Recensione “Joker” (2019)

Anche in una macchina perfettamente oliata, la rottura di un ingranaggio può provocare gravi disastri. Se poi quella macchina è la società in cui viviamo, la follia di uno dei suoi ingranaggi può allora destabilizzare l’intero sistema: secondo la Treccani infatti la società è un “Insieme di uomini organizzato sulla base di un sistema più o meno strutturato di rapporti naturali, economici, culturali, politici”. Ma cosa succede se i rapporti sono sbilanciati, crudeli, oppressivi?

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Recensione “C’era una volta… a Hollywood” (“Once Upon a Time… in Hollywood”, 2019)

Quando sei in sala e ti viene voglia di applaudire durante la proiezione, significa che stai guardando un film di Quentin Tarantino. “C’era una volta… a Hollywood” amplia ancor di più gli orizzonti del cineasta californiano, che stavolta mette su un enorme omaggio al cinema degli anni 60, riuscendo ad emozionarci per poi farci esplodere in risate fragorose. In oltre due ore e mezza troviamo un po’ di tutto: dal consueto citazionismo spinto (tra cui il periodo d’oro dei western all’italiana) a personaggi reali inseriti in un contesto che si può definire solo con un aggettivo: tarantiniano.

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Recensione “Chernobyl” (2019)

Non è mai facile appiccicare etichette come “capolavoro” o “serie tv dell’anno”, affermazioni che stanno bene sui cartelloni pubblicitari, ma che non sempre possono essere condivise da tutti. Ebbene, sulla nuova serie della HBO (in Italia distribuita da Sky e NowTv), “Chernobyl”, credo che i dubbi siano davvero minimi. Non ho problemi ad affermare che ci troviamo davanti al capolavoro dell’anno, uno dei prodotti più curati, interessanti, coinvolgenti, umani e spaventosi che siano stati realizzati negli ultimi anni. La cosa più incredibile è che pur conoscendo la storia, perché ciò che accadde a Chernobyl lo sappiamo praticamente tutti da sempre, non riusciamo comunque a staccare il naso dallo schermo, catturati da questo caleidoscopio di personaggi, intrighi, segreti e bugie che dura per 5 episodi da oltre un’ora ciascuno.

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Recensione “Shining” (“The Shining”, 1980)

1980: la paura. Stanley Kubrick per la prima volta affronta il genere horror prendendo spunto dal romanzo omonimo di Stephen King, stravolgendolo secondo la propria sensibilità e il proprio stile, dando così vita ad un capolavoro di terrore e di angoscia. Fino ad allora in molti film horror la famiglia ha rappresentato il punto di unione tra le cosiddette vittime della storia, il punto di forza sul quale far leva per vedere la luce: “Shining” al contrario mostra il male come elemento interno alla famiglia, e quel che peggio, provenire dal suo patriarca, Jack, il vero sostentamento di un nucleo familiare in difficoltà. Qui nasce la paura: dal disgregamento del nucleo familiare, un terrore graduale, sempre più dirompente, che ha trasformato Jack Torrance in un’icona cinematografica del male. Stephen King ha creato l’Overlook Hotel, il lavoro di custode invernale per uno scrittore fallito (Jack, appunto), i fantasmi di un passato di sangue che ritorna e lo shining, un potere paranormale che mette in allarme il piccolo Danny dalla follia omicida del padre. Kubrick ha fatto il resto (scatenando le ire dello stesso King): ha preso una famiglia e l’ha resa qualcosa di spaventoso, ha preso un corridoio e l’ha fatto diventare un topos del genere horror, ha preso un giardino e l’ha trasformato in un labirinto. Infine, ha preso un soggetto e l’ha reso un capolavoro.

Jack Torrance trova lavoro come custode invernale presso un albergo isolato tra le montagne rocciose, occupazione ideale per scrivere il suo libro nel totale silenzio. Si trasferisce così all’Overlook Hotel in compagnia della moglie Wendy e del piccolo Danny. Il silenzio dell’albergo e dei fantasmi del passato libera la pazzia di Jack: la febbre da chiuso sgretola l’amore per la famiglia, lasciando emergere la furia omicida del padre. La piccola famiglia, braccata dallo spaventoso ghigno di Jack, rende Wendy una madre forte e Danny un moderno Pollicino, dove le briciole di pane sono sostituite da impronte sulla neve.

Il cinema americano trova così un nuovo tipo di famiglia, mette da parte il modello sorridente alla Frank Capra, e ne scopre invece i lati più oscuri, dove il padre non è più colui che difende, il baluardo dietro al quale rifugiarsi dalle intemperie, ma la minaccia più pericolosa, il lupo cattivo di una favola terrificante. La società americana, minacciata dall’accetta di Jack Torrance, comincia a capire che il sogno americano si sta lentamente trasformando in un incubo. “Shining” torna finalmente su grande schermo il 31 ottobre e l’1 e 2 novembre, preceduto dal cortometraggio “Work and Play”, distribuito al cinema da Nexo Digital. Un film che, anche se visto mille volte, vale sempre la pena rivedere in sala.

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Recensione “Twin Peaks” (1990)

Quando si pensa alla televisione degli anni 90, è difficile non pensare a “I segreti di Twin Peaks”, serie televisiva (o telefilm, come si usava dire ai tempi) di culto, entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo degli adolescenti di una volta, oggi adulti, che come allora fremono in attesa della nuova stagione dello show, in arrivo il 21 maggio. La vicenda ruota intorno alle indagini che si sono svolte in seguito all’assassinio di una giovane ragazza, Laura Palmer, in una cittadina fittizia dello stato di Washington, la ormai mitologica Twin Peaks (51.201 abitanti, come recita il cartello nella sigla). La serie creata da David Lynch, seppur kitsch, surreale, talvolta grottesca, a tratti spaventosa, è entrata nell’Olimpo dei più grandi spettacoli di tutti i tempi. Cosa c’è dietro a questo indiscutibile capolavoro? Ne parliamo dopo la sigla. Chi non ha visto la serie si fermi qui, spenga il pc, e cominci subito a vedere “Twin Peaks”. Chi invece l’ha vista, può andare avanti nella lettura e non temere tutti gli spoiler che ci saranno da qui in avanti…

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Recensione “Manhattan” (1979)

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Sintesi della commedia amara “Io e Annie” e della passione drammatica di “Interiors”, “Manhattan” è da sempre considerata l’opera più matura di Woody Allen, a metà strada tra comico e tragico, un mix che da sempre caratterizza le pellicole alleniane. Per la prima volta il regista gira in bianco e nero, un’assenza di policromia che delinea non solo una scelta stilistica, ma metaforicamente va a sottolineare le difficoltà dei personaggi del film nell’uscire dalla penombra delle loro nevrosi, dei loro disagi e della loro solitudine. Allen omaggia ancora una volta la sua amata New York («era la sua città e lo sarebbe sempre stata» dice nell’incipit), incorniciando le sequenze del film con gli splendidi scorci di una Manhattan quasi impersonale e atemporale, inscrivendo in essa l’alienazione metropolitana vissuta dai protagonisti.

Il film racconta le vicende di Ike, un uomo di mezza età insoddisfatto del suo lavoro e della sua relazione con la diciassettenne Tracy. L’incontro con Mary, l’ex-amante del suo migliore amico, porta Ike a lasciare il lavoro e la ragazza, per cominciare una relazione con una donna più vicina al suo ideale. La ricerca di Ike verso la realizzazione sentimentale e verso il superamento del suo carattere anedonico è però una lunga strada in salita, in cui la fotografia in bianco e nero mette in mostra ambedue i lati della personalità del regista: la sua incapacità di godere dei piaceri della vita e la sua continua ricerca verso il superamento di essa.

Candidato a 2 premi Oscar nel 1979 (per la sceneggiatura e per la migliore attrice non protagonista), “Manhattan” rappresenta l’apice, dal punto di vista umano (come dice Tracy: “Bisogna avere un po’ di fiducia nella gente”), dell’intera filmografia di Woody Allen, oltre ad essere considerato il punto più alto dell’amore del regista per la sua città, frenetica ma romantica, alienante ma protettiva. Un film divertente e commovente, dolce e amaro allo stesso tempo, nel pieno stile di un genio come Woody Allen.

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Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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Recensione “Si alza il vento” (“Kaze tachinu”, 2013)

“Si alza il vento, dobbiamo provare a vivere”: il verso di Paul Valery accompagna i sentimenti e le emozioni dell’ultima pellicola della carriera di Hayao Miyazaki, forse la più adulta e la più commovente di tutta la sua straordinaria filmografia. Il maestro d’animazione giapponese per la prima volta racconta la storia di un personaggio veramente esistito, Jiro Horikoshi, ingegnere aeronautico della Mitsubishi, sognatore dal cuore puro, costruttore di meravigliosi prodigi tecnologici talvolta usati dall’uomo nella maniera sbagliata (i suoi aerei furono infatti utilizzati dall’esercito giapponese durante la Seconda Guerra Mondiale). Quello raccontato da Miyazaki è uno spettacolare volo tra le emozioni della vita, tra le passioni e le ambizioni di un uomo e l’amore incondizionato per una donna devota.

Il piccolo Jiro sogna di pilotare aeroplani ma è miope e per questo non potrà mai diventare pilota. Una notte però gli appare in sogno il celebre ingegnere italiano Gianni Caproni, che gli dice che progettare aerei è ancora meglio che pilotarli, perché significa rendere reale il più grande sogno dell’essere umano: volare. Jiro diventa grande, studia ingegneria e finalmente entra a lavorare nella sezione aeronautica della Mitsubishi. Qualche anno dopo Jiro si troverà a vivere tra meravigliose creazioni da affidare al cielo e le crudeli assurdità della guerra, tra la gioia dell’amore per la dolce Nahoko e l’impotenza di poter stare costantemente al suo fianco. Ma quando si alza il vento, bisogna provare a vivere…

Miyazaki ha il grande talento di saper raccontare con tenerezza e semplicità una storia ricca di testi e sottotesti, di metafore, di riferimenti alla storia e alla cultura (ad esempio gli omaggi all’espressionismo tedesco e a Thomas Mann). Vedere un film di Miyazaki diventa così un appuntamento con il nostro lato più sensibile, più emotivo, capace di risvegliare in ogni sua sfumatura la nostra voglia di vivere, talvolta assopita dagli sbadigli della quotidianità. Realizzare i propri sogni, amare e lasciarsi amare, tentare di proseguire il cammino sull’ardua via del vivere: è questo il regalo di Miyazaki all’umanità. Noi non possiamo che raccoglierlo con una lacrima e un sorriso. Grazie di tutto Maestro Hayao.

Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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Recensione “I 400 colpi” (“Les 400 coups”, 1959)

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Dalla critica cinematografica alla regia il passo è stato breve: François Truffaut, con questo capolavoro del 1959 conquista il Festival di Cannes e soprattutto rilancia un cinema francese nuovo, quello stesso cinema che auspicava pochi anni prima tra le righe dei “Cahiers du Cinema”, la rivista sulla quale scriveva insieme ai suoi colleghi critici e poi cineasti Godard, Rohmer e Rivette. Per far sì che ci fosse un cinema d’autore, una nuova onda cinematografica (la celebre Nouvelle Vague che darà il nome al movimento), era necessario prendere le distanze dal cinema del realismo psicologico, dal cinema borghese che mostra allo spettatore “la vita come la si vede da un quarto piano di Saint-Germain des Prés”. Questa premessa era necessaria per contestualizzare l’importanza di un film che non è semplicemente un film meraviglioso, ma anche una pellicola fondamentale all’interno del panorama cinematografico mondiale.

Il primo film di Truffaut si apre con le immagini su quella Tour Eiffel tanto cara al regista, e con la dedica a André Bazin, mentore dei giovani turchi dei Cahiers, scomparso proprio il primo giorno di riprese (che dolore al pensiero che Bazin non ha mai visto “I 400 colpi”!). Antoine Doinel è un dodicenne irrequieto e sognatore: idolatra Balzac, ama il cinema, ma è sempre punito per i suoi comportamenti sopra le righe, sia a scuola, sia a casa, dove vive con una madre incapace di cogliere le sue inquietudini e i suoi bisogni affettivi e con un padre adottivo superficiale e lontano dalle sue necessità. I guai che Antoine provoca sono in realtà il bisogno di attirare l’attenzione e al tempo stesso una protesta contro l’indifferenza degli adulti. Antoine è un bambino solo, che non ha mai visto il mare, che può contare solo sull’amicizia del coetaneo René, con cui condivide le marachelle e le lunghe passeggiate tra le strade di Pigalle. Ogni azione compiuta pone Antoine in una situazione ancora peggiore rispetto alla precedente: è così che comincia la sua fuga, prima tra le vie di una Parigi notturna, infine verso il mare da lui tanto agognato. Il suo sguardo finale è lo sguardo di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, uno sguardo acerbo e già dolorante, sofferente, straordinariamente commovente. Lo sguardo di un ragazzo che comincia a vivere la sua vita, scoprendone tutte le difficoltà.

Antoine Doinel diventa così l’alter-ego di François Truffaut, che nel film descrive molte vicende appartenenti al suo passato: il regista ritrova il se stesso di un tempo nella magnifica freschezza di Jean-Pierre Leaud, con cui continuerà a raccontare le vicende di Antoine in altre quattro pellicole (tre film più un episodio del film collettivo “L’amore a vent’anni”). La ricerca del nostro posto nel mondo continua anche grazie a un film, a un personaggio, a una scena: Antoine Doinel è ancora il padre di una generazione che non smetterà mai di esistere, perché, in fondo, abbiamo tutti bisogno di una lunga fuga verso il mare.

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