Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 6

Martedì 18 Ottobre.
Ci sono certi giorni in cui tutto sembra andare bene, quasi bene: ti fai 7 ore di sonno filate, ti alzi riposato, la metro non è stracolma ma anzi il viaggio è quasi rapido e godibile, entri in sala con calma, trovi il posto dove puoi stendere bene le gambe, e poi lui. Ben Affleck che interpreta un commercialista autistico. E allora pensi che così questa giornata che sembrava nata sotto una buona stella in realtà non è poi così bella. “The Accountant” è un film di Gavin O’Connon che gode di una buona prima mezzora, prima che Ben Affleck si trasformi in una cosa tipo che ce faccio co Batman se posso esse un commercialista autistico addestrato da piccolo a fare thai boxe e altre cosette che uccidono. L’idea di base non è male: una società di elettronica scopre una falla nei suoi conti e chiama il più grande commercialista del mondo conosciuto per una consulenza. Ma per mettere i piedi in testa a chi fa gli impicci non ci vuole ben altro, ci vuole Ben Affleck (omaggio a Maccio), il quale scopre un inghippo gigante. La società che lo ha ingaggiato decide allora di eliminarlo, pensando che sia facile uccidere un matematico: “Con cosa ti può colpire? Con una calcolatrice?”. In realtà il nostro Ben Affleck, finalmente in parte nel ruolo di un personaggio che non ha espressioni, è tipo un superfijodenamignotta (cit. Lo Zingaro de “Lo chiamavano Jeeg Robot”), e ovviamente ad essere eliminato non sarà lui. Ripeto: prima mezzora molto convincente, poi il film diventa divertente in maniera involontaria. Ad ogni modo alle 9 del mattino ci voleva un film che tenesse svegli, quindi bene così, anche perché l’alternativa sarebbe stata “The Secret Scripture” di Jim Sheridan, di cui cinque persone su cinque me ne hanno parlato come la cosa più inguardabile di tutto il Festival, tipo una fiction di Canale5 fatta male. Riporto solo ciò che ho ascoltato, Jim non volermene.

Alle 11 ho dato una chance a “Naples 44”, ma un film raccontato interamente da una voce fuori campo (anche se la voce era quella di Benedict Cumberbatch) non è una cosa che ero in grado di sopportare in quel momento. Per carità, le immagini di repertorio dell’entrata degli Americani a Napoli erano davvero meravigliose e suggestive, ma avevo bisogno di prendere un po’ d’aria, un po’ di caffé, un po’ di qualcosa che mi restituisse un minimo di vita. Quindi dopo mezzora ho abbandonato la Petrassi e sono sceso al bar. Dopo essermi cibato e aver ascoltato una delle conferenze stampa più noiose di sempre, quella del pur bravo Matt Dillon, ho finalmente dato un senso a questa giornata moscia con uno dei migliori film visti sinora al Festival: “Nocturama” di Bertrand Bonello. Già che si chiama come un album stupendo di Nick Cave è un buon indizio. Un gruppo di ragazzi organizza un attacco violento in alcuni punti strategici di Parigi: ci sono esplosioni, incendi, omicidi, il panico insomma. La banda si nasconde per la notte all’interno di un Grande Magazzino dove, ignara di tutto ciò che sta succedendo nella città, vive una notte da sogno tra i negozi e gli scaffali del magazzino. Qui si materializzano sogni, si è re per una notte, ma non è detto che tutto fili liscio… Un finale allucinante e splendido nella sua freddezza racconta perfettamente la confusione e lo stato di tensione che vive la Francia in questi mesi, soprattutto in seguito alle direttive del governo a proposito di terrorismo. Un film che prende molte direzioni, ci mostra tutto nei minimi dettagli, gioca con il tempo e lo spazio, salta da un momento all’altro per poi tornare indietro a riproporci la stessa scena da un nuovo punto di vista (“Rashomon” fa sempre scuola). E alla fine non puoi far altro che restare agghiacciato dai titoli di coda. Film molto bello, come ha detto una delle voci più autorevoli della rassegna, si tratta finalmente di “un film da festival”.

In serata è avvenuto l’incontro con in grande David Mamet, premio Pulitzer, oltre che sceneggiatore di un capolavoro come “Gli Intoccabili” di De Palma. Neanche a dirlo, me lo sono perso. Domani altri tre film che promettono scintille: secondo il mio istinto domani sera staremo su queste pagine a parlare di tre filmoni. Il mio istinto, normalmente, sbaglia poco. Forse. Speriamo. Vediamo domani. Buonanotte.

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Recensione “Gone Girl” (2014)

Uno dei film più attesi al Festival di Roma, e non potrebbe essere altrimenti quando a dirigerlo è un regista come David Fincher. “Gone Girl” è una partita a scacchi tra film e spettatore: ci siamo sorpresi a cambiare più volte il nostro punto di vista sulla storia, in un certo senso come fanno nel film i milioni di telespettatori dei programmi televisivi americani, questi ultimi sempre pronti a cercare notizie sensazionali e a manovrare in tal modo l’opinione pubblica. Il film di Fincher infatti, al di là del “thriller matrimoniale” perfettamente costruito, esplora e al tempo stesso accusa la cultura mediatica statunitense, dove un uomo in pochi minuti può essere superficialmente giudicato come eroe o criminale.

L’ex scrittore Nick Dunne e la bella moglie Amy danno l’impressione di vivere un matrimonio perfetto. Il giorno del loro quinto anniversario Amy sparisce nel nulla e le uniche tracce ritrovate fanno pensare ad un rapimento. Giorno dopo giorno Nick, da marito in cerca di risposte si ritrova ad essere invece il sospettato numero 1, mentre il caso di Amy è ormai l’argomento del giorno sulle tv nazionali. Nick si ritroverà ben presto con le spalle al muro e l’opinione pubblica contro di sé: sarà stato davvero lui a far sparire la moglie?

Tratto dal best-seller “L’amore bugiardo”, di Gillian Flynn, il film di Fincher ha tutte le carte in regola per essere amato dal pubblico: una messa in scena impeccabile; due protagonisti perfettamente in parte (Ben Affleck e la sorprendente Rosamund Pike), una caccia al tesoro tesa e al tempo stesso pericolosa, nella quale ci ritroviamo coinvolti nostro malgrado. Certo, la credibilità non è il punto forte di questo film, ma in fondo chi se ne importa: è il cinema, ragazzi!

Recensione “To the wonder” (2012)

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Terrence Malick deve essere una sorta di extraterrestre: per anni ci ha osservato dall’alto, ha capito tutto di noi, e poi un bel giorno, con “The tree of life”, ha deciso di cominciare a dircelo. È impressionante la sua capacità di farci sentire piccoli e al tempo stesso parte di un qualcosa di immenso, grandioso, meraviglioso. Con “To the wonder” Malick prosegue sul percorso tracciato dal film precedente, indagando questa volta le mille sfaccettature del rapporto di coppia, passione e compassione, doveri e dolori, indecisioni, tradimenti, gioia, sofferenza. I film di Malick sono sempre un’esperienza, visiva e sensoriale, che non lascia mai indifferenti: si amano, si odiano, ma ad ogni modo generano in noi qualcosa che tende a modificare la nostra percezione del mondo, talvolta della vita stessa. In poche parole, i film di Malick sono un’ispirazione.

Neil e Marina, all’inizio del loro amore esploso a Parigi, partono insieme per Mont St. Michel, noto in Francia come “la Meraviglia”. Si amano, e Neil decide di portare Marina e la bambina di lei a vivere in Oklahoma insieme a lui. Neil si sente a casa ma il suo amore sembra cominciare a scemare. Marina cerca conforto nelle parole di un prete spagnolo che però sta perdendo la fede. La passione è sempre destinata a lasciar spazio al vuoto? Si può riprendere, si può ritrovare, o tutti gli amori, le cose in cui crediamo, dovranno cedere al tempo? Malick ci pone queste domande e ci offre il suo punto di vista, interroga e si interroga, parla direttamente alla nostra anima. Il suo cinema è “amore che ci ama”, per usare le parole di Marina. Potete amarlo, potete odiarlo, ma non potete non vederlo.

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