Oscar 2018: Pensieri e Considerazioni

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Sono in piedi già da un’oretta e ho avuto modo di elaborare alcuni pensieri: innanzitutto che il suffragio universale è sopravvalutato, ma questo è un altro discorso nel quale non vorrei entrare, se no mi prende l’ansia. Parliamo di Oscar dunque.

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Recensione “Big Little Lies” (2017)

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Ci sono alcuni film (o alcune serie, come in questo caso) che riescono ad attaccarsi alle viscere già dalle primissime sequenze: “Big Little Lies” ne è un esempio. Nei minuti iniziali scopriamo che c’è stato un omicidio e non sapremo l’identità della vittima né quella del colpevole fino al termine dell’ultima puntata. Episodio dopo episodio scopriamo che, dietro la facciata borghese e salubre di un paesino sulla costa californiana, si nascondono segreti, tradimenti, moventi (più o meno gravi) che coinvolgono gran parte dei suoi protagonisti. Chiunque può esser stato ucciso, chiunque può esser stato il colpevole. Tuttavia a coinvolgere non è tanto la componente poliziesca, praticamente assente se non per il tormentone ricorrente, quanto il sublime approfondimento psicologico di ogni personaggio, soprattutto femminile, adeguatamente reso da un punto di vista fisico ed emozionale grazie ad un cast di attrici in stato di grazia. Ma procediamo per gradi e raccontiamo come nasce tutto ciò.

Dopo aver letto il romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, Reese Witherspoon e Nicole Kidman si sono fiondate in Australia per convincere la scrittrice a cedere i diritti del suo libro: le due, come chiunque abbia visto questa bellissima miniserie, si erano accorte che i personaggi di Madeline e Celeste sembravano esser stati scritti appositamente per loro. Le due attrici premio Oscar hanno poi convinto Jean-Marc Vallée, che aveva già diretto la Witherspoon nel meraviglioso “Wild”, ad assumere la direzione delle sette puntate della serie che, per coerenza narrativa e registica, ci danno l’impressione di trovarci davanti ad un lungo film di quasi sette ore. Lo stile del regista canadese è figlio del lavoro straordinario fatto proprio con “Wild”: i pensieri dei personaggi sono flash non solo nelle loro menti, ma anche negli occhi degli spettatori, così come le fugaci dichiarazioni dei personaggi di contorno durante l’interrogatorio della polizia, il tutto grazie ad un meticoloso lavoro di montaggio di cui non si può perdere neanche un istante (non è una serie che potete vedere mentre mangiate, perché davvero non potete abbassare lo sguardo neanche un momento). A proposito delle attrici abbiamo già accennato qualcosa: Reese Witherspoon e Nicole Kidman fanno a gara di bravura, Laura Dern e Shailene Woodley riescono a stare al passo, in una serie tutta al femminile in cui le donne, tra solidarietà e rivalità, riescono a tirare fuori le loro migliori qualità per emergere all’interno di un panorama patriarcale in cui i mariti portano il pane a casa e le mogli devono occuparsi dei figli. I bambini poi, da non dimenticare, motore di tutto (è la loro scuola – fanno tutti la prima elementare – ad unire i personaggi adulti), causa di faide tra genitori, motivo di ansia e preoccupazione, pretesto per punire madri “rivali” in un panorama in cui i padri sono costantemente di contorno e non si assumono mai il peso delle decisioni più importanti.

Trame e sottotrame, sia latenti che manifeste, trovano la loro chiusura ideale in un finale (no spoiler, tranquilli) assolato, che porta finalmente un tono di calore dopo quasi sette ore di oceani agitati e cieli grigi. In tutto ciò la colonna sonora ricercata è la classica ciliegina sulla torta (Jefferson Airplane, Janis Joplin, Otis Redding, Fleetwood Mac, Rolling Stones, Neil Young e molti altri…). Le casalinghe “disperate” di Monterey potrebbero tornare in una seconda stagione che però al momento riteniamo non auspicabile, poiché potrebbe intaccare la memoria di una serie senza grandi difetti di sorta. Ad ogni modo forse c’è ancora nel marcio nella cittadina…

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“La Grande Bellezza” riporta l’Oscar in Italia

Anche questa notte degli Oscar è andata. Una delle più attese per quanto riguarda gli italiani: dopo sedici anni la statuetta torna nella nostra penisola. “La Grande Bellezza” è un film che può piacere e può non piacere, ma non si può che essere felici per questo storico riconoscimento. Che bello vedere Paolo Sorrentino che, Oscar in mano, ringrazia le sue fonti d’ispirazione (sbizzarrendosi dai Talking Heads a Fellini, da Martin Scorsese a Diego Armando Maradona). Alle sue spalle, meravigliosa interpretazione di un sorridente Toni Servillo nella parte dell’Oscar. Scherzi a parte è stata una nottata piacevole, con poche sorprese, anzi, quasi nessuna, ma che ricorderemo con la stessa nostalgia che provavamo fino a ieri per l’urlo di Sophia Loren che annunciava la vittoria di Roberto Benigni nel ’98.

Il miglior film alla fine, come da pronostico, è stato “12 anni schiavo” (che si è aggiudicato anche la statuetta per la miglior sceneggiatura non originale e per la migliore attrice non protagonista, la grande Lupita Nyong’o). A dominare la serata è stato però “Gravity”, vincitore di sette Oscar (tutti premi tecnici, ovviamente, a parte la colonna sonora e il meritato riconoscimento alla straordinaria regia di Alfonso Cuaron): ci rende particolarmente felici l’Oscar al direttore della fotografia, Emmanuel Lubezki (il DoP di “The Tree of Life”, tanto per rendervi l’idea). A mani vuote, ma si sapeva, Leonardo Di Caprio: stavolta ha dovuto cedere il passo allo straordinario Matthew McConaughey di “Dallas Buyers Club” (per cui è stato premiato anche Jared Leto come attore non protagonista). La migliore attrice ovviamente è stata Cate Blanchett, mentre il premio per la migliore sceneggiatura è andato a “Her” di Spike Jonze (evviva!).

I momenti da ricordare non sono mancati: a parte il già citato Paolo Sorrentino, il suo inglese malandato e le sue strepitose fonti d’ispirazione, il momento più alto della serata è stato la selfie scattata da Bradley Cooper su idea della presentatrice Ellen DeGeneres, che in pochi minuti è diventato il tweet più celebre della storia di Twitter (oltre un milione di retweet!). Altri momenti meravigliosi sono stati, in ordine sparso: Bill Murray che rende omaggio a Harold Ramis; Brad Pitt che distribuisce piattini di carta per mangiare la pizza (in uno degli sketch più riusciti della serata); il rapper Pharrell che fa ballare Lupita Nyong’o, Amy Adams e anche Meryl Streep; l’abbraccio tra McConaughey e Di Caprio, dopo l’annuncio per il miglior attore. Alle 6 del mattino (italiane) tutti a letto: ci vorranno 12 anni di sonno per riprenderci…