Recensione “Barry” (2018)

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Qualche giorno fa, per combattere l’afa romana, sono andato in piscina con un amico cinefilo (che tra l’altro gestisce anch’egli un blog, Inglorious Cinephiles). Chiacchierando di film e serie tv a bordo vasca mi ha parlato di questa nuova serie della HBO, “Barry”, la cui trama sembrava essere davvero accattivante: Barry, ex-soldato diventato un sicario, deve recarsi a Los Angeles per uccidere un ragazzo, Ryan, che divide la sua vita tra la palestra ed un corso di recitazione. Il caso vuole che Barry venga accidentalmente scambiato per un nuovo iscritto del corso, scoprendo una volta sul palcoscenico che la sua vita finalmente ha uno scopo: vuole diventare un attore. Il problema è far conciliare la sua professione di assassino prezzolato con i corsi di teatro tenuti da Henry Winkler (sì, proprio lui, Fonzie di “Happy Days”).

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Recensione “Hereditary – Le Radici del Male” (“Hereditary”, 2018)

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A fine gennaio, al termine del Sundance, avevamo segnalato alcuni dei titoli più interessanti presentati al celebre Festival. “Hereditary” è il primo (e speriamo non l’ultimo) film di quella lista ad arrivare sugli schermi italiani, con tutta la potenza dirompente di un genere cinematografico, l’horror, sempre difficile da trattare, vista la enorme mole di titoli prodotti negli ultimi decenni. L’esordio di Ari Aster è parecchio interessante, perché se da un lato si nutre alla mammella della grande tradizione del genere (da “Rosemary’s Baby” al filone delle case infestate), dall’altro se ne discosta con originalità e una visione d’insieme per niente banale (ci sono alcuni movimenti di macchina e trovate registiche davvero notevoli).

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Recensione “La Stanza delle Meraviglie” (“Wonderstruck”, 2017)

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Sono molti anni ormai che mi ripeto che se mai nella vita dovessi girare un film, la frase introduttiva sarebbe una splendida citazione di Oscar Wilde: “We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars” (“Viviamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”). Ecco, Todd Haynes probabilmente ha sbirciato in uno dei miei taccuini perché tutta la parte iniziale di questo film si basa su questa citazione di Wilde. Subito dopo la frase iniziale troviamo “Space Oddity” di Bowie, una delle mie canzoni preferite, e la cosa ha cominciato a piacermi davvero tanto (oltre che a inquietarmi per le varie coincidenze). Todd Haynes racconta una sorta di favola moderna, in cui due ragazzini appartenenti a due epoche diverse condividono la stessa avventura e soprattutto lo stesso destino. La sua stanza delle meraviglie trasuda amore per il cinema (quello muto in particolare, in molte delle sue forme), per la magia del passato e per i tesori che incontriamo quotidianamente nella nostra vita.

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Recensione “Mektoub, My Love: Canto Uno” (2017)

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2 ore e 54 minuti che volano in un soffio, come un’estate carica di desiderio. Un’estate che vola via tra gli sguardi dei suoi personaggi, sui sapori dei pasti che consumano, sulle note assordanti delle musiche che ballano. Abdellatif Kechiche, dopo il meraviglioso “La vita di Adele”, si conferma ancora una volta un maestro puro che attraverso il suo cinema riesce ad immergerci profondamente nei pensieri dei personaggi: l’utilizzo costante della camera a mano, uno dei marchi di fabbrica del regista, ci trasporta tra i vicoli di Sète (paesino del sud della Francia in cui si svolge la storia) e abbiamo quasi l’impressione di sentire sulla nostra pelle la canicola estiva, gli odori della campagna o il mormorio rinfrescante del mare.

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Recensione “Loro 2” (2018)

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Difficile parlar di “Loro” come di due film separati, eppure le differenze ci sono e sembrano esser anche piuttosto nette. Se nel primo il trenino delle apparenze e dell’effimero potere partiva e si lasciava andare senza soluzione di continuità, questo secondo film conferma la celebre frase di Jep Gambardella: “Sono belli i trenini che facciamo alle nostre feste, sono belli perché non vanno da nessuna parte”. Sorrentino racconta dunque la storia di un venditore, di un abile manipolatore, la cui leggenda collassa intorno a quella stessa immagine che Lui aveva contribuito a creare. Resteranno le macerie, simili a quelle di un’Italia piegata dal terremoto del 2009.

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Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

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Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

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Recensione “A Quiet Place” (2018)

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Annette Insdorf, docente di cinema alla Columbia University, qualche tempo fa ha scritto un libro in cui analizza le scene d’apertura dei film, asserendo che le bastano due minuti per capire se si tratta di una pellicola che le piacerà oppure no. La teoria della Insdorf si adatta perfettamente all’incipit di “A Quiet Place”, bellissimo horror diretto e interpretato da John Krasinski, non proprio uno sconosciuto all’interno del panorama indie statunitense (pensate che soltanto due anni fa aveva diretto e interpretato “The Hollars”, splendida commedia purtroppo inedita in Italia).

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Recensione “Love” – Stagione 3 (2018)

Love Season 3 trailer (screen grab) CR: Netflix

Gus e Mickey sono tornati per l’ultima volta. Lo show firmato da Judd Apatow si conclude alla terza stagione, dopo 34 episodi dedicati alla storia d’amore tra due giovani adulti, alle prese con alti e bassi, con tutte le fasi che caratterizzano la vita di coppia. Non racconta niente di straordinario Apatow, ma la sua serie è così fresca, credibile, genuina, che si finisce con l’amarla, nonostante i difetti.

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Recensione “Bande à Part” (1964)

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Era il 2010 quando una giovane versione di me stesso vagava per Parigi di notte in quella breve parentesi di pochi mesi in cui la mia vita apparteneva a quella città. In un cineclub vicino alla Sorbona, la Filmotheque du Quartier Latin, proiettavano “Bande à part”, film del 1964 di Jean Luc Godard, reso celebre dalla corsa al Louvre omaggiata dai sognatori di Bertolucci. Un’ora e mezza più tardi mi ritrovai a danzare sui marciapiedi parigini, colto da un’improvviso soffio di leggerezza: era stato il film a darmi quelle sensazioni. Tutto questo preambolo per annunciare una splendida notizia: “Bande à part”, finora inedito nelle sale italiane, arriva finalmente al cinema in versione restaurata grazie a Movies Inspired. Il 12 febbraio sarà l’occasione per conoscere Odile, Frantz e Arthur, per ballare insieme a loro, per correre tra le sale del Louvre e battere finalmente il record di quell’americano di San Francisco.

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