In arrivo un film su David Bowie?

L’8 gennaio del 1947 a Londra nasceva una leggenda: David Robert Jones, da tutti conosciuto come David Bowie, scomparso il 10 gennaio di due anni fa e ancora, ovviamente, nei pensieri di tutti gli appassionati di musica e anche di cinema. Non solo non smetteremo mai di ascoltare le sue canzoni, ma non smetteremo neanche di rivedere i suoi film: da “Labyrinth” a “Fuoco cammina con me”, da “L’ultima tentazione di Cristo” a “The Prestige”. Oggi che sarebbe stato il suo compleanno, ci poniamo una domanda: cosa stanno aspettando a fare un film sul Duca Bianco? In realtà l’arrivo di un biopic su Bowie è più vicino di quanto si pensi.

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Recensione “England is Mine” (2017)

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Il cinema ha sempre raccontato la musica con un buon equilibrio tra racconto e vita, tra genio e ispirazione. La lista è davvero immensa: da “Walk the Line” a “Ray”, da “Nowhere Boy” a “Jimi”,  da “Love and Mercy” a “Control”, fino all’ormai imminente “Bohemian Rhapsody”,  solo per citarne alcuni. Mark Gill tenta anch’egli la fortuna con la carta del biopic musicale, ma fallisce miseramente l’obiettivo. Il regista, proveniente dallo stesso quartiere di Manchester dove è cresciuto Morrissey, racconta la giovinezza del cantante degli Smiths prima del fatidico incontro con Johnny Marr (con il quale realizzerà quattro album meravigliosi tra il 1982 e il 1987, marcando profondamente il decennio musicale e per sempre la storia del rock).

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Recensione “Jackie” (2016)

Sono fermamente convinto che “Jackie” non sarebbe stato un film così importante se a girarlo fosse stato un regista statunitense. Immagino che lo avrebbe riempito di retorica, di pomposa auto-celebrazione, di bandiere stellestrisce. Così non è, e il merito è senza dubbio di Pablo Larrain, il più grande autore cileno probabilmente di sempre, al suo primo film in lingua inglese. Il primo, evidente, pregio del film è proprio questo: far raccontare una storia statunitense a un regista straniero. Il secondo pregio, ancor più netto, è affidare il ruolo di protagonista a Natalie Portman, che regge tutto il peso della pellicola sulle sue spalle, sui suoi occhi, sui movimenti del suo viso. Bastano questi due fattori a fare la differenza tra un buon film e uno splendido film.

Attraverso un’intervista che vorrebbe rendere giustizia alla figura di John F. Kennedy, sua moglie Jacqueline, per tutti Jackie, racconta la sua versione dei fatti che nel novembre del 1963 sconvolsero un Paese intero e che posero su questa donna gli occhi di tutto il mondo. JFK muore tra le braccia di sua moglie: in quel momento e nei giorni immediatamente successivi Jackie deve tirar fuori tutta la sua forza interiore per non soccombere. C’è da organizzare un funerale, abbandonare un’abitazione che aveva contribuito a far risorgere, sostenere due bambini che hanno appena perso il padre, dare conforto ad una intera nazione che fino ad allora la vedeva semplicemente come un’icona di buongusto per l’arte, l’arredamento, la moda. Jackie deve sobbarcarsi il lutto di un popolo e restituire il nome di suo marito alla leggenda.

Larrain non vuole raccontare l’America di quel periodo né il caso Kennedy: il regista cileno è un grande narratore di umanità, come dimostrano le sue opere precedenti. Qui l’importanza dei personaggi serve soltanto ad amplificare le emozioni di una donna che ha perso il marito: ogni sua decisione servirà così a costruire l’eredità storica del Presidente (significativo in tal senso il confronto con altri due presidenti assassinati, il cui nome risulta sconosciuto, e con Lincoln, alla cui leggenda sembra aver contribuito anche un funerale fuori dall’ordinario). Una storia sulla perdita, che sia della fede o di una persona amata, ma anche sulla dignità di chi non può permettersi di farsi sconvolgere dal dolore. La storia di una regina senza corona, che in un colpo solo perse trono e marito. Da vedere.

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Recensione “Jimi: all is by my side” (2013)

Benjamin

Come si fa a raccontare il talento? Come si fa a raccontare il genio? In poche parole, come si fa a raccontare Jimi Hendrix? L’arduo compito spetta a John Ridley, premio Oscar per la sceneggiatura di “12 Anni Schiavo”, qui in veste di regista. Il film racconta l’anno in cui un chitarrista mancino di Seattle si trasformò in mito: dal 1966 in cui Linda Keith, nota come “la ragazza di Keith Richards” lo scopre in un locale di New York, fino al 1967 in cui la Jimi Hendrix Experience viene invitata al celebre Festival di Monterey, in California. Il film di Ridley fa leva sulla straordinaria interpretazione di André Benjamin, che non solo è perfettamente somigliante a Hendrix in volto, nelle movenze e nella voce, ma è anche capace di riarrangiare il personaggio conferendogli quell’aura selvaggia e al tempo stesso enigmatica che lo ha sempre contraddistinto. A parte qualche scivolone sui soliti cliché legati al rock, la pellicola ha il merito di catturare gli aspetti più sinceri del personaggio, dall’iniziale incapacità (e a tratti anche indolenza) di Hendrix di andare oltre il semplice stare sul palco, la sua paura a spiccare il volo, fino a mostrare i lati oscuri di una leggenda del rock.

La musica, neanche a dirlo, la fa da padrona, nonostante la produzione si sia vista negata il permesso per utilizzare le canzoni originali di Hendrix. Non mancano però assoli incendiari, oltre ad altre canzoni dell’epoca (da “The house of the rising sun” ad una versione hendrixiana di “Sgt. Pepper’s”). Nonostante una grande collezione di pregi, il film di John Ridley fatica a decollare, si perde in sottotesti sentimentali, salvandosi però grazie alla profondità del personaggio e al racconto di un uomo alle prese con il difficile salto dalla mediocrità alla leggenda.

“Il nero con la chitarra al rovescio” infiamma i locali di Londra, sotto gli occhi del suo idolo Clapton e dei Beatles, tra le gelosie di Keith Richards: in una breve scena del film il chitarrista degli Stones perde il senno dalla gelosia nei confronti di Linda, alla quale in futuro dedicherà “Ruby Tuesday” (ma questa è un’altra storia, magari un giorno la vedremo in qualche film). Ridley non fa accenni all’infanzia di Hendrix (se non nei riferimenti – e nella telefonata – al padre Al), né arriva fino alla morte, giunta nel 1970. Il suo interesse è semplicemente quello di raccontare l’anno che ha cambiato la vita di Hendrix e la storia del rock: tra incontri e schitarrate, il film restituisce la devastante irruzione del più grande chitarrista di ogni tempo sulla scena inglese degli anni 60.
Aprirà la decima edizione del Biografilm Festival.

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Tutto pronto per il 10° Biografilm Festival

Il Biografilm Festival quest’anno fa cifra tonda: 10 anni. La kermesse dedicata al cinema biografico è pronta a regalare dieci giorni di grandi storie di vita: se vi trovate a Bologna dal 6 al 16 giugno, non mancate l’occasione con uno dei Festival più interessanti dell’intero panorama europeo. Mai ricco come quest’anno, il programma del Biografilm è ormai da dieci anni un punto di riferimento per gli appassionati di biopic e documentari, anticipando il crescente interesse del cinema mondiale nei confronti del genere biografico. Per questa decima edizione, inoltre, Biografilm Festival amplia il suo orizzonte e offre uno spazio maggiore al cinema di fiction, dedicando al genere biopic la neonata sezione Biografilm Europa, che presenterà i migliori film a tema biografico prodotti dai 28 paesi dell’Unione Europea. Per chi non potrà essere a Bologna è in atto un progetto di programmazione streaming in partnership con MYmovies.it, che mostrerà un’imperdibile selezione di titoli del programma ufficiale e delle precedenti edizioni sulla piattaforma MYMOVIESLIVE!. Un’occasione per ampliare i confini di fruizione dei film, estendendone la visione anche al pubblico in remoto.

Passiamo ai film: decisamente numerosi i titoli che attirano l’attenzione, basti citare titoli quali “Is the man who is tall happy?” di Michel Gondry, l’attesissimo “Life Itself” di Steve James, “Salt of the earth” di Juliano Ribeiro Salgado e Wim Wenders, “Frank” di Lenny Abrahamson, “How I live now” di Kevin McDonald, “La Jalousie” di Philippe Garrel, “Jimi: All by my side” di John Ridley (film d’apertura del Festival), l’imperdibile “Alla ricerca di Vivian Maier” di John Maloof e Charlie Siskel e moltissimi altri.