Capitolo 228

L’ultimo capitolo risale a fine agosto, lo so: a volte succedono cose strane, come ad esempio il fatto di aver visto soltanto due film (2!!!) in tutto settembre e poi già cinque film ad ottobre. Vai a capire come possano succedere cose di questo genere. Io ritengo che gran parte della colpa si possa attribuire al fatto che i primi di settembre ho cominciato a vedere “Game of Thrones”, cosa che mi ha praticamente distolto da qualunque altro proposito cinematografico. Fortunatamente mi manca solo la settima stagione…

Affari di famiglia (1989): Non sarà il miglior film di Sidney Lumet, ma vedere Dustin Hoffman e Sean Connery recitare insieme è una goduria totale. Stranamente non avevo mai sentito parlare di questo film, contento di averlo recuperato. Bene ma non benissimo.

Dunkirk (2017): Girato benissimo, bello tutto, bravo Nolan e quello che volete, ma non è per niente il capolavoro di cui parlano tutti. Non so che è questo fanatismo di massa nei confronti di questo film, non lo capisco davvero, mi è piaciuta molto la struttura temporale, che ho trovato originale e appassionante ma per il resto non penso che tra un mese starò ancora a pensarci. Tranquilli, prima o poi verrò smascherato e scopriremo tutti che io di cinema non capisco niente. Speriamo più poi che prima…

A ghost story (2017): Nonostante i lunghi silenzi è un film che non cala mai di ritmo. Originale, emozionante, tenero, senza dubbio straordinario. Un film da ricordare, da amare, da tenere da parte tra i ricordi belli. Spero sinceramente che arrivi al cinema il prossimo anno. Ah, Casey Affleck sta diventando uno dei miei attori preferiti.

Blade Runner (1982): Cosa si può dire di Blade Runner che non sia già stato detto? Bellissimo rivederlo dopo molti anni, angosciante realizzare che tra due anni sarà il 2019, ovvero il presente in cui si svolge il film. Questo significa che abbiamo due anni di tempo per creare Roy Batty, diamoci da fare.

Blade Runner 2049 (2017): Visivamente è una delle cose più belle che abbia mai visto. Questo vorrei che fosse messo a verbale. La storia però l’ho trovata un po’ fredda, non sono riuscito ad emozionarmi come avrei voluto.

Scalciando e strillando (1995): Film d’esordio di Noah Baumbach. Il complimento migliore che gli si possa fare è che sembra un film di Linklater. Risate, tenera superficialità, la ricerca di un posto nel mondo: ci sono tutti gli elementi tipici dei suoi film. Piaciuto.

El Bar (2017): Alex De La Iglesia è un regista che va approfondito. Ha una carriera brillante alle spalle, qualche anno fa ha ottenuto un premio prestigioso a Venezia e ogni suo film ha decisamente il suo perché. Violenza fumettistica, risate a denti stretti e situazioni al limite del paradossale. Divertente e grottesco, scorre che è un piacere.

The Meyerowitz Stories (2017): Prima parlavo dell’esordio di Baumbach, ora invece parliamo del suo ultimo film, appena uscito su Netflix. Il cast parla da solo: Dustin Hoffman, Adam Sandler, Ben Stiller, Emma Thompson e molti altri volti noti. Che dire, è un film inizialmente ansiogeno (primi piani stretti, montaggio molto rapido), che ben immerge nell’atmosfera di questa famiglia incasinata, poi la messa in scena si rilassa un po’ e qualcosa forse si perde. Mi è piaciuto, ma da Baumbach mi aspetto sempre film di cui innamorarmi e con questo non è scoccata del tutto la scintilla.

TMS-03795.DNG

Annunci

Capitolo 226

Le vacanze, ahimè, stanno per finire. Sento un coro di “era ora!” risuonarmi nelle orecchie, come il suono del mare all’interno di una conchiglia. Mi mancherà tutto questo da tempo da dedicare al cinema, che è sempre tempo ben speso. Si torna a Roma e agli affari di tutti i giorni. Il lato positivo è che tra poco riapriranno i cinema e ci saranno decine di nuovi film da vedere. Il lato negativo è che arriverò a fine agosto tipo Clint Eastwood quando Tuco gli fa attraversare il deserto ne “Il buono il brutto il cattivo”.

Ritorno al Futuro (1985): Ci sono alcuni film che potresti rivedere una volta al mese senza mai annoiarti. Ci sono film che quando passano in tv non puoi fare a meno di guardare ancora una volta. Ci sono film in cui mentre gli attori parlano, tu gli parli sopra, dicendo in perfetto sincronismo ogni singola battuta del film, a memoria. Ecco, Ritorno al Futuro è uno di quei film.

Giovani si diventa (2014): Noah Baumbach è senza dubbio uno dei miei registi preferiti dell’ultimo decennio. Questo film, girato tra il meraviglioso “Frances Ha” e il bellissimo “Mistress America”, è leggermente sottotono rispetto agli altri, ma resta comunque un ottimo prodotto, divertente ma anche pieno di spunti interessanti. Perché, come dico sempre, si smette di essere giovani quando si smette di fare ciò che si ama.

Le Iene (1992): Una delle cose belle dell’estate è la programmazione televisiva. Una pioggia di capolavori cinematografici, forse per contrastare l’aridità del clima. L’esordio di Quentin Tarantino è una lezione di cinema: come riuscire a mettere un gruppo di personaggi dentro a un capannone e girare un film impeccabile. Straordinario.

Scoop (2006): Avevo visto questo film al cinema, mi era piaciuto, ma da allora non l’avevo più rivisto. Dopo lo strepitoso successo di “Match Point”, Woody Allen ha proseguito il suo filone londinese arricchendolo con questo nuovo titolo (e completando poi la trilogia con il deboluccio “Sogni e delitti”). Alcune trovate sono, neanche a dirlo, geniali: non sarà uno dei film più memorabili di Woody, ma per una calda serata estiva basta e avanza.

Natural Born Killers (1994): A volte capita di trovare uno di quei film che hai sentito nominare mille volte, di cui conosci tutto il cast e la crew, ma che, per un motivo o per l’altro, non hai mai visto. Finalmente lo vedi e poi dici: ora sì che l’ho visto! Oliver Stone lo gira in maniera senza dubbio originale, per usare un eufemismo, ma è un film talmente schizofrenico, pazzo, assurdo e follemente violento che alla fine lascia abbastanza freddini. Interessante, ma il mio cinema è altro.

I giorni del cielo (1978): Il mio cinema è altro, dicevamo. Beh, il mio cinema somiglia molto a questo di Terrence Malick. Esteticamente è un film di una bellezza pura, perfetta: non c’è un momento in cui si possa dire “qui poteva essere migliore”, oppure “questa inquadratura non mi convince”. Non si può dire niente del genere. Oscar alla fotografia per Nestor Almendros (ne riparleremo, ne riparleremo…), da far brillare gli occhi. E se tutte queste impressioni le ho avute vedendolo sullo schermo di un pc con 35° nella stanza, chissà come doveva essere vederlo in un cinema ben climatizzato, su uno schermo grande. Film stupendo.

giornidelcielo

Recensione “Mistress America” (2015)

mistress-america-body-image-1438868652

Se con il meraviglioso “Frances Ha” Noah Baumbach e Greta Gerwig erano riusciti a scrivere, con leggerezza ed ironia, una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, stavolta il duo più apprezzato del cinema indie statunitense completa la ricerca su questa generazione a metà strada tra desiderio e fallimento, con una pellicola capace senza troppi fronzoli di raccontare l’imperfezione degli esseri umani e soprattutto il confronto tra una generazione che vuole essere accettata e un’altra che non vuole sentirsi superata, attraverso la mancanza (?) di talento, il bisogno di raccontarsi, di esistere (con una strizzatina d’occhio ai social network, simbolo di una generazione che sente il bisogno costante di essere connessa a qualcosa di indefinito, a qualcosa che possa confermare il suo stato di esistenza).

La diciottenne Tracy è appena arrivata a New York per cominciare il college, dove però non riesce pienamente a inserirsi. Il suo sogno è entrare in un prestigioso club letterario ma i suoi racconti non sono ancora all’altezza. Spinta dalla madre, che sta per risposarsi con un altro uomo, Tracy decide di incontrare la trentenne Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la trascina per una folle notte tra i locali di Manhattan, permettendo a Tracy di trovare il personaggio ideale per il suo nuovo racconto. Brooke è vulcanica, umorale, instancabile, alla continua ricerca di un posto nel mondo: canta in una band, fa ripetizioni ai bambini di una famiglia ricca, fa l’istruttrice in palestra e sta cercando finanziamenti per aprire il ristorante dei suoi sogni. Proprio per questo le due future sorelle, in compagnia di un compagno di college di Tracy e della sua gelosissima fidanzatina, si imbarcano in un viaggio verso il Connecticut: Brooke deve convincere il suo ex e una vecchia amica, la moglie di lui, a investire denaro in questa nuova, pazza, impresa di Brooke.

Se Manhattan è confusa, frenetica e sembra capace di inghiottire i suoi personaggi, il Connecticut al contrario è il terreno dove si scatenano le gag umoristiche più riuscite, in un crescendo di divertimento, risate e assurdità. Baumbach si conferma un profondo indagatore della società dei trentenni di oggi, alcuni ancora legati ai sogni di anni passati, altri totalmente immersi nel loro ruolo nella società ma che guardano al passato con un pizzico di nostalgia (perfetto in tal senso il personaggio di Dylan). Un gioiello del nuovo cinema statunitense, talmente brillante da sembrare a tratti frutto del genio di Woody Allen (“Me ne vado a Los Angeles per sentirmi intellettualmente superiore” è solo una delle tante battute riuscite). Il tempo passa per tutti, ma è sempre meraviglioso trovare ancora pellicole capaci di raccontarci, tra una risata e un abbraccio.

51545

Recensione “Giovani si diventa” (“While we’re young”, 2015)

Noah Baumbach, dopo aver perfettamente raccontanto la precaria vita dei trentenni nel bellissimo “Frances Ha”, stavolta si occupa di uno scontro tra due generazioni, mettendo a fuoco le realtà e le aspettative di un quarantenne e di sua moglie, messi a confronto con una coppia di eccentrici e vitali venticinquenni. La prima coppia, dopo aver rinunciato ad avere figli, si concentra sulla quotidianità, sul lavoro, su progetti mai portati a termine e sembra essere assuefatta dalla routine, oltre che dalla semplicità della tecnologia, dalla pigrizia indotta dall’avere ogni cosa a portata di mano. L’altra coppia, quella più giovane, sembra brillare di luce propria, spinta dall’entusiasmo dell’età, dalla riscoperta di antichi piaceri come possono essere la musica su vinile, il ticchettio delle macchine da scrivere, il gelato fatto in casa.

Una volta superati i quaranta si pensa probabilmente di non poter più fare alcune cose, o meglio, ci si dimentica di poter fare ancora moltissimo. Sorgono i primi acciacchi, e ci si rende conto di aver bisogno di una svolta. Così la pensa anche Josh Srebnick (Ben Stiller, che torna a lavorare con Baumbach cinque anni dopo “Greenberg”), che grazie all’incontro con Jamie e Darby, spiriti indipendenti pieni di iniziativa, riesce ad aprire un nuovo spiraglio su quella giovinezza che vorrebbe poter ancora trattenere, ma che in realtà gli sta scivolando di mano come una manciata di sabbia stretta nel pugno. Questo incontro/scontro con una coppia così stimolante metterà a dura prova il rapporto tra Josh e sua moglie Cornelia: il loro matrimonio crollerà, o forse potrà finalmente trovare quella linfa che sembrava essersi persa tra i sogni di un passato ormai chiuso nel cassetto.

Baumbach come al solito pesca a grandi mani dai suoi film precedenti raccontando con grande onestà generazioni completamente differenti tra loro: dai bambini de “Il calamaro e la balena” ai parenti de “Il matrimonio di mia sorella”, dai trentenni di “Greenberg” a quelli di “Frances Ha”, fino ai quarantenni di questa sua ultima fatica. L’importante è non perdere mai di vista un concetto piuttosto semplice: si smette di essere giovani quando si smette di fare ciò che si ama.

Recensione “Frances Ha” (2013)

frances-ha-1200-1200-675-675-crop-000000

Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film. Il bianco e nero, la musica che copre le voci, fino a scoprire lentamente Frances, la protagonista, personificazione della precarietà, goffa, buffa, probabilmente un po’ svitata, ma infinitamente piacevole. Frances non ha una casa e salta da un appartamento all’altro. Frances non ha abbastanza talento e deve quindi accontentarsi dei lavoretti che riesce a trovare. Frances non ha soldi ma non può neanche definirsi povera “perché sarebbe offensivo nei confronti di chi è davvero povero”. Frances non ha un ragazzo (è “infidanzabile”, come la definisce uno dei suoi coinquilini) ma neanche è in cerca di avventure. Frances fa della sua precarietà, di sentimenti, di denaro, di alloggio, un vero e proprio modo di vivere: è se stessa in ogni momento, non nasconde la gelosia quando la sua migliore amica si innamora e va a vivere con il suo ragazzo, non nasconde il sorriso quando le cose non vanno esattamente come vorrebbe.

Noah Baumbach è uno dei punti di riferimento del cinema indie statunitense del nuovo millennio, in particolare del movimento cosiddetto mumblecore: il suo film ha il respiro di un cinema nostalgico, come la nouvelle vague alla quale strizza l’occhio continuamente (i jumpcuts alla Godard, la musica de “I 400 Colpi” di Truffaut, la tv che trasmette “Domicile Conjugal” dello stesso Truffaut), contendendo atmosfere e situazioni al cinema di Jarmusch o addirittura a quello di Woody Allen. Dopo averla lanciata con il precedente “Greenberg”, Baumbach costruisce l’intero film sulla naturalezza di Greta Gerwig, qui alla sua consacrazione definitiva: il classico caso in cui l’attrice protagonista e la sceneggiatura sembrano completarsi, fatti l’una per l’altra (non a caso l’attrice ha scritto il film insieme a Baumbach).

Un film ricco di citazioni (un’altra? La corsa della protagonista sulle note di “Modern Love” di Bowie è un omaggio ad una scena di “Mauvais Sang” di Leos Carax) ma che non perde comunque la sua anima e la sua originalità. La storia di Frances è la storia di una quasi-trentenne come ce ne sono ovunque, in ogni città: è per questo che New York, per quanto riconoscibile, è quasi una città qualunque, è per questo che il bianco e nero non è soltanto una scelta per ostentare un certo tipo di cinema, ma soprattutto una mossa stilistica che cambia la percezione dello spazio e del tempo del racconto: quella che guardiamo è la storia di Frances, ma potrebbe anche essere la nostra, quella dei nostri amici o dei nostri ex-compagni di università. Baumbach, senza apparire mai pretenzioso, firma una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, delle montagne russe della precarietà, di una way of life che in qualche modo ci appartiene, e che in pochi riescono davvero ad inquadrare. È questo il cinema che amiamo.

fraha