Recensione “Noah” (2014)

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Cosa è successo a Darren Aronofsky? Quale misterioso accordo con la Paramount ha costretto il regista di capolavori come “The Wrestler” e “Il Cigno Nero” a girare un fantasy biblico (scusate il pleonasmo) che magari sì, riempirà le sale di giovani attirati dal 3D (in questo film utile e funzionale quanto un automobile con due ruote), ma che resterà una macchia indelebile nella filmografia di un autore fino a ieri meraviglioso. Non è tanto il passaggio al blockbuster a tradire il pubblico di Aronofsky, quanto il film stesso: giganti di roccia e fango che sembrano fare il verso agli Ent della foresta di Fangorn (chi ha visto la trilogia di Peter Jackson capirà), Russell Crowe (in versione Daniele De Rossi) costretto suo malgrado a rimpiangere i tempi di Ridley Scott, Jennifer Connelly ed Emma Watson (loro sì, sempre bravissime) sprecate in due ore e venti di sbadigli. Per la coppia Crowe-Connelly i bei tempi di “A Beautiful Mind” sembrano essere passati e probabilmente si staranno domandando come hanno fatto a finire in questo film.

Quella di Noè e della sua arca è una delle favole che più si ascoltano quando si è piccoli: inutile dire che una storia di questa portata, accostata al nome di Aronofsky, da un lato poteva far storcere il naso, ma dall’altro poteva risultare un accostamento decisamente affascinante. Ma ci sono troppe cose che non tornano: una razza umana totalmente fuori di senno (ovvero come rendere banale la storia di Caino e Abele), un protagonista che vorrebbe sembrare tormentato dai dubbi, ma che invece sembra semplicemente fuori di testa, poco credibile nei suoi continui cambi di personalità, per non parlare di un figlio arrabbiato tentato dal serpente/antagonista, anche lui tra i protagonisti tormentati di questa barca di superficialità. Non vorremmo scivolare in semplici giochi di parole, ma stavolta è decisamente il caso di dirlo: si tratta di un film che fa davvero acqua da tutte le parti. Aronofsky, per favore, torna a galla (e magari torna alla Warner Bros).

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Recensione “Come l’acqua per gli elefanti” (“Water for Elephants”, 2011)

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Un pachiderma produttivo che fa acqua da tutte le parti: in buona sostanza questa è l’impressione che resta al momento dei titoli di coda, dopo aver anticipato mentalmente l’ennesima frase, l’ennesima scena. Eppure da Francis Lawrence, regista di “Io sono leggenda”, ci si aspettava un qualcosa in più delle due espressioni di Robert Pattinson e dello sperpero di due talenti cristallini come Reese Whiterspoon e Christoph Waltz, anche loro a disagio all’interno di questo circo di banalità.

L’ormai novantenne Jacob Jankowski fugge dalla sua casa di riposo per imbattersi in un circo, dove comincia a raccontare l’esperienza legata alla sua gioventù, quando durante la grande depressione fu ingaggiato come veterinario nel circo dei fratelli Benzini e soprattutto come responsabile della sua maggiore attrazione, l’elefantessa Rosie. Nel circo aveva incontrato Marlena, un’affascinante acrobata di cui era innamorato, moglie però del crudele direttore, August. Tra i tre si instaura un rapporto di collaborazione destinato a crollare nel momento in cui August scopre l’intesa tra la sua Marlena e il giovane veterinario.

Il direttore brutale e cattivo, la bella adorabile e apparentemente irraggiungibile, il giovane bello e dal cuore d’oro, un amore ovviamente impossibile, e buttiamoci dentro anche il vecchio mentore: pensate a qualunque cosa possa esserci in un film superficiale e la troverete anche qui, pure il protagonista dolorante che percorre nella notte i binari del treno. E non bastano alcune immagini da mozzare il fiato, come il panorama notturno ammirato dal tetto del treno in corsa o quella meravigliosa elefantessa che, almeno lei, ruba la scena: il film sono due ore di battute prevedibili e sequenze piuttosto scontate, dall’inizio fino alla conclusione con l’arzillo vecchietto tutto compiaciuto del suo ritorno al circo: «Non sto fuggendo, torno a casa», più o meno la stessa frase che potreste dire uscendo dalla sala a metà film.

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