Recensione “L’Ospite” (2019)

Dopo “Orecchie”, uno dei film italiani più interessanti del decennio, Daniele Parisi e Silvia D’Amico tornano in quel che si potrebbe definire una sorta di seguito ideale del film di Alessandro Aronadio. Stavolta alla regia c’è il fiorentino Duccio Chiarini e al centro della storia ci sono coppie in crisi, coppie che scoppiano o in bilico tra diverse possibilità.

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Recensione “Visages, Villages” (2017)

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Agnes Varda, una donnina di quasi 90 anni, unica regista donna a ricevere un Oscar alla carriera. JR, un giovane spilungone di 35 anni celebre per appiccicare letteralmente al muro i volti delle persone che fotografa. I due si incontrano e danno il via ad un progetto di enorme bellezza: girare la Francia su una sorta di camera oscura mobile per apporre i volti delle persone sulle facciate dei palazzi in cui vivono.

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Recensione “Dark Horse” (“Voksne Mennesker”, 2005)

Presentato al Festival di Cannes (sezione Un Certain Regard) nel 2005, il secondo film di Dagur Kari è un racconto ironico e dolcemente naif realizzato interamente in bianco e nero (a parte un brevissimo bagliore a colori). Un po’ surreale, tenero, costantemente in bilico sull’altalena del romanticismo e della malinconia, senza dimenticare l’ingrediente fondamentale della vita: l’ironia. Anche la Danimarca sa cosa significa “Nouvelle Vague”: non a caso il regista è nato a Parigi (da genitori islandesi). Da una parte il cinema francese degli anni 60, dall’altra il cinema indipendente americano (Jarmusch è dietro l’angolo): il film di Dagur Kari è una meraviglia fatta di pazzia e dolcezza: dalla serie “la vita è difficile, quasi impossibile, ma finché ci amiamo va tutto bene”.

Daniel è uno street artist squattrinato, un po’ irresponsabile, perennemente alla ricerca di un posto nel mondo. Si guadagna da vivere realizzando graffiti romantici su commissione, mentre di notte fa la cavia umana nel laboratorio dove lavora il suo migliore amico Roger, detto “Nonno”, un grassone con il sogno di diventare arbitro di calcio. Entrambi si innamorano di Franc, commessa in una panetteria, ingenua, dolce, affascinante e leggermente svitata, almeno quanto Daniel, che la conquisterà. I soldi sono pochi, il mondo è un luogo cattivo e molto difficile da abitare, ma si amano, e questo è già qualcosa.

Kari racconta con leggerezza e ironia la storia di due ragazzi un po’ sperduti, così matti da innamorarsi l’uno dell’altro. Ma il suo sguardo non è di quelli banali, in cui tutto procede in maniera lineare e superficiale, anzi: il mondo abitato da Daniel e Franc è un mondo in cui mentre si scopre di essere innamorati ci sono elefanti che passeggiano per la strada, è un mondo in cui bisogna infrangere i dieci comandamenti per sentirsi vivi per la prima volta, un mondo in cui nessuno vorrebbe abitare, ma visto che si deve abitare comunque, tanto vale farlo nel modo più surreale e bello possibile. Un mondo in bianco e nero in cui un piccolo, leggero lampo a colori significa che una svolta è possibile, e comincia proprio da noi. Un piccolo miracolo del cinema europeo. Da adorare.

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Recensione “Il passato” (“Le passé”, 2013)

Dopo aver vinto praticamente tutto con il precedente “Una separazione”, Asghar Farhadi torna a trattare il tema del rapporto di coppia inserendo i suoi protagonisti in una Parigi lontana da ogni cliché. Forse è vero che il passato è una storia che ci raccontiamo, fatto sta che il passato raccontato dal regista iraniano è un meraviglioso dramma familiare, in cui bisogna superare le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro nel tempo per riuscire a vivere il nostro presente. Interpretato da un magnifico trio di attori, Berenice Bejo (che grazie a questo film ha ottenuto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes), Tahar Rahim (lo staordinario protagonista de “Il profeta” di Audiard) e l’iraniano Ali Mosaffa, il film riesce a rendere credibile ogni sfumatura, ogni dialogo, ogni singola espressione del viso: è talmente facile lasciarsi coinvolgere che quasi ci dispiace dover lasciare il cinema al termine della pellicola.

Quattro anni dopo la separazione dalla moglie francese Marie, l’iraniano Ahmad torna a Parigi per portare a termine, su richiesta di lei, le procedure per il divorzio. Marie ha un nuovo compagno adesso, Samir, causa della conflittualità tra la stessa Marie e sua figlia maggiore, Lucie. Ahmad, accolto in casa dalla sua ormai ex-moglie, si sforza per migliorare il rapporto tra Marie e la sua figliastra, finendo così per svelare lentamente quelle parole mai dette, che cambieranno per tutti la concezione del passato.

Con il trasferimento in Europa cambia anche lo stile di Farhadi: il suo talento nel raccontare tra le righe del film la società iraniana (pensando a “Una separazione”, ma soprattutto al precedente “About Elly”) stavolta viene soppiantato da un modo di espressione diretto, in cui la società francese non è neanche sfiorata (giustamente tra l’altro, trattandosi di un Paese che il regista non conosce). Ma soprattutto il suo non-detto è sostituito da una lunga serie di dialoghi, in cui tutti hanno bisogno di parlare, di raccontare, di confessarsi. Attraverso le parole di Ahmad gli altri personaggi del film trovano la forza di abbandonare i demoni del passato, di parlare, di andare avanti, o meglio, ricominciare. Che ne sarà di loro? È quello che tutti vorremmo sapere e che non sapremo mai. Tutto ciò che sappiamo è che avranno un futuro forse più giusto, forse migliore. …E che non tutto ciò che è lasciato è perso.

Recensione “L’illusionista” (2010)

Il cinema delle emozioni, il cinema che più amiamo è racchiuso in questi 80 minuti di soffusa dolcezza e silenziosa tenerezza. La magia di Jacques Tati, autore di questa sceneggiatura mai realizzata, torna dal passato per illudere e illuminare i nostri occhi, normalmente abituati ad un tipo di cinema massificato, corrotto da logiche commerciali e dalla legge del box-office. Sylvan Chomet, autore di “Appuntamento a Belleville”, raccoglie la proposta della figlia dello stesso Tati e realizza con una meravigliosa animazione in 2D l’opera del grande comico francese.

Verso la metà degli anni 50 un anziano illusionista, appesantito dal peso degli anni che passano e dal corso dei tempi, si sposta di città in città, di locale in locale, alla ricerca di un ingaggio per il suo spettacolo di magia. I tempi sono però cambiati, il pubblico è investito dall’ondata dirompente del rock ‘n roll, e per l’illusionista le luci della ribalta appartengono inesorabilmente al passato. In un paesino della Scozia incontra però la giovane Alice, che riesce ancora ad emozionarsi di fronte alle sue magie. Per i due inizierà una nuova vita, di magia, ma anche di stenti, di fatica, ma anche di emozioni.

Il soffice pastello di Chomet pennella le immagini di nostalgia e malinconia, lasciando emergere dai suoi silenzi e dalle tenere gag l’anima infantile e dolce della comicità di Jacques Tati, che sembra osservare i passi del suo illusionista con un sorriso ed una lacrima. Mentre le sale si riempiono con l’ultima moda del 3D, i cinema di nicchia regalano un sogno per pochi fortunati: “L’illusionista” riporta i nostri occhi nella magia di un passato che la società di oggi non ha più il tempo per apprezzare.

pubblicato su Livecity

Recensione “Animal Kingdom” (2010)

Una delle opere prime più folgoranti degli ultimi anni, un ritratto criminale di una famiglia di “bravi ragazzi” in una Melbourne silenziosa, periferica, dove il giovane J è costretto a dimenarsi dai tentacoli dei suoi zii ed imparare a muoversi nel “regno animale” del suo quartiere, dove la legge della giungla è l’unica regola vigente, in quello che è una sorta di western moderno.

Famiglia criminale, poliziotti corrotti, il punto di vista di un ragazzo “normale” di fronte all’assalto di una violenza che è diventata quasi routine quotidiana. Alla morte di sua madre (per overdose), J si trasferisce nella casa della nonna, spietata capoclan di tre figli criminali: Pope, perseguitato da un gruppo di poliziotti fuorilegge, Craig, spacciatore e “money maker” della famiglia, e Darren, criminale alle armi e forse un cuore troppo tenero. J si ritrova a vivere gomito a gomito con un mondo del quale non sa nulla, in cui i suoi zii si muovono con disinvoltura e cinismo. Il ragazzo, grazie anche all’aiuto di un detective esperto e deciso, dovrà imparare alla svelta le nuove regole di ciò che lo circonda, per uscire fuori da un regno che potrebbe ben presto inglobarlo al suo interno.

Un western metropolitano, una sorta di gangster movie fulminante, che il New York Times ha definito “la risposta australiana a Scorsese”. Vincitore dello scorso Sundance Festival, “Animal Kingdom” si appresta a conquistare anche l’Europa con il suo romanzo criminale. Il suo destino è tra i grandi, diventerà un film di culto.

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Recensione “L’Artista” (“El Artista”, 2008)

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Che cos’è l’arte? Per Andy Warhol l’arte è ciò che puoi riuscire ad ottenere da essa, per Pablo Picasso invece l’arte è una bugia che aiuta a realizzare la verità. Marcel Duchamp riteneva invece che l’arte non fosse nell’opera, ma nello spettatore, mentre per Cechov ciò che piace è arte, ciò che non piace non è arte. L’arte è questione di dibattito da secoli; diverse scuole di pensiero, artisti e filosofi hanno dedicato la loro esistenza nel cercare di dare una risposta, e la natura stessa di questo splendido film argentino è nella panoramica che si pone nei confronti dell’arte contemporanea, dove la linea che separa il mondo dell’arte da tutto il resto si è fatta inesorabilmente più sottile.

Jorge Ramirez svolge meccanicamente il suo lavoro di infermiere presso un istituto psichiatrico. Nella monotonia della sua vita irrompe l’anziano Romano, autistico, ma dallo straordinario talento artistico. Chiuso nel suo silenzio, che interrompe soltanto per chiedere le sigarette, Romano disegna dei quadri di grande spessore, che attirano immediatamente l’attenzione del suo infermiere. Jorge decide di appropriarsi dei lavori dell’anziano e di proporli ad una galleria d’arte spacciandosi per l’autore. Senza neanche rendersene conto si ritroverà ad essere un artista di culto, famosissimo e apprezzato in tutto il mondo, ma dovrà sempre continuare a fare i conti con l’ispirazione del suo assistito, a volte assente per ripicca nei confronti dell’infermiere plagiatore, e con l’assidua attenzione che il mondo dell’arte pone su questo nuovo grande artista, i cui silenzi di fronte alle domande dei critici d’arte sono letti come una straordinaria risposta alla crisi della società contemporanea piuttosto che esser visti per quello che sono: l’incapacità di un uomo di esprimere le sensazioni e le emozioni di fronte ad un’arte che non gli appartiene.

Diretto dalla coppia Cohn-Duprat, il film mette in mostra lo straordinario gusto estetico dei suoi autori: interamente girato con una lunga serie di inquadrature fisse, dove ogni sequenza sembra un’opera d’arte, negando in senso assoluto i movimenti di macchina e lasciando allo schermo il compito di porsi come cornice ideale di ogni quadro/inquadratura. Un film ironico ma allo stesso tempo riflessivo e profondo, capace di descrivere con bravura e maestria il difficile contesto dell’arte contemporanea e il paradosso per cui ogni uomo è un potenziale artista. Una delle migliori pellicole in concorso al Festival del Cinema di Roma dello scorso anno.

elartista

Recensione “Idiots and Angels” (2008)

Bill Plympton è uno della vecchia scuola, questo è certo: si tratta di uno dei rari casi al mondo in cui l’animatore disegna personalmente ogni fotogramma a mano, senza collaboratori. Tutto ciò suona strano nell’epoca dell’animazione digitale, nell’era della perfezione tecnica il tratto confuso e schizzato di Plympton è il classico fulmine a ciel sereno, eppure funziona, impeccabile nella sua essenzialità, fluido nella sua tortuosità, angelico nella sua mostruosità. La straordinaria arte povera dell’animatore americano, premio Oscar nel 1987, arriva silenziosamente anche in Italia, durante una proiezione speciale all’interno del Festival romano dedicato al cinema d’animazione, Cortoons, giunto quest’anno alla sesta edizione.

“Idiots and Angels” è una parabola potente e violenta sulla società moderna, una storia dove i concetti di bene e male si toccano, si trovano, si mischiano, si scontrano. La routine quotidiana del corrotto e violento Angel, stressato dalla società, dall’ansia del traffico e colto da un perenne “mal di vivere”, che lo rende indisponente e insofferente nei confronti del mondo esterno, è improvvisamente scossa da un miracolo: due piccole ali compaiono sulla sua schiena. Inutili sono i tentativi dell’uomo di nasconderle, di castrarle, di incatenarle: le ali sembrano vivere di vita propria, inizialmente impedendo al loro angelo di compiere scorrettezze, quindi, di pari passo con la loro crescita, “costringono” il protagonista a compiere atti di pura bontà. Un barista senza scrupoli e un chirurgo ambizioso cercheranno però di uccidere l’angelo per rubargli le ali e arricchire le loro tasche.

Dispiace vedere che un film di tale spessore, ricco di contenuti attuali e con uno stile irriverente e allo stesso tempo godibile (senza dimenticare le musiche di Tom Waits!), in Italia non possa avere la visibilità che merita, colpa forse di una distribuzione troppo pavida nei confronti di un film d’animazione così rischioso per il mercato italiano. Eppure in Francia “Idiots and Angels” è uscito nelle sale a metà gennaio, attirando su di sé l’attenzione dei Cahiers du Cinéma: perché in Italia un gioiello di questa portata deve avere come unico sbocco la limitata programmazione di un festival?