Una Vita da Cinefilo Magazine

Grandi novità! Sta nascendo Una Vita da Cinefilo Magazine: scoprirete presto di cosa si tratta. Per il momento, in anteprima, ecco la copertina del primo numero, che sarà pubblicato il 1° dicembre in occasione dell’anniversario del blog. Keep in touch!

UVDC Magazine Numero 1

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Recensione “Il passato” (“Le passé”, 2013)

Dopo aver vinto praticamente tutto con il precedente “Una separazione”, Asghar Farhadi torna a trattare il tema del rapporto di coppia inserendo i suoi protagonisti in una Parigi lontana da ogni cliché. Forse è vero che il passato è una storia che ci raccontiamo, fatto sta che il passato raccontato dal regista iraniano è un meraviglioso dramma familiare, in cui bisogna superare le paure e le insicurezze che ci portiamo dietro nel tempo per riuscire a vivere il nostro presente. Interpretato da un magnifico trio di attori, Berenice Bejo (che grazie a questo film ha ottenuto il premio come migliore attrice al Festival di Cannes), Tahar Rahim (lo staordinario protagonista de “Il profeta” di Audiard) e l’iraniano Ali Mosaffa, il film riesce a rendere credibile ogni sfumatura, ogni dialogo, ogni singola espressione del viso: è talmente facile lasciarsi coinvolgere che quasi ci dispiace dover lasciare il cinema al termine della pellicola.

Quattro anni dopo la separazione dalla moglie francese Marie, l’iraniano Ahmad torna a Parigi per portare a termine, su richiesta di lei, le procedure per il divorzio. Marie ha un nuovo compagno adesso, Samir, causa della conflittualità tra la stessa Marie e sua figlia maggiore, Lucie. Ahmad, accolto in casa dalla sua ormai ex-moglie, si sforza per migliorare il rapporto tra Marie e la sua figliastra, finendo così per svelare lentamente quelle parole mai dette, che cambieranno per tutti la concezione del passato.

Con il trasferimento in Europa cambia anche lo stile di Farhadi: il suo talento nel raccontare tra le righe del film la società iraniana (pensando a “Una separazione”, ma soprattutto al precedente “About Elly”) stavolta viene soppiantato da un modo di espressione diretto, in cui la società francese non è neanche sfiorata (giustamente tra l’altro, trattandosi di un Paese che il regista non conosce). Ma soprattutto il suo non-detto è sostituito da una lunga serie di dialoghi, in cui tutti hanno bisogno di parlare, di raccontare, di confessarsi. Attraverso le parole di Ahmad gli altri personaggi del film trovano la forza di abbandonare i demoni del passato, di parlare, di andare avanti, o meglio, ricominciare. Che ne sarà di loro? È quello che tutti vorremmo sapere e che non sapremo mai. Tutto ciò che sappiamo è che avranno un futuro forse più giusto, forse migliore. …E che non tutto ciò che è lasciato è perso.

Recensione “Il paradiso degli orchi” (“Au Bonheur des Ogres”, 2013)

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Sono passati quasi trent’anni dalla pubblicazione di un libro che in breve sarebbe diventato un cult, l’inizio di una magnifica avventura (o saga, come si usa dire oggi) immersa in quel di Parigi, nelle atmosfere colorate di Belleville, il quartiere etnico per eccellenza, una vera e propria città nella città. La saga della famiglia Malaussene, tribù senza padre, con una madre perennemente in fuga d’amore, sostenuta dal fratello più grande: Benjamin Malaussene, di professione capro espiatorio. A Nicolas Bary, regista semi-esordiente, l’onere e l’onore di adattare per lo schermo il primo libro della serie, quel paradiso degli orchi che ha reso Daniel Pennac uno degli scrittori più amati degli ultimi due decenni. Incassato il sì dello scrittore, Bary si è subito adoperato per rendere il suo film un prodotto all’altezza della fama del libro: operazione ardua, visto che non c’è niente di più pericoloso che deludere i fan di un’opera letteraria. Il giovane regista francese non solo riesce nel suo compito, ma fa ben sperare per un futuro adattamento cinematografico di tutti i libri della serie (anche se, dopo averlo interpellato direttamente, ci ha confessato con una sincerità quasi imbarazzata che non sa ancora se potrà realizzarli).

Benjamin Malaussene lavora nei Grandi Magazzini come capro espiatorio: quando i clienti insoddisfatti si rivolgono all’ufficio reclami, Malaussene è colui che viene convocato dai superiori per prendersi tutta la colpa, per prendere una lavata di capo talmente impressionante da far cadere ogni proposito di denuncia minacciato precedentemente dai clienti stessi. Poco prima di Natale però una serie di esplosioni non accidentali all’interno dei Grandi Magazzini mette nei guai Benjamin: è lui il principale sospettato della Polizia. Con l’aiuto della esuberante Julia e della sua pazza famiglia, Benjamin cercherà di tirarsi fuori dai guai, nonostante le indagini, la rabbia dei superiori, i problemi con i suoi piccoli fratelli.

Bary riesce a portare sullo schermo tutta l’allegria e l’energia sprigionata dalla famiglia, anche se per far questo lascia completamente da parte la vitalità di Belleville, una delle caratteristiche più evidenti dei libri. Per evidenti motivi narrativi esclude dalla famiglia la sorella preferita di Benjamin (Clara), ma nonostante tutto il suo Paradiso degli Orchi funziona, diverte, trasmette buone vibrazioni, forte anche di un eccellente lavoro di casting: Berenice Bejo è al massimo della sua bellezza e vitalità, Emir Kusturica è talmente azzeccato che sembra uscito fuori dal suo personaggio letterario, lo stesso Raphael Personnaz è un ottimo Benjamin, così come tutti gli altri elementi della famiglia sono stati scelti e caratterizzati perfettamente. Lo stile di Bary mette leggermente in secondo piano l’intreccio noir per concentrarsi maggiormente sulla leggerezza da commedia (esagerata e ostentata nel pessimo trailer e nell’altrettanto pessima locandina, che ci avevano fatto temere per il peggio), ma ciononostante ci lascia con la soddisfazione di vedere finalmente sullo schermo un’ottima trasposizione di un romanzo che tutti abbiamo amato (non l’avete ancora letto? Cosa aspettate?). La benedizione di Daniel Pennac inoltre, che sta seguendo la promozione del film, è un’ulteriore garanzia. In attesa de “La fata carabina”, se mai Bary riuscirà a realizzarla…

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Festival di Roma 2013 (Giorno 6): Wes Anderson incontra il pubblico e dice “sto pensando a un film ambientato in Italia”

Wes il nome, Anderson il cognome. Sì, è lui il protagonista indiscusso della giornata e forse dell’intero Festival. Un personaggio che sembra uscir fuori da uno dei suoi film: spiritoso, curioso, colorato, il regista di “Moonrise Kingdom” è sembrato pienamente a suo agio all’incontro con Mario Sesti e con il pubblico dell’Auditorium. Accompagnato (a sorpresa) dall’attore Jason Schwatzman e dal produttore e co-sceneggiatore Roman Coppola (che lo scorso anno aveva presentato al Festival il miglior film in concorso, snobbato dalla giuria e dalla distribuzione italiana), Wes Anderson ha presentato “Castello Cavalcanti” (che potete vedere qui), un cortometraggio di otto minuti prodotto da Prada, ambientato nell’Italia degli anni 50. A tal proposito, ammaliato dall’esperienza di girare a Cinecittà, il regista si è lasciato andare ad una dichiarazione che ha scatenato gli applausi della platea: “Questo cortometraggio potrebbe essere il punto di partenza per un film ambientato nell’Italia degli Anni 50, ci sto pensando”. L’incontro è stato davvero memorabile, da inserire nella lista dei magic moments della storia del Festival romano, così come l’arrivo di Jason Schwartzman, accompagnato in auto da Franco Battiato (!): un’accoppiata vincente, degna di un film dello stesso Anderson.

Altro grande evento di oggi è stata l’anteprima de “Il paradiso degli orchi” di Nicolas Bary: a dir la verità l’evento non è stato tanto la proiezione del film (che uscirà in sala domani), quanto la presenza di Daniel Pennac all’Auditorium. Tra l’altro ho scoperto poco fa che il vero nome dello scrittore è Daniel Pennacchioni, e ciò mi ha sconvolto non poco. Il film di Bary è riuscito, funziona, e finalmente ho tirato un sospiro di sollievo: da fan della saga dei Malaussene ero terrorizzato all’idea di una trasposizione cinematografica non all’altezza. Il regista forse ha come unica colpa quella di escludere dal film il fascino di Belleville, il quartiere parigino dove si svolgono i fatti, che tra le pagine di Pennac si trasforma in un vero e proprio personaggio. Ma comprimere un romanzo cult in un film di un’ora e mezza non era certo operazione semplice: Bary ci riesce, i fan possono stare tranquilli. Ho domandato al regista se realizzerà anche gli altri libri della saga, e la sua risposta è stata vaga (ma sincera): “Non lo so ancora”. Speriamo di sì.

Altro film molto atteso quest’oggi era “Gods Behaving Badly” di Marc Turtletaub. La prima cosa a cui si pensa dopo averlo visto è stata: “Come ci sono finiti Christopher Walken e John Turturro in un film così brutto?”. Perchè di questo si tratta, un film brutto, ma brutto che dici BRRutto, con la R marcatissima. Regia impalpabile, attori svogliati, sceneggiatura scritta con i piedi. Un film che, nonostante un’idea di base piuttosto divertente (i Dei dell’Olimpo vivono nella New York di oggi in mezzo ai mortali), risulta essere semplicemente inguardabile. Che spreco.

I cinefili veri oggi si sono buttati su “Hard to be a god”, esperienza di tre ore firmata dal compianto regista russo Aleksej Jurevic German: chi ha avuto il coraggio di entrare ne è uscito estasiato, in molti hanno gridato al capolavoro. O si sono messi tutti d’accordo per convincere il pubblico a sorbirsi tre ore di film russo, oppure, molto più probabilmente, si tratta davvero di un grande film. Al regista russo è andato il Premio alla Carriera del Festival (quest’anno dunque un premio postumo). A proposito di cinefilia, domani sarà “protagonista” del Festival l’esatto contrario di questa parola: Checco Zalone, che intratterà il pubblico per un incontro-show di un’oretta. Ma non è lui che mi spaventa, il vero evento della giornata di domani sarà la doppia proiezione di “Hunger Games: Catching Fire”, con al seguito pullman carichi di ragazzine urlanti a caccia di autografi. La notizia buona è che vedremo la bella Jennifer Lawrence (premio Oscar lo scorso anno per “Il lato positivo”), la cattiva è che usciremo dall’Auditorium con i timpani distrutti dalle urla delle fan. Si salvi chi può!

Wes Anderson

Autografi per Wes Anderson