Recensione “Futebol (Episodio 1)” (1998)

L’altra faccia del Festival del Cinema di Roma è rappresentata dalla sezione “Occhio sul mondo”, una retrospettiva di film brasiliani capaci di raccontare tutti gli aspetti del Paese sudamericano, grazie ad una serie di film che spaziano dalla cucina alla delinquenza, dalla religione allo sport, dall’arte alla musica. “Futebol” è un documentario diviso in tre episodi realizzato nel 1998, dove il primo frammento racchiude senza dubbio l’essenza dell’intera opera. Quello di Salles non è solo il racconto del sogno di migliaia di adolescenti brasiliani, ovvero quello di diventare calciatori, è soprattutto una sentita dichiarazione d’amore all’oggetto più amato al mondo: il pallone da calcio.

Il primo episodio segue anno dopo anno il sogno del quindicenne Fabricio e di alcuni suoi coetanei di diventare calciatori professionisti. Il ragazzo, proveniente dalla povertà delle favelas, dedica la sua vita al calcio: la macchina da prese segue senza essere mai invadente ogni suo passo sul terreno di gioco, dai polverosi marciapiedi del suo quartiere ai campetti di terra, fino al giorno del provino con il Flamengo, la squadra dei sogni di ogni adolescente brasiliano. Fabricio supera le prime selezioni grazie all’enorme talento di cui è dotato il suo piede sinistro, oltre ad un’innata bravura nel leggere le situazioni di gioco, fino a quando viene respinto nel provino decisivo per entrare nella selezione giovanile (provino in cui nessuno dei ragazzi in prova viene scelto, a causa di una partita contro una selezione di ragazzi già scelti e soprattutto più grandi, che non danno scampo all’undici improvvisato in cui gioca Fabricio). Il ragazzo non demorde e tenta un provino nel Botafogo, fin quando non riesce ad essere accolto nelle file del Sao Cristovao, la squadra che ha lanciato il grande Ronaldo. Fabricio riesce ad ottenere visibilità e soprattutto un contratto da professionista, che gli permette di coronare il suo sogno.

Non è mai facile raccontare un sogno, un desiderio, sul grande schermo, poiché un sogno per definizione è qualcosa di irreale, difficilmente descrivibile, faticoso da raggiungere. Intervallato da dichiarazioni di grandi fuoriclasse brasiliani del passato, che raccontano il modo in cui si sono avvicinati al calcio (uno di essi racconta che non lo facevano mai giocare fin quando rubò i soldi e si comprò una palla, “perché chi ha la palla gioca sempre”), il documentario di Salles si allontana dalla cornice drammatica della povertà delle favelas (che non viene toccata assolutamente) per raccontare semplicemente la grande passione che i ragazzi brasiliani nutrono per il loro sport nazionale, la loro religione, il loro grande amore: “se la palla fosse una donna, sarebbe quella che ho amato di più”.

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Recensione “L’anno in cui i miei genitori andarono in vacanza” (2006)

Il 1970 per il Brasile è stato un anno particolare: mentre la nazionale di calcio conquistava in Messico la sua terza coppa del mondo, guidata da Pelè, in patria la dittatura entrava di prepotenza tra le strade cittadine, costringendo migliaia di militanti di sinistra ad un esilio forzato. Proprio a causa di tale esilio i genitori del giovane Mauro sono costretti a raccontare al figlio che stanno andando “in vacanza”, e che lo lasceranno a San Paolo, nella casa del nonno. Mauro viene lasciato in fretta e furia davanti al portone, la macchina dei suoi genitori sfreccia via spinta dalla dittatura, e il ragazzo scopre immediatamente che suo nonno è appena morto. Si ritrova così a dover crescere nelle case dei vicini, dove grazie al calcio e alla passione per il Brasile di Pelè, partita dopo partita si scoprirà essere uomo, nell’attesa del ritorno dei genitori.

Un film di formazione girato con una sensibilità particolare, diversa dall’usuale, dovuta in primis all’originale ambientazione degli “Anni di Piombo” brasiliani, nella caratteristica cornice del quartiere Bom Retiro di San Paolo, un crocevia di culture ed etnie diverse, altro tema importante della pellicola. La sensibilità è quella del regista brasiliano Cao Hamburger, al suo secondo lungometraggio, nel quale riesce a mescolare con sapienza toni da commedia a toni drammatici, ad alternare la lotta politica alla passione irrefrenabile per il calcio, che pur non essendo il tema più importante del film si ritrova inevitabilmente in quasi ogni sequenza: che si tratti di un album di figurine, di un pallone, di un gioco da tavola, di una partita locale o della coppa del mondo, il film mostra il calcio come elemento di unione di un popolo messo duramente faccia a faccia con il periodo più difficile della sua storia. Un film sentito, a tratti autobiografico, visto che il regista da giovane ha visto arrestare i suoi genitori durante la dittatura militare.

Un film sul passaggio dall’infanzia all’adolescenza di un ragazzo costretto suo malgrado a dover crescere in fretta, in una città che non conosce, tra le difficoltà generazionali e i problemi del Paese. In perenne attesa di una telefonata dei suoi genitori, che forse non arriverà più. Un interessantissimo affresco fatto di pallone e di paura, in una San Paolo mai così bella dal punto di vista cinematografico.