Il cinema di Ingmar Bergman

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Cento anni fa nasceva questo signore qua, Ingmar Bergman.

Una Vita da Cinefilo

«Fare film è per me una necessità di natura, un bisogno paragonabile alla fame e alla sete. Per certuni, esprimersi è scrivere libri, fare escursioni in montagna o ballare la samba. Io mi esprimo facendo film». Questo è Ingmar Bergman, un uomo che ama il cinema, che è cinema, che sarà sempre cinema, in un rapporto reciproco, perché se Bergman si esprime facendo cinema, il cinema stesso si esprime anche grazie a Bergman e alla sua passione per questo lavoro, caratterizzato da ben 49 opere cinematografiche (non contando quindi quelle teatrali e televisive). Parlare in pochi paragrafi di un cineasta così determinante per il cinema e dalla carriera così vasta non renderebbe giustizia al regista svedese, poiché il lavoro qui presente risulterebbe inevitabilmente sintetico e incompleto; per questo motivo incentreremo la nostra attenzione solo su cinque importantissimi film di Bergman, cercando di delineare un filo rosso che colleghi Il posto…

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“Una Vita da Cinefilo” e l’esplosione dei Cineblogger

Il numero di novembre della rivista “8½”, progetto editoriale realizzato da Cinecittà, è incentrato interamente sul fenomeno dei cineblogger, ovvero la critica cinematografica online. All’interno del magazine, tra gli altri contenuti, troviamo una bella lista con i 10 blog cinematografici “più autorevoli, innovativi, efficaci e originali”. Pensate un po’, il nostro amato “Una Vita da Cinefilo” è all’interno di questo elenco (segue “ooooh” di stupore), al fianco di colleghi molto più illustri come “I 400 calci” o “L’antro atomico del Dr. Manhattan”, per citarne un paio. “Ciò che rende Una Vita da Cinefilo meritevole di una visita è la competenza spontanea e mai accademica del suo autore, amante di Nick Hornby tanto da parafrasare nel titolo un saggio dello scrittore (Una vita da lettore) e da replicarne lo stile genuino e professionale”. In fondo all’articolo il blog è definito “un bar vivace e sereno contro il logorante baccano dei moderni social network”. Nelle immagini la copertina del numero di novembre e l’articolo completo dedicato a “Una Vita da Cinefilo” (cliccateci sopra per leggerlo). Sempre bello vedersi riconosciuto un merito e vedere apprezzati tanti sforzi, ancor di più se a farlo è un professionista stimato e competente come Emanuele Rauco, che ringrazio di cuore. Se vi interessa sfogliare online il numero dedicato ai cineblogger potete farlo a questo link, per il resto questo è l’ultimo post autocelebrativo di questo mese, ve lo prometto. Grazie e, oh, se il baccano dei social network sarà talmente logorante da rovinarvi le Feste, ora sapete dove trovare un po’ di serenità.

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Tutte le citazioni di “Stranger Things”

Sembra essere diventato il gioco dell’estate: cogliere più citazioni possibili dal nuovo fenomeno televisivo della stagione, l’acclamato e meraviglioso “Stranger Things”, nuova serie tv targata Netflix, capace di trasportarci, nel giro di otto episodi, nei nostri amatissimi anni 80. Sono davvero innumerevoli le citazioni disseminate tra le varie scene di questa serie tv: abbiamo provato a raccogliere qui tutti i riferimenti che siamo riusciti a trovare (e, mi raccomando, se ne avete altri da aggiungere potete continuare la lista sui commenti). Cominciamo a giocare, in rigoroso ordine alfabetico (e fate attenzione, perché quanto segue è pieno zeppo di spoiler, siete avvisati!).

UPDATE: Le citazioni riguardanti la seconda stagione sono scritte in blu.
UPDATE: Le citazioni riguardanti la terza stagione sono scritte in verde.

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Recensione “Mood Indigo – La schiuma dei giorni” (“L’écume des jours”, 2013)

Se si aprisse la testa di Michel Gondry e ne uscissero fuori oggetti di plastilina, cartapesta e cartoncino, non ne sarei affatto sorpreso. Il più grande giocoliere del cinema contemporaneo era forse l’autore più indicato (l’unico?) in grado di riportare in immagini la dolce e bizzarra poesia di Boris Vian, autore del romanzo del 1947 dal quale è stato tratto il film. Il cinema di Gondry è una sorta di prosecuzione dei giochi dell’infanzia, come già si intuiva dal suo capolavoro “Eternal Sunshine of the Spotless Mind” e si affermava molto più chiaramente nei seguenti “L’arte del sogno” e “Be Kind Rewind”. Dopo un film commissionato come “The Green Hornet” (ma siamo sicuri l’abbia diretto Gondry?), il regista francese torna finalmente a qualcosa di più personale e soprattutto più vicino al suo modo di intendere il cinema: tira fuori dal cassetto dei sogni il romanzo di Boris Vian, mette sul giradischi un vinile di Duke Ellington e si affida ad una coppia di attori collaudata, Romain Duris e Audrey Tautou (già visti insieme nel fortunato “L’appartamento spagnolo” di Cédric Klapisch). Il risultato è potente: il film è emozionante, gioioso, ironico e triste al tempo stesso.

Colin è giovane e ricco. Ha una grande casa, un tuttofare instancabile, un amico fedele, ma gli manca qualcosa: qualcuno da amare. Le cose cambiano quando incontra la dolce Chloe. Nasce un grande amore, fatto di giochi, sorrisi, sorprese. Si sposano, ma poco dopo Chloe scopre di essere malata, cambiando totalmente la vita di chi la circonda…

La Parigi di Gondry si trasforma in un parco giochi dell’assurdo, con boschi sotterranei, angoli deformati e cantieri magici. Il regista alterna con incredibile maestria la leggerezza e la gioia della prima parte del film alla malinconia della seconda (sottolineata anche dal bianco e nero in cui sfumano i colori della pellicola). La tenerezza dei suoi personaggi, delle loro ossessioni, dei loro modi di intendere la vita: l’ottimismo e la disperazione sono due facce della stessa medaglia, ed è di questo che il film vuole parlarci. Di ciò che si perde, di ciò che si guadagna. Dell’ineluttabilità del destino. E forse è proprio questo il grande insegnamento di Gondry: la vita è troppo breve per prenderci troppo sul serio.

Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

“È inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale”: dalle parole di Nick Carraway, emerse dalle righe del magnifico libro di Francis Scott Fitzgerald, si può già capire perché il film di Baz Luhrmann non è il capolavoro che tutti aspettavano. Dover fare i conti con un libro che tutti abbiamo letto e amato (e se non lo avete ancora fatto mi domando cosa stiate aspettando), al quale “abbiamo già applicato la nostra visuale”, crea inevitabilmente un più o meno lieve senso di delusione nello spettatore. Ma se da un lato l’impresa ambiziosa di Luhrmann può sembrare un’occasione sprecata, dall’altro la potenza della storia è talmente forte da riuscire comunque a rendere il film uno spettacolo da ammirare. Luhrmann applica il suo stile sfarzesco alle feste di casa Gatsby, ad una New York piena di soldi, jazz e apparenze, in cui è l’ombra di un’illusione (che talvolta si può confondere con il sogno) la forza motrice dei suoi personaggi.

Nick Carraway, un giovane conformista e puritano del Midwest, si trasferisce a Long Island per cercare fortuna a Wall Street. Qui resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il misterioso signor Gatsby, di cui tutti parlano molto ma di cui nessuno conosce il passato. Dopo aver stretto una sincera ed ammirata amicizia con lui, Nick si ritrova ad essere testimone e tesoriere delle sue verità, dei suoi segreti, dei suoi sogni, del suo grande amore per Daisy. Luhrmann dà il meglio di sé nelle scene di festa, ricreando il suo Moulin Rouge in versione stellestrisce, mostrando “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome”, ma lascia tutto in superficie, senza entrare mai davvero nella profondità dei suoi magnifici personaggi, oltre a bruciare malamente una delle sequenze più toccanti e commoventi del libro, e questo è forse il peccato più grande del film (oltre all’inutilità del 3D). L’ultima fatica di Luhrmann merita comunque la visione, anche solo per la sua capacità del regista di riarrangiare a modo suo la caleidoscopica New York di quegli anni ruggenti.

Di Caprio è l’attore ideale per un personaggio così pieno di contraddizioni e al tempo stesso così rassicurante, sembrerebbe quasi che lo scrittore abbia creato Gatsby pensando a lui. Il Gatsby di Fitzgerald è un eroe romantico, che è solo anche quando è circondato da migliaia di persone. È il sogno americano che si attorciglia su se stesso, che cede all’illusione di una luce verde. In fondo tutti probabilmente abbiamo avuto qualcosa là in fondo che ci sembrava di poter toccare con mano e che poi abbiamo perso: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

pubblicato su Livecity

Recensione “Melancholia” (2011)

Dopo questo film non capiamo se Von Trier è un genio oppure un pazzo. Probabilmente entrambe le cose. “Melancholia” è angoscia, è disagio, è violenza psicologica, è potenza pura. Non è cinema, è qualcosa in più, o forse qualcosa di diverso. Von Trier, lasciando da parte le polemiche innescate a Cannes, dove tra l’altro la strepitosa interpretazione di Kirsten Dunst le ha garantito la Palma come migliore attrice, realizza un film totalmente oscuro, negativo, che si potrebbe definire la risposta dark a “The Tree of Life”.

Come nel meraviglioso incipit del precedente “Antichrist”, anche qui l’apertura è affidata al rallenty, dove scene apocalittiche (parto dell’immaginazione di Justine?) sembrano introdurci il tema del film, sulle note di “Tristano e Isotta“ di Richard Wagner. Quindi una limousine, una coppia di sposi, e il primo dei due capitoli del film, dedicato a Justine (Kirsten Dunst), la sposa depressa, e il fallimentare ricevimento matrimoniale organizzato da sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg). La contrapposizione tra le due sorelle risulta ancor più evidente nel capitolo successivo, dedicato alla famiglia di Claire, donna felicemente sposata con il brillante John (Kiefer Sutherland), con in più un figlioletto adorabile. Justine viene a vivere con loro per affrontare la sua depressione e il suo male di vivere, mentre intanto il pianeta Melancholia, un corpo celeste grande dieci volte la Terra, si sta avvicinando pericolosamente al nostro pianeta e, nonostante le rassicurazioni del marito di Claire, potrebbe colpire la Terra.

«La gente è malvagia, la Terra merita di essere distrutta, nessuno ne sentirà la mancanza», dice serenamente Justine a Claire, e in qualche modo è il pensiero di Von Trier che sembra perpetrare dalla voce della sua protagonista. Un film nichilista, che afferma con convinzione «siamo soli nell’universo», e che ci abbandona sui titoli di coda con brividi freddi sulla schiena, oltre ad un senso di disagio ed inadeguatezza che lascia totalmente impotenti di fronte allo schermo. Se già in “Antichrist” Von Trier aveva volutamente messo a disagio lo spettatore, provocando e disgustando, stavolta il regista danese annichilisce chi guarda, ci stringe violentemente alla gola lasciandoci inermi, senza respiro. Sconvolgente, al di sopra di ogni etichetta e definizione.

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Recensione “Amabili resti” (“The lovely bones”, 2009)

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Ancora la Terra di Mezzo: no, non si tratta nuovamente di “Lord of the Rings”, ma della dimensione in cui si ritrova la giovane protagonista del nuovo film di Peter Jackson, un luogo a metà strada tra cielo e terra, un purgatorio paradisiaco (perdonate il gioco di parole), un luogo dove i ricordi e le immagini dei nostri cari sono ancora visibili, dove è ancora possibile sfiorare le vite di chi combatte con il dolore, la sofferenza per la perdita di Susie: una figlia, una sorella, un’amica.

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