Recensione “Blaze” (2018)

Ethan Hawke scrive e dirige un biopic tenero e amaro al tempo stesso, inzuppato di malinconia, confermandosi un autore sensibile e versatile: per questo motivo tutto ciò che tocca è oro, che siano i romanzi che ha scritto, i personaggi che ha interpretato, i film che ha diretto. Qui cambia totalmente genere e registro, raccontando la storia di Blaze Foley, cantautore country ucciso a 39 anni, grazie al quale Ben Dickey si è portato via dal Sundance il premio come miglior attore.

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Recensione “The Irishman” (2019)

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Martin Scorsese è come quell’amico che speri sempre di trovare ad una festa, perché senza di lui mancherà sempre quella certa atmosfera. Per fortuna il nostro alla Festa del Cinema di Roma si presenta eccome, con uno dei suoi film più chiacchierati (sia per la rimpatriata di attori che per la distribuzione su Netflix), che è puro Scorsese anni 80, forse meno iconico, volendo anche meno divertente, ma senza dubbio più maturo, più amaro, più malinconico, con una lunga riflessione sulla mortalità, sul passare del tempo e sul rimpianto.

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Recensione “Yesterday” (2019)

Seppur diretto da Danny Boyle, “Yesterday” è un film di Richard Curtis a tutti gli effetti. Il problema con Curtis, in questo caso sceneggiatore, è che ti fa sempre innamorare delle sue protagoniste: la Keira Knightley di “Love Actually” è sempre da qualche parte nei miei sogni più romantici, Marianne di “I love Radio Rock”, presentata sulle note di Otis Redding, mi fa ancora battere il cuore, per non parlare di Rachel McAdams in “Questione di tempo”, che è la donna da amare per eccellenza. Vedete, i film di Richard Curtis, che abbia firmato la sceneggiatura o la regia, mi hanno aiutato a innamorarmi, su questo non c’è dubbio. Parafrasando Nick Hornby: vedevo un suo nuovo film, con una scena che mi scioglieva dentro, e prima che me ne accorgessi stavo già cercando qualcuna, e prima che me ne accorgessi, l’avevo già trovata. Il cinema di Richard Curtis ti fa perdere in una specie di trasognamento e a quel punto hai bisogno di qualcuna da sognare, e poi la trovi, e allora, beh, cominciano i guai.

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Recensione “C’era una volta… a Hollywood” (“Once Upon a Time… in Hollywood”, 2019)

Quando sei in sala e ti viene voglia di applaudire durante la proiezione, significa che stai guardando un film di Quentin Tarantino. “C’era una volta… a Hollywood” amplia ancor di più gli orizzonti del cineasta californiano, che stavolta mette su un enorme omaggio al cinema degli anni 60, riuscendo ad emozionarci per poi farci esplodere in risate fragorose. In oltre due ore e mezza troviamo un po’ di tutto: dal consueto citazionismo spinto (tra cui il periodo d’oro dei western all’italiana) a personaggi reali inseriti in un contesto che si può definire solo con un aggettivo: tarantiniano.

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A proposito di “Blinded By The Light”, Springsteen e Noi

Il rapporto tra Springsteen e i suoi fan è quanto di più viscerale possa esistere nel mondo della musica (guardate ad esempio il bellissimo documentario “Springsteen and I”) e non è una sorpresa se il film “Blinded By The Light” utilizzi le sue canzoni per spingere un ragazzo inglese di famiglia pachistana, costretto a crescere in una città grigia in cui il futuro che è stato confezionato per lui gli sta strettissimo, fuori dai confini dei suoi desideri, sia geografici che sentimentali (e sorprende ancor meno che il film sia tratto da una storia vera). A me è capitata più o meno la stessa cosa e immagino, come a me, anche a centinaia di altri fan del Boss.

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Recensione “Blinded By The Light” (2019)

C’è un curioso rapporto tra il cinema e Bruce Springsteen. Il Boss, uno dei cantautori più amati al mondo, aveva partecipato ad un divertente cameo nel film cult “Alta Fedeltà” di Stephen Frears. Prima di allora Sean Penn, nel suo debutto alla regia, aveva basato il suo “Lupo Solitario” interamente sulla canzone “Highway Patrolman” del Boss. In seguito le sue canzoni hanno ispirato splendidi documentari (“Springsteen and I”) o ancora altri film (“Thunder Road”, meravigliosa pellicola indipendente purtroppo inedita in Italia).

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Recensione “The Boys” (2019)

Solitamente tutto ciò che gira intorno ai supereroi mi annoia tremendamente. L’ultima serie di casa Amazon tuttavia fa eccezione, dando nuova linfa ad un filone di cui sono troppo poco competente per fare confronti, paragoni e analisi. Ad ogni modo è una serie riuscitissima, dove dietro ai costumi e ai superpoteri altro non c’è che un enorme specchio della società americana, basata sulla competizione, sul profitto, sull’ipocrisia cattolica e soprattutto, sul capitalismo (senza lasciare in secondo piano temi attuali negli States come i casi di molestie e il movimento “me too”). Inoltre per uno che non ama affatto i supereroi, non c’è niente di meglio che vederli dall’altra parte della barricata, come i veri antagonisti della storia, al tempo stesso però vittime della società privata alla quale appartengono, la Vought, che sfrutta al massimo le loro prestazioni e li condanna ad una vita che non si sono scelti (ma qui entriamo in un discorso molto più ampio e complicato sul ruolo del carnefice, sulle responsabilità di chi rende malvagi gli individui: la natura umana – o sovrumana, in questo caso – o la società in cui sono cresciuti).

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Capitolo 267

Sono tornato a Roma già da poche ore, immerso nella malinconia per una vacanza ormai conclusa: mi muovo con passi incerti tra balle di fieno che rotolano sulla via Trionfale e quella sensazione di vuoto che ogni anno fa somigliare questa città al set di “28 giorni dopo”, almeno così sembra in alcuni momenti. Penso a come riuscirò ad elevare l’Inferno di questo agosto romano in un modesto Purgatorio e già sono all’opera per controllare gli orari dei cinema, le arene estive e tutto ciò che serve a trasformare il nulla in qualcosa di bello. Sarà difficile, soprattutto dopo un mese in Paradiso, ma ci proverò.

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Recensione “Rocketman” (2019)

Soltanto due giorni fa Tyrion Lannister ci ricordava che c’è qualcosa che unisce davvero i popoli: non è l’oro e non sono i vessilli, ma una buona storia. Il mondo del cinema ha capito che quelle dei più grandi artisti della storia musicale mondiale sono storie non soltanto belle, ma che, insieme alla loro musica, possono davvero far innamorare gli spettatori.

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“Blinded By The Light”: il trailer del film ispirato dalle canzoni di Springsteen

C’è un curioso rapporto tra il cinema e Bruce Springsteen. Il Boss, uno dei cantautori più amati al mondo, aveva partecipato ad un divertente cameo nel film cult “Alta Fedeltà” di Stephen Frears. Prima di allora Sean Penn, nel suo debutto alla regia, aveva basato il suo “Lupo Solitario” interamente sulla canzone “Highway Patrolman” del Boss. In seguito le sue canzoni hanno ispirato splendidi documentari (“Springsteen and I”) o ancora altri film (“Thunder Road”, meravigliosa pellicola ancora inedita in Italia, anche se qualcosa si sta muovendo).

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