dell’arte contemporanea e il paradosso per cui ogni uomo è un potenziale artista. Una delle migliori pellicole in concorso al Festival del Cinema di Roma dello scorso anno.

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