Recensione “Un giorno all’improvviso” (2018)

Poche cose mi danno soddisfazione come quando mi trovo davanti ad un esordio cinematografico così ben realizzato, ispirato, girato benissimo e con degli interpreti straordinari. Ancor più bello è quando l’esordio in questione è quello di un regista italiano, in questo caso Ciro D’Emilio, classe 1986, che regala una boccata d’aria fresca ad una cinematografia spesso troppo concentrata nel raccontare le vite dei piani alti della borghesia romana o al contrario quelle di disperati costretti alla criminalità. Il regista è bravo ad allontanarsi dagli scivoloni dei cliché, scegliendo di raccontare una storia d’amore tra madre e figlio, di passione, di vite sì difficili ma al tempo stesso piene di sorrisi.

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Festa del Cinema di Roma 2016: Giorno 3

Sabato 15 Ottobre.
Giornata intensa oggi al Festival. Prima sveglia alle 7 per me, una cosa che succede solo a ottobre per quanto mi riguarda, andando a stravolgere totalmente il mio personalissimo fuso orario. E così con cinque ore di sonno mi avvio con la mia 600 blu per il meraviglioso Lungotevere del sabato mattina: il sole bacia Castel Sant’Angelo, i pochi turisti del primo mattino ammirano l’Ara Pacis e l’Auditorium sembra davvero dietro l’angolo. Prima proiezione della giornata è “Sole, cuore, amore” di Daniele Vicari, la storia di una donna costretta ogni giorno a raggiungere l’altro capo di Roma per lavorare come barista e mantenere il marito e i quattro (4!) figli. L’odissea della precarietà, l’avventura suburbana di chi cerca di sorridere nonostante la guerra quotidiana con l’inferno cittadino: autobus, metropolitane, l’arduo ricatto del lavoro senza soste. Sembra un film di Ken Loach, e questo è il miglior complimento che si possa fare a Vicari. D’altro canto, senza entrare nei dettagli, il finale è sembrato un po’ troppo esagerato, volutamente esagerato, cosa che lo ha reso leggermente meno attinente alla credibilità che fino a quel momento la faceva da padrona. Ciononostante il film resta comunque validissimo, prezioso, emozionante e, cosa fondamentale, anche divertente. Riesce ad aprire tante sottotrame e le chiude tutte con grande bravura di scrittura. Isabella Ragonese poi è praticamente la sosia di una mia cara amica e in questo film ancor di più del solito, una cosa che mi ha spiazzato per tutto il tempo.

Neanche il tempo di gustarsi i titoli di coda che subito ero di corsa giù dalle scale della Sala Sinopoli per lanciarmi su quelle della Sala Petrassi: alle 11 toccava a “The birth of a nation”, di Nate Parker. Quando alle 9 si vede un bel film è molto dura per quello delle 11 reggere il confronto, ma non solo per questo il film di cui si è detto un gran bene al Sundance (ha vinto il premio del pubblico e quello della giuria) mi ha davvero deluso. Sembra una sorta di “12 anni schiavo” che a un certo punto si trasforma in “Braveheart”, ma non ha né lo stile visivo del primo né il carisma e la potenza del secondo. Ho avuto la tentazione di lasciare la sala a metà film, ma sapevo che stava per arrivare una seconda parte più interessante (cosa che di fatto non è successa), e così sono rimasto. Dovete sapere che una mia regola d’oro e di non guardare mai l’ora durante la proiezione di un film. Non so perché, ma non voglio sapere quanto manca alla fine o quanto tempo è passato. Bene, stavolta purtroppo ho violato questa regola, e quando pensavo che fosse già passata un’ora e mezza in realtà era passata soltanto un’ora. Non vuol dire molto lo so, e dalla sua ha la grande attenuante di essere un film visto di mattina subito dopo un altro, con poche ore di sonno sulle spalle. Però mi è sembrato uguale a mille film sulla schiavitù, ad un certo momento non ne potevo più di indovinare cosa sarebbe successo nella scena successiva. Insomma, nonostante pareri contrastanti, a me non è piaciuto (non so se si era capito).

In mattinata c’è stata anche la proiezione di “Sing Street”, che recupereremo domani, mentre nel pomeriggio l’attenzione è stata monopolizzata da Napoli-Roma, aiutata anche da un’assenza quasi totale di proiezioni alle ore 15. Insomma, è stato come se avessero inserito la partita della Roma nel programma del Festival, anche se invece di proiettarla in sala è stata proposta da un volenteroso giornalista in una sala stampa gremita, dove in molti sono passati anche solo per un minuto per aggiornarsi sul risultato della partita. Ok, non dovrei parlare di calcio in un diario che parla della giornata del Festival, ma che diamine, domani è il mio compleanno, concedetemi questo piccolo piacere. Eh sì, domani sono 35 anni per chi vi scrive da 11 edizioni consecutive del Festival sempre su queste pagine, sarà una giornata speciale (tre film). La sveglia, implacabile, è sempre alle 7. Auguri.

solecuoreamore

Capitolo 202

Ormai finita la primavera più anonima e atipica delle nostre vite (da cinefili o no), arriva l’estate con le sue ondate di caldo accompagnate da nomi assurdi. Per noi che viviamo di cinema e di film, è la settimana di Cannes a Roma, ovvero di alcuni dei migliori film del Festival più bello del mondo proiettati nelle sale romane. Quando arriva il caldo il cinema è la soluzione migliore: due ore di aria condizionata, davanti a una bella storia (quando ci va bene, questo sì), se siamo fortunati addirittura in buona compagnia. Quindi anche se dopodomani comincia l’estate, voi non smettete di andare al cinema. Qualunque sia il clima, ne varrà sempre la pena.

Febbre a 90° (1997): Rivedere uno dei film più epici della tua adolescenza il giorno dopo aver perso una delle partite più importanti della tua vita, in compagnia delle persone che ti hanno sopportato prima e soprattutto dopo il derby, ha decisamente un sapore speciale. Dalla serie “come esorcizzare i propri demoni”, rivedere questo film in un’occasione così speciale è stata una straordinaria seduta di psicanalisi. Consigliato ai tifosi accaniti e alle persone che subiscono la loro sana e meravigliosa passione per il calcio, quello vero, quello romantico. Perché noi non supereremo mai questa fase..!

Holy Motors (2012): Film straordinario, un’opera magnifica e pazzesca, destinata ad essere studiata, compresa, ricordata e inevitabilmente imitata. In un mondo sempre più effimero e virtuale, povero di reali esperienze vissute, inseguire la bellezza del gesto può rivelarsi la più importante delle occupazioni. Purtroppo o per fortuna è un film che non ameranno tutti, ma se non lo amerete sarà soltanto colpa vostra. Film indimenticabile, tra i migliori dell’anno.

Ascensore per il patibolo (1957): Film di Louis Malle, un’occasione per vedere un bel noir e soprattutto per ammirare Jeanne Moreau qualche anno prima di diventare immortale con “Jules e Jim”. Un uomo uccide il marito della sua amante, nonché il suo capo, ma durante la fuga resta intrappolato dentro l’ascensore dell’ufficio. Sarà una lunga notte di passione, delitti, paure. Jeanne Moreau che cammina di notte per le strade di Parigi, piangendo sotto la pioggia, è una delle immagini cinematografiche più belle e struggenti che abbia mai visto. Gran bel film, un’altra perla del cinema francese.

Nebraska (2013): Solo perché si chiama come un album di Springsteen si potrebbe parlare di capolavoro. In realtà chi segue queste pagine da un po’ di tempo (quindi pochi immagino!) è a conoscenza del mio amore smisurato per il cinema di Alexander Payne. Il road movie è forse uno dei generi cinematografici che prediligo, e Payne è probabilmente il maestro di questo genere: pochi sanno raccontare una storia con la stessa tragica ironia, con la stessa dolce malinconia, con un’umanità tipica dei grandi (penso ai Coen, a Jarmusch). In Italia uscirà il prossimo febbraio, non a caso prima degli Oscar, e io non vedo l’ora di rivederlo. Mentre fa ridere, emoziona.

Point Break (1991): Ci sono alcuni film che spesso uno si vergogna a dire che non li ha mai visti, e quindi magari dice cose tipo “sì l’ho visto tanti anni fa, non me lo ricordo più”, oppure “sì l’ho visto a pezzi, lo dovrei rivedere”. Questo della Bigelow è uno di questi film. Ora che l’ho visto posso anche dire che non l’avevo mai visto, e ora ho finalmente capito perché Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” cercando di recuperare la gamba facendo la rapina con addosso le maschere di ex Presidenti della Repubblica… Scherzi a parte, film intenso, un classicone pieno di azione, sentimento, atmosfere suggestive, alla ricerca dell’onda perfetta. Bello, e quanta voglia di andare al mare!

The bay (2012): Mockumentary diretto nientepopodimenoche dal premio Oscar Barry Levinson, che stavolta cambia totalmente genere e tematiche concentrandosi su dei parassiti carnivori cresciuti in una baia del Maryland a causa di escrementi di pollo gettati in acqua dalle industrie del posto. Dietro ad un horror discreto ma in fin dei conti non eccezionale, si nasconde una denuncia sociale mirata, raccontata con la tecnologia degli anni 2000, da Skype alle telecamere di sicurezza. Onesto, fa il suo dovere, disgusta anche un po’, ma alla fine non sarà ricordato a lungo.

Like father, like son (2013): Vincitore del premio della giuria a Cannes, porta con sé tutti i pregi e tutti i difetti del cinema giapponese e in un certo senso di gran parte del cinema orientale. È senza dubbio un film valido, validissimo anzi, curato perfettamente nelle immagini e in ogni dettaglio, ma che sembra durare un’ora in più di quanto in realtà duri. Dopo un’oretta piuttosto appassionante il film cala di ritmo, e pur mantenendo alto l’interesse dato da una storia senza dubbio intensa, ad un certo punto si comincia a guardare l’orologio. Un film da cinefili.

Jeune et jolie (2013): François Ozon è uno dei registi più produttivi dei nostri tempi, penso abbia la non comune abilità di realizzare un bel film ogni anno, ma di non riuscire mai a realizzare un capolavoro. La sua media realizzativa è altissima, i suoi film sempre interessanti, ma mai indimenticabili. Questo non fa eccezione, per quanto mi sia molto piaciuto. E poi Marine Vacht, l’ultimo dei miei grandi amori cinematografici…

L’esorciccio (1975): Un applauso a chi ha pensato di programmare su Italia1 il film di Ciccio Ingrassia subito dopo aver trasmesso l’immenso “L’esorcista” di Friedkin! Questa è una delle parodie più stupide e geniali mai concepite dal nostro cinema, con il sindaco Lino Banfi totalmente sopra le righe e un Ciccio Ingrassia consegnato all’eternità. Da manuale della comicità la scena dell’esorcismo in camera da letto, in cui l’Esorciccio cerca di scacciare il maligno usando aglio, olio e peperoncino, e soprattutto il libretto rosso di Mao. E poi il gran finale con “Sciamunin Rock” cantata da Banfi. Indimenticabile.

Recensione “Il paese delle spose infelici” (2011)

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Quello di Pippo Mezzapesa è un nome che circola ormai da molti anni nei Festival di cortometraggi di tutta Italia, dove ha inanellato un’invidiabile serie di premi e importanti attestati di stima (dal David di Donatello per il miglior cortometraggio nel 2004, ad un paio di menzioni speciali ai Nastri d’Argento, nel 2006 e nel 2009). Finalmente è riuscito a realizzare il suo primo lungometraggio, “Il paese delle spose infelici”, tratto dall’omonimo libro di Mario Desiati, dove si ritrovano in parte alcuni elementi già visti nei suoi precedenti lavori, in particolare nel bellissimo “Come a Cassano”: la sua Puglia, ovviamente, ma anche il campo da calcio, gli spogliatoi, i ragazzi di strada, le loro vite.

Veleno e Zazà sono due ragazzi completamente diversi: uno benestante, un po’ timido ed introverso, l’altro di origini modeste ma sicuro di sé, un talento del pallone senza una vera famiglia (vive con un fratello scapestrato), che riversa nella vita, nel pallone e negli amici tutto ciò che non ha mai avuto. Il campo da calcio è la loro palestra di vita: sbucciarsi il ginocchio è una sorta di rito di iniziazione alla vita, alla strada, dove il fango del campo sporca di realtà e allo stesso tempo è un solido collante di giovani amicizie. In un paese dove non succede mai niente, fa notizia il tentato suicidio della bella Annalisa, caduta in un limbo di tristezza dopo la morte del suo promesso sposo. I due ragazzi sono infatuati dalla sua bellezza e trovano il coraggio di avvicinarla: comincia un legame particolare, leggero, un triangolo dove ci si prende cura l’uno dell’altro (per un attimo fa pensare a “Jules e Jim”), e dove il sole della Puglia diventa gentile, caldo testimone di una vera amicizia.

Nella sua opera prima Mezzapesa mette pienamente in mostra le potenzialità del suo talento, un regista capace di raccontare la Puglia (ma è una storia che si potrebbe svolgere ovunque) e la vita quotidiana di un gruppo di ragazzi come riescono in pochi. E in questo paese di spose infelici ci lasciamo facilmente trascinare dalla curiosità del giovane Veleno nella scoperta di questo gruppo di nuovi amici, guidati dal talento calcistico di Zazà: come nell’infanzia di tutti noi, le giornate scorrono tra partite di calcio, mare e un po’ di noia, in quegli anni 90 di transizione, quando la mancanza di Internet e cellulari veniva compensata da rapporti veri, sguardi negli occhi, incontri reali. Annalisa, che “sembra una Madonna”, sarà la chiave per scavare nuove emozioni nella loro quotidianità. Ironico, fresco, vero: Mezzapesa si propone come sorpresa del Festival e soprattutto come talento emergente del cinema italiano. Ne avevamo decisamente bisogno e, statene certi, ne sentiremo parlare parecchio.

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Recensione “Futebol (Episodio 1)” (1998)

L’altra faccia del Festival del Cinema di Roma è rappresentata dalla sezione “Occhio sul mondo”, una retrospettiva di film brasiliani capaci di raccontare tutti gli aspetti del Paese sudamericano, grazie ad una serie di film che spaziano dalla cucina alla delinquenza, dalla religione allo sport, dall’arte alla musica. “Futebol” è un documentario diviso in tre episodi realizzato nel 1998, dove il primo frammento racchiude senza dubbio l’essenza dell’intera opera. Quello di Salles non è solo il racconto del sogno di migliaia di adolescenti brasiliani, ovvero quello di diventare calciatori, è soprattutto una sentita dichiarazione d’amore all’oggetto più amato al mondo: il pallone da calcio.

Il primo episodio segue anno dopo anno il sogno del quindicenne Fabricio e di alcuni suoi coetanei di diventare calciatori professionisti. Il ragazzo, proveniente dalla povertà delle favelas, dedica la sua vita al calcio: la macchina da prese segue senza essere mai invadente ogni suo passo sul terreno di gioco, dai polverosi marciapiedi del suo quartiere ai campetti di terra, fino al giorno del provino con il Flamengo, la squadra dei sogni di ogni adolescente brasiliano. Fabricio supera le prime selezioni grazie all’enorme talento di cui è dotato il suo piede sinistro, oltre ad un’innata bravura nel leggere le situazioni di gioco, fino a quando viene respinto nel provino decisivo per entrare nella selezione giovanile (provino in cui nessuno dei ragazzi in prova viene scelto, a causa di una partita contro una selezione di ragazzi già scelti e soprattutto più grandi, che non danno scampo all’undici improvvisato in cui gioca Fabricio). Il ragazzo non demorde e tenta un provino nel Botafogo, fin quando non riesce ad essere accolto nelle file del Sao Cristovao, la squadra che ha lanciato il grande Ronaldo. Fabricio riesce ad ottenere visibilità e soprattutto un contratto da professionista, che gli permette di coronare il suo sogno.

Non è mai facile raccontare un sogno, un desiderio, sul grande schermo, poiché un sogno per definizione è qualcosa di irreale, difficilmente descrivibile, faticoso da raggiungere. Intervallato da dichiarazioni di grandi fuoriclasse brasiliani del passato, che raccontano il modo in cui si sono avvicinati al calcio (uno di essi racconta che non lo facevano mai giocare fin quando rubò i soldi e si comprò una palla, “perché chi ha la palla gioca sempre”), il documentario di Salles si allontana dalla cornice drammatica della povertà delle favelas (che non viene toccata assolutamente) per raccontare semplicemente la grande passione che i ragazzi brasiliani nutrono per il loro sport nazionale, la loro religione, il loro grande amore: “se la palla fosse una donna, sarebbe quella che ho amato di più”.