Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 6

Sembrava una splendida mattinata: mi sono alzato alle 7 senza troppi patemi, non ho bruciato il caffè, non mi sono strozzato col plumcake, non sono scivolato nella doccia, non ho trovato 8 milioni di persone dentro la metro, il clima era gradevole e l’orario di arrivo all’Auditorium più che perfetto. Insomma, mancava solo Lou Reed ad improvvisarmi una “Perfect Day” lungo il tragitto (ma ammetto che far resuscitare Lou sarebbe stato un po’ complicato). Invece che è successo? Niente, ho completamente sbagliato la scelta dei film.

Quello delle 9 era il norvegese “Valley of Shadows”, di Jonas Matzow Gulbrandsen (detto anche “Jonas Ctrl+C/Ctrl+V”). Più che la valle delle ombre mi è sembrata la valle del sonno, e penso che mettere alle 9 del mattino un film norvegese con 6 o 7 dialoghi in tutto sia stata proprio una cattiveria. Eppure l’inizio prometteva benissimo: in una valle vicino ad una foresta, due bambini scoprono che alcune pecore sono state uccise durante una notte di luna piena. L’atmosfera del film fa il suo dovere, se prima aveva la mia curiosità, adesso aveva conquistato la mia attenzione. Poco dopo però il bimbo biondino, il protagonista, si lancia in un’avventura solitaria all’interno della foresta (con lo scopo di ritrovare il suo cane, sparito il giorno prima) e da là in poi ci saranno sì e no due dialoghi in tutto il film. Non che questo sia un difetto, per carità, però ho accusato duramente il colpo. La pellicola è girata bene, tecnicamente non le manca nulla, ma l’ho trovata davvero faticosa. Il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Infatti ora che sto film lo conosco, il solo pensiero mi terrorizza. Lupo ululà, sbadiglio ululì.

Alle 11 ho deciso quindi di affidare i miei occhi ad un film giapponese, perché si sa, il cinema orientale spacca. Vi dirò soltanto che “And then there was light” detiene un record per questa edizione del Festival: non ho mai visto tante persone uscire dalla sala prima della fine del film. I primi due spettatori se ne sono andati dopo circa 7 minuti, da là in poi ho assistito ad un esodo di massa senza soluzione di continuità. Io ho resistito poco più di un’ora (in compenso appena uscito fuori mi sono imbattuto in Dakota Fanning).

L’argomento del giorno qui all’Auditorium è senza dubbio l’incontro di ieri sera con Nanni Moretti, che secondo alcuni è stato un vero e proprio “one man show” sul cinema e sulla vita. C’è chi ha definito questo incontro come il migliore di sempre qui a Roma. Sarebbe stato proprio bello esserci. La giornata di oggi non offre molto e penso che il programma non sia stato realizzato in maniera molto logica: ci sono tre proiezioni in contemporanea alle 9, altre due o tre alle 11 e poi soltanto una alle 15 (e se quello delle 15 è un film che hai già visto o se non riesci ad entrare per la fila, c’è il rischio di restare a spasso fino alle 18, quando si è fortunati). Insomma, la mia scelta di venire al Festival solo dalla mattina fino a metà pomeriggio non sta pagando molto: non riesco a vedere molti film e il livello medio è piuttosto basso quest’anno (ed è molto raro che io affermi una cosa del genere, sono quasi sempre rimasto soddisfatto negli anni precedenti). I grandi picchi del weekend non sono sufficienti: siamo a martedì e gli unici ottimi film che ho visto sono “Detroit”, “Last Flag Flying” e “I, Tonya”. Tre film in sei giorni sono davvero pochissimi. Ad appesantire tutto ciò c’è anche l’inattesa delusione per i film della sezione “Alice nella Città”, normalmente garanzia di qualità con la sua programmazione da sempre celebre per le chicche e per le sorprese offerte in passato. Anche da questo punto di vista, per quel che ho potuto osservare, non c’è stato il salvagente che tanto speravo. Non buttiamoci giù tuttavia, restano ancora quattro giorni di film, domani arriva Soderbergh a tentare di risollevare lo spirito e soprattutto sabato prossimo David Lynch potrebbe farci dimenticare qualunque licantropo norvegese o strambo tizio vendicativo giapponese.

Domani ho in mente un reportage fotografico costituito da ritratti di persone presenti al Festival. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Auditorium, ma se state leggendo queste righe e domani avete in programma di venire al Festival io ve lo dico: acchittatevi, che io vi fotografo. In attesa dei film di domani, speriamo di aver finito con gli scherzetti: vogliamo un po’ di dolcetti.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 5

E quindi uscimmo a riveder le stelle: ogni volta che esco sano e salvo dalla metropolitana mi viene in mente l’ultimo verso della Divina Commedia. Certo, non esco a vedere proprio le stelle, ma il cielo sì, e ogni volta piazzale Flaminio mi sembra il luogo più bello dell’universo. Questa premessa per comunicare che, sì, il weekend è finito e ho ricominciato a prendere la metro. Bene, veniamo alle cose importanti.

Alle 9 c’era la possibilità di scegliere tra ben quattro film. Dopo una più o meno attenta visione dei trailer, ho declinato “C’est la vie” (commedia francese firmata dagli autori di “Quasi amici”), ho scartato un film americano di cui non c’era neanche il trailer online (o forse non l’ho trovato, vabbè) e sono rimasto con una coppia di contendenti molto diversi da loro ma entrambi in qualche modo allettanti. “Lola + Jeremy”, commedia romantica francese, ispirata al cinema di Gondry, sembrava la scelta più ovvia (bastava una parola per me: Parigi), ma la notte ha emesso il suo verdetto e alla fine sono entrato nel Teatro Studio per “Blue my mind” di Lisa Bruhlmann. Il trailer purtroppo mi aveva già rivelato il colpo di scena finale (ma che è sta moda di far vedere mezzo film già nel trailer? Spiegatemelo), tuttavia l’ho trovata una pellicola per niente banale. Siamo in Svizzera: una ragazzina, Mia, si trasferisce con la famiglia in una nuova città. Nuova scuola quindi, nuove amicizie, grandi cambiamenti. Mia fa di tutto per farsi accettare dalle nuove amiche, si lascia facilmente andare a sesso, droga e rock ‘n’ roll, ma qualcosa in lei sta cambiando (e non si tratta soltanto delle prime mestruazioni). Si sta trasformando in qualcosa di non umano: mangia i pesci dall’acquario, le stanno crescendo delle strane membrane tra le dita dei piedi e ha le gambe piene di lividi. Il film racconta in maniera originale e decisamente fantasiosa la fase di trasformazione di una bambina in una giovane donna. C’è ritmo, ottimo uso del linguaggio cinematografico (molte situazioni non sono rivelate ma accennate al punto giusto) ed un’idea originale alle spalle: secondo me è un film riuscito.

Alle 11 c’era un film brasiliano con Vincent Cassel, ma ho optato per qualcosa di totalmente diverso: il convegno “Condizioni Critiche” (!), curato da Mario Sesti (che qui non finiremo mai di ringraziare per le cose meravigliose che ci ha fatto vedere una decina d’anni fa nell’ormai mitologica sezione Extra del Festival). Una bellissima occasione per sentir parlare delle condizioni attuali della critica cinematografica, grazie anche alla partecipazione di Anthony Scott (critico del NY Times) e Annette Insdorf (insegnante di critica cinematografica della Columbia University). Credetemi, è stato illuminante: una lunga chiacchierata sui compiti del critico, sul suo ruolo in quest’epoca social e tante altre cosette bellissime sul modo di raccontare il cinema. Tutte cose che io purtroppo non so ancora fare come vorrei, ma un giorno magari ci arriveremo. Tra l’altro l’evoluzione del critico cinematografico è stato l’argomento della mia tesi di laura magistrale, quindi l’incontro di oggi è stato particolarmente interessante per il sottoscritto (dlin dlon: se mai nella vita vi dovesse interessare la mia tesi, trovate tutto lo speciale qui sul blog diviso in 9 capitoli, basta cercare “critico cinematografico” nella barra di ricerca qui a destra).

Dopo un bel panino con la frittata, una delle poche cose che non passeranno mai di moda, ho atteso le 15 per recuperare uno dei film più apprezzati di questi giorni: “The Party” di Sally Potter. Ebbene, anche stavolta la sala si è riempita prima che potessi entrarvi, quindi ho perso il film e probabilmente non potrò vederlo mai più. In compenso ho consultato le care vecchie voci di corridoio: sento le voci, lo ammetto, ma non sono nella mia testa (credo). Quel che mi hanno detto è piuttosto contrastante, ma tutti gli uccellini (Lord Varys ha fatto scuola) sono concordi sul fatto che “C’est la vie”, il film francese che mi sono volutamente perso stamattina, sia una commedia divertente e non banale, per alcuni addirittura migliore di “Quasi amici”. Potrebbe lottarsi il premio del pubblico con Linklater? Vedremo. Per il momento i film più amati sono stati proprio “Last Flag Flying” e “I, Tonya”, di cui vi ho parlato nei diari precedenti. Stasera arriva all’Auditorium Nanni Moretti per un incontro con il pubblico, ma io sono già tornato nella mia dimora a Roma Sud.

La cosa peggiore (a parte la metropolitana alle 8 del mattino) è che mi porto appresso una borsa con macchina fotografica, obiettivi, penne, quaderni, panini e altre cose del genere (il peso della borsa si aggira sulle 21 tonnellate) e in cinque giorni avrò scattato sì e no 10 foto, scritto tre parole (3!) su un taccuino e aperto la borsa solo per prendere il cibo. Spero nei prossimi giorni di regalarvi qualche bella immagine del Festival, ma fossi in voi non starei là a contarci troppo. Domani vi prometto almeno due film (tre nelle mie intenzioni), ché vi sto un po’ trascurando, lo so. Ora mi sono meritato un altro paio di puntate di “Stranger Things”, a domani…

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 4

Stanotte ho dormito un’ora in più e, credetemi, quando devi guardare due o tre film uno dopo l’altro fa davvero la differenza. Se solo si potesse mandare indietro l’orologio di un’ora ogni notte fino a domenica prossima, non sarebbe affatto male. Vi scrivo dalla magnifica sala stampa del Festival, che ogni volta mi fa sentire un po’ come un impostore: mi guardo intorno, vedo tutti questi giornalisti impegnati a scrivere e mi sento sempre un po’ in colpa, fuori luogo, come se non meritassi di sedermi qui (sarà quella enorme scritta sulla vetrata, “area giornalisti”, a mettermi a disagio). Poi mi domando: quanti di loro si sentiranno a disagio come me? Quanti di loro scrivono su un blog, sul loro blog, e quanti invece vengono davvero pagati per stare qui? Non lo saprò mai.

Il sabato è stato fin troppo impegnativo, io ad ogni Festival ho un anno in più e insomma, ieri sera ho deciso a cuor leggero di saltare le proiezioni delle 9 (che tanto non mi sembravano neanche così obbligatorie, per così dire) e dedicarmi ad una notte di riposo, per recuperare le energie in vista di una nuova settimana di combattimenti con i mezzi pubblici, pranzi frettolosi, mancanza di cioccolata e poche ore di sonno. Un’idea eccellente, perché sono arrivato con tutta calma alla proiezione delle 11, “I, Tonya” di Craig Gillespie, che è stata una vera sorpresa. Innanzitutto va detta una cosa: Margot Robbie (la biondona pazzesca di “The Wolf of Wall Street”) non è solo una donna bellissima, si sta anche rivelando un’attrice incredibilmente versatile. La storia ricostruisce uno dei più grandi scandali sportivi della storia degli Stati Uniti: la pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding, una specie di maschiaccio con i pattini (ma anche una delle più talentuose atlete della sua generazione), fu accusata di aver organizzato, insieme al marito, un’aggressione alla sua più grande rivale per la medaglia olimpica, allo scopo di metterla fuori gioco. Il film è totalmente sopra le righe, ricostruisce le vicende strappando praticamente una risata ad ogni scena, alternando i fatti realmente accaduti ad alcune vicende volutamente romanzate (talvolta sono i personaggi stessi, all’interno del film, a rivelarci quando una scena è realmente accaduta e quando non è invece mai successa). Come se non bastasse, la colonna sonora è perfetta. Il film uscirà in patria a dicembre e devo dire che mi aspetto di vedere Margot Robbie tra le candidate agli Oscar del prossimo anno.

Aspettavo con molta curiosità “Abracadabra” di Pablo Berger, che cinque anni fa mi aveva letteralmente estasiato con il meraviglioso “Blancanieves”. Quindi mi preparo, tutto contento, fresco come una rosa, “già mangiato”, e mi dirigo verso il Teatro Studio, luogo della proiezione. Morale della favola: sala piena, non riesco ad entrare, devo così affogare il dispiacere con una birra. Decido quindi di aspettare le 17 per fotografare il red carpet di Jake Gyllenhaal, che ho già incontrato qui al Festival nel 2007 (se non sbaglio) e che ho poi incontrato un paio d’anni dopo dentro il corridoio di un albergo in cui ero finito più o meno per caso (è una storia lunga e c’era di mezzo Reese Whiterspoon). Insomma, le nostre strade si dovevano di nuovo incrociare caro Jake, pensa un po’ che culo che c’hai. Ma Gyllenhaal stupido non è, e appena saputo che stava per incontrarmi di nuovo ha deciso di annullare il suo red carpet e di entrare da un ingresso secondario, per la delusione immensa delle sue fan che lo stavano aspettando da stamattina. Capisco che sarebbe stato il suo secondo red carpet in due giorni, però, boh, che ci perdeva a far contente le persone che lo stavano aspettando? Ho visto alcune ragazzine davvero deluse da morire e mi è dispiaciuto per loro. Pazienza.

La sera me la sono presa di riposo, sempre per quella storia che mi aspetta un’altra settimana di impegni e bla bla bla (mi sento un po’ uno schifo quando scrivo queste cose, in fondo mi alzo la mattina per guardare film mentre voi magari vi alzate alle 6 tutto l’anno, per fare qualcosa sicuramente meno piacevole, e di certo non vi state a lamentare troppo). Il bello è che essendo saltati sia “Abracadabra” che Gyllenhaal, sarei potuto tranquillamente tornare a casa alle 13.30… Bene, sono le 18, ho qualche ora libera e “Stranger Things 2” che mi guarda supplicandomi di cominciarlo. Direi che è giunto il momento di salutare l’Auditorium per qualche ora, sospendere tutto ciò che riguarda il Festival e dedicarmi a Mike, Dustin, Lucas, Eleven e compagnia bella.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 3

Che splendida giornata. Il primo sabato di Festival è sempre uno dei giorni più attesi dell’anno, anche solo per il semplice motivo che posso prendere la macchina per andare all’Auditorium. Un quarto d’ora da Garbatella a Flaminio: ecco cosa significa il sabato mattina. Odore di pane caldo dal forno sotto casa, Bruce Springsteen nello stereo della macchina, il primo sole del mattino che bacia Ponte Sisto, Castel Sant’Angelo e tutti i palazzi sulla rive gauche del Tevere. Alle 8.15 avevo già parcheggiato. Solo l’amore per il cinema potrebbe spingermi a tanto, ma a volte è proprio la città a sembrare un bel film.

La giornata cinematografica è cominciata alle 9 con “Stronger” di David Gordon Green, con un ottimo Jake Gyllenhaal. Il film racconta la storia di un ragazzo di 28 anni, il nostro Jake, che durante la maratona di Boston perse entrambe le gambe a causa dell’attentato del 2013. Io ho un debole per i film girati a Boston, o in Massachusetts (ancora devo capirne il motivo), ed è proprio per questo motivo che la pellicola era riuscita inizialmente a conquistarmi. Dico inizialmente perché dopo una bellissima prima parte piena di intensità e dolore, il film si trasforma lentamente in un saggio di retorica stellestrisce. Il riscatto di un Paese in costante bisogno di crearsi un eroe: oh, tanto hanno fatto che alla fine Jake Gyllenhaal dice: “Lo sapete che c’è? Fateme esse un eroe va”. E forza allora con gli abbracci, le strette di mano, i parenti dei militari e quelli dell’11 settembre. Resta un film girato molto bene, splendidamente interpretato dal signor Donnie Darko, che secondo me si va a perdere proprio nel finale, dove si poteva raggiungere lo stesso risultato evitando però le palate di retorica propinateci dal regista. Peccato. Continuo comunque ad amare l’ambientazione bostoniana, questo è più forte di me.

Il momento che attendevo di più, non soltanto oggi, ma in tutto il Festival (Lynch a parte, ne riparleremo tra sette giorni) era però “Last Flag Flying”, il nuovo film di Richard Linklater, che come ben sapete è uno dei miei registi preferiti in assoluto e anche uno dei 328 motivi per cui ha senso alzarsi al mattino. Tre ex-marine, nella fattispecie Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, si ritrovano dopo decenni per accompagnare uno di loro al funerale del figlio, ucciso durante la guerra in Iraq. Io penso che già soltanto mettere insieme Walter White di Breaking Bad, Morpheus di Matrix e beh, Steve Carell (in quanto Steve Carell) sia stata un’idea meravigliosa, aggiungendoci poi i dialoghi e le storie di Linklater diventa un qualcosa che non sai mai fino a che punto puoi definire commedia, perché è molto di più: c’è la critica politica (e antimilitarista), il contrasto tra religione e ateismo, la tipica riflessione sul tempo e sull’amicizia, sui rimorsi di un passato che non può essere recuperato ma soltanto preso ad esempio. E poi ci sono gli elementi da road movie, che nei film di Linklater non sono mai una componente secondaria. Non so se si è capito ma per me è stato un colpo di fulmine totale: Bryan Cranston è il mattatore della pellicola (cosa darei per andare a farmi un paio di birre con lui), neanche si fa in tempo a smettere di lacrimare per le risate che si comincia a lacrimare (metaforicamente) per l’intensità dei personaggi, per le loro storie, il loro passato, i tanti errori che li rendono umani a tal punto da volerli abbracciare. Non perdetevelo per nessun motivo.

Nel pomeriggio è arrivato sul red carpet nientepopodimenoche Mazinga, per la proiezione del nuovo film sul robottone della nostra infanzia. Per i corridoi dell’Auditorium mi sono imbattuto in un gruppo di cosplayer dei vari Tetsuya, Aktarus e compagnia bella. Il film, “Mazinga Z”, è stato un simpatico tuffo negli anni 80, inizialmente stavo considerando l’idea di abbandonare la sala, poi ho lentamente ripreso ad abituarmi ai personaggi e alle battaglie di robot che alla fine devo dire che mi è pure un po’ piaciuto. La cosa più bella però sono stati i bambini presenti tra il pubblico, che urlavano “che figata!” dopo un pugno atomico oppure applaudivano quando i personaggi dicevano che questo pianeta merita di essere salvato. Mi hanno dato un po’ di speranza, è stato bello, e soprattutto mi è sembrato di rivedere me stesso alla loro età, quando guardavo Mazinga in tv.

In serata la Roma ha chiuso in bellezza una giornata perfetta, che sarebbe stata ancora meglio se non avessi tutto questo sonno, ma non si può voler tutto. Da segnalare che nessuno oggi parlava di “Stranger Things”, segno che le minacce che ho lanciato nei giorni precedenti hanno funzionato. Meno male, non ho dovuto litigare con nessuno. Per ora. Ah, domani si dorme un’ora in più: sì, è proprio un bel weekend.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 7

Mercoledì 19 Ottobre.
Stamattina ho fatto una tipica cosa alla me: per colpa della metro infame sono arrivato a Piazzale Flaminio soltanto alle 8.45. Il tram mi è partito davanti nel momento in cui sono arrivato alla fermata. Cosa farebbe una qualunque persona sana di mente? Aspetterebbe il tram successivo, che di solito arriva in 5-6 minuti. Cosa faccio io? Me la faccio a piedi, “così mi godo un po’ di aria frizzante del mattino”. Cosa succede? Ad una sola fermata dall’Auditorium, arriva il tram, io sono proprio davanti alla fermata, così salgo, faccio una sola fermata (200 metri) e scendo. Conclusione: ho camminato di corsa inutilmente, il problema è che non è la prima volta che faccio cose del genere e senza ombra di dubbio non sarà l’ultima. Ad ogni modo arrivo in Sala Petrassi per le 9.05 e trovo il posto dei sogni, nel corridoio centrale, dove si possono distendere le gambe a più non posso. Penso: “Non ci credo, appena mi ci siedo arriverà qualcuno che mi dirà che non posso stare qua, sicuro”. Invece non solo ci posso stare, ma vedo anche un grande film, anche abbastanza sottovalutato visto che la sala non è proprio stracolma (ma davvero siete andati tutti a vedere “Maria per Roma” nella Sinopoli?). Parliamo di “Hell or High Water” di David Mackenzie, già presentato nientepopodimenoche a Cannes lo scorso maggio (sezione Un Certain Regard) e già Re della Black List del 2012 (ovvero la lista delle cinque sceneggiature più belle dell’anno ma non ancora prodotte). Il film è Texas puro, fino al midollo. Sembra un romanzo di Lansdale con un tocco alla “Non è un paese per vecchi”. Si tratta della storia di due fratelli che, per salvare la fattoria di famiglia, derubano le filiali della banca che li sta rovinando. Sulle loro tracce un vecchio ranger (Jeff Bridges straordinario) in cerca di gloria prima dell’imminente pensionamento. Potrebbe essere il film più bello del Festival di quest’anno, senza dubbio è nella mia Top5.

Subito dopo mi sono goduto un po’ di pace. Ah ah. Scherzavo. In realtà è successa una cosa bizzarra. Innanzitutto dopo 10 edizioni del Festival in cui avevo sempre evitato questo bar sono entrato per la prima volta al Red e ho constatato che anche lì, nonostante il prezzo alto e l’ottima impressione, i cornetti non sono un granché. Mi dite chi è che ama quella glassa trasparente appiccicosa sopra i cornetti? Perché ce la mettono? Si appiccica alle dita, ai denti, al palato e quel che peggio non sa di niente. Il cappuccino però era molto buono. Alle 11 avevo la proiezione di “Goodbye Berlin” di Fatih Akin (e me lo dite così!), solo che soltanto dopo ho capito che quella per la stampa era allo Studio3. Alla stessa ora c’era la proiezione per le scuole nella Sala Mazda e io, vedendo alcuni ragazzi in coda con l’accredito, sono entrato subito insieme a loro, scoprendo molto tempo dopo che si trattava della giuria di Alice nella Città. Quindi sono riuscito a mimetizzarmi in un gruppetto di quindicenni io che potrei essere loro padre. Temevo tanto le scolaresche in sala, che in realtà dopo un inizio agitato si sono calmate abbastanza, permettendomi di godermi questo film. Road movie originale e divertente, tratto da un romanzo, in cui l’asociale della classe (Maik, il protagonista) e il suo nuovo compagno di banco (nome mezzo russo impronunciabile, il delinquente) restano delusi dopo aver scoperto di non esser stati invitati alla festa di compleanno della ragazza più desiderata della classe. Quel mezzo criminale del russo ruba una macchina e convince Maik a salire in macchina con lui. I due inizieranno un’avventura per le strade e le autostrade della Germania, dove l’asociale imparerà ad essere meno invisibile e il criminale si rivelerà essere invece un bonaccione. “Non si può trattenere il respiro per sempre”. Un film pieno di belle sensazioni, bei momenti e bei personaggi, piacevole e mai banale, con un finale davvero molto dolce. Gradevolissima sorpresa (anche se con quel grande di Fatih Akin c’è ben poco da sorprendersi). Considerando che ancora non ho deciso se andare o no a Berlino la prossima settimana, il titolo del film lo trovo un segno alquanto inquietante.

Terzo e ultimo film di questa giornata positiva è il buonissimo “Goldstone” di Ivan Sen, sequel di “Mistery Road” (del 2014). Nell’arido deserto australiano c’è un paesino. In questo paesino giunge un detective che beve ma al tempo stesso sa il fatto suo. Il capo della polizia (nonché unico poliziotto) del paesino è un ragazzetto un po’ ingenuo ma in gamba. I due si detestano un po’, almeno fin quando non si ritrovano dalla stessa parte in un’indagine su prostituzione, tratta di ragazze cinesi e impicci vari messi in piedi dalla Sindaca locale, una grandiosa Jacki Weaver (come al solito). La fotografia e la messa in scena sono meravigliose, ci sono delle riprese aeree che ho trovato fighissime e una luce veramente interessante, che molto spesso sfrutta la “golden hour” prima del tramonto. Una piacevole sorpresa anche questo film, molto snobbato, ma che invece meritava decisamente di essere visto.

Per il resto domani ci sta finalmente un po’ di vita: arriva Meryl Streep e, secondo voci incontrollate, potrebbe esserci pure Hugh Grant. Domani giornata piena, con quattro film per me e subito dopo Totti in campo in Europa League. Ma voi volete sentir parlare di cinema lo so, quindi ahimé vi racconterò solo le prodezze del Festival. Oggi comunque è un giorno importante: festeggio l’ultimo viaggio in metropolitana di questo Festival. Addio metro B, addio cambi a Termini con la folla che arriva fino alle scale, addio tram che mi parte davanti: da domani torno a cavalcare il Lungotevere con la mia macchinetta, un cd di Springsteen nello stereo, il vento tra i capelli, verso il film di Stephen Frears. Wow, se non dovessi alzarmi alle 7 sarebbe davvero tutto molto bello (come lo direbbe Bruno Pizzul). Adieu.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 3

Sabato 15 Ottobre.
Giornata intensa oggi al Festival. Prima sveglia alle 7 per me, una cosa che succede solo a ottobre per quanto mi riguarda, andando a stravolgere totalmente il mio personalissimo fuso orario. E così con cinque ore di sonno mi avvio con la mia 600 blu per il meraviglioso Lungotevere del sabato mattina: il sole bacia Castel Sant’Angelo, i pochi turisti del primo mattino ammirano l’Ara Pacis e l’Auditorium sembra davvero dietro l’angolo. Prima proiezione della giornata è “Sole, cuore, amore” di Daniele Vicari, la storia di una donna costretta ogni giorno a raggiungere l’altro capo di Roma per lavorare come barista e mantenere il marito e i quattro (4!) figli. L’odissea della precarietà, l’avventura suburbana di chi cerca di sorridere nonostante la guerra quotidiana con l’inferno cittadino: autobus, metropolitane, l’arduo ricatto del lavoro senza soste. Sembra un film di Ken Loach, e questo è il miglior complimento che si possa fare a Vicari. D’altro canto, senza entrare nei dettagli, il finale è sembrato un po’ troppo esagerato, volutamente esagerato, cosa che lo ha reso leggermente meno attinente alla credibilità che fino a quel momento la faceva da padrona. Ciononostante il film resta comunque validissimo, prezioso, emozionante e, cosa fondamentale, anche divertente. Riesce ad aprire tante sottotrame e le chiude tutte con grande bravura di scrittura. Isabella Ragonese poi è praticamente la sosia di una mia cara amica e in questo film ancor di più del solito, una cosa che mi ha spiazzato per tutto il tempo.

Neanche il tempo di gustarsi i titoli di coda che subito ero di corsa giù dalle scale della Sala Sinopoli per lanciarmi su quelle della Sala Petrassi: alle 11 toccava a “The birth of a nation”, di Nate Parker. Quando alle 9 si vede un bel film è molto dura per quello delle 11 reggere il confronto, ma non solo per questo il film di cui si è detto un gran bene al Sundance (ha vinto il premio del pubblico e quello della giuria) mi ha davvero deluso. Sembra una sorta di “12 anni schiavo” che a un certo punto si trasforma in “Braveheart”, ma non ha né lo stile visivo del primo né il carisma e la potenza del secondo. Ho avuto la tentazione di lasciare la sala a metà film, ma sapevo che stava per arrivare una seconda parte più interessante (cosa che di fatto non è successa), e così sono rimasto. Dovete sapere che una mia regola d’oro e di non guardare mai l’ora durante la proiezione di un film. Non so perché, ma non voglio sapere quanto manca alla fine o quanto tempo è passato. Bene, stavolta purtroppo ho violato questa regola, e quando pensavo che fosse già passata un’ora e mezza in realtà era passata soltanto un’ora. Non vuol dire molto lo so, e dalla sua ha la grande attenuante di essere un film visto di mattina subito dopo un altro, con poche ore di sonno sulle spalle. Però mi è sembrato uguale a mille film sulla schiavitù, ad un certo momento non ne potevo più di indovinare cosa sarebbe successo nella scena successiva. Insomma, nonostante pareri contrastanti, a me non è piaciuto (non so se si era capito).

In mattinata c’è stata anche la proiezione di “Sing Street”, che recupereremo domani, mentre nel pomeriggio l’attenzione è stata monopolizzata da Napoli-Roma, aiutata anche da un’assenza quasi totale di proiezioni alle ore 15. Insomma, è stato come se avessero inserito la partita della Roma nel programma del Festival, anche se invece di proiettarla in sala è stata proposta da un volenteroso giornalista in una sala stampa gremita, dove in molti sono passati anche solo per un minuto per aggiornarsi sul risultato della partita. Ok, non dovrei parlare di calcio in un diario che parla della giornata del Festival, ma che diamine, domani è il mio compleanno, concedetemi questo piccolo piacere. Eh sì, domani sono 35 anni per chi vi scrive da 11 edizioni consecutive del Festival sempre su queste pagine, sarà una giornata speciale (tre film). La sveglia, implacabile, è sempre alle 7. Auguri.

solecuoreamore

Festival di Roma 2014: Che Festival è stato?

Si è conclusa dopo dieci giorni frenetici la nona edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, l’ultima dell’era Marco Muller. Quando si torna alla vita dopo un festival ci si sente un po’ come reduci di guerra: è da ieri infatti che giro per casa con il pass al collo, penso che la cucina sia la sala Petrassi e per andare al bagno faccio la rush line. Al di là di questi problemi, uscire dall’Auditorium e rivedere le stelle è sempre una buona cosa, si incontrano gli amici che ti domandano “Com’è andato il Festival?”. Che rispondere? Adesso che sono passate 48 ore dalla premiazione possiamo fermarci un attimo, chiudere gli occhi e ripensare un momento a tutto ciò che abbiamo visto in questi dieci giorni. Per fare questa analisi diamo rapidamente un’occhiata alle varie sezioni…

Gala: La categoria principale del Festival non ha deluso le attese, ha avuto picchi di bellezza molto importanti (il vincitore “Trash” di Daldry, un premio del pubblico facilmente individuabile, e due filmoni prettamente da festival come “Eden” e “Phoenix”, senza dimenticare l’ottimo “Gone Girl”) e cadute di stile imbarazzanti (“Soap Opera” e “Andiamo a quel paese”). Molto interessanti anche “Still Alice” e “A most wanted man”, a dimostrazione che la sezione Gala ha regalato ottime pellicole.

Cinema d’Oggi: La sezione sulla carta più interessante del Festival, con quelli che si possono definire proprio film da Festival, in realtà ha goduto di pochi exploit. Il nostro film preferito è stato senza dubbio il tedesco “We are young, we are strong”, almeno una spanna sopra tutti gli altri concorrenti il lizza (anche sul film che ha vinto la sezione, il cinese “12 citizens”, ennesimo remake del capolavoro di Lumet “La parola ai giurati”). Leggermente deludenti rispetto alle aspettative i tanti film latinoamericani, pur regalando qualche ottimo momento di cinema (pensiamo al peruviano “NN” o all’argentino “Lulu”).

Mondo Genere: Dalle ceneri della meravigliosa sezione Extra dei festival dell’era De Tassis nasce la sezione “Mondo Genere”, dove abbiamo visto probabilmente il film più interessante dell’intero Festival, il gringo-persiano “A girl walks home alone at night”. Molto interessanti anche il vincitore “Haider” (l’Amleto shakespeariano in versione indiana), “Nightcrawler” e il noir francese “La prochaine fois je viserai le coeur”. Assurdo e forse un po’ deludente l’atteso “Tusk” di Kevin Smith e soprattutto il pessimo “Stonehearst Asylum”, probabilmente il peggior film del Festival dal punto di vista del rapporto cast/aspettative/ambizioni/riuscita.

Prospettive Italia: La sezione italica del Festival, divista tra film di finzione e documentari, ci ha mostrato un po’ cosa hanno da dire i cineasti emergenti del nostro Paese. Tantissimi applausi e consensi per il bellissimo “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson (che già ci aveva colpito con l’ottimo “I primi della lista”), che ha vinto il premio come miglior film della sezione, per il resto più bassi che alti.

Alice nella città: La sezione indipendente del Festival, dedicata al cinema per ragazzi, si conferma una realtà bellissima. Molto buono il vincitore “The road within” di Gren Wells, ma non vanno dimenticati i buonissimi “About a girl”, “All cats are grey”, “Tokyo Fiancée” e l’ultima fatica di Jean Pierre Jeunet “Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet”.

In conclusione di questo Festival salviamo alcuni piccoli gioielli (anche se possiamo notare dai nostri giudizi ai film che non ce n’è uno che è andato sopra il voto 7,5), ma c’è sempre da risolvere qualcosa a proposito di programmazione (troppi i momenti di vuoto a dispetto delle tante proiezioni sovrapposte), organizzazione (possibile che un festival che si svolge all’Auditorium non sfrutti a dovere la sala Santa Cecilia?), interesse mediatico (capiamo i problemi di budget, ma troppo pochi i volti di grande richiamo arrivati a Roma) e di selezione in generale (possibile che un Festival di Cinema venga aperto da un film con Fabio De Luigi e chiuso da Ficarra e Picone???). Come ogni anno c’è sempre qualcosa che si può (e si deve!) migliorare, ad ogni modo ricorderemo questa nona edizione come un Festival di discreto livello. E che bello vedere la città di Roma che premia uno dei suoi figli adottivi, il commosso Tomas Milian. L’anno prossimo nuovo direttore e nuovo festival, il numero 10, un numero dal quale a Roma ci si aspetta sempre qualcosa di straordinario…

IMG_9005Tomas Milian si allontana dal Festival (Foto A.T. Photographer)

Speciale Festival di Roma 2014

GIORNO 1
We are young. We are strong:
Antonio Gramsci diceva: “Il vecchio mondo muore e il nuovo non può ancora nascere: oggi è il tempo dei mostri”. In questa frase si può racchiudere il senso del film del regista tedesco di origini afgane Burhan Qurbani, ambientato in quella Germania che nel 1992 era ancora un Paese giovane, incontrollabile, unito da soli tre anni e ancora lontano dal benessere economico di cui gode attualmente. Il film racconta la celebre “notte del fuoco” avvenuta nella città di Rostock nell’estate del 1992. Il meraviglioso bianco e nero della fotografia, lo stile impeccabile della regia (numerosi e notevoli i piani-sequenza) e l’astio di cui si nutrono molti dei personaggi della pellicola fanno pensare subito ad una sorta di versione tedesca de “L’odio” di Kassovitz, ma il film di Qurbani risulta più drammatico non solo perché racconta eventi realmente accaduti, ma soprattutto perché ci lascia sui titoli di coda con un finale molto pessimista. Gli anni passeranno, ma la strada verso la civiltà e la tolleranza sarà ancora lunga…
VOTO 7,5

GIORNO 2
Still Alice: Julianne Moore giganteggia in un film drammatico diretto dal duo Glatzer – Westmoreland. Una professoressa di linguistica, stimata professionista, viene colpita da una rara forma di Alzheimer precoce. Il suo rapporto con il marito, con i tre figli, con il lavoro e soprattutto con se stessa cambia totalmente. Si può continuare a vivere dignitosamente, anche se la malattia ti sta portando via tutto? Funziona l’idea di mostrare una studiosa di linguistica perdere lentamente le sue capacità comunicative. Decisamente interessanti le dinamiche famigliari scaturite dalla scoperta della malattia.
VOTO 6,5

The Lies of the victors: Thriller politico tedesco, diretto da Christoph Hochhausler. Un noto giornalista d’inchiesta sta lavorando su un tema scottante: l’esercito tedesco sembra stia trasformando le identità di alcuni ex militari invalidi in persone sane. Gli viene affiancata, suo malgrado, una giovane e determinata stagista. Fabian manda la ragazza ad indagare su un caso di suicidio, ma ben presto si rende conto che le due storie potrebbero essere legate. I due cominciano ad indagare più a fondo, ma la pista che seguono è vera o stanno soltanto raccogliendo le briciole messe là da qualcuno più potente di loro? Un film che racconta la capacità delle lobby di manipolare l’opinione pubblica. Si perde un po’ nelle scene madri, e lascia l’impressione di non aver sfruttato pienamente il potenziale della storia.
VOTO 6-

Eden: Mia Hansen-Love si conferma tra le giovani autrici più interessanti del panorama europeo. Uno dei migliori film visti finori al Festival, incentrato sulla ascesa e la caduta di un dj francese negli anni ruggenti della musica dance transalpina. Il film non cade nella trappola del cliché, raccontando gli eccessi, le malinconie, gli amori, gli entusiasmi e le difficoltà di un ragazzo alla ricerca della sua strada. Impeccabile.
VOTO 7,5

GIORNO 3
Buoni a nulla: Gianni Di Gregorio porta la malinconica leggerezza delle sue commedie al Festival di Roma. Rispetto ai film precedenti si riscontra lo stile inconfondibile, ma senza i vicoli di Trastevere perde qualcosa in atmosfera. Il protagonista Gianni a pochi mesi dalla pensione viene trasferito in un nuovissimo ufficio lontano da casa sua e dalle sue abitudini. Qui continua inizialmente a subire le solite angherie, finché non decide di dire basta. Con Marco Marzocca e Valentina Lodovini. Si ride e ci si diverte, fa il suo.
VOTO 6,5

Lulu: L’argentino Luis Ortega racconta la vita di due giovani in una Buenos Aires in cui l’unica cosa che conta è arrangiarsi, quando la povertà e la mancanza di opportunità inducono alla follia. Così la vivono Lucas e Ludmila, due canaglie vagabonde, due anime sole e disperate nel mezzo del caos urbano, figlie di una Nouvelle Vague francese che sembra danzare tra i vicoli della città. Un po’ confuso e a tratti surreale, un film che dà l’impressione di perdersi per strada, un po’ come i suoi personaggi. Nonostante tutto la strada, gli ambienti reali, le luci non artificiali regalano un’idea di cinema vero, reale, e c’è qualcosa di affascinante in tutto ciò.
VOTO 6-

GIORNO 4
A girl walks home alone at night:
Una sorta di western urbano in lingua persiana. Vampiri, comics, colonna sonora magnifica e quella leggerezza indie che lo rendono irresistibile. Uno dei film più cult di questo Festival: una ragazza-vampiro passa le notti tra le strade della misteriosa Bad City, popolata dalla peggior feccia del genere umano. Incontra un ragazzo solitario con il quale instaura un’ambigua amicizia. Bianco e nero, suggestioni che derivano a tratti dal cinema di Tarantino, a tratti da quello di Sergio Leone, in una pellicola pop, horror, vagamente western. Da vedere.
VOTO 7,5

Trash: Il nuovo film di Stephen Daldry (scritto però da Richard Curtis) racconta la storia di tre ragazzi delle favelas di Rio de Janeiro e il ritrovamento in una discarica di un portafogli ricercatissimo dalla polizia. I tre ragazzini piuttosto che consegnare l’oggetto cominciano ad indagare sul perché di tanto interesse intorno ad un portafogli scomparso, cambiando per sempre le loro vite. La mente va subito agli inseguimenti tra gli slum di Mumbai nella prima parte del celebratissimo “The Millionaire”, al quale il film di Daldry sembra ispirarsi. Due ore che scivolano veloci tra corse a perdifiato e tre monelli pronti a tutto pur di continuare a sentirsi nel giusto. Bello.
VOTO 6,5

GIORNO 5
Gone Girl: Probabilmente era il film più atteso del Festival, e ora sappiamo perché. Fincher mette in scena un thriller senza esclusione di colpi, una trappola per topi dove il protagonista e lo spettatore restano incastrati scena dopo scena, fino ad un finale inaspettato. Bisogna scendere a patti con la sceneggiatura e accettare tutto ciò che vediamo, la credibilità non è infatti il punto forte di questo film, ma chi se ne importa in fondo: è cinema, ragazzi!
VOTO 7+

About a girl: Diretto da Mark Monheim, è la storia di una quindicenne complicata che, delusa da tutto ciò che la circonda, decide di togliersi la vita. Fortunatamente non ci riesce, e dopo quel giorno comincia lentamente a scoprire quanto la vita possa essere ricca e piena di bellezza. Film tedesco marcato da una forte atmosfera indie (a partire dalle musiche e dai titoli di testa in versione animata), una vera e propria ventata di freschezza.
VOTO 6,5

La prochaine fois je viserai le coeur: Il cinema francese, si sa, si ama o si odia. Probabilmente anche questo film è destinato a dividere gli spettatori: noir d’autore oppure due ore in cui non succede niente? Noi, ovviamente, puntiamo sulla prima definizione. Liberamente tratto da una storia vera, il film di Cedric Anger ricrea fedelmente le atmosfere algide della Piccardia e le manie omicide del suo terrificante protagonista, un uomo dalla doppia vita: gendarme ligio al dovere e assassino di giovani donne. Pur perdendosi lungo il suo incedere, Anger è bravo a mantenere sempre alto il ritmo e il livello di coinvolgimento.
VOTO 6,5

GIORNO 6
Tusk:
Da Kevin Smith ci si può aspettare davvero di tutto, a maggior ragione quando realizza film per puro divertimento personale e non per seguire uno stile o un’idea artistica ben precisa (come in “Clerks”, per intenderci). Questa sua ultima “fatica” è un tuffo nell’horror demenziale, un racconto surreale e assurdo che a tratti diverte ma che spesso ci fa domandare: cosa stiamo guardando? Smith sembra voler confermare le infinite possibilità offerte dal cinema, dalla serie “trova un’idea, non importa quanto sia assurda, e girala!”, e da questo punto di vista la storia del vecchio maniaco che mutila le sue vittime trasformandole in trichechi umani (parodiando alla lontana “The Human Centipede”) ha anche il suo perché. Ci si diverte nel ripescaggio “artistico” di Haley Joel Osment (ricordate il bimbo prodigio de “Il Sesto Senso”?) o nel piccolo ruolo del detective quebecois Johnny Depp, quasi irriconoscibile e totalmente fuori di testa. Insomma si ridacchia, ma da un autore geniale come Kevin Smith vorremmo decisamente di più.
VOTO 5,5

Dolares de arena: Una ricca donna francese si trasferisce nella Repubblica Domenicana per trascorrere in serenità i suoi ultimi anni di vita. Qui si innamora di una giovane locale, molto povera, che vive traendo profitto a spese della moltitudine di turisti che popola l’isola. Le due donne, basando la loro storia sulla reciproca convenienza, portano avanti il rapporto per tre anni, finché la più anziana non decide di portare la ragazza a Parigi. Un melodramma al femminile, splendido nell’ambientazione, tenero nella sua ingenua dolcezza, intimo ma a tratti noioso. Con una straordinaria Geraldine Chaplin.
VOTO 6+

GIORNO 7
Stonehearst Asylum: Sarebbe lecito domandarsi come hanno fatto Ben Kingsley e Michael Caine a finire in un film così brutto. Un giovane dottore si presenta alla porta di un manicomio situato nel mezzo del nulla per completare il suo tirocinio da psichiatra. Una volta qui scopre che in realtà l’istituto è gestito da un gruppo di malati di mente che si è sostituito ai veri medici. Non solo non è un film coinvolgente, ma i suoi errori narrativi sono talmente brutti da dare allo spettatore la sensazione di esser stato preso in giro per quasi due ore.
VOTO 4

Fino a qui tutto bene: Roan Johnson già con “I primi della lista” aveva dimostrato di essere un bravissimo autore, capace di raccontare con leggerezza e simpatia le (dis)avventure di un gruppo di ragazzi. Oggi troviamo la conferma di quanto di buono pensavamo di lui: cinque coinquilini organizzano una festa per dare l’addio alla casa dove hanno passato insieme gli anni dell’università, i più belli delle loro (e delle nostre) vite. I cinque amici si preparano a ciò che li aspetta là fuori, nella loro nuova vita. Un passo che tutti, chi più chi meno, abbiamo dovuto fare. Molto bello.
VOTO 7

Phoenix: Dovrebbe essere il vincitore ideale di questo Festival di Roma, perché ha tutte le carte in regola. Storia potente, attori perfetti, ottima regia, finale bellissimo. Nelly, sopravvissuta ad Auschwitz, subisce un intervento chirurgico al volto e diventa irriconoscibile. A Berlino si mette sulle tracce del marito, che non la riconosce, ma notando una somiglianza le chiede di assumerne l’identità per mettere le mani sull’eredità della moglie. Lei accetta, vuole sapere se lui la ama ancora o se è vero che l’ha tradita. Nina Hoss magnifica, se ci fosse ancora il premio per la migliore attrice, sarebbe suo a mani basse.
VOTO 7,5

GIORNO 8
All cats are grey:
Anche il titolo di questo film (così come “About a girl”, sempre della sezione Alice nella Città) è tratto da una canzone, in questo caso dei Cure, ma a parte un breve riferimento sui gusti musicali della protagonista, la pellicola di Savina Dellicour è incentrata su tutt’altro. La sedicenne Dorothy viene spiata dal detective Paul. La ragazza intanto vuole scoprire chi è il suo padre biologico e decide di rivolgersi proprio a Paul per farsi aiutare nelle ricerche. Tra i due nascerà un’amicizia speciale che li porterà ad una nuova scoperta di se stessi. Ben raccontato, ben interpretato, un film che si lascia vedere con piacere e interesse. Peccato per i liceali in sala, come ad ogni proiezione di Alice, capaci di rovinare ogni scena con urla e schiamazzi. Il cinema non è per i cafoni.
VOTO 6,5

GIORNO 9
Nightcrawler: 
Opera prima di Dan Gilroy, un film intenso e originale con uno dei migliori Jake Gyllenhaal mai visti sullo schermo. Lou non ha un lavoro ma è motivato, pronto a tutto pur di guadagnarsi un’occupazione che lo gratifichi. Una sera assiste ad un incidente stradale e osserva dei reporter d’assalto riprendere la scena per poi venderla alle televisioni. Comincia così a seguire le operazioni notturne della polizia, scalando sempre di più la scala del successo, finché non si ritrova coinvolto di qualcosa di estremamente pericoloso. Un bel thriller capace di mantenere costantemente alta la soglia di attenzione: non si empatizza con il protagonista, ma si resta ad ogni modo affascinati dalla caparbietà delle sue imprese, oltre a raccontare in maniera sottile il mondo spietato dei network televisivi, pronti a tutto pur di mostrare una goccia di sangue in più sugli schermi degli americani. Elettrizzante.
VOTO 7

The road within: La sezione Alice è sempre prodiga di piccoli grandi film, e quello di Gren Wells non fa eccezione. Un ragazzo affetto dalla sindrome di Tourette, in compagnia di un maniaco compulsivo e di una ragazza anoressica, rubano una macchina e fuggono di notte dall’istituto che li ha presi in cura. Il loro non sarà soltanto un viaggio per riscoprire i piaceri della vita, ma anche un’esperienza per affrontare le proprie paure, guardare in faccia le loro malattie e capire che una vita diversa, e migliore, è possibile. Divertente, sensibile, un bel viaggio attraverso gli occhi di tre ragazzi e il loro desiderio di vita.
VOTO 6,5

GIORNO 10
A most wanted man:
Anton Corbijn mette insieme un bel cast per un thriller di buon livello, ma soprattutto ti fa lasciare la sala con la malinconia che non vedrai mai più un nuovo film con Philip Seymour Hoffman: straordinaria ultima interpretazione. Ad Amburgo si incrociano i destini di un misterioso uomo in fuga, un banchiere, un’avvocatessa idealista e il capo di un’unità segreta di spionaggio tedesca. Oltre al già citato Hoffman, ci sono Rachel McAdams, Nina Hoss, Daniel Bruhl e Willem Dafoe.
VOTO 7