Recensione “How I Met Your Mother” (2005-2014)

TV LOOKOUT

Due mesi fa, quasi per sbaglio, mi sono messo a guardare la prima puntata di “How I Met Your Mother”, un po’ per curiosità, giusto per ammazzare il tempo una ventina di minuti prima di passare ad altro: è andata a finire che mi sono visto nove episodi uno dopo l’altro. Proprio io che non ho mai amato le sitcom, che sono uno dei pochi a non sapere a memoria le battute di “Friends”, che ha sempre trovato irritante “The Big Bang Theory” e che, da questo punto di vista, non era mai andato oltre “Happy Days”. Due mesi sono bastati a completare nove stagioni, 208 episodi, lasciandomi adesso un’incredibile sensazione di vuoto, tipico di quando si passa molto tempo in compagnia di un gruppo di personaggi ai quali inevitabilmente ci si affeziona. Da quell’episodio pilota non sono più riuscito a smettere, sorprendendomi di quanto questo show potesse essere divertente e appassionante.

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Recensione “Kodachrome” (2017)

Kodachrome

Destinato a diventare un piccolo cult per gli appassionati di fotografia, il film di Mark Raso gioca sulla nostalgia, sul passato, sulla malinconia di ciò che lentamente svanisce (tutti concetti associabili per estensione alla fotografia), per raccontare il conflitto tra un padre e un figlio. L’idea di partenza si basa su un fatto reale: i due devono infatti raggiungere il Kansas, dove c’è veramente stato l’ultimo laboratorio al mondo dove era possibile sviluppare la mitica pellicola Kodachrome della Kodak, tolta dal mercato nel 2009.

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Recensione “Eric Clapton: Life In 12 Bars” (2017)

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Per la prima volta UVDC ospita un guestpost: l’articolo è firmato da Guglielmo Latini, stimato collega ed amico, nonché grande esperto di musica.

Sulla scia dei tanti film-evento che negli ultimi anni hanno riscosso un notevole successo occupando le sale per pochi selezionati giorni, il 26, 27 e 28 febbraio uscirà in Italia il documentario “Eric Clapton – Life in 12 Bars”, inizialmente andato in onda su Showtime negli Stati Uniti e dedicato alla vita del celebre chitarrista britannico.

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Recensione “Dark” (2017)

La nuova serie cult targata Netflix arriva dalla Germania e mi ha praticamente costretto a passare il weekend davanti allo schermo: dieci puntate, una storia ipnotica, intrigante, che lentamente svela i tasselli di un puzzle complicato ma affascinante. Tre livelli temporali, colpi di scena, una gran colonna sonora e tanta, tantissima pioggia.

Sfatiamo subito il mito che si tratti della risposta tedesca a “Stranger Things”: chiaramente ci sono alcune strizzatine d’occhio alla serie dei fratelli Duffer, soprattutto nelle prime puntate (i riferimenti anni 80, il ragazzino scomparso, la centrale nucleare al posto del laboratorio di Hawkins), ma “Dark” vive di vita propria, è cupa, spaventosa, molto più adulta e certamente meno divertente rispetto a “Stranger Things”. La serie dello svizzero Baran Bo Odar si scrolla di dosso anche il pesante paragone con “Twin Peaks”: certamente l’idea di un piccolo paese di provincia dove tutti si conoscono e dove dentro ogni casa c’è un segreto non può non far pensare al capolavoro di Lynch, ma le somiglianze finiscono qui (a parte quel “sta succedendo di nuovo”, ripetuto dal vecchio Helge nella prima puntata, che cita testualmente il Gigante della seconda stagione di “Twin Peaks”). Per quanto mi riguarda non ci sono dubbi: “Dark” è la sorpresa televisiva di questo 2017. Curatissima sotto ogni aspetto, la serie tedesca si è già lasciata dietro migliaia di adepti che su Twitter implorano per avere delle risposte e soprattutto una seconda stagione il più presto possibile. Perché come al solito la domanda non è dove, ma quando…

Bene, la recensione senza spoiler finisce qui. Volete saperne di più? Entrate nelle grotte insieme a Jonas…

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Recensione “Stranger Things 2” (2017)

Il 2017 sarà ricordato come l’anno delle grandi attese. L’attesa per “It” ci ha tenuto in sospeso per anni, mentre quella per il nuovo episodio di “Star Wars” ci sta ancora attanagliando. Dalla scorsa estate però, per quanto riguarda le serie tv, c’è stato solo un titolo capace di farci sbavare dall’ansia dell’attesa: “Stranger Things”. Il seguito dell’acclamato prodotto Netflix firmato dai fratelli Duffer è finalmente arrivato e noi non vedevano l’ora di vederlo e di parlarne. Prima di cominciare faccio presente che questo paragrafo introduttivo è assolutamente privo di spoiler, quando arriveremo in zona pericolo sarete ovviamente avvisati in tempo. Innanzitutto togliamoci questo dente, lo sapevamo già da un anno, ma è giusto dirlo: la seconda stagione non è e non poteva assolutamente essere all’altezza della prima. Non per fare paragoni, ma era davvero lapalissiano: nel 2016 “Stranger Things” è stato LA novità, il ritorno degli anni 80, il cinema della nostalgia, la scoperta di personaggi memorabili e molti altri elementi che hanno contribuito a rendere questa serie un punto di riferimento all’interno del panorama seriale. A questa seconda stagione, in quanto sequel, mancava proprio l’elemento di freschezza rappresentato dalla novità, uno dei punti di forza della first season. Ad ogni modo, a me è piaciuta: ve ne parlerò a partire dal prossimo paragrafo, così pieno di spoiler che se andrete avanti nella lettura senza aver visto la seconda stagione vi ritroverete automaticamente nel sottosopra. Io vi ho avvisato.

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La seconda stagione di “Stranger Things” comincia quasi un anno dopo i fatti della prima (Will Byers era sparito il 6 novembre dell’83, in questa stagione ci troviamo ad Halloween del 1984): nell’ultima sequenza Will, nel bagno di casa sua, sembrava non esser uscito totalmente dal Sottosopra. Se la prima stagione si poteva intendere come un film lungo 6 ore e mezza, questo secondo appuntamento con la serie sembra avvicinarla maggiormente ai canoni televisivi (dedicando addirittura un intero episodio alla fuga di Eleven). Non vado oltre con la trama perché se state leggendo queste righe significa che avrete già visto la seconda stagione: bentornati a Hawkins.

KIDS
I ragazzini terribili sono tornati. Stavolta c’è una Eleven di meno, all’incirca, ma c’è Will che è tornato nel gruppo. I quattro nerd (Mike, Dustin, Lucas e appunto Will) sono sempre l’elemento chiave del successo della serie e la lontananza di Eleven/Jane non è per niente un problema: renderà ancora più bello il suo ritorno in una splendida scena in cui la ragazzina arriva come un deus ex machina per salvare capra e cavoli (e tutti i suoi amici). Stavolta il gruppo si divide in più sottogruppi, se così si può dire: da una parte ci sono Mike e Will, ognuno alle prese con i suoi demoni (il primo con l’assenza di Elle, il secondo ospita il mostro del Sottosopra). Dall’altra Dustin e Lucas sono scatenati, anche a causa dello sconvolgimento emotivo portato dalla presenza della nuova arrivata Max, di cui parleremo dopo. Ad ogni modo il gruppetto di amici è sempre la garanzia di questa serie.

ADOLESCENTI
Si rinnova il triangolo tra Nancy, Steve e Jonathan. Nancy, anche e soprattutto a causa della morte di Barb (personaggio più sopravvalutato della serie, basta con ‘sta Barb!), scazza con Steve, che sparisce da questa “categoria” per ritrovarsi a badare ai ragazzi (in particolar modo a Dustin, Lucas e Max). Nancy e Jonathan si ritrovano nuovamente insieme e stavolta finiscono a letto, per la felicità dei fan della serie. Anche in questa categoria troviamo una new entry: Billy, il fratello di Max. Billy a parte, personaggio inutile anche se molto eighties, la parte sugli adolescenti funziona anche stavolta, per quanto si continuino a ripetere gli stessi schemi della prima stagione (triangolo amoroso, Nancy e Jonathan cercano risposte insieme, Steve in qualche modo cerca sempre di riscattarsi…).

ADULTI
Da questo punto di vista ci troviamo di fronte una grande new entry: Sean Astin. L’indimenticato Mickey de “I Goonies” è il compagno di Joyce (Winona Ryder) e il suo è davvero un grande ruolo, con la sua simpatia e ingenua dolcezza riuscirà infatti a risolvere più volte la situazione: interpreta la “mappa” di Will, salvando così la vita a Hopper, quindi riattiva l’elettricità nei laboratori permettendo a tutti quanti di fuggire. Winona è sempre “mamma coraggio” e si fa adorare per questo, Hopper invece stavolta è meno cool rispetto alla prima stagione: è diventato una sorta di “Sceriffo Extraterrestre”, infatti è praticamente diventato il padrino di Eleven, un po’ come Bud Spencer era il tutore di H7 25 nel film di Michele Lupo (il suo balletto di fronte a Eleven però è già cult). Tra gli altri, non male la presenza di Murray Bauman, il complottista che vede ovunque la minaccia russa. Diverte la mamma di Dustin, mentre i genitori di Mike come al solito sono inutili (anche se la scena tra la signora Wheeler e Billy è memorabile).

NUOVI PERSONAGGI
Di Bob abbiamo già parlato abbastanza: un grande personaggio per Sean Astin, che purtroppo è stato eliminato dalla serie troppo presto (ma immaginiamo che sia stato ucciso dagli autori anche per permettere a Joyce ed Hopper di finire finalmente insieme: nella prossima stagione vedremo se sarà così). Altro personaggio irresistibile è la piccola Erica, sorellina di Lucas: divertente e cinica al punto giusto, è una nuova linea comica perfettamente inserita nella storia e mai invadente. Murray Bauman risulterà decisivo per l’unione provvisoria di Nancy e Jonathan, oltre ad essere un personaggio interessante proprio per la sua vena complottista. Max, detta anche Mad Max, dalla firma che lascia nella classifica dei videogiochi, è uno dei personaggi più fichi tra quelli nuovi: il suo arrivo metterà scompiglio nel gruppetto dei ragazzini, Mike farà fatica ad accettarla perché la ritiene un surrogato di Eleven, Dustin e Lucas se la litigheranno (con l’ultimo che otterrà risultati decisamente migliori, nonostante le “perle irresistibili” di Dustin). Max rappresenta il profano di “Stranger Things”, lo scettico che si è avvicinato alla serie con colpevole ritardo e che fatica a cedere all’entusiasmo dei suoi amici. Allo stesso tempo è una ragazza divertente, piacevole, ma dal passato difficile. Tra l’altro essere una nuova arrivata in una scuola media la rende un’outsider: tutto ciò le permette di inquadrarsi perfettamente nel gruppo dei “perdenti” (strizzatina d’occhio a “It”). Al contrario il suo fratellastro Billy è un personaggio pressoché inutile: toglie a Steve lo scettro di “Re della scuola”, ma ai fini della trama non serve davvero a nulla. Infine citiamo Dart, l’animaletto di cui si prende cura Dustin: a mio parere non è stata una trovata irresistibile, anche se la sua trasformazione in democane è stata esaltante (in particolare la presenza di questi democani mi è piaciuta molto).

ELEVEN
Rispetto alla scorsa stagione la ragazzina speciale ha un ruolo marginale, anche se come al solito fondamentale. Il suo rapporto con Hopper non mi ha fatto impazzire e la sua linea narrativa è fin troppo zeppa di lungaggini (per quanto il ritrovamento della madre sia stato un momento davvero alto). Parlando di lungaggini non si può non citare in blocco l’intero Episodio 7, che è stato quello che ha creato più scalpore e senza dubbio malumore. Una puntata intera persa dietro ad una linea narrativa folle, che ha come unico scopo quello di restituire Eleven ai suoi amici dello scorso anno (a Mike in particolare). Scopriamo qui che il Dottor Brennan di Matthew Modine è ancora vivo, ne sapremo senz’altro di più nella prossima stagione. Come già detto prima, bellissimo il momento del suo ritorno (anche se l’abbigliamento alla Matrix mi ha lasciato alquanto interdetto).

CITAZIONI
Neanche a dirlo, anche in questa stagione le citazioni anni 80 sono uno dei punti forti della serie: i “Ghostbusters” e “Indiana Jones” stavolta sono forse i riferimenti più evidenti, ma come sempre ce ne sono a iosa. L’animaletto che Dustin si porta a casa non può non far pensare ai “Gremlins”, così come Will che, aprendo la porta di casa, ricorda da vicino il piccolo protagonista di “Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo” (già citato ampiamente nella prima stagione). Per quanto riguarda gli horror, torna il riferimento a “It” (le cicatrici sulle mani di Nancy e Jonathan) ed è chiaro quello a “L’esorcista” (quando Will viene liberato dal mostro che lo controlla). En passant, vanno citati ovviamente “I Goonies” (quant’è bello quando Sean Astin domanda se sotto la X si trova il tesoro dei pirati?), “Mad Max” e “Jurassic Park” che, pur non essendo un film degli anni 80, è comunque un cult di quella generazione. Se volete approfondire la faccenda non perdetevi il post dedicato a tutte le citazioni di Stranger Things!

COLONNA SONORA
Altro punto forte della serie. Non sarà una soundtrack spettacolare come quella della stagione precedente, ma anche qui abbiamo ottime chicche. Ho amato trovarmi “Hammer to Fall” dei Queen nello stereo della macchina di Steve ed è stato gagliardo chiudere la seconda puntata con il classico tema dei “Ghostbusters”, firmato da Ray Parker Jr. Ci sono gli Scorpions con “Rock You Like a Hurricane” e i DEVO con “Whip It”, Bon Jovi con “Runaway” e i Metallica con “The Four Horsemen”. Tra gli altri capisaldi degli ’80 non manca “Time after Time” di Cindy Lauper (autrice del tema dei “Goonies”, tra l’altro) e “Every Breath You Take” dei Police. Queste solo per citarne alcune.

FINALE
In conclusione, non si può non commentare il finale di stagione. Soddisfacente, senza dubbio: il laboratorio è stato smantellato, Barb ha avuto un funerale, l’entrata per il Sottosopra ricucita (questa scena non mi ha fatto impazzire devo dire), Dustin balla con Nancy (chiusura ideale di quella scena in cui un sorridente Dustin, nella prima puntata dello scorso anno, chiedeva a Nancy se voleva un po’ di pizza), Mike bacia Eleven, Lucas bacia Max, Will trova anche lui una dama e Hopper si fa una sigaretta nel parcheggio insieme a Joyce. Sotto di loro però il Mind Flyer incombe minaccioso su Hawkins. Forse non sarà stata una stagione all’altezza della prima, ma io non riesco a non sentirmi legato a questi personaggi e a queste atmosfere. Che ve lo dico a fare: non vedo l’ora della terza stagione.

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Recensione “Big Little Lies” (2017)

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Ci sono alcuni film (o alcune serie, come in questo caso) che riescono ad attaccarsi alle viscere già dalle primissime sequenze: “Big Little Lies” ne è un esempio. Nei minuti iniziali scopriamo che c’è stato un omicidio e non sapremo l’identità della vittima né quella del colpevole fino al termine dell’ultima puntata. Episodio dopo episodio scopriamo che, dietro la facciata borghese e salubre di un paesino sulla costa californiana, si nascondono segreti, tradimenti, moventi (più o meno gravi) che coinvolgono gran parte dei suoi protagonisti. Chiunque può esser stato ucciso, chiunque può esser stato il colpevole. Tuttavia a coinvolgere non è tanto la componente poliziesca, praticamente assente se non per il tormentone ricorrente, quanto il sublime approfondimento psicologico di ogni personaggio, soprattutto femminile, adeguatamente reso da un punto di vista fisico ed emozionale grazie ad un cast di attrici in stato di grazia. Ma procediamo per gradi e raccontiamo come nasce tutto ciò.

Dopo aver letto il romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, Reese Witherspoon e Nicole Kidman si sono fiondate in Australia per convincere la scrittrice a cedere i diritti del suo libro: le due, come chiunque abbia visto questa bellissima miniserie, si erano accorte che i personaggi di Madeline e Celeste sembravano esser stati scritti appositamente per loro. Le due attrici premio Oscar hanno poi convinto Jean-Marc Vallée, che aveva già diretto la Witherspoon nel meraviglioso “Wild”, ad assumere la direzione delle sette puntate della serie che, per coerenza narrativa e registica, ci danno l’impressione di trovarci davanti ad un lungo film di quasi sette ore. Lo stile del regista canadese è figlio del lavoro straordinario fatto proprio con “Wild”: i pensieri dei personaggi sono flash non solo nelle loro menti, ma anche negli occhi degli spettatori, così come le fugaci dichiarazioni dei personaggi di contorno durante l’interrogatorio della polizia, il tutto grazie ad un meticoloso lavoro di montaggio di cui non si può perdere neanche un istante (non è una serie che potete vedere mentre mangiate, perché davvero non potete abbassare lo sguardo neanche un momento). A proposito delle attrici abbiamo già accennato qualcosa: Reese Witherspoon e Nicole Kidman fanno a gara di bravura, Laura Dern e Shailene Woodley riescono a stare al passo, in una serie tutta al femminile in cui le donne, tra solidarietà e rivalità, riescono a tirare fuori le loro migliori qualità per emergere all’interno di un panorama patriarcale in cui i mariti portano il pane a casa e le mogli devono occuparsi dei figli. I bambini poi, da non dimenticare, motore di tutto (è la loro scuola – fanno tutti la prima elementare – ad unire i personaggi adulti), causa di faide tra genitori, motivo di ansia e preoccupazione, pretesto per punire madri “rivali” in un panorama in cui i padri sono costantemente di contorno e non si assumono mai il peso delle decisioni più importanti.

Trame e sottotrame, sia latenti che manifeste, trovano la loro chiusura ideale in un finale (no spoiler, tranquilli) assolato, che porta finalmente un tono di calore dopo quasi sette ore di oceani agitati e cieli grigi. In tutto ciò la colonna sonora ricercata è la classica ciliegina sulla torta (Jefferson Airplane, Janis Joplin, Otis Redding, Fleetwood Mac, Rolling Stones, Neil Young e molti altri…). Le casalinghe “disperate” di Monterey potrebbero tornare in una seconda stagione che però al momento riteniamo non auspicabile, poiché potrebbe intaccare la memoria di una serie senza grandi difetti di sorta. Ad ogni modo forse c’è ancora nel marcio nella cittadina…

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Recensione “Master of None” (2015)

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“Capace in tutto, maestro di niente”: da questa espressione inglese l’attore Aziz Ansari, una celebrità negli States, ha tratto spunto per una serie da lui scritta, diretta ed interpretata, capace di raccontare con brio e credibilità la vita di un trentenne a New York, come tutti noi alle prese con le difficoltà legate alla ricerca di un posto nel mondo, alla realizzazione professionale e sentimentale, in cui tutti, chi più, chi meno, sono costretti a fallire ripetutamente prima di trovare la giusta direzione. Ma cosa succede se le direzioni da prendere sono innumerevoli? Circondato da un gruppo di amici piuttosto originale (un’afroamericana gay, un asiatico e soprattutto un bambinone alto due metri), Dev, il protagonista, proverà a sondare migliaia di tasselli nella speranza di realizzare il puzzle della sua felicità. La cosa sarà ancor più complicata per il semplice fatto che Dev è indiano (seppur newyorchese fino al midollo): una caratteristica che rende lo show molto meno superficiale di quanto potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Si parla quindi di differenze etniche, religiose, sessuali, in una eterna lotta contro gli stereotipi (in cui il nostro però cade miseramente nel momento in cui sposta le vicende in Italia, all’inizio della seconda stagione, dove c’è spazio anche per un tenero omaggio a “Ladri di Biciclette”). Ci sono tante, tantissime gag, alcune battute fulminee che fanno pensare al miglior Woody Allen (e le immagini così appassionanti di New York non possono non far pensare a lui). C’è un amore per il dialogo spontaneo che sembra uscito fuori da una collezione di mumblecore d’annata. Ci sono riferimenti a film e canzoni che faranno immergere ancor di più gli spettatori della nostra generazione in alcune scene che sembrano davvero tratte dalla nostra vita (alzi la mano chi non si è mai ritrovato a canticchiare i successi di John Scatman). E poi c’è lei, la regina di tutti i sentimenti: la malinconia, piatto forte di una serie che alterna risate e sopracciglia aggrottate con la stessa facilità con la quale salta da una cena a base di tapas ad un piatto di pasta (il cibo italiano e le canzoni nostrane del secolo scorso sono un altro importante caposaldo dello show).

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Recensione “Song to Song” (2017)

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Se amate il cinema di narrazione, questo film probabilmente non fa per voi. Ma se amate il cinema, come potete pensare di perdervelo? Parliamo di un film di Terrence Malick, quindi di un film di non proprio facile visione: bisogna avere pazienza, lasciarsi andare al flusso di immagini, al boomerang emotivo che trascina come onde di un mare in tempesta, finendo poi per infrangersi sugli occhi di chi guarda. La pazienza è la virtù dei forti: scena dopo scena, immagine dopo immagine, il flusso ci cattura, ci raggiunge e, come sempre, ci ricorda uno dei motivi fondamentali per cui bisogna amare la vita: il cinema.

Raccontare la trama non è proprio semplice in un film di Malick: Ryan Gosling è un musicista in cerca di successo, trova l’amore di Rooney Mara e l’appoggio incondizionato del suo mefistofelico produttore, Michael Fassbender. Tra i tre si instaura un pericoloso triangolo che porterà ognuno di loro a prendere decisioni molto diverse. In tutto ciò resterà coinvolta anche una cameriera bellissima (Natalie Portman, la cui visione è un altro motivo per cui bisogna amare la vita). Sullo sfondo di questi intrecci amorosi c’è la scena musicale di Austin, con la sua folle adrenalina e i suoi miti (da Patti Smith a Iggy Pop, passando per i Red Hot Chili Peppers).

I quattro protagonisti del film lottano con i propri demoni e la propria esistenza per reinventarsi e al tempo stesso rimanere fedeli a se stessi. Come la fenice che si rigenera, citata in una scena del film, questi individui devono toccare il fondo per riuscire così a ritrovarsi: resta da vedere chi ci riuscirà e chi no. Sono tutti fuggitivi che cercano una scappatoia dalle vite precedenti: non a caso la canzone che rimane più impressa è la “Runaway” del trailer (prima nella versione originale di Del Shannon e poi in quella più lenta cantata da Ryan Gosling). In tutto ciò la musica non è mai invadente (strano a dirsi, per un film girato nel mezzo di alcuni tra i più importanti festival texani), anzi accompagna le scene, i colori, i tramonti e le ombre dipinte sul suolo dal solito Chivo Lubezki senza essere mai motore delle emozioni, ma dando quasi la sensazione di essere provocata dai pensieri dei personaggi. Una storia sull’amore e sul tradimento, sulla paura e sul desiderio, sulle emozioni più profonde dell’essere umano: Terrence Malick, che si ami o si odi, non lascia mai indifferenti.

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Recensione “Roadies” (2016)

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Parliamo di “Roadies”, ovvero: come innamorarsi di una serie tv e continuare a seguirla pur sapendo che è stata cancellata dopo una sola stagione. Cameron Crowe è una delle poche persone nel mondo del cinema capace di stamparmi un sorriso sul volto ogni volta che realizza qualcosa (sì, compreso il bistrattatissimo “Sotto il cielo delle Hawaii”): mi fa innamorare delle persone, mi fa venire voglia di essere amico di quelle persone, mi fa sentire parte di qualcosa di bello, divertente, dolce e al tempo stesso unico. Tutti motivi per cui ho amato questa serie, ai quali va aggiunto l’ingrediente fondamentale, la cosa che più mi piace e probabilmente anche il “difetto” fatale della serie: l’amore per la musica. Perché difetto? Perché se da un lato una persona come me, innamorata della musica, troverà proprio in questo elemento il cuore della passione per una serie incentrata sul lavoro di quei tecnici che si occupano di tutti gli aspetti necessari ad un concerto per far sì che la band si possa esibire, dall’altro uno spettatore meno appassionato potrebbe trovare ridondanti e forse esagerati tutti i momenti in cui è la musica il collante umano che lega i personaggi e le vicende di “Roadies”: dalla “canzone del giorno”, una trovata strepitosa, ai vari camei di band e artisti più o meno minori sulla scena indie statunitense, i roadies del titolo per Crowe sono solo il pretesto per raccontare ancora una volta ciò che lui ama più di qualunque altra cosa, forse più del cinema stesso: la musica (come fece, meravigliosamente, in quel capolavoro di “Almost Famous”).

Un cast spettacolare dal punto di vista emotivo, se così si può dire: da Luke Wilson a Carla Gugino, da Imogen Poots a Rafe Spall, tutti gli attori non sembrano interpretare personaggi di fantasia, ma conferiscono al gruppo le sfumature necessarie a permetterci di immergerci nella crew, a farci sentire parte di loro, a farci sognare un’esperienza del genere. E chi se ne importa dei cliché raccontati da Crowe, dalla aneddotica, dalle scaramanzie, dagli accenni di retorica (come la corsa di Kelly Ann nel pilot, in cui ha una sorta di epifania musicale: sarà retorica ma funziona a perfezione). Splendida l’idea di base di ambientare ogni episodio in una città diversa del tour, respirando il mito di chi in quella città ha fatto la storia, mostrandoci solo il lato buono dei personaggi (come spesso accade nei film di Crowe). La musica unisce, la musica crea la magia. Questo, dicevamo, è il punto di forza e al tempo stesso il punto debole di “Roadies”: sembra scritto per chi la musica la ama fin dentro le viscere, ma per un successo globale questo è probabilmente troppo poco.

Tanto idealismo e buoni sentimenti, ma tutto realizzato con così tanta passione che è davvero molto difficile non ritrovarsi con un sorriso stampato sul volto al termine della stagione, purtroppo l’unica. La dichiarazione d’amore di Cameron Crowe per chi ama la musica è una vera e propria fonte di gioia: per quel che mi riguarda può bastare anche vedere Luke Wilson tornare nella sua vecchia casa, attaccare la spina della radio e sentire le note di “Radio Nowhere” di Springsteen che avvolgono tutta la scena. Per non parlare del racconto on the road di Phil a proposito del concerto dei Lynyrd Skynyrd quando hanno aperto il tour dei Rolling Stones. Tutte cose da far impazzire un amante del rock, ma saranno così interessanti anche per chi usa la musica non come colonna, ma solo come sottofondo della sua vita? A quanto pare no, visto la decisione della rete di cancellare la serie: “Grazie a Showtime e J.J. Abrams per avermi permesso di fare questa sola e unica stagione di Roadies, ha detto il regista in un comunicato. “Ho ancora le vertigini per aver lavorato con un cast e una troupe così epici. Sebbene avremmo potuto raccontare altre mille storie, questa corsa si conclude con un racconto finito di musica e amore lungo dieci ore. Come una canzone che ti entra nelle vene, o un testo che parla di te, ci auguriamo di aver fatto lo stesso con Roadies“. 

Cameron, amico mio, “Roadies” per me è esattamente questo: è una canzone che entra nelle vene, un testo che parla di me (la scena in cui Wes suona “Simple Man”!). Talmente bello da farti pensare: ma perché non ho fatto questo lavoro nella vita?

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Recensione “La La Land” (2016)

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Finito il film, devastato da una serie di emozioni, non capisci se si tratta della musica, degli attori, della regia, delle luci di Los Angeles o che altro a provocarti questa strana sensazione alla bocca dello stomaco. Eppure c’è, non puoi farci niente, ti accompagna per strada verso la metropolitana, pensi di averla seminata al cambio di linea, ma salendo le scale di casa ti accorgi che c’è ancora, è là, ti stringe forte e ti fa ripensare che a quanto pare è quella smorfia sul viso di Emma Stone ad averti straziato. Vorresti andare a dormire – si è fatto un po’ tardi – ma c’è da scrivere la recensione, a caldo, con quella sensazione che ora si è diffusa tutta intorno a te. Ripensi al finale e ti viene di nuovo da piangere. Ma non solo al finale. “La La Land” conferma tutto ciò che di buono si è detto a proposito di questo film, tutti i premi, tutte le lacrime versate. Mannaggia al romanticismo.

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