Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 7

Svegliarsi la mattina dopo una vittoria della Roma è sempre una cosa bellissima, farlo dopo un 3-0 contro i campioni d’Inghilterra è un’esperienza ancora più esaltante. In questo splendido giorno di festa la mia mitica 600 blu è scivolata sul Lungotevere deserto con un grande sorriso sul cofano, finestrini abbassati e i gol di ieri sera della Roma urlati a tutto spiano dai radiocronisti. Per svegliarmi lungo il tragitto non c’è stato dunque bisogno né di Bruce Springsteen né dei Pearl Jam: son bastati i gol della Roma. Meglio di dodici caffè.

Oggi avevamo un po’ tutti riposto le nostre speranze cinematografiche in Steven Soderbergh, e il suo “Lucky Logan” non ha tradito le attese. Se da un lato non possiamo definirlo né un film molto originale, né tanto meno una pellicola “da festival” (se capite cosa voglio dire), dall’altro trovare un film per niente soporifero questa settimana è stata davvero una boccata d’aria fresca. La trama è piuttosto semplice: Channing Tatum e Adam Driver, i fratelli Logan, organizzano la classica rapina perfetta durante una gara automobilistica: tra personaggi sopra le righe (praticamente tutti) e situazioni paradossali, il film scorre che è un piacere. Soderbergh si autocita, girando una sorta di “Ocean’s Eleven” più rustico e caciarone ma altrettanto divertente. In particolare c’è stata una scena, in cui viene citato “Game of Thrones”, che ha fatto venir giù la sala dalle risate. Non è esattamente il film che vorrei vedere durante un Festival, ma con questi chiari di luna me lo prendo e me lo abbraccio senza starmi a lamentare troppo.

Roma dà il suo benvenuto a novembre con una meravigliosa giornata di sole, una di quelle giornate in cui chiudersi in sala a vedere film sembra quasi un insulto alla vita. Per questo motivo non ho combinato granché fino alle 14, in cui c’è stata la bellissima conferenza stampa di sir Ian McKellen. Gandalf  il Bianco (almeno per quanto riguarda l’abbigliamento) si è presentato sul palco della Petrassi in perfetto orario e ci ha fatto tutti innamorare di lui. Mi è piaciuta molto una frase a proposito della recitazione: “Quando reciti tu diventi quel personaggio e quel personaggio diventa te”. L’attore inglese ha poi intrattenuto il pubblico citando (su richiesta) una delle battute più celebri di Gandalf (“You… Shall not.. Pass!”) e dopo la conferenza si è fermato più del concesso a firmare autografi a tutti. Sarebbe stato bello andare anche all’incontro con il pubblico oggi pomeriggio, ma non si può volere tutto (leggasi: “ho preferito tornare a casa a farmi una pennichella”).

Ieri su queste pagine avevo annunciato i miei propositi fotografici, ovvero ritrarre un po’ di persone qui all’Auditorium. Ma veramente ci avevate creduto? Devo dire che per un paio di minuti c’avevo creduto pure io, dopo però sono rinsavito e mi sono seduto a prendere caffè come se non ci fosse un domani. Ma il domani in realtà ci sarà e, non essendo un giorno festivo, c’è il serio rischio di trovarsi di fronte ad un’altra giornata moscia. Ormai il modus operandi è piuttosto chiaro: le cose migliori ci sono durante i giorni festivi e prefestivi (Bigelow, Linklater, Gillespie durante il weekend, oggi Soderbergh e sabato prossimo Lynch), mentre nel resto della settimana bisogna essere un po’ fortunati nella scelta del film da vedere. Talvolta si pescano chicche, talvolta si ha a che fare con il classico “Film Valium”. Sono quasi tentato di andare a cercare (o meglio stalkerare) David Lynch in giro per Roma. Ho avuto delle soffiate (capirete che non posso dirvi nulla), ma aspetto qualcosa di più sicuro prima di allontanarmi dall’Auditorium alla ricerca di un Tulpa (chi ha visto l’ultima stagione di “Twin Peaks” capirà).

Se esistessero ancora i premi per film, regia, sceneggiatura e attori, senza dubbio la scelta ricadrebbe sui soliti noti di questi giorni: regia alla Bigelow, sceneggiatura a Linklater, Bryan Cranston e Margot Robbie per gli attori, miglior film se lo lotterebbero invece “Detroit” e “Last Flag Flying”. Invece c’è rimasto soltanto il premio del pubblico e secondo le nostre sensazioni la vittoria sarà del francese “C’est la vie” (che non ho visto, ma sembra abbia fatto sbellicare tutti dalle risate).

Oggi pomeriggio volevo restare all’Auditorium a scattare foto, ma poi nella mia testa è risuonata la voce di Gandalf a suggerirmi di andar via. Così, mentre camminavo con la macchina fotografica in mano e scorreva sul tappeto rosso la passerella dei The Jackal, dall’alto della struttura realizzata da Renzo Piano ho sentito forte e chiaro il messaggio che mi stava mandando lo stregone. Erano soltanto due parole: “Fuggite, sciocchi!”. E così ho fatto. A domani!

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 6

Sembrava una splendida mattinata: mi sono alzato alle 7 senza troppi patemi, non ho bruciato il caffè, non mi sono strozzato col plumcake, non sono scivolato nella doccia, non ho trovato 8 milioni di persone dentro la metro, il clima era gradevole e l’orario di arrivo all’Auditorium più che perfetto. Insomma, mancava solo Lou Reed ad improvvisarmi una “Perfect Day” lungo il tragitto (ma ammetto che far resuscitare Lou sarebbe stato un po’ complicato). Invece che è successo? Niente, ho completamente sbagliato la scelta dei film.

Quello delle 9 era il norvegese “Valley of Shadows”, di Jonas Matzow Gulbrandsen (detto anche “Jonas Ctrl+C/Ctrl+V”). Più che la valle delle ombre mi è sembrata la valle del sonno, e penso che mettere alle 9 del mattino un film norvegese con 6 o 7 dialoghi in tutto sia stata proprio una cattiveria. Eppure l’inizio prometteva benissimo: in una valle vicino ad una foresta, due bambini scoprono che alcune pecore sono state uccise durante una notte di luna piena. L’atmosfera del film fa il suo dovere, se prima aveva la mia curiosità, adesso aveva conquistato la mia attenzione. Poco dopo però il bimbo biondino, il protagonista, si lancia in un’avventura solitaria all’interno della foresta (con lo scopo di ritrovare il suo cane, sparito il giorno prima) e da là in poi ci saranno sì e no due dialoghi in tutto il film. Non che questo sia un difetto, per carità, però ho accusato duramente il colpo. La pellicola è girata bene, tecnicamente non le manca nulla, ma l’ho trovata davvero faticosa. Il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Infatti ora che sto film lo conosco, il solo pensiero mi terrorizza. Lupo ululà, sbadiglio ululì.

Alle 11 ho deciso quindi di affidare i miei occhi ad un film giapponese, perché si sa, il cinema orientale spacca. Vi dirò soltanto che “And then there was light” detiene un record per questa edizione del Festival: non ho mai visto tante persone uscire dalla sala prima della fine del film. I primi due spettatori se ne sono andati dopo circa 7 minuti, da là in poi ho assistito ad un esodo di massa senza soluzione di continuità. Io ho resistito poco più di un’ora (in compenso appena uscito fuori mi sono imbattuto in Dakota Fanning).

L’argomento del giorno qui all’Auditorium è senza dubbio l’incontro di ieri sera con Nanni Moretti, che secondo alcuni è stato un vero e proprio “one man show” sul cinema e sulla vita. C’è chi ha definito questo incontro come il migliore di sempre qui a Roma. Sarebbe stato proprio bello esserci. La giornata di oggi non offre molto e penso che il programma non sia stato realizzato in maniera molto logica: ci sono tre proiezioni in contemporanea alle 9, altre due o tre alle 11 e poi soltanto una alle 15 (e se quello delle 15 è un film che hai già visto o se non riesci ad entrare per la fila, c’è il rischio di restare a spasso fino alle 18, quando si è fortunati). Insomma, la mia scelta di venire al Festival solo dalla mattina fino a metà pomeriggio non sta pagando molto: non riesco a vedere molti film e il livello medio è piuttosto basso quest’anno (ed è molto raro che io affermi una cosa del genere, sono quasi sempre rimasto soddisfatto negli anni precedenti). I grandi picchi del weekend non sono sufficienti: siamo a martedì e gli unici ottimi film che ho visto sono “Detroit”, “Last Flag Flying” e “I, Tonya”. Tre film in sei giorni sono davvero pochissimi. Ad appesantire tutto ciò c’è anche l’inattesa delusione per i film della sezione “Alice nella Città”, normalmente garanzia di qualità con la sua programmazione da sempre celebre per le chicche e per le sorprese offerte in passato. Anche da questo punto di vista, per quel che ho potuto osservare, non c’è stato il salvagente che tanto speravo. Non buttiamoci giù tuttavia, restano ancora quattro giorni di film, domani arriva Soderbergh a tentare di risollevare lo spirito e soprattutto sabato prossimo David Lynch potrebbe farci dimenticare qualunque licantropo norvegese o strambo tizio vendicativo giapponese.

Domani ho in mente un reportage fotografico costituito da ritratti di persone presenti al Festival. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Auditorium, ma se state leggendo queste righe e domani avete in programma di venire al Festival io ve lo dico: acchittatevi, che io vi fotografo. In attesa dei film di domani, speriamo di aver finito con gli scherzetti: vogliamo un po’ di dolcetti.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 7

Mercoledì 19 Ottobre.
Stamattina ho fatto una tipica cosa alla me: per colpa della metro infame sono arrivato a Piazzale Flaminio soltanto alle 8.45. Il tram mi è partito davanti nel momento in cui sono arrivato alla fermata. Cosa farebbe una qualunque persona sana di mente? Aspetterebbe il tram successivo, che di solito arriva in 5-6 minuti. Cosa faccio io? Me la faccio a piedi, “così mi godo un po’ di aria frizzante del mattino”. Cosa succede? Ad una sola fermata dall’Auditorium, arriva il tram, io sono proprio davanti alla fermata, così salgo, faccio una sola fermata (200 metri) e scendo. Conclusione: ho camminato di corsa inutilmente, il problema è che non è la prima volta che faccio cose del genere e senza ombra di dubbio non sarà l’ultima. Ad ogni modo arrivo in Sala Petrassi per le 9.05 e trovo il posto dei sogni, nel corridoio centrale, dove si possono distendere le gambe a più non posso. Penso: “Non ci credo, appena mi ci siedo arriverà qualcuno che mi dirà che non posso stare qua, sicuro”. Invece non solo ci posso stare, ma vedo anche un grande film, anche abbastanza sottovalutato visto che la sala non è proprio stracolma (ma davvero siete andati tutti a vedere “Maria per Roma” nella Sinopoli?). Parliamo di “Hell or High Water” di David Mackenzie, già presentato nientepopodimenoche a Cannes lo scorso maggio (sezione Un Certain Regard) e già Re della Black List del 2012 (ovvero la lista delle cinque sceneggiature più belle dell’anno ma non ancora prodotte). Il film è Texas puro, fino al midollo. Sembra un romanzo di Lansdale con un tocco alla “Non è un paese per vecchi”. Si tratta della storia di due fratelli che, per salvare la fattoria di famiglia, derubano le filiali della banca che li sta rovinando. Sulle loro tracce un vecchio ranger (Jeff Bridges straordinario) in cerca di gloria prima dell’imminente pensionamento. Potrebbe essere il film più bello del Festival di quest’anno, senza dubbio è nella mia Top5.

Subito dopo mi sono goduto un po’ di pace. Ah ah. Scherzavo. In realtà è successa una cosa bizzarra. Innanzitutto dopo 10 edizioni del Festival in cui avevo sempre evitato questo bar sono entrato per la prima volta al Red e ho constatato che anche lì, nonostante il prezzo alto e l’ottima impressione, i cornetti non sono un granché. Mi dite chi è che ama quella glassa trasparente appiccicosa sopra i cornetti? Perché ce la mettono? Si appiccica alle dita, ai denti, al palato e quel che peggio non sa di niente. Il cappuccino però era molto buono. Alle 11 avevo la proiezione di “Goodbye Berlin” di Fatih Akin (e me lo dite così!), solo che soltanto dopo ho capito che quella per la stampa era allo Studio3. Alla stessa ora c’era la proiezione per le scuole nella Sala Mazda e io, vedendo alcuni ragazzi in coda con l’accredito, sono entrato subito insieme a loro, scoprendo molto tempo dopo che si trattava della giuria di Alice nella Città. Quindi sono riuscito a mimetizzarmi in un gruppetto di quindicenni io che potrei essere loro padre. Temevo tanto le scolaresche in sala, che in realtà dopo un inizio agitato si sono calmate abbastanza, permettendomi di godermi questo film. Road movie originale e divertente, tratto da un romanzo, in cui l’asociale della classe (Maik, il protagonista) e il suo nuovo compagno di banco (nome mezzo russo impronunciabile, il delinquente) restano delusi dopo aver scoperto di non esser stati invitati alla festa di compleanno della ragazza più desiderata della classe. Quel mezzo criminale del russo ruba una macchina e convince Maik a salire in macchina con lui. I due inizieranno un’avventura per le strade e le autostrade della Germania, dove l’asociale imparerà ad essere meno invisibile e il criminale si rivelerà essere invece un bonaccione. “Non si può trattenere il respiro per sempre”. Un film pieno di belle sensazioni, bei momenti e bei personaggi, piacevole e mai banale, con un finale davvero molto dolce. Gradevolissima sorpresa (anche se con quel grande di Fatih Akin c’è ben poco da sorprendersi). Considerando che ancora non ho deciso se andare o no a Berlino la prossima settimana, il titolo del film lo trovo un segno alquanto inquietante.

Terzo e ultimo film di questa giornata positiva è il buonissimo “Goldstone” di Ivan Sen, sequel di “Mistery Road” (del 2014). Nell’arido deserto australiano c’è un paesino. In questo paesino giunge un detective che beve ma al tempo stesso sa il fatto suo. Il capo della polizia (nonché unico poliziotto) del paesino è un ragazzetto un po’ ingenuo ma in gamba. I due si detestano un po’, almeno fin quando non si ritrovano dalla stessa parte in un’indagine su prostituzione, tratta di ragazze cinesi e impicci vari messi in piedi dalla Sindaca locale, una grandiosa Jacki Weaver (come al solito). La fotografia e la messa in scena sono meravigliose, ci sono delle riprese aeree che ho trovato fighissime e una luce veramente interessante, che molto spesso sfrutta la “golden hour” prima del tramonto. Una piacevole sorpresa anche questo film, molto snobbato, ma che invece meritava decisamente di essere visto.

Per il resto domani ci sta finalmente un po’ di vita: arriva Meryl Streep e, secondo voci incontrollate, potrebbe esserci pure Hugh Grant. Domani giornata piena, con quattro film per me e subito dopo Totti in campo in Europa League. Ma voi volete sentir parlare di cinema lo so, quindi ahimé vi racconterò solo le prodezze del Festival. Oggi comunque è un giorno importante: festeggio l’ultimo viaggio in metropolitana di questo Festival. Addio metro B, addio cambi a Termini con la folla che arriva fino alle scale, addio tram che mi parte davanti: da domani torno a cavalcare il Lungotevere con la mia macchinetta, un cd di Springsteen nello stereo, il vento tra i capelli, verso il film di Stephen Frears. Wow, se non dovessi alzarmi alle 7 sarebbe davvero tutto molto bello (come lo direbbe Bruno Pizzul). Adieu.

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Festa del Cinema di Roma 2015: Diario di bordo

17 Ottobre.
E così, arrivò anche la decima edizione del Festival/Festa. Facciamo Festival, io ho sempre preferito chiamarlo così, tanto cambia poco. Il 2006 sembra dietro l’angolo, rivedere le foto  e i video di quei giorni, di un me senza barba, con più capelli (ma pettinati male), mi fa tornare indietro di una vita. Da allora non sono mai mancato, e ormai anche il Festival ha voluto premiarmi, aprendo le danze proprio ieri, il giorno del mio compleanno… Ad aprire i battenti ci ha pensato Truth di James Vanderbilt, con Cate Blanchett e Robert Redford (senza dimenticare il grande Dennis Quaid), il film che mi ha fatto ricordare perché da bambino sognavo di fare il giornalista, e che mi ha fatto ricordare anche perché poi ho cambiato idea. Ho sempre amato le inchieste giornalistiche su grande schermo: ad esempio, “State of Play”? Piaciutissimo. “Tutti gli uomini del Presidente”? Capolavoro. “Fortapasc”? Uno dei migliori film italiani di questo secolo. Per dire. “Truth”? Molto bello, recitato in maniera pazzesca (visti i nomi degli interpreti inutile aggiungere altro a proposito), sa coinvolgere ma al tempo stesso non affonda abbastanza. Ma se dovessero chiedermi se vale la pena vederlo risponderei decisamente di sì, anche se sicuramente non sarà il miglior film che vedremo in questo Festival (sembra figo dirlo così, facendo finta di aver scritto questo dopo aver visto solo un film, in realtà dopo “Room” so già quale sarà il miglior film di questo Festival, o almeno credo). Se vuoi vedere immagini e commenti a proposito del red carpet di Cate Blanchett e Robert Redford resterai deluso, perché a presentare il film c’era il solo regista. Se avere meno star fa alzare il livello della programmazione, per quanto mi riguarda va benissimo così.

Nel pomeriggio la Sala Sinopoli si è riempita per l’incontro tra una grande coppia del cinema: Frances McDormand e Joel Coen, attrice e regista da Oscar (lei per “Fargo”, lui per “Non è un paese per vecchi”). Tra vecchie clip, battute e aneddoti, i due hanno sciorinato i momenti chiave della loro collaborazione per un’oretta e mezza, mettendo un punto importante su questo Festival: non solo film, ma anche tanti incontri appassionanti.

Torniamo ai film, oggi è stato il giorno del cinema “claustrofobico”, visto che ho avuto modo di vedere due film più o meno chiusi in una stanza… “Room”, di Lenny Abrahamson (già regista del buonissimo “Frank”), ha messo i brividi a tutti. Madre e figlioletto vivono da anni dentro una stanza, un “monolocale” di pochi metri quadrati: il motivo? Agghiacciante. Quello che succederà? Emozionante. Ecco un film che fa venire voglia di mandare al diavolo il blog, gli articoli, la pigrizia, il Festival stesso e lanciarsi alla (ri)scoperta di tutto: cibo, persone, esperienze, vita. Però poi restereste senza diario e soprattutto io resterei senza film, quindi facciamo che ricominciamo a vivere dopo la prossima settimana. A fine proiezione applausi da spellarsi le mani (non da parte mia, odio applaudire ad uno schermo, ma condivido empaticamente il gesto). Anche se sono passati solo due giorni, questo è decisamente il film da vedere. L’altra pellicola “claustrofobica” del giorno è stata il documentario “The Wolfpack” di Crystal Moselle: la storia di sette fratelli che per volere del loro padre (della sua religione o di chissà quale voce dentro la sua testa) hanno passato l’infanzia e buona parte dell’adolescenza praticamente rinchiusi dentro casa. Studiavano a casa, mangiavano a casa, evitando qualunque rapporto con l’esterno (New York è il Male!). Cosa facevano tutto il giorno? Guardavano film, poi li reinterpretavano, con tanto di costumi, scenografie e oggetti di scena, davanti ad una telecamera amatoriale: “Le iene”, “Batman”, “Pulp Fiction”… La vita forse non è proprio un film, ma a volte ci si avvicina, almeno fino a quando uno di loro non ha deciso di scoprire cosa c’è fuori dalla porta di casa. Interessante per la sua assurdità, ma non imperdibile. Bello però pensare quanto grande può essere il potere del cinema sulla vite di chi lo ama davvero a fondo.

Per il resto, dalla serie “voci di corridoio”, tra una fila e un pranzo ho sentito parlar molto bene dell’opera prima “Lo chiamavano Jeeg Robot” di Gabriele Mainetti, abbastanza bene del giapponese “Whispering Star” di Sion Sono, mentre sembra che abbia un po’ diviso il documentario “Junun” di Paul Thomas Anderson (che dovrei recuperare domani). Domani, tra le altre cose, c’è il nuovo film di Noah Baumbach, e io sono felice come un bambino. Buonanotte.

19 Ottobre.
Eric Cantona. Scusate, ma devo ancora riprendermi dal fatto di aver scambiato due parole con Eric Cantona. Vorrei parlarvi tanto di cinema, dei film, di tutto, ma non riesco a scrivere altro che Eric Cantona. Ok, ora sono pronto. Cantona. Scusate. Dunque, Eric Cantona a parte, davanti al quale ho perso la dignità, tra ieri e oggi ho visto la bellezza di otto film (8!), motivo per cui ho il vago terrore di non ricordare più di cosa dovevo parlare, ma ci proverò ugualmente. Cominciamo da ieri. In mattinata la doppietta statunitense “Freeheld”-“Mistress America” ha dato un senso al suono della sveglia alle 7.30 di domenica mattina. “Freeheld” porta nuovamente al Festival una Julianne Moore malata di qualcosa (lo scorso anno era l’Alzheimer di “Still Alice”, quest’anno un cancro ai polmoni in stile Walter White): il film ci mette un po’ a decollare, ma quando lo fa non molla più. L’entrata in scena di Steve Carrell, linea comica decisamente in stile Saul Goodman, dà la svolta in più al film, tratto da una storia vera. Benissimo Ellen Page e Michael Shannon, mentre la bravura di Julianne Moore non dovrebbe fare più notizia, anche se nella seconda parte è messa un po’ da parte per dare spazio alla storia e agli altri personaggi.

Chi segue un minimo questo blog conoscerà il mio amore incondizionato per il cinema indipendente americano, per Noah Baumbach e per Greta Gerwig. Queste tre cose sono piombate tutte e tre insieme al Festival di Roma, racchiuse nel divertentissimo “Mistress America”, meno ispirato rispetto a “Frances Ha”, ma in qualche modo complementare ad esso. L’imperfezione degli esseri umani, il confronto tra una generazione che vuole essere accettata e un’altra che non vuole sentirsi superata, la mancanza (?) di talento, il bisogno di raccontarsi. Greta Gerwig come al solito è pazzesca, i tempi comici sono perfetti ed alcune battute sembrano uscite fuori dal taccuino di Woody Allen (“Me ne vado a Los Angeles per sentirmi intellettualmente superiore”). Film che ho adorato, e quanto ho riso! Da vedere.

“Junun” di Paul Thomas Anderson invece è un documentario anomalo, una sorta di “making of” che dietro la realizzazione di un progetto musicale totalmente affascinante (il chitarrista dei Radiohead Johnny Greenwood incontra le sonorità dell’India e un compositore israeliano) mostra in realtà il rispetto e la serietà che c’è (o che dovrebbe esserci) nei confronti della musica. Insomma, è un film che insegna a rispettare la musica, soprattutto quando ci sono di mezzo culture così particolari. C’è tutta una spiritualità di fondo che in un certo modo ipnotizza e attira lo spettatore nel labirinto melodico di questo luogo magico. Cinquantacinque minuti di totale fascinazione.

Se ci fosse un premio per il miglior film rovinato dal finale, sarebbe logico vederlo tra le mani di Celso Garcia per “La delgada linea amarilla”: il film messicano è un road movie dal mood tipicamente latino, pieno di occasioni perse e voglia di riscattarsi, avvolto dal solito grande calore umano dei personaggi e divertente in più di un’occasione. Però, come detto, si suicida nel finale, con una trovata narrativa totalmente fuori luogo e senza senso. Che peccato.

Arriviamo dunque alla giornata di oggi, cominciata in mattinata con una gran bella sgrullata di pioggia e proseguita con un sole strepitoso e vampate di caldo. Eric Cantona (scusate, era troppo tempo che non lo scrivevo). In mattinata altra sveglia disumana per le mie abitudini, ma inevitabile per la proiezione di “The Walk” di Robert Zemeckis: non si può discutere sulla fattura tecnica del film, che da questo punto di vista sembra davvero eccezionale, ma in alcune cose devo dire che non mi ha convinto. Forse il fatto di conoscere già molto bene la storia di Philippe Petit ha giocato a mio sfavore, ma d’altronde il mio timore è proprio questo: se avete già visto il documentario premio Oscar “Man on Wire”, rischiate di non apprezzare totalmente questo film. Ad ogni modo è un bel film, ha un 3D che stavolta merita (se non altro per accompagnare con un po’ di effetto vertigine l’impresa del funambolo) e la storia è talmente strabiliante che non può non funzionare. Non si può dire certo lo stesso del francese “Les rois du monde” di Laurent Laffargue, che oltre ad un bravissimo Sergi Lopez ed un più che buono Eric Cantona (stavolta lo dovevo scrivere per forza), ha davvero ben poco. Non convince praticamente mai, è debole anche quando cerca di spiazzare lo spettatore con la violenza. Ma ha dalla sua il merito di aver portato Cantona a Roma, quindi non riuscirò mai a parlarne troppo male. Mi odio perché al posto di questo film avrei potuto vedere “Mustang”, che a quanto pare è bellissimo (e che probabilmente non riuscirò più a vedere).

Oggi pomeriggio mi sarei rivisto volentieri “Mistress America”, ma una delle cose più belle dei Festival di Cinema è quella meravigliosa invenzione che si chiama passaparola, motivo per cui sono finito in Sinopoli per recuperare quello che ha detta di tutti è uno dei migliori film del Festival: “Lo chiamavano Jeeg Robot”. Avevano tutti ragione! Film geniale, divertentissimo, che sa quando non prendersi sul serio, e convince in ogni momento. L’ho già detto che è geniale? Perchè lo è, senza ombra di dubbio. Un film di supereroi ambientato a Torbellamonaca: ditemi voi come si fa a non amare il cinema, anche solo per questo. Claudio Santamaria, già voce italiana per i Batman di Nolan, qui ci mette la faccia e diventa un personaggio che ci auguriamo resterà nell’immaginario del Festival e magari anche in quello del cinema italiano recente. Chiudiamo il diario di oggi con l’ultimo film visto in giornata, “The confessions of Thomas Quick”, un documentario un po’ troppo televisivo, che cerca la supercazzola a metà film spiazzando il pubblico. Ma proprio quando sembra aver recuperato un po’ di attenzione, torna nuovamente piatto e lineare. Comunque è assurdo, sia nei contenuti che nella messa in scena, con i veri personaggi davanti alla macchina da presa a raccontare ciò che è successo. Questa Svezia dunque non è solo Ikea e Ibrahimovic, c’hanno pure i serial killer! Su questa bella immagine scandinava corro a mettermi il pigiama e a cullarmi nei sogni in cui vedrò Eric Cantona attaccarmi al petto con il suo celebre calcio volante. Ma questa è un’altra storia…

21 Ottobre.
Eccoci alla terza parte del diario di bordo. Dopo i botti dei primi giorni, il Festival ha subito il suo classico calo fisiologico di metà rassegna: tra ieri e oggi la cosa più bella da segnalare è l’immortale Monica Bellucci, tanto bella sul red carpet quanto brutti sono i film che presenta. La mattinata di ieri si è aperta con la proiezione dell’atteso documentario (che a breve uscirà anche in sala) “Hitchcock/Truffaut”, che chi scrive recupererà sabato prossimo. Il film di Kent Jones omaggia l’intervista più celebre della storia del cinema, dalla quale è derivato il libro di cinema più tradotto e più venduto al mondo. Due registi, un’intervista che diventa libro, un libro che diventa film. Nel cinema c’è poco da fare, tutto alla fine torna al posto giusto.

Il canadese “Ville-Marie” di Guy Edoin, con Monica Bellucci, è a detta di molti il film peggiore della giornata: “tentativo fallito di dramma psicologico”, “Edoin vuole essere Dolan ma non ci riesce”, “film peggiore del Festival”. Citazioni testuali. Al contrario “Angry Indian Goddesses”, film indiano diretto da Pan Nalin, è stato una delle sorprese del giorno: “Elettrizzante e toccante”, “uno dei film per cui vale la pena andare al Festival”, “da non perdere”. Altre citazioni testuali. Lo so, mi immaginate seduto in mezzo ai corridoi dell’Auditorium a raccogliere le voci dei passanti, i commenti che svolazzano da persona a persona, ad allungare l’orecchio in fila per il caffè o a sbirciare con il padiglione auricolare tra i tavolini del bar. Insomma, attenti a ciò che dite, che io scrivo tutto. Siete avvisati.

Per quanto riguarda la giornata di oggi c’è ancora meno da segnalare, in quello che è stato probabilmente (leggasi “sicuramente”) il giorno più moscio dell’intero Festival. Dall’intervista tra Hitchcock e Truffaut ad un’altra intervista, molto meno celebre: quella dell’inviato del Rolling Stone Magazine David Lipsky all’acclamato autore David Foster Wallace, poco dopo la pubblicazione del romanzo cult “Infinite Jest”. Il film “The end of the tour”, di James Ponsoldt, sembra perfettamente in grado di portare sullo schermo la curiosa relazione tra i due, in un viaggio fatto di silenzi e non detti, dai quali poi emergerà tutta la personalità dello scrittore. C’è chi ha parlato di un “viaggio nella solitudine dello scrivere”, ma in realtà quello interpretato da un ottimo Jason Segal è un personaggio che sembra destinato a restare impresso nell’immaginario di questa decima edizione. Per il resto oggi poco altro: presentata la seconda stagione della serie “Fargo”, ma io non ho visto neanche la prima, quindi figuratevi se mi andavo a vedere le prime due puntate della seconda. Ma le solite voci che ho raccolto con il mio acchiappavoci portatile parlano di una seconda stagione ai livelli (bassi) della seconda stagione di “True Detective”. Se volete fidarvi delle voci di corridoio è un problema vostro, io ho solo detto ciò che ho sentito. Lo so, lo so, non è professionale tenere un diario di bordo basandosi su voci dalla fonte dubbia, ma state tranquilli che da domani tornerete a sentire la mia voce (fonte ancora più dubbia dunque). Il mio programma per giovedì, sempre se riuscirò a sentire la sveglia puntata alle 7 e 30, si basa su tre film: “Carol” di Todd Haynes, “Ouragan”, un documentario in 3D sulla potenza distruttrice di un uragano, e “Grandma” di Paul Weitz, che potrebbe essere la sorpresa del giorno. Se fate i bravi scriverò un diario di bordo già domani sera, senza aspettare venerdì. E poi dite che non vi voglio bene. A domani.

22 Ottobre.
E fu così che arrivò il gran giorno di “Carol”, uno dei film più attesi del Festival. E fu così che stamattina mi alzai alle 7 e 30, feci colazione e tutto contento mi diressi verso la metro, per dirigermi in tutta tranquillità alla proiezione. E fu così che trovai la metro B chiusa. E fu così che colto da un momento di illuminazione, escogitai percorsi alternativi fatti di treni, incroci con la linea A e tram, che mi portarono alla proiezione con soltanto dieci minuti di ritardo. Ok, ora passiamo ad un passato un po’ meno remoto. La proiezione di “Carol” è cominciata, incredibilmente, con venti minuti di ritardo, quindi sono arrivato splendidamente in anticipo rispetto all’inizio del film. Quello di Todd Haynes è un film girato con un’eleganza suprema e con tutta probabilità sarà uno dei protagonisti alle prossime nomination agli oscar (regia, attrici e film non dovrebbero restare fuori). La pioggia sui vetri, sguardi lontani alla ricerca di un’ombra, di qualcuno. Un viaggio per rinascere, per scacciare la solitudine e sentirsi finalmente se stessi. Normalmente le storie dei borghesi degli anni 50 non riscuotono il mio entusiasmo, ma il film è talmente ben fatto che non si può proprio discutere: da questo punto di vista devo dire che mi ha interessato molto di più il destino di Theresa (Rooney Mara) che quello di Carol (Cate Blanchett), ma deve essere sempre per quel problema che ho con i personaggi appartenenti alla borghesia medio-alta (che normalmente mi annoiano a morte, vedi “Blue Jasmine”, ma stavolta Cate sa come farsi amare da me: non che a lei interessi così tanto, presumo, ma importa a me, no?). Rooney Mara rinnova così il suo abbonamento al Festival di Roma, dopo aver partecipato qui con “The Social Network”, “Her” e forse anche un altro film che al momento dimentico. Ah, la colonna sonora è davvero meravigliosa. Ciao “Carol”, ci rivedremo agli Oscar.

A causa del ritardo con cui è cominciata la proiezione di “Carol”, ma grazie al quale ho avuto modo di vederlo dall’inizio, ho perso invece i primi venti minuti di “Ouragan”, un incredibile documentario in 3D incentrato sull’uragano Lucy. I primi minuti devo ammettere che ho dormito un po’, causa la stanchezza e lo stress causato dall’Atac (a proposito, grazie per riempire le mie giornate di avventure!), anche perché il film non aveva una trama da seguire con attenzione: insomma, la trama è tipo “l’uragano sta arrivando, prepariamoci, arriva, ecco cos’è successo”. Dopo essermi ripreso dall’abbiocco ho seguito il film tutto d’un fiato: immagini straordinarie, in particolar modo quelle dell’uragano visto dallo spazio, quelle dell’impatto formidabile dell’acqua e la reazione degli animali a tutto ciò (un procione che cerca riparo, mucche sotto i portici allagati, un cane in cerca di salvezza su un’imbarcazione di fortuna). Toccante. E poi l’idea geniale di dare una voce off all’uragano, una voce femminile che parlava di Lucy in prima persona, spiegando che grazie a lei è possibile la vita, l’aria che respiriamo e, beh, questo bellissimo film. Più tardi, dopo un meritatissimo panino al prosciutto, mi sono diretto in Teatro Studio per la proiezione di “Grandma”, di Paul Weitz (regista di “American Pie” e “About a Boy”): una commedia famigliare, in cui nonna lesbica e nipote incinta scorrazzano per la loro città tutto il giorno alla ricerca dei soldi per pagare l’aborto della ragazza. Si ridacchia, ci sono alcuni ottimi spunti e in linea di massima si passa un’ora e venti in totale tranquillità. Oggi come avete visto non ho avuto il tempo di origliare e di raccogliere le voci del nostro amato corridoio: troppo tempo in sala. Domattina, se l’Atac lo permetterà, sarò di nuovo tra le sale del Festival per “Experimenter” e “Alaska”, prima dell’arrivo di Pablo Larrain.

23 Ottobre.
Stamattina nessun problema con i mezzi pubblici, arrivo all’Auditorium alle 8 e 30 e mi trovo davanti Paolo Villaggio: “Ok”, penso, “mezzi pubblici perfetti, Paolo Villaggio in piedi di fronte a me: non devo aver sentito la sveglia e sto ancora dormendo”. Invece no, era tutto vero, e sull’onda di questa già stramba mattinata mi siedo a vedere “Experimenter”. Il film di Michael Almereyda è interessantissimo da un punto di vista nozionistico (praticamente la candid camera applicata a sociologia, psicologia, antropologia e un altro paio di cose che finiscono in “logia”), un po’ meno potente da quello cinematografico. Ad ogni modo resta un film davvero buono, ricco di spunti, che fa continuamente pensare: “Io come mi sarei comportato?”. Perché siamo tutti dei gran fighi finché non ci troviamo nelle situazioni in cui dobbiamo dimostrare la nostra vera personalità. Insomma, molte cose buone, compresa Winona Ryder che è sempre un piacere da vedere. Oggi era anche il giorno dell’ultimo film italiano del Festival, “Alaska” di Claudio Cupellini, un drammone italofrancese dove succedono fin troppe cose, ma che bel film! Elio Germano ci mette come al solito grande intensità, la cosidetta “pancia” (quella che fisicamente non ho, ma sulla quale spesso mi baso per scrivere le cose, che è anche il motivo per cui scrivo così male, no?), inoltre sullo schermo è perfetta la chimica con la bella Astrid Berges-Frisbey (che pensavo fosse la mia ennesima sbandata per un’attrice francese, ma scopro che in realtà è nata in Spagna da padre catalano e madre statunitense, e che l’avevo già amata ai tempi di quel capolavoro di “I Origins”). Il classico film che dopo trenta secondi hai già deciso che ti piacerà: su queste cose è raro sbagliarsi, e capisci che Cupellini ha capito tutto quando sui titoli di coda ascolti “Close Your Eyes” di Micah P. Hinson (che al Festival di Roma ha già marcato presenza nel 2009, quando la sua splendida “Beneath The Rose” faceva da canzone portante al bel film spagnolo “After”). Insomma, tutte queste parentesi e queste disgressioni servono a farvi ascoltare, se non lo conoscete già, il grande Micah P. Hinson, che io adoro. Ma adesso torniamo al cinema, al Festival del Cinema, dove oggi pomeriggio Michel Gondry ha presentato in sordina, zitto zitto, il suo ultimo film “Microbe & Gasoline”. Talmente in sordina che io, dall’alto della mia professionalità, neanche me ne sono accorto (e infatti l’ho perso). A quanto pare dovrò fare affidamento ancora una volta sulle mie amiche voci di corridoio, almeno finchè un giorno qualcuno scoprirà che sono soltanto nella mia testa, per cui finirò i miei giorni internato in qualche bell’istituto psichiatrico. Fino ad allora le voci mi dicono che il film di Gondry è “un’adorabile avventura truffautiana che mette in scena il proprio mondo in modo fresco e tenero” (e se lo dice Emanuele penso di potermi fidare abbastanza, per cui potete fidarvi anche voi). Anzi, dopo aver letto la trama ho una voglia incredibile di vedere questo film, quindi spero decisamente che la santa distribuzione italiana possa metterci una pezza. In serata c’è attesa per l’incontro con il bravissimo regista cileno Pablo Larrain e la proiezione del suo ultimo film “Il Club”, che uscirà in Italia a novembre. Avete presente “Tony Manero”, “Post Mortem” e “No”? Sono tutti film suoi, e sono tutti film bellissimi. Esperando Larrain, weon, sigo escuchando Micah P. Hinson. …Domani il Festival finisce e io sono già malinconico.

24 Ottobre.
E niente. Finisce oggi. Io c’ho provato a consigliare di allungare il brodo di una settimana, con qualche replica in più, con proiezioni on demand per recuperare tutto ciò che si è perso, ma niente, non c’è niente da fare, finisce oggi. Decima edizione che si chiude così, con tanta soddisfazione (quanti bei film!), la solita malinconia di abbracci e saluti (che poi tra due giorni ci si rivede tutti alle solite proiezioni stampa, ma volete mettere?) e così via. Stamattina la mia chiusura personale ha previsto altri due film: il primo, “Legend”, vede Tom Hardy giganteggiare in due ruoli, in un film forse un po’ troppo lungo ma abbastanza godibile: classico esempio di sceneggiatura perfetta per un altro regista (penso a Guy Ritchie: questo era esattamente il film ideale per farlo tornare sui binari del grande cinema, invece delle ultime cagatine che ha girato, ma niente, mai una gioia). Comunque un buon film di genere, sicuramente meglio di “Black Mass”, per fare un esempio recente, ma mai ai livelli di “The Snatch” o “Rockenrolla”. “Hitchcock/Truffaut” invece è un documentario che parla di… indovinate un po’? Che bello, il Cinema raccontato al cinema da coloro che fanno cinema: ho imparato più in un’ora e venti di questo film che in cinque anni al Dams (qui aggiungo una faccina sorridente). Ora tiriamo le somme? Stasera sapremo chi ha vinto il premio del pubblico (ovvero l’unico vero premio che sarà assegnato in questa edizione, come nella passata): sembra quasi certa la vittoria di “Lo chiamavano Jeeg Robot”, anche se il film migliore del Festival ritengo sia stato “Room”. Non ci sono premi a regia, attori, colonne sonore e cose del genere, ma giochiamo un po’ con i premi che non ci sono e vediamo cosa esce fuori: “Room” quindi, è il mio miglior film. Miglior regia direi Todd Haynes per “Carol”, che si becca anche il premio per la migliore attrice (Cate Blanchett) e per la colonna sonora, la fotografia, le scenografie. Miglior attore direi Tom Hardy per “Legend”, perché è davvero mostruoso, anche se Claudio Santamaria è grande in “Lo chiamavano Jeeg Robot”, al quale invece darei il premio del pubblico (lo so, non posso assegnare io il premio del pubblico, ma stiamo giocando no?). Che altro? Ah, la sceneggiatura: beh, non posso lasciare a mani vuote Noah Baumbach, quindi la migliore sceneggiatura originale è per il suo “Mistress America”, la migliore sceneggiatura non originale invece la diamo a “Carol”. Dimentico qualcosa? Non credo.

Niente, il Festival è finito, la vita continua, un altro badge finisce appeso al braccio della lampada della mia stanza. Ancora qualche anno e potrà crollare. Nel frattempo dall’Auditorium è tutto, linea allo studio. Finalmente domani si dorme.