Capitolo 235

shutterisland

Eccoci a febbraio. Tempo di recuperi in vista degli Oscar ma è anche tempo di uscire un po’ di casa, visto che a Roma l’inverno non è mai arrivato, anzi, nel cortile di casa le mimose sono già in fiore. In queste ultime due settimane, come potete vedere, il blog è cambiato, così come la grafica: è tutto più bello (spero) e più grande, ma ovviamente a non cambiare, purtroppo per voi, sono i contenuti. In compenso ci sono tante immagini in più (da buon fotografo non posso resistere al loro richiamo visivo) e qualche altra cosetta che vi lascio scoprire da soli. Bene, dopo questo breve riassunto delle novità vi lascio finalmente al motivo per cui immagino che siate qui: i film.

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Viaggio nel cinema argentino

Medianeras

Buenos Aires. Una passeggiata per il mercato di San Telmo, il barrio più antico della città. Entro nel Bar di Plaza Dorrego e sembra di entrare in un’altra epoca, tra la musica degli altoparlanti (rigorosamente tango, come in gran parte di Buenos Aires) e il legno dei tavolini che profuma di antico. Non molto lontano da qui, in calle Esmeralda, il 18 luglio del 1896 venne effettuata la prima proiezione cinematografica nella storia del Sudamerica (anche qui furono proiettati i primi lavori dei Lumière). Il cinema argentino di fatto è stato uno dei primi di sempre, e oggi si sta proponendo come una delle migliori cinematografie del mondo, grazie ai nuovi talenti esplosi nell’ultimo decennio, su tutti il regista Juan Josè Campanella e l’attore Ricardo Darìn.

Proprio nel proficuo connubio tra i due il cinema argentino ha trovato la sua consacrazione nel 2010, con il premio Oscar per il miglior film straniero assegnato al meraviglioso “El secreto de sus ojos” (“Il segreto dei suoi occhi”, distribuito in Italia dalla Lucky Red), la storia di un agente del tribunale federale di Buenos Aires il quale, una volta in pensione, si dedica alla stesura di un romanzo a proposito del caso di omicidio che gli cambiò la vita trent’anni prima. “El secreto de sus ojos” rappresenta la quarta collaborazione tra Campanella e Darìn, che hanno lavorato insieme anche nei più o meno fortunati “El mismo amor, la misma lluvia” (1999), “El hijo de la novia” (2001, anch’esso candidato all’Oscar) e “Luna de Avellaneda” (2004). Lo stesso Ricardo Darìn, con un’altra splendida interpretazione, ha avuto il suo peso nel trionfo del cinema argentino all’ultima edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, dove “Un cuento chino” di Sebastiàn Borensztein ha conquistato sia il Marc’Aurelio come miglior film sia il premio del pubblico.

Proprio al Festival di Roma, nel 2008, si presentò la coppia di registi Mariano Cohn e Gaston Duprat con il bellissimo “El artista” (“L’artista”), distribuito in Italia l’anno seguente. I due, già registi del documentario “Yo presidente”, vincitore in un paio di Festival in Messico e in Spagna, confermano il loro talento nel 2009 con il fortunato “El hombre de al lado”, non distribuito in Italia, ma che fortunatamente sono riuscito a vedere a Roma in una piccola rassegna cinematografica dedicata al cinema in lingua spagnola.

Se domandate ad un porteño (così si chiamano gli abitanti di Buenos Aires) quali sono i titoli fondamentali del nuovo cinema argentino, sicuramente sentirete parlare di “Esperando la carroza” (1985) di Alejandro Doria, una commedia amara che ricorda da vicino alcune commedie all’italiana degli anni 60 (soprattutto i film di Dino Risi e di Mario Monicelli). Altro titolo di cui il cinema argentino va fiero è l’ottimo “Nueve Reinas” (2000), una sorta di stangata sudamericana diretta da Fabiàn Bielinsky, ancora una volta interpretatata da Ricardo Darìn, vero e proprio simbolo della nuova cinematografia argentina. Per avere un panorama più o meno completo sull’argomento non si possono infine omettere titoli importanti come “El abrazo partido” (“L’abbraccio perduto”, 2004), vincitore dell’Orso d’argento al Festival di Berlino, “Lugares comunes” (2002) di Adolfo Aristarain, e per gli amanti della musica l’interessante documentario “Luca”, dedicato a Luca Prodan, leader della band Sumo (da ascoltare): un italiano trasferitosi in Argentina dopo la morte del suo miglior amico (Ian Curtis dei Joy Division), e anche lui morto giovane tra musica ed eccessi. Ovviamente non può mancare alla lista l’amatissimo “I diari della motocicletta”, frutto di una coproduzione sudamericana ed europea, che per questo motivo non possiamo definire un film argentino, anche se racconta il meraviglioso viaggio di due indimenticabili argentini, Ernesto Guevara e Alberto Granado.

Il tempo in Argentina si sta ormai consumando, è tempo di prendere l’autobus per Santiago de Chile, dove proseguiremo il nostro viaggio all’interno del cinema sudamericano, con la prossima puntata dedicata al cinema cileno.

UPDATE: Sono passati ormai sei anni da questo viaggio all’interno del cinema argentino e nel frattempo sono usciti moltissimi nuovi titoli che hanno resto questa cinematografia una delle più belle del mondo. Tra i film più importanti degli ultimi anni vanno sicuramente citati la commedia a episodi “Storie pazzesche” (“Relatos Selvajes”, nella cinquina dei migliori film stranieri agli Oscar 2016), il meraviglioso “Medianeras” e soprattutto “Il cittadino illustre” (“El ciudadano ilustre”).

el-secreto-de-sus-ojos

Recensione “Il Nastro Bianco” (“Das Weiße Band”, 2009)

Il_nastro_bianco

La Palma d’Oro dell’ultimo festival di Cannes finalmente sventola anche in Italia: che Haneke fosse un grande regista lo si sapeva già da tempo, ma che fosse in grado di firmare un’opera così magistrale e intensa non era un dato così certo. Sembra invece che il regista austriaco abbia deciso di alzare decisamente il livello della sua già ottima filmografia, offrendo un film lungo (145 minuti) ma mai pesante, misterioso e mai banale, concreto e mai superficiale, immortalandolo in un meraviglioso bianco e nero (applausi al direttore della fotografia Christian Berger) che condisce la pellicola di quell’autorialità che profuma di grande classico.

La vicenda si svolge in un piccolo villaggio della Germania, alla vigilia della Grande Guerra. La vita del villaggio viene smossa da una serie di strane vicende che non risparmiano nessuno: i bambini del coro, il maestro, il pastore, il medico, l’intendente, il barone, la levatrice e i contadini. Nessuno sembra davvero innocente, nessuno sembra totalmente colpevole: gli occhi del maestro e la sua voce fuoricampo ci conducono per mano attraverso un piccolo e anonimo villaggio tedesco nell’anno che precedette la prima guerra mondiale.

Grandi silenzi condiscono le strepitose immagini di Haneke (ogni inquadratura sembra essere una fotografia d’epoca): i bambini ci guardano, direbbe il nostro Vittorio De Sica, ci giudicano, ma sono anche in grado di punire? Non è questo ciò che interessa davvero il regista, bensì la rigida e punitiva educazione che gli adulti del villaggio infliggono alla loro progenie, quella generazione che un paio di decenni dopo infliggerà al mondo la sua creatura più mostruosa: il nazismo.

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