Festa del Cinema di Roma 2019 – Giorno 2

Altro giro, altra corsa. Il secondo giorno di Festival paradossalmente è uno dei più tosti: non hai la freschezza e l’adrenalina della giornata d’apertura e non hai ancora preso ritmo e abitudine per affrontare 10 ore di seguito all’Auditorium. Quel che peggio, continui ad accumulare ore di sonno da dover recuperare, prima o poi, nella vita. Il bilancio di questo secondo giorno tuttavia è positivo: due film, la conferenza stampa di Ron Howard e l’incontro ravvicinato con Edward Norton.

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Festa del Cinema di Roma 2019: Tutti i Film della Selezione Ufficiale

Dal 17 al 27 ottobre torna la Festa del Cinema di Roma presso l’Auditorium Parco della Musica. Una quattordicesima edizione che si preannuncia spettacolare, sia per i tantissimi ospiti internazionali (per dirne alcuni: Bill Murray, Wes Anderson, Martin Scorsese, Edward Norton, Ethan Coen, Benicio Del Toro, Ron Howard, John Travolta, Viola Davis, Kore-Eda Hirokazu e moltissimi altri) sia per l’ottima selezione di film, su cui spicca l’attesissimo “The Irishman”, il film di “Downtown Abbey” o, per gli appassionati del Boss, il documentario “Western Stars”. Andiamo a vedere le schede e le trame di tutti i film presenti nella selezione ufficiale della Festa, ormai imminente.

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Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 8

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Una settimana fa cominciava la Festa del Cinema, con tutto il suo bagaglio di aspettative, speranze e desideri. Ci chiedevamo chi avremmo visto, chi sarebbe venuto a Roma, quali film ci avrebbero fatto battere il cuore, quali chicche avremmo scoperto. Come sempre quando comincia quasi non vedi l’ora che finisca, adesso invece che la fine si avvicina, già sai che ti mancherà: è sempre così. La consolazione è che domani, penultimo giorno, passerò l’intera giornata all’Auditorium, per vedere un paio di film e forse recuperarne un altro paio (uno sicuramente). Ma domani è un altro giorno, quindi dedichiamoci a ciò che è successo oggi.

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Festa del Cinema di Roma – Giorno 4

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Mi piacerebbe raccontarvi cose strabilianti, la verità è che oggi però ho visto soltanto un film, ma non è stata colpa mia. Davvero, sono sincero: è finita la benzina. Si è bucato un pneumatico. Non avevo i soldi per il taxi! Il mio smoking non è arrivato in tempo dalla tintoria! È venuto a trovarmi da lontano un amico che non vedevo da anni! Qualcuno mi ha rubato la macchina! C’è stato un terremoto! Una tremenda inondazione! Un’invasione di cavallette! Va bene. Basta citazioni. Arriva il racconto.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2018

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Ancora una decina di giorni prima dell’inizio della tredicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (18-28 ottobre). Ricordo ancora il primo giorno della prima edizione, in quell’ormai lontano 2006 quando la sbornia per il mondiale vinto cominciava finalmente a scemare e quel piccolo me di dodici anni fa cominciava un corso di laurea magistrale che avrebbe cambiato la sua esistenza. Ora, nel 2018, l’Italia non è andata al Mondiale e invece di macchine volanti e skateboard senza ruote abbiamo una classe politica inadeguata e tanta monnezza per le strade. Il cinema e l’arte però, magari, ci salveranno dalle fake news e dalle raggelanti notizie quotidiane. Forse.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 7

Svegliarsi la mattina dopo una vittoria della Roma è sempre una cosa bellissima, farlo dopo un 3-0 contro i campioni d’Inghilterra è un’esperienza ancora più esaltante. In questo splendido giorno di festa la mia mitica 600 blu è scivolata sul Lungotevere deserto con un grande sorriso sul cofano, finestrini abbassati e i gol di ieri sera della Roma urlati a tutto spiano dai radiocronisti. Per svegliarmi lungo il tragitto non c’è stato dunque bisogno né di Bruce Springsteen né dei Pearl Jam: son bastati i gol della Roma. Meglio di dodici caffè.

Oggi avevamo un po’ tutti riposto le nostre speranze cinematografiche in Steven Soderbergh, e il suo “Lucky Logan” non ha tradito le attese. Se da un lato non possiamo definirlo né un film molto originale, né tanto meno una pellicola “da festival” (se capite cosa voglio dire), dall’altro trovare un film per niente soporifero questa settimana è stata davvero una boccata d’aria fresca. La trama è piuttosto semplice: Channing Tatum e Adam Driver, i fratelli Logan, organizzano la classica rapina perfetta durante una gara automobilistica: tra personaggi sopra le righe (praticamente tutti) e situazioni paradossali, il film scorre che è un piacere. Soderbergh si autocita, girando una sorta di “Ocean’s Eleven” più rustico e caciarone ma altrettanto divertente. In particolare c’è stata una scena, in cui viene citato “Game of Thrones”, che ha fatto venir giù la sala dalle risate. Non è esattamente il film che vorrei vedere durante un Festival, ma con questi chiari di luna me lo prendo e me lo abbraccio senza starmi a lamentare troppo.

Roma dà il suo benvenuto a novembre con una meravigliosa giornata di sole, una di quelle giornate in cui chiudersi in sala a vedere film sembra quasi un insulto alla vita. Per questo motivo non ho combinato granché fino alle 14, in cui c’è stata la bellissima conferenza stampa di sir Ian McKellen. Gandalf  il Bianco (almeno per quanto riguarda l’abbigliamento) si è presentato sul palco della Petrassi in perfetto orario e ci ha fatto tutti innamorare di lui. Mi è piaciuta molto una frase a proposito della recitazione: “Quando reciti tu diventi quel personaggio e quel personaggio diventa te”. L’attore inglese ha poi intrattenuto il pubblico citando (su richiesta) una delle battute più celebri di Gandalf (“You… Shall not.. Pass!”) e dopo la conferenza si è fermato più del concesso a firmare autografi a tutti. Sarebbe stato bello andare anche all’incontro con il pubblico oggi pomeriggio, ma non si può volere tutto (leggasi: “ho preferito tornare a casa a farmi una pennichella”).

Ieri su queste pagine avevo annunciato i miei propositi fotografici, ovvero ritrarre un po’ di persone qui all’Auditorium. Ma veramente ci avevate creduto? Devo dire che per un paio di minuti c’avevo creduto pure io, dopo però sono rinsavito e mi sono seduto a prendere caffè come se non ci fosse un domani. Ma il domani in realtà ci sarà e, non essendo un giorno festivo, c’è il serio rischio di trovarsi di fronte ad un’altra giornata moscia. Ormai il modus operandi è piuttosto chiaro: le cose migliori ci sono durante i giorni festivi e prefestivi (Bigelow, Linklater, Gillespie durante il weekend, oggi Soderbergh e sabato prossimo Lynch), mentre nel resto della settimana bisogna essere un po’ fortunati nella scelta del film da vedere. Talvolta si pescano chicche, talvolta si ha a che fare con il classico “Film Valium”. Sono quasi tentato di andare a cercare (o meglio stalkerare) David Lynch in giro per Roma. Ho avuto delle soffiate (capirete che non posso dirvi nulla), ma aspetto qualcosa di più sicuro prima di allontanarmi dall’Auditorium alla ricerca di un Tulpa (chi ha visto l’ultima stagione di “Twin Peaks” capirà).

Se esistessero ancora i premi per film, regia, sceneggiatura e attori, senza dubbio la scelta ricadrebbe sui soliti noti di questi giorni: regia alla Bigelow, sceneggiatura a Linklater, Bryan Cranston e Margot Robbie per gli attori, miglior film se lo lotterebbero invece “Detroit” e “Last Flag Flying”. Invece c’è rimasto soltanto il premio del pubblico e secondo le nostre sensazioni la vittoria sarà del francese “C’est la vie” (che non ho visto, ma sembra abbia fatto sbellicare tutti dalle risate).

Oggi pomeriggio volevo restare all’Auditorium a scattare foto, ma poi nella mia testa è risuonata la voce di Gandalf a suggerirmi di andar via. Così, mentre camminavo con la macchina fotografica in mano e scorreva sul tappeto rosso la passerella dei The Jackal, dall’alto della struttura realizzata da Renzo Piano ho sentito forte e chiaro il messaggio che mi stava mandando lo stregone. Erano soltanto due parole: “Fuggite, sciocchi!”. E così ho fatto. A domani!

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 6

Sembrava una splendida mattinata: mi sono alzato alle 7 senza troppi patemi, non ho bruciato il caffè, non mi sono strozzato col plumcake, non sono scivolato nella doccia, non ho trovato 8 milioni di persone dentro la metro, il clima era gradevole e l’orario di arrivo all’Auditorium più che perfetto. Insomma, mancava solo Lou Reed ad improvvisarmi una “Perfect Day” lungo il tragitto (ma ammetto che far resuscitare Lou sarebbe stato un po’ complicato). Invece che è successo? Niente, ho completamente sbagliato la scelta dei film.

Quello delle 9 era il norvegese “Valley of Shadows”, di Jonas Matzow Gulbrandsen (detto anche “Jonas Ctrl+C/Ctrl+V”). Più che la valle delle ombre mi è sembrata la valle del sonno, e penso che mettere alle 9 del mattino un film norvegese con 6 o 7 dialoghi in tutto sia stata proprio una cattiveria. Eppure l’inizio prometteva benissimo: in una valle vicino ad una foresta, due bambini scoprono che alcune pecore sono state uccise durante una notte di luna piena. L’atmosfera del film fa il suo dovere, se prima aveva la mia curiosità, adesso aveva conquistato la mia attenzione. Poco dopo però il bimbo biondino, il protagonista, si lancia in un’avventura solitaria all’interno della foresta (con lo scopo di ritrovare il suo cane, sparito il giorno prima) e da là in poi ci saranno sì e no due dialoghi in tutto il film. Non che questo sia un difetto, per carità, però ho accusato duramente il colpo. La pellicola è girata bene, tecnicamente non le manca nulla, ma l’ho trovata davvero faticosa. Il messaggio è chiaro: non bisogna aver paura di ciò che non si conosce. Infatti ora che sto film lo conosco, il solo pensiero mi terrorizza. Lupo ululà, sbadiglio ululì.

Alle 11 ho deciso quindi di affidare i miei occhi ad un film giapponese, perché si sa, il cinema orientale spacca. Vi dirò soltanto che “And then there was light” detiene un record per questa edizione del Festival: non ho mai visto tante persone uscire dalla sala prima della fine del film. I primi due spettatori se ne sono andati dopo circa 7 minuti, da là in poi ho assistito ad un esodo di massa senza soluzione di continuità. Io ho resistito poco più di un’ora (in compenso appena uscito fuori mi sono imbattuto in Dakota Fanning).

L’argomento del giorno qui all’Auditorium è senza dubbio l’incontro di ieri sera con Nanni Moretti, che secondo alcuni è stato un vero e proprio “one man show” sul cinema e sulla vita. C’è chi ha definito questo incontro come il migliore di sempre qui a Roma. Sarebbe stato proprio bello esserci. La giornata di oggi non offre molto e penso che il programma non sia stato realizzato in maniera molto logica: ci sono tre proiezioni in contemporanea alle 9, altre due o tre alle 11 e poi soltanto una alle 15 (e se quello delle 15 è un film che hai già visto o se non riesci ad entrare per la fila, c’è il rischio di restare a spasso fino alle 18, quando si è fortunati). Insomma, la mia scelta di venire al Festival solo dalla mattina fino a metà pomeriggio non sta pagando molto: non riesco a vedere molti film e il livello medio è piuttosto basso quest’anno (ed è molto raro che io affermi una cosa del genere, sono quasi sempre rimasto soddisfatto negli anni precedenti). I grandi picchi del weekend non sono sufficienti: siamo a martedì e gli unici ottimi film che ho visto sono “Detroit”, “Last Flag Flying” e “I, Tonya”. Tre film in sei giorni sono davvero pochissimi. Ad appesantire tutto ciò c’è anche l’inattesa delusione per i film della sezione “Alice nella Città”, normalmente garanzia di qualità con la sua programmazione da sempre celebre per le chicche e per le sorprese offerte in passato. Anche da questo punto di vista, per quel che ho potuto osservare, non c’è stato il salvagente che tanto speravo. Non buttiamoci giù tuttavia, restano ancora quattro giorni di film, domani arriva Soderbergh a tentare di risollevare lo spirito e soprattutto sabato prossimo David Lynch potrebbe farci dimenticare qualunque licantropo norvegese o strambo tizio vendicativo giapponese.

Domani ho in mente un reportage fotografico costituito da ritratti di persone presenti al Festival. Tra il dire e il fare c’è di mezzo l’Auditorium, ma se state leggendo queste righe e domani avete in programma di venire al Festival io ve lo dico: acchittatevi, che io vi fotografo. In attesa dei film di domani, speriamo di aver finito con gli scherzetti: vogliamo un po’ di dolcetti.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 7

Mercoledì 19 Ottobre.
Stamattina ho fatto una tipica cosa alla me: per colpa della metro infame sono arrivato a Piazzale Flaminio soltanto alle 8.45. Il tram mi è partito davanti nel momento in cui sono arrivato alla fermata. Cosa farebbe una qualunque persona sana di mente? Aspetterebbe il tram successivo, che di solito arriva in 5-6 minuti. Cosa faccio io? Me la faccio a piedi, “così mi godo un po’ di aria frizzante del mattino”. Cosa succede? Ad una sola fermata dall’Auditorium, arriva il tram, io sono proprio davanti alla fermata, così salgo, faccio una sola fermata (200 metri) e scendo. Conclusione: ho camminato di corsa inutilmente, il problema è che non è la prima volta che faccio cose del genere e senza ombra di dubbio non sarà l’ultima. Ad ogni modo arrivo in Sala Petrassi per le 9.05 e trovo il posto dei sogni, nel corridoio centrale, dove si possono distendere le gambe a più non posso. Penso: “Non ci credo, appena mi ci siedo arriverà qualcuno che mi dirà che non posso stare qua, sicuro”. Invece non solo ci posso stare, ma vedo anche un grande film, anche abbastanza sottovalutato visto che la sala non è proprio stracolma (ma davvero siete andati tutti a vedere “Maria per Roma” nella Sinopoli?). Parliamo di “Hell or High Water” di David Mackenzie, già presentato nientepopodimenoche a Cannes lo scorso maggio (sezione Un Certain Regard) e già Re della Black List del 2012 (ovvero la lista delle cinque sceneggiature più belle dell’anno ma non ancora prodotte). Il film è Texas puro, fino al midollo. Sembra un romanzo di Lansdale con un tocco alla “Non è un paese per vecchi”. Si tratta della storia di due fratelli che, per salvare la fattoria di famiglia, derubano le filiali della banca che li sta rovinando. Sulle loro tracce un vecchio ranger (Jeff Bridges straordinario) in cerca di gloria prima dell’imminente pensionamento. Potrebbe essere il film più bello del Festival di quest’anno, senza dubbio è nella mia Top5.

Subito dopo mi sono goduto un po’ di pace. Ah ah. Scherzavo. In realtà è successa una cosa bizzarra. Innanzitutto dopo 10 edizioni del Festival in cui avevo sempre evitato questo bar sono entrato per la prima volta al Red e ho constatato che anche lì, nonostante il prezzo alto e l’ottima impressione, i cornetti non sono un granché. Mi dite chi è che ama quella glassa trasparente appiccicosa sopra i cornetti? Perché ce la mettono? Si appiccica alle dita, ai denti, al palato e quel che peggio non sa di niente. Il cappuccino però era molto buono. Alle 11 avevo la proiezione di “Goodbye Berlin” di Fatih Akin (e me lo dite così!), solo che soltanto dopo ho capito che quella per la stampa era allo Studio3. Alla stessa ora c’era la proiezione per le scuole nella Sala Mazda e io, vedendo alcuni ragazzi in coda con l’accredito, sono entrato subito insieme a loro, scoprendo molto tempo dopo che si trattava della giuria di Alice nella Città. Quindi sono riuscito a mimetizzarmi in un gruppetto di quindicenni io che potrei essere loro padre. Temevo tanto le scolaresche in sala, che in realtà dopo un inizio agitato si sono calmate abbastanza, permettendomi di godermi questo film. Road movie originale e divertente, tratto da un romanzo, in cui l’asociale della classe (Maik, il protagonista) e il suo nuovo compagno di banco (nome mezzo russo impronunciabile, il delinquente) restano delusi dopo aver scoperto di non esser stati invitati alla festa di compleanno della ragazza più desiderata della classe. Quel mezzo criminale del russo ruba una macchina e convince Maik a salire in macchina con lui. I due inizieranno un’avventura per le strade e le autostrade della Germania, dove l’asociale imparerà ad essere meno invisibile e il criminale si rivelerà essere invece un bonaccione. “Non si può trattenere il respiro per sempre”. Un film pieno di belle sensazioni, bei momenti e bei personaggi, piacevole e mai banale, con un finale davvero molto dolce. Gradevolissima sorpresa (anche se con quel grande di Fatih Akin c’è ben poco da sorprendersi). Considerando che ancora non ho deciso se andare o no a Berlino la prossima settimana, il titolo del film lo trovo un segno alquanto inquietante.

Terzo e ultimo film di questa giornata positiva è il buonissimo “Goldstone” di Ivan Sen, sequel di “Mistery Road” (del 2014). Nell’arido deserto australiano c’è un paesino. In questo paesino giunge un detective che beve ma al tempo stesso sa il fatto suo. Il capo della polizia (nonché unico poliziotto) del paesino è un ragazzetto un po’ ingenuo ma in gamba. I due si detestano un po’, almeno fin quando non si ritrovano dalla stessa parte in un’indagine su prostituzione, tratta di ragazze cinesi e impicci vari messi in piedi dalla Sindaca locale, una grandiosa Jacki Weaver (come al solito). La fotografia e la messa in scena sono meravigliose, ci sono delle riprese aeree che ho trovato fighissime e una luce veramente interessante, che molto spesso sfrutta la “golden hour” prima del tramonto. Una piacevole sorpresa anche questo film, molto snobbato, ma che invece meritava decisamente di essere visto.

Per il resto domani ci sta finalmente un po’ di vita: arriva Meryl Streep e, secondo voci incontrollate, potrebbe esserci pure Hugh Grant. Domani giornata piena, con quattro film per me e subito dopo Totti in campo in Europa League. Ma voi volete sentir parlare di cinema lo so, quindi ahimé vi racconterò solo le prodezze del Festival. Oggi comunque è un giorno importante: festeggio l’ultimo viaggio in metropolitana di questo Festival. Addio metro B, addio cambi a Termini con la folla che arriva fino alle scale, addio tram che mi parte davanti: da domani torno a cavalcare il Lungotevere con la mia macchinetta, un cd di Springsteen nello stereo, il vento tra i capelli, verso il film di Stephen Frears. Wow, se non dovessi alzarmi alle 7 sarebbe davvero tutto molto bello (come lo direbbe Bruno Pizzul). Adieu.

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