Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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Recensione “A proposito di Davis” (“Inside Llewyn Davis”, 2013)

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Il nuovo, splendido, film dei fratelli Coen è una ballata folk, a tratti cinica, un po’ sorniona, ma come sempre ironica  e brillante. Il Greenwich Village degli anni 60, qualche anno prima di diventare il Greenwich Village di Bob Dylan e del “Cafè Wha?”, nel suo periodo di quiete prima della tempesta musicale, nel suo periodo di povertà prima del boom. Si tratta di un Village ancora lontano (ma non troppo) dall’arrivo degli album di successo, dei soldi, delle star. In questo contesto si inserisce la storia di Llewyn Davis, personaggio di fantasia ispirato alla figura di Dave Van Ronk, musicista folk di quella Manhattan, che condivide con il Davis dei Coen la provenienza dalla working class, tratti della sua storia e soprattutto alcune canzoni. Erano i tempi in cui i fedeli della folk music si scambiavano vecchie canzoni come fossero un linguaggio in codice, un segreto da custodire. Erano i tempi in cui la povertà non era solo un prezzo da pagare per inseguire la propria arte, ma era anche una sorta di voto: i musicisti accedevano così a quella che poteva sembrare una setta, che permetteva ai suoi adepti di essere figli di una stessa madre: la Musica.

Llewyn Davis, chitarrista folk, si muove per le strade di New York, perennemente chiuso nella sua giacca, troppo leggera per respingere gli attacchi dell’inverno e dell’impossibilità di realizzarsi. Non è certamente il talento che manca a Davis, ma sembra continuamente trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato: trova ospitalità sui divani delle persone più disparate, si ritrova quasi per caso in un viaggio verso Chicago che non farà altro che alimentare i suoi rimpianti e le sue sensazioni negative (il suo partner musicale è morto lanciandosi da un ponte), resta coinvolto in gravidanze accidentali. Ma soprattutto sono gli anni sbagliati: Bob Dylan non ha ancora fatto la sua apparizione e, fino ad allora, vivere di musica nel Greenwich Village sarà una continua corsa ad ostacoli.

I Coen richiamano l’atmosfera del periodo già dalla locandina del film, che fa vagamente pensare alla copertina di “The Freewheelin'” di Dylan, uscito nel 1963. Oscar Isaac presta voce, volto, anima e cuore al suo protagonista malinconico, e trova la migliore interpretazione della sua carriera. Lo affiancano, in varie fasi della pellicola, l’ottima Carey Mulligan, il versatile Justin Timberlake e un esilarante John Goodman, una delle figure di riferimento della cinematografia dei fratelli Coen. Splendido nel dipingere con colori desaturati le atmosfere di un’epoca lontana (grande il lavoro di fotografia di Bruno Delbonnel), ma che in qualche modo sentiamo costantemente vicina: come il Llewyn Davis del film, la nostra stessa società sembra trovarsi in un momento di perenne transizione in cui il passato è morto e il futuro non sembra essere ancora nato. Per questo la difficoltà di Davis sembrano le stesse difficoltà della nostra generazione, il continuo scontro tra il talento e l’incapacità di emergere. Una canzone ci salverà? Forse no, ma la musica resterà sempre l’accompagnamento migliore, mentre cerchiamo di restare a galla.

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