Recensione “Bande à Part” (1964)

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Era il 2010 quando una giovane versione di me stesso vagava per Parigi di notte in quella breve parentesi di pochi mesi in cui la mia vita apparteneva a quella città. In un cineclub vicino alla Sorbona, la Filmotheque du Quartier Latin, proiettavano “Bande à part”, film del 1964 di Jean Luc Godard, reso celebre dalla corsa al Louvre omaggiata dai sognatori di Bertolucci. Un’ora e mezza più tardi mi ritrovai a danzare sui marciapiedi parigini, colto da un’improvviso soffio di leggerezza: era stato il film a darmi quelle sensazioni. Tutto questo preambolo per annunciare una splendida notizia: “Bande à part”, finora inedito nelle sale italiane, arriva finalmente al cinema in versione restaurata grazie a Movies Inspired. Il 12 febbraio sarà l’occasione per conoscere Odile, Frantz e Arthur, per ballare insieme a loro, per correre tra le sale del Louvre e battere finalmente il record di quell’americano di San Francisco.

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Recensione “Chiamami col tuo nome” (“Call me by your name”, 2017)

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L’estate è quella stagione in cui succedono cose che volano fuori dall’ordinario. Chiaro, anche nelle altre stagioni possono accadere fatti eccezionali, ma quando succedono d’estate hanno sempre un sapore diverso, più speciale forse, soprattutto quando si è adolescenti. Tutti noi conserviamo nel cuore un’estate in qualche località fuori città, dove il tempo sembrava essere sospeso e dove magari ci siamo innamorati per la prima volta. O forse per la seconda volta, che importa. Se per me poteva essere un’estate degli anni ’90, con la colonna sonora composta da Oasis e Cranberries, per il giovane diciassettenne di questo film, Elio, è stata l’estate del 1983, quando la radio passava l’ultimo singolo di Franco Battiato. Molti, se non tutti, sono sopravvissuti ad un’estate così, e poco cambia se nel film l’orientamento sessuale può essere diverso dal nostro o se sono differenti le località, gli accenti, i cibi.

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Recensione “Ella & John” (“The Leisure Seeker”, 2017)

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“Scambierei tutti i miei domani per un singolo ieri” cantava Janis Joplin nell’indimenticabile “Me and Bobby McGee”, canzone portante del primo lavoro in lingua inglese di Paolo Virzì. Ed è un po’ quello che cercano di fare Helen Mirren e Donald Sutherland, la Ella e il John del titolo, tentando di allontanarsi  dagli inevitabili problemi della terza età per ritrovare la libertà e la leggerezza della loro gioventù. Non credo di esagerare nell’affermare che è appena diventato il mio film preferito del regista toscano, in quanto una sorta di summa del suo cinema: c’è ironia e leggerezza, vitalità, ma al tempo stesso dramma, nostalgia, malinconia. Soprattutto c’è amore, tantissimo amore.

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Recensione “Corpo e Anima” (“A teströl és a lélekröl”, 2017)

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Due solitudini si incontrano dentro un sogno, in uno dei film più surreali, originali e romantici degli ultimi mesi. Non è facile raccontare una pellicola così particolare, ricca di suggestioni, sussurri, desideri sopiti e di un rapporto sentimentale pieno di esitazioni, che si sfiora continuamente, così distante nella realtà quanto intimo nel sogno. L’ultimo Orso d’Oro del Festival di Berlino arriva dall’Ungheria, attraverso la sensibilità della regista Ildiko Enyedi, già vincitrice della Camera d’Or al Festival di Cannes nel lontano 1989.

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Recensione “Lady Bird” (2017)

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Come François Truffaut nel suo indimenticabile film d’esordio (“I 400 colpi”, 1959), anche Greta Gerwig, alla prima prova dietro la macchina da presa, pesca a piene mani dal suo passato, tornando nella natia Sacramento dove racconta la storia di una ragazza come tante con in testa sogni di cultura e libertà. Non a caso il film si svolge tra il 2002 e il 2003, durante l’anno scolastico in cui la regista, così come la sua protagonista, aveva 18 anni. Non c’è niente di nuovo in “Lady Bird” eppure la formula, nella sua perfetta linearità, funziona e ci fa innamorare di ogni fotogramma: chi di noi non ha mai avuto fretta di crescere? Chi non ha mai sognato di abbandonare il nido, la casa dove siamo cresciuti, per poi ogni tanto, tornare indietro con la testa ripensando a quante possibilità avevamo, quante altre scelte avremmo potuto fare? Sarà questo il potere del film di Greta Gerwig: avvolgerci di una nostalgia soffusa, di un “vorrei ma non posso” o ancor più esattamente di un “avrei potuto ma non ho voluto”, ci fa rimpiangere i tempi in cui si stava peggio, tra la vita nel quartiere, la casa e il liceo, perché eravamo giovani e pieni di sogni, ingenui nel nostro romanticismo e sicuri nella nostra consapevolezza di valere pur qualcosa.

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Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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Twin Peaks 2017: Io sono l’FBI (Episodio 16)

Una settimana. Ancora una settimana, sette maledettissimi giorni e Twin Peaks finirà, presumibilmente, per sempre. Io non credo di essere pronto a questo. I botti di queste ultime puntate non fanno che confermare ciò che avevamo sempre sospettato: siamo testimoni di qualcosa di storico, di un capolavoro che verrà visto, rivisto, studiato, teorizzato e finalmente compreso. Anche questo episodio non è certamente avaro di sorprese, in un susseguirsi di scene madri che rendono la sedicesima puntata senza dubbio indimenticabile. Il motivo numero uno, neanche a dirlo, è il momento che tutti noi attendevamo da 25 anni. Stiamo per entrare in zona spoiler. La stiamo attraversando. Ultimo avviso. Ci siamo: Cooper è tornato! “Finalmente”, come afferma Mike. Vorrei parlare subito di questo ma cerchiamo di fare i bravi: atteniamoci alla cronologia, torneremo su Cooper tra qualche riga. Sigla.

Un sottofondo musicale inquietante e la soggettiva notturna di un’automobile sulla strada fa capire immediatamente che l’apertura della puntata è per Mr C. Lui e Richard arrivano al punto delle coordinate che Cooper malvagio aveva ottenuto da Ray, da Philip Jeffreys e da Diane. Mr C, che stupido non è, manda Richard nel punto esatto indicato dalle coordinate, dando un’ennesima conferma sulla sua paternità (“Sono più vecchio di te di 25 anni”, coincide tutto direi!). Il figlio di Audrey viene folgorato da una scarica elettrica, sotto gli occhi del suo malvagio padre: “Goodbye my son”. Jerry Horne, finalmente fuori dal bosco in cui si era perso, è testimone della scena. Anche Richard è dunque fuori dalla serie (ma direi che non ne sentiremo la mancanza).

Dalla notte di Twin Peaks saltiamo ai colori caldi del Nevada: eccoci a Las Vegas, fuori dalla casa di Dougie Jones. Cosa sarà successo dopo la scossa elettrica della scorsa puntata? Ancora non lo sappiamo perché fuori da casa sua ci sono Tim Roth e Jennifer Jason Leigh che aspettano il nostro Dougie per farlo fuori. In quel momento giungono sul luogo l’FBI e anche i fratelli Mitchum, mentre Roth e Leigh finiscono casualmente nel mezzo di una sparatoria causata da un parcheggio fatto male (se vivessero a Roma dovrebbero sparare a mezza città…). La coppia mandata da Mr C soccombe in una scena surreale in cui il vicino di Doug gli spara addosso una mitragliata pur di sostenere le sue ragioni a proposito del parcheggio. “Ma che cazzo di quartiere è?”, commenta Bradley Mitchum, non a torto. “La gente è molto stressata”, gli risponde il fratello.

Dougie, dopo la scossa, è finito in coma. La sua famiglia e il suo capo gli sono attorno, nella speranza di vederlo tornare tra loro. Poco dopo, mentre Janey-E e Sonny Jim sono fuori, Bushnell sente uno strano rumore nella stanza (il suono che sentivano Horne e Kimberly nel Great Northern?). Il capo di Dougie si allontana nel corridoio e la coscienza di Dale Cooper torna finalmente nel suo corpo: l’Agente Speciale Cooper apre gli occhi e capiamo subito che non si tratta più di Dougie. Mike, in una visione della Red Room, gli dà il bentornato: “Ti sei svegliato, era ora”. Cooper annuncia fiero, davanti a tutti noi: “Al cento per cento!”. Seguono urla di giubilo dagli spettatori di tutto il mondo. Prima di alzarsi dal letto Cooper chiede a Mike di “fabbricare” un altro doppione (allo scopo, come capiremo poco dopo, di ridare Dougie alla sua famiglia). Cooper è tornato! La sua proverbiale favella dà subito disposizioni a tutti e, quando Bushnell gli comunica che l’FBI lo sta cercando, Cooper, accompagnato dalla musica di Badalamenti, replica prontamente: “Io sono l’FBI!”. Vi giuro su Francesco Totti che ho detto “I am the FBI” in contemporanea con Cooper, l’enfasi della scena e il primo piano di Kyle MacLachlan non potevano che regalarci una frase di questo genere. Brividi forti per una frase già consegnata alla storia delle serie tv.

Giungiamo ora alla questione Diane. Era chiaro a tutti che c’era qualcosa che non andasse nella donna. Dopo aver ricevuto un inizialmente sibillino “:-) ALL” da Mr C (tramite SMS), Diane si reca in piano sequenza dai suoi ex-colleghi per raccontare la celebre notte in cui incontrò Cooper due decenni prima. Come avevo già teorizzato nel recap della settima puntata, Diane è stata violentata da Cooper malvagio. La donna poi, sconvolta, confessa di non essere se stessa e, mentre sfodera una pistola per sparare a Gordon Cole, Albert la fredda prontamente. Il messaggio con scritto “All” significava dunque che Diane li doveva uccidere tutti. Il corpo di Diane sparisce nel nulla e Tammy capisce che si trattava anche lei di un tulpa (stessa sorte capitata alla donna del primo caso “Rosa blu”, di cui ci aveva parlato Albert qualche puntata fa). Diane fa dunque la fine del primo Dougie: la ritroviamo nella Red Room, dove Mike gli comunica che è stata “fabbricata”. Le ultime parole dell’ex segretaria di Cooper sono: “Lo so, vaffanculo”. E anche lei svanisce, lasciando dietro di sé la solita palletta (oggi abbiamo scoperto che si tratta di un seme per realizzare questi celebri “doppioni”).

Nella scena successiva Cooper si congeda dalla moglie di Dougie e da suo figlio, dicendogli che l’uomo ritornerà molto presto da loro, per sempre (VOGLIAMO LO SPIN OFF! VOGLIAMO LO SPIN OFF!). Senza dubbio si tratta del momento strappalacrime della puntata: Naomi Watts capisce che Cooper non è Dougie, il figlioletto è distrutto dal dolore, ma Cooper li rassicura entrambi: “I will be back”. Janie-E saluta così la serie con un ultimo bacio e un amorevole “chiunque tu sia, grazie”. Cooper se ne va con i suoi nuovi amici, i fratelli Mitchum, i quali gli hanno preparato un jet privato per portarlo immediatamente a… Twin Peaks, ovvio! La macchina da presa si allontana lemme lemme da Janie-E e suo figlio: una carrellata all’indietro senza dubbio letale per chi ha la lacrima facile. Cooper è proprio come lo ricordavamo: educato, gentile, sempre con una parola carina per tutti. L’eroe di tutti, l’eroe che ci era mancato.

Le sorprese non sono ancora finite, ce ne saranno ancora tre negli ultimi sette minuti (!!!). La scena si sposta come di consueto al Roadhouse dove siamo tutti orgogliosi di presentare Edward Louis Severson: chi cazz’è, direte voi. Mentre voi ve lo chiedevate, io stavo già urlando di gioia: dall’ombra sbuca infatti una chitarra acustica e la voce inconfondibile di Eddie Vedder (annunciato al Roadhouse con il suo vero nome: se lo sapevate anche voi vengo là e vi stringo la mano, amici miei). La canzone eseguita dal frontman dei Pearl Jam si intitola “Out of Sand”, che Vedder ha scritto appositamente per la serie di David Lynch. Colpo di scena numero uno.

Subito dopo l’esibizione di Eddie Vedder Audrey entra (finalmente!) al Roadhouse con Charlie. I due si siedono al bancone, ma non fanno in tempo a fare un brindisi che il presentatore annuncia nientepopodimeno che la “Audrey’s Dance”. Audrey è spiazzata ma, nel momento in cui parte il suo celebre tema (che fa per la prima volta la sua comparsa in questa stagione della serie), comincia a ballare come ai vecchi tempi. “Ma questo non può essere reale!”, urlo io nel buio della mia stanza, per il piacere dei vicini. Colpo di scena numero due.

Il ballo è interrotto da una rissa improvvisa, Audrey corre verso Charlie (e verso di noi), urlando “Fammi uscire di qui!”. Stacco netto: Audrey, senza trucco, sotto una fredda luce a neon, con un vestito bianco che potrebbe essere un camice ospedaliero, si guarda allo specchio e ripete “What? What?”. Ragazzuoli e ragazzuole, anche se non è ancora sicuro al 100%, vi chiedo scusa e sfodero la mia coda di pavone: non posso fare a meno di vantarmi per aver azzeccato la teoria surreale che vi avevo proposto nel riassuntone dell’Episodio 13 (copio-incollo per i più pigri): “L’unica teoria che mi viene in mente è: tutto ciò non è reale. Forse Audrey è ancora in coma e tutto ciò sta avvenendo nel suo cervello. Ma forse sarebbe troppo anche per Lynch”. Sembrerebbe proprio che niente è mai troppo per David Lynch. Colpo di scena numero tre.

La puntata si chiude qui e con i titoli di coda sopraggiunge la consapevolezza che lunedì prossimo, a quest’ora, avremo già visto le ultime due puntate di Twin Peaks. Sarà una doppietta massacrante a livello emotivo ma presumo spettacolare a livello narrativo. Da martedì potremo fondare un gruppo di supporto per i malati di Twin Peaks che rimarranno orfani della serie. Chi viene con me?

Part 16

Capitolo 227

Agosto vita mia non ti conosco. Già Roma è una città piuttosto surreale durante questo mese (niente traffico, parcheggi vuoti, negozi chiusi), aggiungeteci la visione di tre film di David Lynch, intramezzate da tre puntate della nuova stagione di Twin Peaks, e comprenderete il grado di surrealismo di questo mio pezzo d’estate romana. Ancora una settimanella e si torna alla vita: cinema, ventilatore nell’armadio (speriamo) e un bel piatto di carbonara (ad agosto è proibita, troppo caldo!).

Strade Perdute (1997): David Lynch tra Twin Peaks e Mulholland Drive. La follia è dietro l’angolo e probabilmente con questo film il regista si è “allenato” in vista del suo capolavoro definitivo (Mulholland Drive, appunto). Pochi registi sono in grado di mettere angoscia nello spettatore con una sola inquadratura, e ancora di meno sono quelli che riescono a non farti capire quasi nulla di ciò che succede facendoti però dire: “Però, che bel film!”. Il tizio con la faccia bianca me lo sono sognato la notte. ‘Cci sua.

Il maledetto United (2009): Solitamente i film che parlano di calcio sono piuttosto piatti, salvo alcune eccezioni tipo Febbre a 90. Stavolta devo dire che invece la pellicola di Tom Hopper funziona, eccome se funziona, perché riesce a usare il calcio come pretesto per raccontare l’ambizione, il fallimento e il riscatto di un uomo apparentemente infallibile. Oltre a raccontare un calcio per cui non si può non provare nostalgia, lontanissimo rispetto ai milioni del PSG e alle fighette social che vediamo sui campi di oggi.

Lo squalo (1975): Ci sono alcuni film che, pur avendoli visti 842 volte, ogni volta che li trovi per caso in tv li devi rivedere. Nonostante l’aver visto questo film in tenera età abbia provocato in me una sorta di terrore per l’alto mare (anche se presumo che in Puglia, dove vado solitamente al mare, non ci siano tutti ‘sti squali bianchi), ogni volta che lo guardo è un’emozione. Perché tutti noi nella vita abbiamo momenti in cui ci serve una barca più grossa e poi ci arrangiamo sempre con quella che abbiamo… Capolavoro.

Velluto Blu (1986): Altro noir firmato David Lynch, forse il suo film più riuscito tra quelli girati nel secolo scorso. Il giovane studente Kyle MacLachlan indaga, insieme a Laura Dern, sul caso di un orecchio mozzato ritrovato su un campo dietro casa sua. La storia che ci sarà dietro, neanche a dirlo, è folle (mamma mia Dennis Hopper, che fenomeno nella parte del cattivo!). Dietro tutto ciò c’è la perdita dell’innocenza adolescenziale, la scoperta che esiste un mondo malvagio dietro le staccionate bianche e le rose gialle. Ottima la colonna sonora (dove spicca, al di là della “Blue Velvet” che dà il titolo, la splendida “In dreams” di Roy Orbison).

Cuore Selvaggio (1990): Ultimo boccone di questa scorpacciata di film di Lynch. Un road movie atipico, con Nicolas Cage che fugge insieme alla bella Laura Dern verso un futuro tutto da scrivere ma soprattutto lontano dalla madre di lei, che è una psicopatica. I due si amano e questo potrebbe bastare in un mondo in cui il cuore delle persone è selvaggio e dove le regole sono tutte da scrivere. Anche qui il cattivo di turno è tutto un programma: Willem Dafoe geniale. Finale splendido con (SPOILER) Cage che canta “Love me tender” sul cofano di un’auto. Bellissimo, nonostante il grottesco omaggio al Mago di Oz.

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Twin Peaks 2017: Viale del Tramonto (Episodio 15)

I brividi. Ho appena finito di vedere il quartultimo (sigh) episodio di Twin Peaks e ho i brividi lungo la schiena. Il titolo di questo articolo potrà sembrare sibillino a molti di voi (o forse no), ve lo spiegherò più avanti: vi anticipo soltanto che si tratta di una delle trovate narrative più belle che mi siano mai capitate di vedere in una serie tv. Il cinema come salvezza. Usare uno dei classici più indimenticabili della settima arte come ritorno alla vita. Diamine, sto dicendo troppo, ne parliamo più avanti, promesso. No, aspettate, mi devo rivedere un attimo la scena, è troppo bella.

Ok, l’ho rivista. Mamma mia lo sguardo di Kyle MacLachlan quando Cecile DeMille dice quella frase…

Puntata da brividi, dicevo. I brividi, di felicità, arrivano già dopo pochi minuti. Nadine si dirige, pala in spalla, da Big Ed. Scopriamo che è stata lei ad impedire la felicità tra Ed e Norma, la sua gelosia ha sempre tenuto Ed lontano dal suo amore di sempre. Nadine “libera” così suo marito: il nostro corre al Double R di Norma per annunciare la notizia alla donna, la quale frena i suoi entusiasmi dicendogli “Scusa, ma c’è Walter” (il suo socio in affari con cui avevamo intravisto una certa tensione nelle puntate precedenti). Ed sembra affranto, si siede al bancone mentre Otis Redding ci strazia le viscere con uno dei suoi capolavori (“I’ve been loving you too long”). Norma dice a Walter di voler mollare il franchise, rinuncia così ad un sacco di soldi per mandare avanti il suo unico e solo Double R. “Motivi di famiglia”, afferma la donna. Poco dopo, intorno alle spalle di Ed si avvolgono le mani di Norma: proposta di matrimonio, bacio appassionato e finalmente, dopo 25 anni, tanti cuori in festa.

Lo stacco è forte: dal cielo di vaniglia riempito dalle note di Otis Redding si passa al buio, a suoni inquietanti e ad un’inquadratura dell’asfalto che sembra essere uscita fuori da “Strade Perdute”. Alla guida di una macchina c’è Mr C (Cooper malvagio) che sta raggiungendo una stazione di servizio fantasma, emersa dal nulla tra i boschi di Twin Peaks: il doppelganger si dirige nella celebre stanza sopra al “convenience store” di cui ci aveva parlato Philip Jeffreys in “Fuoco cammina con me”. Cooper vuole incontrare proprio Jeffreys e, accompagnato dagli uomini neri, lo incontra in un luogo piuttosto angusto, pieno di elettricità (che come sappiamo è l’evoluzione del Fuoco e rappresenta dunque il Male). Altro brivido: per un attimo ho sperato che potesse comparire David Bowie, in realtà l’ex agente dell’FBI gli parla attraverso una sorta di teiera gigante (a meno che non si sia trasformato in questa cosa, chi ci capisce!). La voce purtroppo non è di Bowie, quindi si vede che il cantante non ha avuto proprio modo di interpretare nuovamente il suo vecchio personaggio. Cooper vuole avere alcune informazioni, una di queste è scoprire l’identità di Judy, la misteriosa persona di cui Jeffreys non voleva parlare nell’ormai celebre incontro di Philadelphia in “Fuoco cammina con me”. “Tu hai già incontrato Judy”, risponde la teiera. Penso che non sia un caso che non viene mai usato il pronome “lui” o “lei”, il complemento oggetto è sempre Judy proprio per non far capire il sesso del personaggio di cui si parla. In quest’ottica è più che una congettura l’idea che Judy sia una sorta di nome in codice del maggiore Garland Briggs (anche perché in una delle ultime puntate della seconda stagione, interrogato da Windom Earle, il Maggiore dice di chiamarsi Judy Garland). Squilla improvvisamente un telefono e Mr C viene catapultato in una cabina telefonica fuori dalla stazione di servizio, dove la chiamata si interrompe immediatamente e dove troviamo Richard Horne che gli sta puntando una pistola contro. Richard dice di aver visto Cooper in giacca e cravatta in una foto appartenente a sua madre Audrey: sa che lui è un agente dell’FBI. Mr C non si scompone, disarma Richard in un battibaleno e invita il ragazzo a salire sul fuoristrada con lui: gli parlerà strada facendo (vedremo prossimamente se la teoria sarà provata: Richard è davvero il figlio di Mr C?).

Nei boschi di Twin Peaks, ma in pieno giorno, troviamo Steven (il marito di Becky, ovvero la figlia di Shelley e Bobby) e la sua amante, che dai titoli di coda scopriamo trattarsi di Gersten Hayward, nientepopodimeno che la sorellina di Donna! Esatto, la bambina che in una vecchia puntata cantava una canzone per Laura Palmer insieme a Leland. Quindi la sorella di Donna a quanto pare ha “fregato” il marito alla figlia di Shelley. Vabbè. Steven si vuole suicidare, lei cerca di impedirglielo, ma alla fine, complice anche la presenza di un ignaro passante accompagnato da un Boston Terrier, ci riesce. Non lo vediamo, ma è presumibile che Steven abbia salutato la serie. Meglio così. Il passante con il cagnolino segnala la cosa a Carl, il gestore del parcheggio per camper.

Al Roadhouse intanto vengono presentati gli ZZ Top e per un attimo mi sono fomentato pensando che dopo Ritorno al Futuro III la band texana avesse fatto una comparsata anche in Twin Peaks. Ascoltiamo “Sharp Dressed Man” ma loro però non ci sono. Al Roadhouse arriva James, accompagnato da Freddie “Guanto Verde”. James saluta Renee (la ragazza che si era emozionata ascoltando la sua performance due puntate fa), ma suo marito Chuck (Ah! Lui è dunque il Chuck di cui parlava Audrey, quello di cui non ci si può fidare!) lo aggredisce. Ovviamente avere un amico come Freddie aiuta: il ragazzo con il suo guanto verde tocca appena gli aggressori, mandandoli entrambi in terapia intensiva. James e Freddie vengono arrestati, finiscono nelle celle della stazione di polizia dove trovano Naido che continua ad emettere suoni incomprensibili.

Prima di andare oltre ne approfitto per scusarmi per tutte queste continue parentesi, ma ci sono delle cose che devo spiegare nella maniera più breve possibile. Continuiamo.

Las Vegas (ci stiamo arrivando, ci stiamo arrivando!). Nella sezione dell’FBI l’imbranato agente che doveva trovare Dougie porta nella stazione la famiglia sbagliata, scatenando le ire del suo furioso superiore. Intanto Todd, il mandante di tutti i tentativi di uccisione nei confronti di Dougie, viene freddato insieme al suo assistente. Il killer è Chantal, ovvero Jennifer Jason Leigh, che subito dopo aver ucciso i due (sicuramente per conto di Cooper) chiacchiera al telefono con Tim Roth a proposito di roba da mangiare. La conversazione seguente tra i due, hamburger alla mano, a proposito della mancanza di persone da torturare, fa pensare tanto ad una scena uscita fuori da un film di Quentin Tarantino (probabilmente omaggiato tramite i suoi due attori emblematici). Eccoci. Arriva la mia scena preferita di questo episodio. Dougie sta mangiando una fetta di torta servitagli dalla amorevolissima moglie. Mentre mangia riesce ad accendere il televisore, dove stanno trasmettendo “Viale del Tramonto” (capolavoro di Billy Wilder): in uno scambio di battute tra Gloria Swanson, William Holden e Cecile DeMille, quest’ultimo afferma: “Chiama Gordon Cole!” (dovete sapere che Gordon Cole è davvero un personaggio di “Viale del Tramonto”). Dougie, sempre più Cooper, sgrana gli occhi, blocca il film e si dirige lentamente verso una presa elettrica (simile a quella dalla quale era tornato nel mondo reale). Infila una forchetta in uno dei buchi provocando un black out, tra le urla di Naomi Watts: qualcosa mi dice che questa è stata l’ultima volta in cui abbiamo visto Dougie. Se è come penso, cioè che Dougie sta per ritornare ad essere Cooper grazie al nome di Gordon Cole sentito in un film, David Lynch è un fottuto genio. Utilizzare diegeticamente il Cinema come spinta definitiva verso il ritorno alla ragione, come resurrezione dello spirito, è una delle più belle dichiarazioni d’amore mai viste in una serie tv o, più in generale, su un qualunque audiovisivo. Ditemi che anche a voi questa cosa ha fomentato da morire, non fatemi sentire un povero pazzo.

La scena successiva è straziante: ci lascia uno dei personaggi più iconici e rappresentativi della serie. La Signora Ceppo telefona a Hawk per dirgli che sta morendo, ricordandogli le cose che si sono detti quando potevano parlare faccia a faccia. Come sapete Catherine Coulson, l’attrice che la interpreta, è morta poco dopo le riprese di questa stagione di Twin Peaks, e la cosa rende questa scena più toccante che mai. “La morte non è la fine, è un cambiamento”.  Hawk, e con lui Lynch, dà l’addio alla mitica Signora Ceppo. Ci mancherà.

Prima del finale al Roadhouse, dove sorvolerei sulla ragazza che urla, ritroviamo la diatriba assurda tra Audrey e suo marito Charlie. L’uomo, poveretto, ha tutta la pazienza di questo mondo, Audrey tuttavia lo aggredisce vomitandogli in faccia tutto il suo livore nei suoi confronti.

Mancano tre puntate alla fine di Twin Peaks: non ci posso pensare. Continua a succedere di tutto e davvero non abbiamo idea di come potrà finire la serie: è davvero molto difficile poter prevedere gli accadimenti ed è forse proprio questo il punto forte di quest’opera. Tuttavia, in qualche modo, Cooper sta tornando, e noi lo aspettiamo.

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Twin Peaks 2017: Braccio di Ferro (Episodio 13)

E stiamo a 13. Cinque puntate al termine di uno show totalmente sopra le righe e fuori da ogni schema: che piaccia o no, non si potrà di certo metterne in discussione l’originalità, la capacità di farci ridere in una scena e di angosciarci subito dopo. Ancora una puntata di transizione, anche se bellissima da vedere: la sensazione è che Lynch stia dilatando i tempi per mandarci letteralmente fuori di testa nelle ultime due o tre puntate. Ho il sospetto che non vedremo più Cooper come lo conosciamo, o meglio, che l’ultima scena dell’ultima puntata di Twin Peaks coinciderà proprio con il suo ritorno (una sorta di contrappunto dell’ultima scena della seconda stagione, in cui invece avveniva proprio il contrario). Solo una sensazione, certo, ma comunque un’ennesima conferma che il tormentone di questa stagione sia proprio “Ma quando torna Cooper?”. Una domanda che ci accompagna puntata dopo puntata, come in passato ci aveva accompagnato l’interrogativo (molto più coinvolgente) su chi avesse ucciso Laura Palmer. Ma parliamo di questo tredicesimo episodio, sul quale non c’è molto da dire, a parte alcuni riferimenti al vecchio Twin Peaks e soprattutto ancora una volta il nome di Philip Jeffreys.

La puntata si apre con una risata enorme: negli uffici della Lucky 7, la compagnia di assicurazioni dove lavora Dougie, arriva proprio il signor Jones, in compagnia dei fratelli Mitchum e delle tre pin-up, tutti in fila per un allegrissimo trenino. Si recano dal direttore per consegnare una serie di regali, un ringraziamento per il maxi assegno ricevuto nelle scorse puntate. Anthony Sinclair (Tom Sizemore) assiste alla scena basito, ora che neanche i Mitchum hanno ucciso Dougie, toccherà a lui occuparsene: ha solo un giorno di tempo e Todd, il mediatore tra i sicari e il mandante (Mr C, cioè il Doppelganger), non sembra affatto soddisfatto.

Mr C intanto (ehi, non sto inventando niente, è il nome proposto da Kyle MacLachlan per il personaggio di Cooper malvagio) raggiunge Brian, l’uomo che lo aveva “ucciso” nell’episodio 7, se non ricordo male. La scena è fantastica: siamo in una sorta di garage dove una gang osserva su uno schermo gigante l’arrivo del demone. Mr C viene sfidato a braccio di ferro dal boss, se perderà dovrà lavorare per lui, se vincerà potrà avere Brian. Ovviamente, dopo una scena molto intensa, Cooper malvagio non solo vincerà la sfida, ma ucciderà il boss con un pugno secco in volto. Brian adesso sembra davvero “fucked”. Mr C gli domanda chi ha chiesto a Brian di ucciderlo: esce fuori che il mandante è Phillip Jeffreys (odio ripetermi, l’ho scritto mille volte: è il personaggio interpretato da Bowie in “Fuoco cammina con me”). Il perché? “Dentro hai qualcosa che vogliono”. Wow. Ma c’è di più: Jeffreys aveva detto a Brian che prima di ucciderlo doveva infilare a Mr C l’anello verde! L’anello che impedisce ai demoni della Loggia Nera di possedere una persona (dai, avete capito di quale anello si parla, no?). Brian è costretto ad indossare l’anello, poi Cooper gli domanda le coordinate di Hastings (quelle che l’ormai defunto preside della scuola di Buckhorn ha avuto dal Maggiore Briggs), ottenendo il foglio con i numeri. Ora anche lui si dirigerà a Twin Peaks! Tra gli spettatori di questo interrogatorio, in un’altra stanza, c’è tutta la gang di prima, compreso Richard Horne (che probabilmente è il figlio di Mr C). Ultima domanda: dov’è Phillip Jeffreys? Brian risponde che l’ultima volta si trovava in un posto che si chiama “The Dutchman”, ma è un posto che non esiste. Cooper gli spara dicendogli che lo conosce. L’anello scompare dalla sua mano e fa ritorno sul celebre comodino dove si trova ogni qual volta lo vediamo nella Loggia Nera. Ora capiamo qualcosa a proposito della resurrezione di Mr C nell’episodio 7: Brian prima di ucciderlo non aveva messo l’anello verde alla sua mano, favorendo così l’intervento degli uomini neri. “E bravo lo svejo”, si dice a Roma.

A Las Vegas intanto la polizia ha analizzato (finalmente!) le impronte di Dougie è ha scoperto che è appena evaso da una prigione in South Dakota e che era un agente dell’FBI. I poliziotti si fanno tutti una grassa risata e buttano i risultati nel cestino. Avrei fatto lo stesso anche io. Quindi nessuna speranza di poter collegare Dougie a Cooper, e di conseguenza nessuna speranza di vedere Gordon e Albert in rotta verso Las Vegas (anche se c’era quel messaggio ricevuto da Diane che parlava proprio di questa città…). Nel frattempo Anthony cerca di avvelenare Dougie, ma scoppia a piangere in preda ai sensi di colpa: l’attentato, anche in questo caso, va a vuoto e Dougie Jones può gustarsi in tutta tranquillità il suo caffè e una fetta di torta di ciliegie.

A Twin Peaks c’è il ritorno di Big Ed: è seduto al ristorante di Norma, ma tra loro due, per sua stessa ammissione, non c’è niente. E così Ed alla fine non è riuscito a stare con l’amore della sua vita, anche se sembra essere ancora innamoratissimo (a giudicare dagli sguardi che lancia a Norma). Scopriamo che il Double R è diventato un franchise e che esistono altri quattro ristoranti con lo stesso nome (!), ma che quello di Twin Peaks, l’originale, è quello che sta andando peggio: spende troppo per la qualità degli ingredienti. Ce ne frega una mazza? No, andiamo avanti. Nadine si è lanciata nel business delle tende silenziose, l’invenzione che l’avrebbe fatta diventare ricca (così diceva nelle prime puntate della prima stagione). La donna riceve la visita di Jacoby, ma il discorso tra loro due è fuffa (si parla di continuare a spalare via la cacca dalla vita). Stacco su casa Palmer: Sarah sta fumando e bevicchiando in salotto, dove assiste in loop ad una scena tratta da un incontro di pugilato. Ripeto: in loop, sempre la stessa scena, che ogni 30 secondi si ripete. La donna non sembra proprio mentalmente in forma. Non succede niente, tuttavia l’angoscia della scena, dell’inquadratura, degli specchi… Molto intensa, come spesso succede soprattutto nelle scene in cui non accade niente.

Audrey intanto cerca ancora di sapere il contenuto della telefonata della scorsa puntata: la donna è fuori di sé, è in pieno stato confusionale e dice di non sapere chi sia (Rita dice la stessa frase in “Mulholland Drive”, l’ho rivisto un paio di mesi fa, ne sono certo). Tutta la vicenda Audrey è spiazzante: tutte le persone nominate non ci dicono nulla, sembra qualcosa assolutamente fuori contesto. Potrebbe essere il preludio a qualcosa di inaspettato, chi può dirlo. Ad ogni modo la donna che è sempre stata capace di ottenere ciò che voleva, ora non riesce a sapere il contenuto di una telefonata. Ironico. L’unica teoria che mi viene in mente è: tutto ciò non è reale. Forse Audrey è ancora in coma e tutto ciò sta avvenendo nel suo cervello. Ma forse sarebbe troppo anche per Lynch.

Intanto al Roadhouse a sorpresa sul palco questa volta c’è James Hurley: l’ex di Laura e di Donna si esibisce in una versione live della terrificante “Just You”, la canzone che aveva suonato insieme a Maddy e alla stessa Donna nella seconda stagione della serie. Una ragazza (Renee, secondo i titoli di coda) assiste all’esibizione e scoppia in lacrime dall’emozione. Va’ a capire perché… è innamorata di James? La canzone le ricorda qualcosa o qualcuno? Forse lo sapremo più avanti, forse no. La chiusura della puntata è affidata però alla stazione di servizio di Big Ed, dove l’uomo sembra essere piuttosto pensieroso, davanti ad un caffè. L’inquadratura sulle pompe di benzina suggerisce la scena in cui sono nati gli uomini neri, nell’ottavo episodio. Diciamo che tutto ciò non aiuta ad alleviare l’angoscia di fondo.

Lynch sembra intento a fare a braccio di ferro con lo spettatore: sfida la sua pazienza, lo spiazza, gli regala un po’ di spazio per poi tenerlo in pugno ancor più di prima. Manca circa un mesetto alla fine e io penso che avrò seriamente bisogno di una terapia di gruppo per superare la fine della serie.

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