Inarritu in volo sugli Oscar: il miglior film è “Birdman”

Anche questa nottata è passata. Al risveglio ci resta negli occhi appesantiti dal sonno l’immagine sorridente di Alejandro Gonzalez Inarritu, dominatore assoluto della serata con quattro premi Oscar “pesanti”. Ci resta anche negli occhi Patricia Arquette e il suo discorso a favore delle donne (che ha scatenato l’entusiasmo di Meryl Streep), l’annuncio della meravigliosa Jessica Chastain per il secondo Oscar consecutivo al geniale direttore della fotografia Emmanuel Lubezki (“Chiiivooo”), la standing ovation per la performance di John Legend sulle note di “Glory” (miglior canzone, unico Oscar per “Selma”). Purtroppo al risveglio ci siamo ritrovati anche a fare i conti con la delusione per la netta disfatta di “Boyhood”. Ad ogni modo l’87a edizione degli Accademy Awards, a livello di show, non sarà tra le più memorabili: la conduzione di Neil Patrick Harris, nonostante una bellissima introduzione, è risultata decisamente piatta e sottotono. Non si è riso molto, quasi per niente anzi, inoltre il ritmo non è stato proprio esaltante (“Not my tempo!”, direbbe il Fletcher di J.K. Simmons in “Whiplash”). Certo, cogliere un momento storico come il selfie di un anno fa era probabilmente impensabile, ma certamente ci si poteva aspettare qualche gag in più. Parliamo dunque dei premi attraverso i film che li hanno ricevuti:

Birdman: Come già detto quattro Oscar per il film di Inarritu, tutti Oscar importanti (miglior film, miglior regia, migliore fotografia e miglior sceneggiatura originale). Secondo consecutivo per il genio di Emmanuel Lubezki dunque, ma anche il secondo consecutivo per un regista messicano (dopo la statuetta di un anno fa ad Alfonso Cuaron). Quello al quale tenevamo di più, ovvero il premio a Michael Keaton, è però sfumato a favore di Eddie Redmayne (“La teoria del tutto”).

Boyhood: Il capolavoro di Richard Linklater porta a casa solo una statuetta per la migliore attrice non protagonista (Patricia Arquette). Erano sei le nomination ricevute dal film, ma se quella per Ethan Hawke (e probabilmente anche quella per il montaggio) non aveva speranze di trasformarsi in Oscar, quelle per regia, sceneggiatura originale e miglior film erano nettamente alla sua portata. Hawke e Linklater dunque restano a mani vuote per il secondo anno consecutivo (un anno fa portarono a casa la nomination per la sceneggiatura di “Before Midnight”). Il regista potrà comunque consolarsi con l’Orso d’Argento vinto a Berlino e i vari Golden Globes.

The Grand Budapest Hotel: L’Accademy ha deciso di consacrare Wes Anderson. Più che il regista stesso, sono stati consacrati coloro che hanno contribuito a creare l’universo di Anderson, il suo mondo, coloro insomma che con il loro apporto hanno letteralmente dato forma alla creatività del regista. Quattro Oscar dunque: miglior trucco e acconciatura, migliori costumi (l’italiana Milena Canonero, al suo quarto Oscar), migliore scenografia e miglior colonna sonora (finalmente Alexandre Desplat, giunto all’ottava nomination, vince il suo primo Oscar).

Whiplash: La grande sorpresa di questa nottata, il vero e proprio outsider, capace di portarsi a casa ben tre statuette, tutte assolutamente meritate: miglior montaggio, miglior sonoro e miglior attore non protagonista a J.K. Simmons, straordinario.

Ida: Il premio per il miglior film straniero resta in Europa, ad aggiudicarselo è la stupenda pellicola polacca realizzata da Pawel Pawlikowski. Nonostante l’assenza ingiustificata del canadese “Mommy” e del turco “Winter Sleep” nella cinquina da Oscar (dove invece ha incredibilmente trovato spazio l’argentino “Storie pazzesche”), “Ida”, nominato anche per la miglior fotografia, ha meritato ampiamente la statuetta. Applausi.

Altri premi: I migliori attori protagonisti sono Eddie Redmayne (“La teoria del tutto”) e la strepitosa Julianne Moore di “Still Alice”: entrambi premi meritatissimi, nonostante sperassimo di veder salire sul palco il grande Michael Keaton di “Birdman” e la commovente Marion Cotillard di “Due giorni, una notte”. La sceneggiatura non originale regala a “The Imitation Game” il suo unico Oscar (che per noi avrebbe dovuto vincere “Whiplash” o addirittura Paul Thomas Anderson per “Vizio di forma”). Per il miglior film d’animazione “Big Hero 6”  la spunta su “Dragon Trainer 2”, mentre c’è un pizzico di gloria anche per “Interstellar”, “American Sniper” e “Selma”, vincitori rispettivamente di un Oscar per i migliori effetti speciali, il miglior montaggio sonoro e la migliore canzone.

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Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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