Cannes 2014: i film che potrebbero essere al Festival

Il 17 aprile sapremo finalmente i titoli dei film che vedremo quest’anno alla 67° edizione del Festival di Cannes, che avrà luogo dal 14 al 25 maggio. Unica notizia certa riguarda il film d’apertura, ovvero “Grace di Monaco” di Olivier Dahan. Molti altri film stanno ultimando il montaggio e potrebbero essere tra i papabili in lista per il Festival: andiamo a vedere una selezione di titoli piuttosto interessanti, probabilmente non tutti saranno presenti sulla Croisette, ma di questo saremo certi soltanto il 17 aprile…

Big Eyes: Il nuovo film di Tim Burton, che è stato presidente di giuria soltanto due anni fa. Un ritorno del regista ad una pellicola totalmente indipendente, sulla quale ha avuto il controllo completo.

Birdman: Tra i titoli più probabili a Cannes, il nuovo lavoro di Alejandro Gonzalez Inarritu, una commedia su un attore che tenta di ritrovare la gloria perduta a Broadway, dopo essersi tolto i panni di un supereroe per il cinema.

Clouds of Sils Maria: Olivier Assayas probabilmente tornerà a Cannes, dopo esser stato a Venezia due anni fa con “Qualcosa nell’aria”. La storia di un’attrice e della sua assistente isolate in un paesino della Svizzera. Con Juliette Binoche e Kristen Stewart.

Coming Home: Il nuovo film del cinese Zhang Yimou, pluricandidato agli Oscar. Con Christian Bale.

Eden: Ultima fatica di Mia Hansen-Love, bravissima regista che aveva riscosso applausi (proprio a Cannes) con il drammatico “Il padre dei miei figli”. Questo film, con la grandiosa Greta Gerwig, segue la storia di un celebre dj francese degli anni 90.

Everything will be fine: Wim Wenders torna dopo “Pina”, ancora con il 3D. La storia di uno scrittore che perde il controllo dopo un incidente d’auto che ha provocato la morte di un ragazzo. Con James Franco.

Far from the madding crowd: Thomas Vinterberg potrebbe tornare a Cannes dopo il successo dello splendido “Il sospetto”, che proprio a Cannes vinse il premio per il miglior attore (a Mads Mikkelsen).

How to catch a monster: Vedremo a Cannes il primo film da regista di Ryan Gosling? C’è chi scommette di sì. Un fantasy incentrato su una madre single catapultata in un misterioso mondo sotterraneo.

Inherent Vice: Se riuscirà a terminare in tempo il montaggio, che va avanti dallo scorso autunno, il nuovo film di Paul Thomas Anderson sarà sicuramente sulla Croisette. Il cast è pazzesco, il film promette di essere uno dei migliori della stagione. Incrociamo le dita.

Jimmy’s Hall: Ken Loach è uno degli aficionados di Cannes, e anche quest’anno dovrebbe essere tra i film della selezione ufficiale.

Knights of Cup: Terrence Malick sta ultimando il montaggio di ben due film. Questo è quello che più probabilmente, se i termini saranno rispettati, riusciremo a vedere al Festival. La trama? Beato chi riesce a scoprirlo.

Magic in the moonlight: Il ritorno di Woody Allen in Francia dopo il successo di “Midnight in Paris”. Difficilmente sarà al Festival, ma il fatto che si svolga in Francia fa ben sperare in una presentazione a Cannes. Nel cast presenti Emma Stone e Colin Firth.

Maps to the stars: Quasi certa la presenza di quest’ultimo film di David Cronenberg al Festival. Si rinnova la collaborazione tra il regista e Robert Pattinson dopo “Cosmopolis”.

Nymphomaniac volume 2: La prima parte è stata presentata a Berlino, e anche se Von Trier è stato dichiarato “persona non grata” per le sale del Festival, è innegabile il fascino di un ritorno del regista danese sulla croisette, dove ha partecipato numerose volte in passato (e vinto con “Dancer in the dark”). Vedremo.

Two days, one night: I fratelli Dardenne a Cannes sono ormai di casa, avendo vinto la Palma d’Oro per ben due volte. Non sarebbe una grande sorpresa se il loro ultimo film, con Marion Cotillard, fosse presente nella selezione ufficiale.

Welcome to New York: Biopic di Abel Ferrara su Dominique Strauss-Kahn, economista francese ed ex capo del fondo monetario internazionale.

Winter Sleep: Il turco Nuri Bilge Ceylan già ha vinto a Cannes il gran premio della giuria per “C’era una volta in Anatolia”. Il regista turco, celebre per la meravigliosa fotografia delle sue pellicole, ha ottime possibilità di tornare al Festival.

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Recensione “La gabbia dorata” (“La jaula de oro”, 2013)

Il primo lungometraggio di Diego Quemada-Diez è un’odissea amara e indimenticabile, in cui il mito della frontiera e del sogno americano rivivono in chiave latinoamericana. Il regista iberico si è avvicinato al cinema nel 1995, come assistente di Ken Loach, che gli ha senza dubbio insegnato la lezione principale del suo modo di fare cinema: restare sempre ancorati alla realtà, magari con attori non professionisti, girare in luoghi reali sfruttando la luce naturale e con la macchina da presa perennemente in spalla. È una regia silenziosa, che lascia grande spazio a ciò che succede intorno ai suoi protagonisti e alle loro sensazioni. Ciò che ne esce fuori è un film vero, autentico, reale e leale, che non vuole strizzare l’occhio allo spettatore, ma che semplicemente cerca di renderlo partecipe di un viaggio, di un desiderio, di un sogno.

Juan e Sara, ragazzi dei quartieri poveri del Guatemala, si imbarcano in un viaggio impossibile verso gli Stati Uniti, alla ricerca di miglior fortuna. Durante il cammino incontrano Chauk, un giovane indio dal cuore grande, che però non parla spagnolo. I tre condividono il lungo viaggio e le paure, i vaghi attimi di gioia, le grandi difficoltà e i treni da rincorrere.

Si imparano tante cose lungo il cammino, un viaggio fisico e mentale dove tutti si preoccupano delle stesse cose, dove tutti imparano a condividere e a capire che la più grande risorsa che abbiamo a disposizione sono gli esseri umani. In quanto tali, nessuno è clandestino. Il film è bellissimo proprio per questo, perché racconta tutto ciò senza apparire mai furbo, mette al centro della scena l’essere umano con le sue sfumature e le sue contraddizioni. Racconta l’emigrazione come se fosse una legge di natura, quella frontiera una volta sinonimo di conquista, ora intesa come terra di sogni e di speranza. Inseguendo un treno, quel treno che porta anime perse in cerca di un futuro.

pubblicato su Cinema Invisibile

Capitolo 202

Ormai finita la primavera più anonima e atipica delle nostre vite (da cinefili o no), arriva l’estate con le sue ondate di caldo accompagnate da nomi assurdi. Per noi che viviamo di cinema e di film, è la settimana di Cannes a Roma, ovvero di alcuni dei migliori film del Festival più bello del mondo proiettati nelle sale romane. Quando arriva il caldo il cinema è la soluzione migliore: due ore di aria condizionata, davanti a una bella storia (quando ci va bene, questo sì), se siamo fortunati addirittura in buona compagnia. Quindi anche se dopodomani comincia l’estate, voi non smettete di andare al cinema. Qualunque sia il clima, ne varrà sempre la pena.

Febbre a 90° (1997): Rivedere uno dei film più epici della tua adolescenza il giorno dopo aver perso una delle partite più importanti della tua vita, in compagnia delle persone che ti hanno sopportato prima e soprattutto dopo il derby, ha decisamente un sapore speciale. Dalla serie “come esorcizzare i propri demoni”, rivedere questo film in un’occasione così speciale è stata una straordinaria seduta di psicanalisi. Consigliato ai tifosi accaniti e alle persone che subiscono la loro sana e meravigliosa passione per il calcio, quello vero, quello romantico. Perché noi non supereremo mai questa fase..!

Holy Motors (2012): Film straordinario, un’opera magnifica e pazzesca, destinata ad essere studiata, compresa, ricordata e inevitabilmente imitata. In un mondo sempre più effimero e virtuale, povero di reali esperienze vissute, inseguire la bellezza del gesto può rivelarsi la più importante delle occupazioni. Purtroppo o per fortuna è un film che non ameranno tutti, ma se non lo amerete sarà soltanto colpa vostra. Film indimenticabile, tra i migliori dell’anno.

Ascensore per il patibolo (1957): Film di Louis Malle, un’occasione per vedere un bel noir e soprattutto per ammirare Jeanne Moreau qualche anno prima di diventare immortale con “Jules e Jim”. Un uomo uccide il marito della sua amante, nonché il suo capo, ma durante la fuga resta intrappolato dentro l’ascensore dell’ufficio. Sarà una lunga notte di passione, delitti, paure. Jeanne Moreau che cammina di notte per le strade di Parigi, piangendo sotto la pioggia, è una delle immagini cinematografiche più belle e struggenti che abbia mai visto. Gran bel film, un’altra perla del cinema francese.

Nebraska (2013): Solo perché si chiama come un album di Springsteen si potrebbe parlare di capolavoro. In realtà chi segue queste pagine da un po’ di tempo (quindi pochi immagino!) è a conoscenza del mio amore smisurato per il cinema di Alexander Payne. Il road movie è forse uno dei generi cinematografici che prediligo, e Payne è probabilmente il maestro di questo genere: pochi sanno raccontare una storia con la stessa tragica ironia, con la stessa dolce malinconia, con un’umanità tipica dei grandi (penso ai Coen, a Jarmusch). In Italia uscirà il prossimo febbraio, non a caso prima degli Oscar, e io non vedo l’ora di rivederlo. Mentre fa ridere, emoziona.

Point Break (1991): Ci sono alcuni film che spesso uno si vergogna a dire che non li ha mai visti, e quindi magari dice cose tipo “sì l’ho visto tanti anni fa, non me lo ricordo più”, oppure “sì l’ho visto a pezzi, lo dovrei rivedere”. Questo della Bigelow è uno di questi film. Ora che l’ho visto posso anche dire che non l’avevo mai visto, e ora ho finalmente capito perché Aldo, Giovanni e Giacomo in “Tre uomini e una gamba” cercando di recuperare la gamba facendo la rapina con addosso le maschere di ex Presidenti della Repubblica… Scherzi a parte, film intenso, un classicone pieno di azione, sentimento, atmosfere suggestive, alla ricerca dell’onda perfetta. Bello, e quanta voglia di andare al mare!

The bay (2012): Mockumentary diretto nientepopodimenoche dal premio Oscar Barry Levinson, che stavolta cambia totalmente genere e tematiche concentrandosi su dei parassiti carnivori cresciuti in una baia del Maryland a causa di escrementi di pollo gettati in acqua dalle industrie del posto. Dietro ad un horror discreto ma in fin dei conti non eccezionale, si nasconde una denuncia sociale mirata, raccontata con la tecnologia degli anni 2000, da Skype alle telecamere di sicurezza. Onesto, fa il suo dovere, disgusta anche un po’, ma alla fine non sarà ricordato a lungo.

Like father, like son (2013): Vincitore del premio della giuria a Cannes, porta con sé tutti i pregi e tutti i difetti del cinema giapponese e in un certo senso di gran parte del cinema orientale. È senza dubbio un film valido, validissimo anzi, curato perfettamente nelle immagini e in ogni dettaglio, ma che sembra durare un’ora in più di quanto in realtà duri. Dopo un’oretta piuttosto appassionante il film cala di ritmo, e pur mantenendo alto l’interesse dato da una storia senza dubbio intensa, ad un certo punto si comincia a guardare l’orologio. Un film da cinefili.

Jeune et jolie (2013): François Ozon è uno dei registi più produttivi dei nostri tempi, penso abbia la non comune abilità di realizzare un bel film ogni anno, ma di non riuscire mai a realizzare un capolavoro. La sua media realizzativa è altissima, i suoi film sempre interessanti, ma mai indimenticabili. Questo non fa eccezione, per quanto mi sia molto piaciuto. E poi Marine Vacht, l’ultimo dei miei grandi amori cinematografici…

L’esorciccio (1975): Un applauso a chi ha pensato di programmare su Italia1 il film di Ciccio Ingrassia subito dopo aver trasmesso l’immenso “L’esorcista” di Friedkin! Questa è una delle parodie più stupide e geniali mai concepite dal nostro cinema, con il sindaco Lino Banfi totalmente sopra le righe e un Ciccio Ingrassia consegnato all’eternità. Da manuale della comicità la scena dell’esorcismo in camera da letto, in cui l’Esorciccio cerca di scacciare il maligno usando aglio, olio e peperoncino, e soprattutto il libretto rosso di Mao. E poi il gran finale con “Sciamunin Rock” cantata da Banfi. Indimenticabile.

Recensione “Il grande Gatsby” (“The great Gatsby”, 2013)

“È inevitabilmente sconfortante guardare attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale”: dalle parole di Nick Carraway, emerse dalle righe del magnifico libro di Francis Scott Fitzgerald, si può già capire perché il film di Baz Luhrmann non è il capolavoro che tutti aspettavano. Dover fare i conti con un libro che tutti abbiamo letto e amato (e se non lo avete ancora fatto mi domando cosa stiate aspettando), al quale “abbiamo già applicato la nostra visuale”, crea inevitabilmente un più o meno lieve senso di delusione nello spettatore. Ma se da un lato l’impresa ambiziosa di Luhrmann può sembrare un’occasione sprecata, dall’altro la potenza della storia è talmente forte da riuscire comunque a rendere il film uno spettacolo da ammirare. Luhrmann applica il suo stile sfarzesco alle feste di casa Gatsby, ad una New York piena di soldi, jazz e apparenze, in cui è l’ombra di un’illusione (che talvolta si può confondere con il sogno) la forza motrice dei suoi personaggi.

Nick Carraway, un giovane conformista e puritano del Midwest, si trasferisce a Long Island per cercare fortuna a Wall Street. Qui resta affascinato dallo stile di vita del suo vicino di casa, il misterioso signor Gatsby, di cui tutti parlano molto ma di cui nessuno conosce il passato. Dopo aver stretto una sincera ed ammirata amicizia con lui, Nick si ritrova ad essere testimone e tesoriere delle sue verità, dei suoi segreti, dei suoi sogni, del suo grande amore per Daisy. Luhrmann dà il meglio di sé nelle scene di festa, ricreando il suo Moulin Rouge in versione stellestrisce, mostrando “entusiastici incontri tra gente che non si conosceva neanche di nome”, ma lascia tutto in superficie, senza entrare mai davvero nella profondità dei suoi magnifici personaggi, oltre a bruciare malamente una delle sequenze più toccanti e commoventi del libro, e questo è forse il peccato più grande del film (oltre all’inutilità del 3D). L’ultima fatica di Luhrmann merita comunque la visione, anche solo per la sua capacità del regista di riarrangiare a modo suo la caleidoscopica New York di quegli anni ruggenti.

Di Caprio è l’attore ideale per un personaggio così pieno di contraddizioni e al tempo stesso così rassicurante, sembrerebbe quasi che lo scrittore abbia creato Gatsby pensando a lui. Il Gatsby di Fitzgerald è un eroe romantico, che è solo anche quando è circondato da migliaia di persone. È il sogno americano che si attorciglia su se stesso, che cede all’illusione di una luce verde. In fondo tutti probabilmente abbiamo avuto qualcosa là in fondo che ci sembrava di poter toccare con mano e che poi abbiamo perso: “Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. C’è sfuggito allora, ma non importa: domani andremo più in fretta, allungheremo di più le braccia… E una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

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Cannes 2013: Il programma ufficiale del Festival, Sorrentino in concorso

A meno di un mese dall’inizio della kermesse francese, la più agognata e importante del cinema mondiale, è stato annunciato questa mattina il programma ufficiale della manifestazione. Tra i film in concorso confermata la presenza italiana di Paolo Sorrentino con “La grande bellezza” e, un po’ a sorpresa, quella di Valeria Bruni Tedeschi con “Un chateau en Italie”, che dovranno fare i conti con una sfilza di pellicole e nomi da mettere i brividi. C’è di tutto un po’, dal grande Alexander Payne con “Nebraska” ai fratelli Coen con “Inside Llewin Davis”, dall’atteso “Only God Forgives” di Nicolas Winding Refn a “La venus a la fourrure” di Roman Polansky, per non parlare di Soderbergh, Ozon, Miike, Kechiche, Gray, Farhadi e tutti gli altri. Ad aprire il Festival, come annunciato da tempo, “Il grande Gatsby” di Baz Luhrmann (fuori concorso), con Leonardo Di Caprio. Il presidente di giuria quest’anno è Steven Spielberg.

Concorso
Only God Forgives di Nicolas Winding Refn
Borgman di Alex van der Warmerdam
La grande bellezza di Paolo Sorrentino
Behind the Candelabra di Steven Soderbergh
La Venus a la fourrure di Roman Polanski
Nebraska di Alexander Payne
Jeune et jolie di Francois Ozon
Wara No Tate di Takashi Miike
La vie d’Adele di Abdellatif Kechiche
Soshite Chichi Ni Naru di Kore-Eda Hirokazu
Tian Zhu Ding di Jia Zhangke
Grisgris di Mahamat-Saleh Haroun
The Immigrant di James Grey
Le Passe di Asghar Farhadi
Heli di Amat Esclalande
Jimmy P. di Arnaud Desplechin
Michael Kohlhaas di Arnaud Despallieres
Inside Llewin Davis di Joel e Ethan Coen
Un chateau en Italie di Valeria Bruni-Tedeschi

Fuori Concorso
The Great Gatsby di Baz Luhrmann
All Is Lost di J.C.Chandor
Blood Ties di Guillaume Canet

Un Certain Regard
The Bling Ring di Sofia Coppola
Grand Central di Rebecca Zlotowski
Sarah préfère la course di Chloé Robichaud
Anonymous di Mohammad Rasoulof
La jaula de oro di Diego Quemada-Diaz
L’image manquante di Rithy Pahn
Bends di Flora Lau
L’inconnu du lac di Alain Guiraudie
Miele di Valeria Golino
As I Lay Dying di James Franco
Norte, Hangganan Ng Kasaysayan di Lav Diaz
Les Salauds di Claire Denis
Fruitvale Station di Ryan Coogler
Death March di Adolfo Alix Jr.
Omar di Hany Abu-Assad

Cannes 2013: ecco il manifesto

In attesa di sapere quali saranno i film in concorso al prossimo Festival di Cannes, in programma dal 15 al 26 maggio, è stato presentato il bellissimo poster ufficiale della manifestazione. Nel manifesto presenti Paul Newman e Joanne Woodward.

Capitolo 188

Eccoci di nuovo qui dopo le fatiche del Festival di Roma, con i suoi 30 film visti in 10 giorni e la ricerca difficoltosa di una pellicola davvero memorabile. In questo capitolo dobbiamo recuperare qualche film visto prima del Festival e qualcun altro visto nei giorni scorsi: ci sono ben due pellicole con Parigi nel titolo, un concerto ascoltato in sala cinematografica, gli interpreti vincitori di Cannes e qualcos’altro che vi lascio leggere.

Parigi (2008): Cédric Klapisch, già regista del cult “L’appartamento spagnolo”, ha il potere di saper raccontare l’anima di una città come pochi altri, senza mai cadere nel cliché o nel già visto. Già la Barcellona del film sopracitato mostrava una città che forse non avevamo mai conosciuto, e così è la Parigi del titolo: vera, assolutamente onesta, e guardare il film è come vivere nella sua quotidianità. La prima volta che avevo visto questo film, al cinema, non ero ancora mai stato a Parigi, e non avevo amato troppo la pellicola, perché mi mostrava una città che non mi aspettavo. Ora che Parigi è come una seconda casa, vedere questo film ha tutto un altro sapore. Bellissimo.

Indiana Jones e l’ultima crociata (1989): Il piacere di vedere Indiana Jones in televisione fa tornare bambini, quando non avevamo dvd o videoregistratori, e per vedere un film di Spielberg dovevamo aspettare il passaggio televisivo. E poi andavamo a scuola, a ripetere le battute del film a memoria, cercando di dare nuova vita ai dialoghi (mi viene in mente un mio compagno di classe, che quando veniva “aizzato” cominciava a citare pezzi del film a ripetizione). Ma erano altri tempi. Che film, ragazzi, che film.

Oltre le colline (2012): Migliori interpreti femminili a Cannes, il film di Mungiu (già vincitore sulla croisette) è un’opera di grande potenza, che meritava la Palma d’Oro molto più del tanto osannato “Amour” di Haneke (che accanto a questo dovrebbe essere decisamente ridimensionato). Le colline della Romania, un monastero chiuso come le menti di chi lo vive, la visita di una ragazza, improvviso elemento di disturbo, frettolosamente bollato come il demonio. Grande film, e che finale.

E se vivessimo tutti insieme? (2011): Commedia francese su un gruppo di amici attempati che decidono di passare la vecchiaia nella stessa casa, per prendersi ognuno cura dell’altro. Antichi amori, amicizie, un po’ di goliardia, voglia di stare insieme. Buon cast, film simpatico, ma non abbastanza da correre al cinema. Ad ogni modo piacevole.

Hungarian Rhapsody (2012): Beh, alla notizia che avrebbero proiettato nei cinema un concerto ungherese dei Queen del 1986 sono subito esploso di entusiasmo, pensando a quale esperienza straordinaria potesse essere. La prima fregatura l’ho avuta alla cassa, dove ho dovuto sborsare ben 12 euro di biglietto. 12 euro per un concerto di quasi trent’anni fa, con la stessa scaletta, le stesse canzoni e quasi le stesse immagini del Live at Wembley (dello stesso anno), che ogni buon fan ha già imparato a menadito sul dvd (o su youtube). 12 euro. Mi viene quasi da piangere. Ad ogni modo, almeno, il concerto era meraviglioso: peccato lo conoscessi praticamente a memoria.

Paris-Manhattan (2012): Una farmacista francese, single e sognatrice, è innamorata dei film di Woody Allen, e la sera ha dialoghi continui con il poster del regista (sulla falsariga di “Provaci ancora, Sam”, dove Woody dialogava con il fantasma di Humphrey Bogart in “Casablanca”). Il film cerca un po’ troppo di imitare lo stile di Allen, perdendosi qua e là, soprattutto in alcuni spunti interessanti (come la terapia farmaceutica a base di dvd piuttosto che medicine). Notevole la sorpresa finale, da lasciare a bocca aperta. Commedia romantica carina ma non troppo, simpatica, ma non riesce ad andare oltre un soggetto affascinante (con un buco di sceneggiatura piuttosto incomprensibile).

Il sospetto (2012): Il film di Vinterberg vanta dalla sua il miglior attore all’ultimo festival di Cannes e soprattutto una storia potentissima. L’idea che il pensiero è un virus è una teoria affascinante e spaventosa, che in questo film scatena l’odio di una comunità contro un maestro d’asilo, ingiustamente accusato di molestie sessuali. Un film che inchioda alla poltroncina, in cui subiamo l’ingiustizia così come la subisce il protagonista, e che ci lascia al ritorno a casa con una sensazione di irrequietezza che pensavamo avessimo lasciato in sala. Bellissimo, nella mia Top 10 dei migliori film del 2012.

Argo (2012): Ben Affleck è un regista coi fiocchi, i precedenti “Gone Baby Gone” e “The Town” erano davvero uno meglio dell’altro, e con questo terzo film si conferma all’altezza. Tre coincidenze fanno una prova, e Affleck ha trovato definitivamente la sua strada. Qui lo dico e qui lo nego: può diventare il nuovo Clint Eastwood. Il suo “Argo” racconta la vera storia sulla liberazione di sei diplomatici statunitensi nascosti in Iran dopo l’assalto all’ambasciata nel 1980: per riuscirci la CIA mise in piedi la finta produzione di un film di fantascienza. Bellissimo.

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Recensione “Amour” (2012)

Dopo la vittoria a Cannes con il magnifico “Il nastro bianco”, Michael Haneke bissa con “Amour”, molto sottotono rispetto al film precedente, ma poggiato interamente sulle spalle di due mostri sacri, capaci di un’interpretazione fuori dell’ordinario: Jean-Luis Trintignant ed Emmanuelle Riva. Chi si accontenta di loro due, godrà, anche perché il film in sé è certamente un lavoro di buona fattura, ma troppo prevedibile, dall’incedere inevitabile, e alla lunga risulta tedioso. Certo, il titolo dice tutto: ciò che Haneke vuole raccontare è innanzitutto una storia d’amore, ma gli splendidi sentimenti di questa coppia di anziani non bastano ad evitare qualche sbadiglio.

Georges e Anne sono due anziani professori di musica ormai da tempo in pensione. Loro figlia, Eva, è anch’essa musicista, ma vive in Inghilterra con la famiglia e non sempre riesce a passare del tempo con i genitori. Un giorno Anne resta vittima di un incidente e il rapporto della coppia cambia inevitabilmente, con Georges costretto ad una durissima prova d’amore per proteggere e curare Anne.

Pensare che questo film è dello stesso regista di “Niente da nascondere”, “Funny Games” o il già citato “Il nastro bianco” è sorprendente: sottolinea l’incredibile versatilità di Haneke e la sua sensibilità nei confronti di opere dalle sfaccettature più disparate, ma in questo caso siamo rimasti delusi. Non bastano due attori meravigliosi, accompagnati da una perfetta Isabelle Huppert (la figlia Eva). Più che provare amore ed emozionarsi per il grande sentimento del protagonista, si prova pena, pietà, oltre ad un quantitativo decisamente elevato di noia. Due ore che scorrono a fatica, in attesa di un finale inevitabile, peraltro già anticipato dalla scena d’apertura.

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Capitolo 183

L’autunno è la mia stagione preferita, su questo non ci sono dubbi. Ad alimentare il fascino per questa magnifica malinconia di fine estate c’è anche l’arrivo al cinema di tanti nuovi film, tanta carne per lo scoppiettante fuoco di questa rubrica, che con questo capitolo (numero 183!) inaugura la sua quinta stagione insieme a voi. Questa volta abbiamo qualche film arrivato direttamente dal Festival di Venezia: occhio perché in questa lista si cela un capolavoro.

Eva (2011): Che sorpresa questo film spagnolo di Kike Maillo. Fantascienza d’autore, con lontani echi di “A.I.” (ma per fortuna meno buonista), citazioni kubrickiane (il labiale rivelatore è un chiaro omaggio a “2001”) e antichi sentimenti che danzano sulle note di “Space Oddity” di Bowie, il lento più originale mai ballato sul grande schermo. Un futuro che in qualche modo ci somiglia, ci sembra familiare, e forse è per questo che le sensazioni che suscita sono così reali. Una delle sorprese più belle della stagione cinematografica.

Bella addormentata (2012): C’era tanta attesa per il film di Marco Bellocchio, un regista che personalmente stimo, o forse stimavo, prima delle sciocche polemiche post-Venezia. Il suo ultimo film fa entrare talmente tanto nell’atmosfera del titolo che per poco non ci si addormenta davvero. Una serie di personaggi e scene differenti si muovono sullo sfondo della vicenda di Eluana Englaro. Film noioso, senza ritmo, senza pathos, con alcune scene forzatissime. Delusione veneziana.

È stato il figlio (2012): Il film di Ciprì è un vero gioiello, capace di raccontare drammi e tragedie con un’ironia di fondo piena di quei colori e di quella vitalità che forse solo il Sud Italia, e in particolare la Sicilia, riesce ad esprimere. La storia di “uno che, per un graffio alla macchina, ammazzò suo padre”, come recita l’incipit della pellicola: una storia così folle, drammatica, ironica, si può raccontare solo in Italia. È in film come questo, in cui il nostro Paese viene raccontato con gli ingredienti di cui sopra, che il cinema italiano riesce a trovare vitalità, originalità, carattere.

La cinquième saison (2012): Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti: mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di uno dei personaggi (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

Apres-mai (2012): Venezia a Roma. Il film di Assayas comincia in modo piuttosto banale, cercando di riprendere le atmosfere del 68 francese. Purtroppo la proiezione del cinema Greenwich ha subito numerose interruzioni per un problema alla macchina dei sottotitoli, motivo per cui ogni tentativo di gustarsi la pellicola è caduto come la pioggia che imperversava fuori dalla sala. Dopo mezzora di film, interrotto due volte, ho abbandonato la sala e ripreso i soldi del biglietto. Anche se penalizzato dalla situazione, il film non mi è sembrato un granché, per quello che ho visto.

Sogni d’oro (1981): Film di Nanni Moretti, che sono stato praticamente costretto a vedere da un amico: “non puoi non averlo mai visto! Tieni, guardalo!”, mi ha detto, passandomi il suo hard disk esterno. Un regista intellettuale cerca di riaffermare la propria visione di cinema in una società qualunquista, in cui Moretti mostra un’Italia quasi surreale, fatta di isterie e complessi. Alcune scene sono diventate un cult, dal tormentone sulla casalinga di Treviso, il bracciante lucano e il pastore abruzzese, all’indimenticabile arringa su chi parla di cinema senza conoscerlo: “Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!”. Dulcis in fundo, c’è Remo Remotti che intepreta Freud (!!!).

Woody (2012): Documentario dedicato alla carriera di Woody Allen, presentato a maggio al Festival di Cannes. Come si fa a raccontare un genio? Lasciando a lui stesso il compito di raccontarsi, attraverso una bella intervista e le immagini tratte dai suoi film e dalle sue comparsate televisive. Si ride, quasi ci si commuove nel sentire Allen raccontare la semplicità con la quale ha regalato al mondo le più belle commedie romantiche della storia del cinema, come “Annie Hall” e “Manhattan”. Quasi due ore di morbide risate e l’atmosfera sempre piacevole di passare un po’ di tempo con un vecchio amico al quale si vuole davvero un gran bene. Correte al cinema a vederlo.

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Capitolo 178

E anche quest’anno è passato da Roma un po’ di festival di Cannes, quanto basta per farci respirare un po’ d’aria della Croisette, resa ancora più credibile da un inaspettato incontro in sala con Nanni Moretti (presidente della Giuria), seduto a poche poltroncine di distanza da me. Visti i risultati della nazionale all’europeo, forse è meglio consolarsi con un bel film.

Marley (2012): Presentato a febbraio a Berlino, arriva in Italia (solo per un giorno, il 26 giugno) il riuscitissimo documentario di Kevin MacDonald dedicato a Bob Marley. Più che un cantante, un guru, più che un artista, un ambasciatore di pace e speranza. Le immagini alternano riprese d’archivio con le interviste alle persone più vicine al cantante, ripercorrendo l’intera vita, dagli esordi in Giamaica fino alla morte causata da un cancro. Un’occasione splendida per (ri)scoprire le radici del reggae e del suo uomo simbolo (e occhi aperti sui titoli di coda, meravigliosi).

Camille redouble (2012): Cannes a Roma. Ero uscito per vedere “Amour” di Haneke, ma i biglietti erano esauriti, così ho ripiegato su questo film francese non in concorso. Sul volantino c’era scritto “con Mathieu Amalric e Jean-Pierre Leaud” (l’Antoine Doinel di Truffaut) e mi sono caricato aspettandomi un grande film: in realtà la loro presenza dura più o meno cinque minuti, e non a caso sono le scene migliori dell’intera pellicola. Noioso, senza grandi spunti, come sia arrivato a Cannes è un mistero.

Tous les soleils (2011): Film francese girato a Strasburgo, proprio nella città alsaziana ho comprato il dvd un mesetto fa, spinto dai commenti positivi di una mia amica e dalla presenza di Stefano Accorsi e Neri Marcorè tra i protagonisti. Il primo è un professore vedovo alle prese con la crescita della figlia adolescente, il secondo è suo fratello (“rifugiato politico” in Francia), che non intende uscire di casa finché non sarà caduta la dittatura di Berlusconi. Si ride, ci si diverte, Neri Marcorè è una vera sorpresa e il film sembra una bella commedia italiana pur essendo un film francese. Sarà per questo che è molto più riuscito rispetto alle nostre commedie? Purtroppo non è stato distribuito in Italia, un vero peccato.

La versione di Barney (2010): Altro dvd, stavolta di un film che in Italia è uscito eccome, e che ho amato moltissimo (andai a vederlo addirittura due volte). Lo straordinario Paul Giamatti rende giustizia al meraviglioso Barney Panofsky del romanzo di Mordecai Richler (da leggere!), e la storia di questo burbero dal cuore d’oro emoziona dal primo minuto fino ai titoli di coda. E poi la colonna sonora con le canzoni di Leonard Cohen, tra gli altri. Grande film, tra i migliori della scorsa annata.

De rouille et d’os (2012): Ancora Cannes a Roma, ancora un film francese (lo sapete, è la mia debolezza). Jacques Audiard dopo il magnifico “Un profeta” conferma con questa pellicola di essere un maestro di cinema, un regista che sa come legare una storia alle emozioni. Marion Cotillard, rimasta senza gambe in seguito ad un incidente marino, stringe un’amicizia particolare con un buttafuori, lottatore di strada, e padre di un bambino che conosce appena. Un gran bel film, non a caso tra i favoriti per la Palma (e a questo punto sono molto curioso di vedere il film di Haneke).

Moonrise Kingdom (2012): Amo i film di Wes Anderson, li ho visti tutti, e li rivedrei ogni giorno, ininterrottamente. Anche stavolta il regista statunitense propone un meraviglioso circo di tinte unite e buffe trovate, mettendoci in pace con il mondo. Una fuga d’amore in piena regola, dove lontani echi truffautiani risuonano nella soffice ingenuità dei suoi protagonisti e di un regista che sa affidare all’ironia e alla buffa tenerezza del vivere il cuore pulsante del proprio cinema. In Italia uscirà il 5 dicembre, cominciate a segnarvi la data.

pubblicato su Livecity