Recensione “Shining” (“The Shining”, 1980)

1980: la paura. Stanley Kubrick per la prima volta affronta il genere horror prendendo spunto dal romanzo omonimo di Stephen King, stravolgendolo secondo la propria sensibilità e il proprio stile, dando così vita ad un capolavoro di terrore e di angoscia. Fino ad allora in molti film horror la famiglia ha rappresentato il punto di unione tra le cosiddette vittime della storia, il punto di forza sul quale far leva per vedere la luce: “Shining” al contrario mostra il male come elemento interno alla famiglia, e quel che peggio, provenire dal suo patriarca, Jack, il vero sostentamento di un nucleo familiare in difficoltà. Qui nasce la paura: dal disgregamento del nucleo familiare, un terrore graduale, sempre più dirompente, che ha trasformato Jack Torrance in un’icona cinematografica del male. Stephen King ha creato l’Overlook Hotel, il lavoro di custode invernale per uno scrittore fallito (Jack, appunto), i fantasmi di un passato di sangue che ritorna e lo shining, un potere paranormale che mette in allarme il piccolo Danny dalla follia omicida del padre. Kubrick ha fatto il resto (scatenando le ire dello stesso King): ha preso una famiglia e l’ha resa qualcosa di spaventoso, ha preso un corridoio e l’ha fatto diventare un topos del genere horror, ha preso un giardino e l’ha trasformato in un labirinto. Infine, ha preso un soggetto e l’ha reso un capolavoro.

Jack Torrance trova lavoro come custode invernale presso un albergo isolato tra le montagne rocciose, occupazione ideale per scrivere il suo libro nel totale silenzio. Si trasferisce così all’Overlook Hotel in compagnia della moglie Wendy e del piccolo Danny. Il silenzio dell’albergo e dei fantasmi del passato libera la pazzia di Jack: la febbre da chiuso sgretola l’amore per la famiglia, lasciando emergere la furia omicida del padre. La piccola famiglia, braccata dallo spaventoso ghigno di Jack, rende Wendy una madre forte e Danny un moderno Pollicino, dove le briciole di pane sono sostituite da impronte sulla neve.

Il cinema americano trova così un nuovo tipo di famiglia, mette da parte il modello sorridente alla Frank Capra, e ne scopre invece i lati più oscuri, dove il padre non è più colui che difende, il baluardo dietro al quale rifugiarsi dalle intemperie, ma la minaccia più pericolosa, il lupo cattivo di una favola terrificante. La società americana, minacciata dall’accetta di Jack Torrance, comincia a capire che il sogno americano si sta lentamente trasformando in un incubo. “Shining” torna finalmente su grande schermo il 31 ottobre e l’1 e 2 novembre, preceduto dal cortometraggio “Work and Play”, distribuito al cinema da Nexo Digital. Un film che, anche se visto mille volte, vale sempre la pena rivedere in sala.

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Recensione “Twin Peaks” (1990)

Quando si pensa alla televisione degli anni 90, è difficile non pensare a “I segreti di Twin Peaks”, serie televisiva (o telefilm, come si usava dire ai tempi) di culto, entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo degli adolescenti di una volta, oggi adulti, che come allora fremono in attesa della nuova stagione dello show, in arrivo il 21 maggio. La vicenda ruota intorno alle indagini che si sono svolte in seguito all’assassinio di una giovane ragazza, Laura Palmer, in una cittadina fittizia dello stato di Washington, la ormai mitologica Twin Peaks (51.201 abitanti, come recita il cartello nella sigla). La serie creata da David Lynch, seppur kitsch, surreale, talvolta grottesca, a tratti spaventosa, è entrata nell’Olimpo dei più grandi spettacoli di tutti i tempi. Cosa c’è dietro a questo indiscutibile capolavoro? Ne parliamo dopo la sigla. Chi non ha visto la serie si fermi qui, spenga il pc, e cominci subito a vedere “Twin Peaks”. Chi invece l’ha vista, può andare avanti nella lettura e non temere tutti gli spoiler che ci saranno da qui in avanti…

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Recensione “Manhattan” (1979)

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Sintesi della commedia amara “Io e Annie” e della passione drammatica di “Interiors”, “Manhattan” è da sempre considerata l’opera più matura di Woody Allen, a metà strada tra comico e tragico, un mix che da sempre caratterizza le pellicole alleniane. Per la prima volta il regista gira in bianco e nero, un’assenza di policromia che delinea non solo una scelta stilistica, ma metaforicamente va a sottolineare le difficoltà dei personaggi del film nell’uscire dalla penombra delle loro nevrosi, dei loro disagi e della loro solitudine. Allen omaggia ancora una volta la sua amata New York («era la sua città e lo sarebbe sempre stata» dice nell’incipit), incorniciando le sequenze del film con gli splendidi scorci di una Manhattan quasi impersonale e atemporale, inscrivendo in essa l’alienazione metropolitana vissuta dai protagonisti.

Il film racconta le vicende di Ike, un uomo di mezza età insoddisfatto del suo lavoro e della sua relazione con la diciassettenne Tracy. L’incontro con Mary, l’ex-amante del suo migliore amico, porta Ike a lasciare il lavoro e la ragazza, per cominciare una relazione con una donna più vicina al suo ideale. La ricerca di Ike verso la realizzazione sentimentale e verso il superamento del suo carattere anedonico è però una lunga strada in salita, in cui la fotografia in bianco e nero mette in mostra ambedue i lati della personalità del regista: la sua incapacità di godere dei piaceri della vita e la sua continua ricerca verso il superamento di essa.

Candidato a 2 premi Oscar nel 1979 (per la sceneggiatura e per la migliore attrice non protagonista), “Manhattan” rappresenta l’apice, dal punto di vista umano (come dice Tracy: “Bisogna avere un po’ di fiducia nella gente”), dell’intera filmografia di Woody Allen, oltre ad essere considerato il punto più alto dell’amore del regista per la sua città, frenetica ma romantica, alienante ma protettiva. Un film divertente e commovente, dolce e amaro allo stesso tempo, nel pieno stile di un genio come Woody Allen.

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Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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Recensione “I 400 colpi” (“Les 400 coups”, 1959)

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Dalla critica cinematografica alla regia il passo è stato breve: François Truffaut, con questo capolavoro del 1959 conquista il Festival di Cannes e soprattutto rilancia un cinema francese nuovo, quello stesso cinema che auspicava pochi anni prima tra le righe dei “Cahiers du Cinema”, la rivista sulla quale scriveva insieme ai suoi colleghi critici e poi cineasti Godard, Rohmer e Rivette. Per far sì che ci fosse un cinema d’autore, una nuova onda cinematografica (la celebre Nouvelle Vague che darà il nome al movimento), era necessario prendere le distanze dal cinema del realismo psicologico, dal cinema borghese che mostra allo spettatore “la vita come la si vede da un quarto piano di Saint-Germain des Prés”. Questa premessa era necessaria per contestualizzare l’importanza di un film che non è semplicemente un film meraviglioso, ma anche una pellicola fondamentale all’interno del panorama cinematografico mondiale.

Il primo film di Truffaut si apre con le immagini su quella Tour Eiffel tanto cara al regista, e con la dedica a André Bazin, mentore dei giovani turchi dei Cahiers, scomparso proprio il primo giorno di riprese (che dolore al pensiero che Bazin non ha mai visto “I 400 colpi”!). Antoine Doinel è un dodicenne irrequieto e sognatore: idolatra Balzac, ama il cinema, ma è sempre punito per i suoi comportamenti sopra le righe, sia a scuola, sia a casa, dove vive con una madre incapace di cogliere le sue inquietudini e i suoi bisogni affettivi e con un padre adottivo superficiale e lontano dalle sue necessità. I guai che Antoine provoca sono in realtà il bisogno di attirare l’attenzione e al tempo stesso una protesta contro l’indifferenza degli adulti. Antoine è un bambino solo, che non ha mai visto il mare, che può contare solo sull’amicizia del coetaneo René, con cui condivide le marachelle e le lunghe passeggiate tra le strade di Pigalle. Ogni azione compiuta pone Antoine in una situazione ancora peggiore rispetto alla precedente: è così che comincia la sua fuga, prima tra le vie di una Parigi notturna, infine verso il mare da lui tanto agognato. Il suo sguardo finale è lo sguardo di un ragazzo cresciuto troppo in fretta, uno sguardo acerbo e già dolorante, sofferente, straordinariamente commovente. Lo sguardo di un ragazzo che comincia a vivere la sua vita, scoprendone tutte le difficoltà.

Antoine Doinel diventa così l’alter-ego di François Truffaut, che nel film descrive molte vicende appartenenti al suo passato: il regista ritrova il se stesso di un tempo nella magnifica freschezza di Jean-Pierre Leaud, con cui continuerà a raccontare le vicende di Antoine in altre quattro pellicole (tre film più un episodio del film collettivo “L’amore a vent’anni”). La ricerca del nostro posto nel mondo continua anche grazie a un film, a un personaggio, a una scena: Antoine Doinel è ancora il padre di una generazione che non smetterà mai di esistere, perché, in fondo, abbiamo tutti bisogno di una lunga fuga verso il mare.

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Capitolo 207

Ottobre sta scivolando via, con le sue meravigliose giornate di sole, il compleanno del sottoscritto e la Roma che non smette di regalare emozioni. Ciò che resta sono i film, unici, quasi tutti bellissimi, che siamo riusciti a vedere durante questo mese così intenso. E ricordate (messaggio pubblicitario!) che potete sempre continuare a seguirmi sulla nuova pagina Facebook di Una vita da cinefilo.

Anni felici (2013): Adoro il cinema di Daniele Luchetti, il suo modo di raccontare non è mai ruffiano, ma sincero, mai pesante, sempre ironico. Ho amato tutti i suoi film e mi è piaciuto tantissimo anche questo, probabilmente il suo lavoro più personale, in cui il regista ci trascina con grazia e nostalgia negli anni 70 e nella sua infanzia, con una coppia di attori perfetti e ricordi di belle emozioni. “Indubbiamente erano anni felici, peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto.

Las acacias (2011): Film argentino costruito sul viaggio on the road di un camionista e di una ragazza madre. I due condividono la strada e il silenzio. L’arte di giocare sul filo del non detto. Piaciuto.

Basilicata Coast to Coast (2010): Film d’esordio di Rocco Papaleo, un’armata Brancaleone in marcia per la campagna lucana, tra amore e musica. Mi avevano tutti parlato bene di questo film, ed effettivamente è molto carino, nonostante sia un po’ strampalato. Ma in un film con Max Gazzè possiamo perdonare anche questo. Bellino.

Questione di tempo (2013): Io a Richard Curtis gli voglio proprio bene. Il regista di “Love Actually” e “I love Radio Rock” torna a farci innamorare dei suoi personaggi, come al solito immersi in un mondo in cui chiunque ha un briciolo di romanticismo in fondo all’anima vorrebbe vivere, almeno per qualche giorno. Bill Nighy come al solito sugli scudi, e ottima la colonna sonora (c’è addirittura Jimmy Fontana con Il Mondo!).

Momenti di gloria (1981): Beh, era il primo film ad aver vinto l’Oscar dopo la mia nascita e io ancora non l’avevo visto. La cosa migliore è la colonna sonora di Vangelis, perché il film è di una banalità sconcertante. Palloso, senza ritmo, non riesce a trasmettere i tormenti dei personaggi. Grande delusione.

La vita di Adele (2013): Il film dell’anno, né più, né meno. Se andate a vederlo e non vi piace, credo davvero che il cinema non faccia per voi. Anzi, credo che la VITA non faccia per voi. Capolavoro.

Una piccola impresa meridionale (2013): Il nuovo film di Rocco Papaleo è sì piacevole, onesto, ma forse un po’ troppo arruffato e in un certo senso meno fresco del carinissimo “Basilicata Coast to Coast”. La simpatia dei personaggi aiuta a conquistare una sufficienza pienissima. Si può guardare, ma magari di pomeriggio, quando i cinema costano di meno…

Before midnight (2013): Se non l’avete ancora fatto guardatevi “Before Sunrise” e “Before Sunset”, dopodiché godetevi quest’altro gioiello firmato da Richard Linklater, Ethan Hawke e Julie Delpy. La naturale evoluzione di una storia d’amore ordinaria, nata però in maniera straordinaria. Dietro Jesse e Celine c’è tanto delle nostre vite, di quegli alti che abbiamo vissuto (o che avremmo voluto vivere), di quei bassi che non siamo mai riusciti ad evitare. Probabilmente è proprio questo che rende la loro storia così credibile, e così emozionante.  Se poi non vi piace allora vi meritate Checco Zalone.

Oh boy, un caffè a Berlino (2012): ilm d’esordio di Jan Ole Gerster che sembra uscito dalla testa di Jim Jarmusch, ambientato in una magnifica Berlino in bianco e nero che profuma di Nouvelle Vague. Malinconico, a tratti assurdo, ma bellissimo. Se avessi soldi, tempo, talento, capacità e tutto ciò che serve per girare un film, penso che girerei qualcosa di molto simile a questo film. Da vedere.

Recensione “Nebraska” (2013)

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Alexander Payne è uno dei registi più amati della Nuova Hollywood: ironico e malinconico, divertente anche nell’amarezza, autore di piccoli grandi capolavori come “A proposito di Schmidt”, “Sideways” e “Paradiso amaro”. Dopo due premi Oscar per la sceneggiatura e tanti chilometri percorsi assieme ai suoi personaggi, il regista di origine greca ci porta questa volta sulle strade del Nebraska, lo Stato che gli ha dato i natali. Il viaggio è pervaso dalle caratteristiche atmosfere “bittersweet” tanto care a Payne, che con questo film continua la sua indagine sui rapporti tra genitori e figli, centrando però la storia su un padre anziano (straordinario Bruce Dern, migliore attore al Festival di Cannes) e un figlio triste (Will Forte), quasi rassegnato ad una vita ordinaria, che mette in piedi una sorta di teatrino on the road per conquistare, attraverso la realizzazione dei propositi assurdi del genitore, una qualche forma di felicità.

Il vecchio Woody, ex-meccanico in pensione, trova un volantino pubblicitario che gli annuncia la vittoria di un milione di dollari, da riscuotere a Lincoln, in Nebraska. “Crede a tutto ciò che gli si dice”, commenta suo figlio David, costretto continuamente a bloccare i reiterati tentativi di suo padre di raggiungere il Nebraska a piedi (!) per incassare la fantomatica vincita. Dopo l’ennesima fuga, David decide di accompagnare suo padre in viaggio dal Montana fino a Lincoln, per cambiare aria dopo il suo matrimonio recentemente fallito, e per passare un po’ di tempo con il suo vecchio, con il quale ha un rapporto da sempre complicato. David spera inoltre che una volta là suo padre capisca finalmente che il volantino è soltanto una pubblicità, e che non c’è nessuna vincita ad aspettarlo. Durante il viaggio i due tornano di passaggio nella cittadina dove sono nati e cresciuti: i vecchi amici e i parenti, dopo aver ascoltato e creduto alle parole di Woody, autoproclamatosi milionario, si trasformeranno ben presto in avvoltoi pronti a tutto pur di ottenere la loro fetta di denaro.

Il fatto di chiamarsi come un meraviglioso album di Springsteen potrebbe già indurre a definire “Nebraska” un capolavoro, ma non è solo questo il motivo: Payne stavolta sembra aver raggiunto la maturità definitiva, la consacrazione come uno dei migliori autori degli ultimi dieci anni. Il magnifico bianco e nero della fotografia e l’accurata caratterizzazione dei personaggi, senza parlare della meravigliosa ironia tragica da cui è pervaso, fanno sembrare “Nebraska” una sorta di incontro ideale tra il cinema di Jim Jarmusch e quello dei fratelli Coen, ma la realtà è che Payne non ha più bisogno di essere paragonato a nessuno. Ormai sono i nuovi registi a dover sperare di essere paragonati a Payne, ad avercene. Uscirà in Italia il prossimo gennaio, distribuito da Lucky Red. Lo andremo a rivedere, ancora una volta.

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Recensione “Holy Motors” (2012)

Osannato al Festival di Cannes dello scorso anno, arriva finalmente in Italia il nuovo film di Leos Carax: un’opera magnifica e pazzesca, destinata ad essere studiata, compresa, ricordata ed inevitabilmente imitata. Spiazzante dalla prima all’ultima inquadratura, Carax, così come il suo protagonista, insegue la bellezza: dell’immagine uno, del gesto l’altro, facendo leva ognuno sulla propria creatività. Un’odissea folle e audace, messa in scena della messa in scena della vita, una sorta di effetto Droste della vita stessa, continuamente interpretata da fantomatici attori che rincorrono gli appuntamenti di giornata all’inseguimento di se stessi, della bellezza, del puro e semplice bisogno di essere. In un mondo divorato dal virtuale, i personaggi impersonati dal protagonista acquisiscono una vita propria, come le limousine di questa assurda agenzia di “esperienze”, intese come “un viaggio all’estremo possibile dell’uomo”.

Dal mattino alla notte, una giornata nella vita del signor Oscar, un uomo perennemente in viaggio tra vite differenti, di volta in volta uomo d’affari, mendicante, freak, assassino, operaio di motion capture, padre di famiglia, anziano in punto di morte, uomo di casa… Il signor Oscar è completamente immerso in ognuno dei suoi personaggi, li interpreta e li arrangia a modo suo, ma se è vero che la bellezza è nell’occhio di chi guarda, cosa succede se non c’è nessuno a guardare? Dove sono le macchine da presa? Chi muove i fili di questo teatro mostruoso e surreale? Oscar, pervaso dalle domande, si muove solitario per le strade di Parigi, accompagnato dalla limousine di Celine, guida e segretaria di ogni sua missione.

Il protagonista si muove tra le vie della capitale francese alla ricerca della bellezza del gesto, come lui stesso afferma. È lui stesso il motore dell’azione, vagabondo in missione da un appuntamento all’altro, tra le cui strade sfrecciano i fantasmi della sua vita. Una sorta di racconto di fantascienza in cui uomini, bestie e macchine, nessuno escluso, sembrano trovarsi sulla via della morte, dell’estinzione: i “motori sacri” del titolo sembrano destinati ad essere schiavi di un mondo sempre più virtuale, effimero, un mondo dal quale lentamente vedremo scomparire le esperienze vissute, le azioni, i gesti. In poche parole un mondo virtuale che sembra pronto a risucchiare la vita reale delle sue pedine, tutte legate da un destino comune. Tra i migliori film dell’anno, verrà ricordato a lungo.

pubblicato su Cinema Invisibile

Recensione “La quinta stagione” (“La cinquième saison”, 2012)

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Peter Brosens e Jessica Woodworth, dopo aver indagato a livello quasi antropologico Mongolia e Perù, tornano nella loro patria, il Belgio, per chiudere questa sorta di trilogia fantastica che ha visto coinvolti tre differenti angoli della Terra. La tela sulla quale hanno girato il film, “dipinto” dalle meravigliose atmosfere fotografate da Hans Bruch Jr, richiama inevitabilmente alle opere dei pittori fiamminghi, in particolare i racconti di vita contadina ritratti da Bruegel. Al limite del grottesco, del caricaturale, i peccati e le debolezze umane dipinte dal fiammingo, talvolta condite da una crudele ironia, nel film si trasformano in tragedia greca, in cui l’innocenza (i bambini) viene castrata e ammutolita, e dove la morte del pensiero (il filosofo) rappresenta l’inizio del caos.

In una anonima e fredda campagna delle Ardenne la comunità aspetta la fine dell’inverno per festeggiare l’inizio della nuova stagione, la tanto attesa primavera. L’inverno però sembra non finire mai: le api non fanno più miele, le mucche non producono latte e tutti i raccolti sono andati persi. Mentre il paesino piomba nel baratro della povertà e della crisi, i giovani Alice e Thomas trovano un barlume di spensieratezza grazie alla compagnia dello straniero Pol, un apicoltore accompagnato da un bambino disabile. La rabbia e l’invidia della comunità sono però dietro l’angolo, e la ricerca di un capro espiatorio trova in Pol la più crudele delle risposte.

Girato con un meraviglioso gusto per l’immagine, con un senso dell’inquadratura mai banale, sempre disponibile ad aggiungere qualcosa al racconto: è nel connubio tra la cruda assurdità della storia e la magnifica estetica stilistica che il film trova il motivo per cui al Festival di Venezia in molti hanno gridato al capolavoro, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Un film che si lascia ammirare come il più bello dei dipinti, che coinvolge con la stessa freddezza umana del Von Trier di “Dogville”, che inquieta con lo stesso pessimismo di Kubrick, che probabilmente questo film lo avrebbe amato. Mentre l’inverno dell’essere umano continua imperterrito, è dalle parole di Pol (che a sua volta cita Nietzsche) che emerge un barlume di speranza: “Bisogna avere il caos dentro per generare una stella danzante”. Meglio ripetersi: è un capolavoro.

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