Recensione “Thunder Road” (2018)

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Un film destinato a diventare un cult: due anni fa mi capitò sotto gli occhi il cortometraggio di un certo Jim Cummings che aveva appena vinto il premio della giuria al Sundance (potete vederlo qui). Caso volle che il titolo di quel cortometraggio era lo stesso della mia canzone preferita e di quella che, a mio modesto parere,  è la più grande canzone mai scritta: “Thunder Road” di Bruce Springsteen (che ovviamente è il motivo attorno al quale si svolge la storia). Grazie ad una raccolta fondi su Kickstarter quel cortometraggio di 12 minuti oggi è un film di un’ora e mezza che sta riscuotendo premi e applausi in mezzo mondo: Jim Cummings scrive, dirige e interpreta un’opera prima di incredibile forza e commovente bellezza, trattando con ironia e sprazzi di talento temi piuttosto delicati come l’elaborazione del lutto e la difficoltà di essere padre.

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Recensione “Lucky” (2017)

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Il suono di un’armonica tra i cactus e la polvere del deserto. Il volto scavato di Harry Dean Stanton, alla sua ultima, emozionante, interpretazione. Il film d’esordio di John Carroll Lynch (celebre caratterista, forse lo ricorderete come il sospettato numero uno in “Zodiac” o come barbiere in “Gran Torino”) è un racconto country, una lezione di vita sotto il sole battente di un piccolo paesino del Sud degli Stati Uniti. Una storia che sembra uscita da una canzone di Johnny Cash, presente nel film con la bellissima “I see a darkness”, che sembra esprimere benissimo lo stato d’animo del protagonista (Well, you’re my friend / And can you see / Many times we’ve been out drinking / Many times we’ve shared our thoughts / But did you ever, ever notice / The kind of thoughts I got?).

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Recensione “La Stanza delle Meraviglie” (“Wonderstruck”, 2017)

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Sono molti anni ormai che mi ripeto che se mai nella vita dovessi girare un film, la frase introduttiva sarebbe una splendida citazione di Oscar Wilde: “We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars” (“Viviamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”). Ecco, Todd Haynes probabilmente ha sbirciato in uno dei miei taccuini perché tutta la parte iniziale di questo film si basa su questa citazione di Wilde. Subito dopo la frase iniziale troviamo “Space Oddity” di Bowie, una delle mie canzoni preferite, e la cosa ha cominciato a piacermi davvero tanto (oltre che a inquietarmi per le varie coincidenze). Todd Haynes racconta una sorta di favola moderna, in cui due ragazzini appartenenti a due epoche diverse condividono la stessa avventura e soprattutto lo stesso destino. La sua stanza delle meraviglie trasuda amore per il cinema (quello muto in particolare, in molte delle sue forme), per la magia del passato e per i tesori che incontriamo quotidianamente nella nostra vita.

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Recensione “Tito e gli alieni” (2018)

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Ogni tanto il cinema italiano tenta di osare un po’ di più, di prendere una strada un po’ più difficile per raccontare qualcosa di intimo, senza però perdere i tratti distintivi che contraddistinguono da sempre la nostra storia: ironia, leggerezza e un po’ di malinconia. La regista Paola Randi affronta il delicato tema dell’elaborazione del lutto in una chiave del tutto originale, immergendo i suoi personaggi nella desolazione del deserto del Nevada, a due passi dalla quasi mitologica Area 51, dove gli scienziati cercano segni di vita dallo spazio profondo. Vita e morte sono infatti le chiavi di lettura di questo film, a tratti ingenuo, con qualche difetto di fondo, ma con un cuore grande e un’aura favolistica che riesce a fare breccia anche nell’animo dello spettatore più esigente (con il contributo degli Eels e della bellissima “That Look You Give That Guy”).

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Recensione “Bande à Part” (1964)

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Era il 2010 quando una giovane versione di me stesso vagava per Parigi di notte in quella breve parentesi di pochi mesi in cui la mia vita apparteneva a quella città. In un cineclub vicino alla Sorbona, la Filmotheque du Quartier Latin, proiettavano “Bande à part”, film del 1964 di Jean Luc Godard, reso celebre dalla corsa al Louvre omaggiata dai sognatori di Bertolucci. Un’ora e mezza più tardi mi ritrovai a danzare sui marciapiedi parigini, colto da un’improvviso soffio di leggerezza: era stato il film a darmi quelle sensazioni. Tutto questo preambolo per annunciare una splendida notizia: “Bande à part”, finora inedito nelle sale italiane, arriva finalmente al cinema in versione restaurata grazie a Movies Inspired. Il 12 febbraio sarà l’occasione per conoscere Odile, Frantz e Arthur, per ballare insieme a loro, per correre tra le sale del Louvre e battere finalmente il record di quell’americano di San Francisco.

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Recensione “Chiamami col tuo nome” (“Call me by your name”, 2017)

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L’estate è quella stagione in cui succedono cose che volano fuori dall’ordinario. Chiaro, anche nelle altre stagioni possono accadere fatti eccezionali, ma quando succedono d’estate hanno sempre un sapore diverso, più speciale forse, soprattutto quando si è adolescenti. Tutti noi conserviamo nel cuore un’estate in qualche località fuori città, dove il tempo sembrava essere sospeso e dove magari ci siamo innamorati per la prima volta. O forse per la seconda volta, che importa. Se per me poteva essere un’estate degli anni ’90, con la colonna sonora composta da Oasis e Cranberries, per il giovane diciassettenne di questo film, Elio, è stata l’estate del 1983, quando la radio passava l’ultimo singolo di Franco Battiato. Molti, se non tutti, sono sopravvissuti ad un’estate così, e poco cambia se nel film l’orientamento sessuale può essere diverso dal nostro o se sono differenti le località, gli accenti, i cibi.

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Recensione “Ella & John” (“The Leisure Seeker”, 2017)

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“Scambierei tutti i miei domani per un singolo ieri” cantava Janis Joplin nell’indimenticabile “Me and Bobby McGee”, canzone portante del primo lavoro in lingua inglese di Paolo Virzì. Ed è un po’ quello che cercano di fare Helen Mirren e Donald Sutherland, la Ella e il John del titolo, tentando di allontanarsi  dagli inevitabili problemi della terza età per ritrovare la libertà e la leggerezza della loro gioventù. Non credo di esagerare nell’affermare che è appena diventato il mio film preferito del regista toscano, in quanto una sorta di summa del suo cinema: c’è ironia e leggerezza, vitalità, ma al tempo stesso dramma, nostalgia, malinconia. Soprattutto c’è amore, tantissimo amore.

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Recensione “Corpo e Anima” (“A teströl és a lélekröl”, 2017)

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Due solitudini si incontrano dentro un sogno, in uno dei film più surreali, originali e romantici degli ultimi mesi. Non è facile raccontare una pellicola così particolare, ricca di suggestioni, sussurri, desideri sopiti e di un rapporto sentimentale pieno di esitazioni, che si sfiora continuamente, così distante nella realtà quanto intimo nel sogno. L’ultimo Orso d’Oro del Festival di Berlino arriva dall’Ungheria, attraverso la sensibilità della regista Ildiko Enyedi, già vincitrice della Camera d’Or al Festival di Cannes nel lontano 1989.

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Recensione “Lady Bird” (2017)

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Come François Truffaut nel suo indimenticabile film d’esordio (“I 400 colpi”, 1959), anche Greta Gerwig, alla prima prova dietro la macchina da presa, pesca a piene mani dal suo passato, tornando nella natia Sacramento dove racconta la storia di una ragazza come tante con in testa sogni di cultura e libertà. Non a caso il film si svolge tra il 2002 e il 2003, durante l’anno scolastico in cui la regista, così come la sua protagonista, aveva 18 anni. Non c’è niente di nuovo in “Lady Bird” eppure la formula, nella sua perfetta linearità, funziona e ci fa innamorare di ogni fotogramma: chi di noi non ha mai avuto fretta di crescere? Chi non ha mai sognato di abbandonare il nido, la casa dove siamo cresciuti, per poi ogni tanto, tornare indietro con la testa ripensando a quante possibilità avevamo, quante altre scelte avremmo potuto fare? Sarà questo il potere del film di Greta Gerwig: avvolgerci di una nostalgia soffusa, di un “vorrei ma non posso” o ancor più esattamente di un “avrei potuto ma non ho voluto”, ci fa rimpiangere i tempi in cui si stava peggio, tra la vita nel quartiere, la casa e il liceo, perché eravamo giovani e pieni di sogni, ingenui nel nostro romanticismo e sicuri nella nostra consapevolezza di valere pur qualcosa.

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Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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