Primo Poster per “The Irishman” di Scorsese

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Martin Scorsese, Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci, Harvey Keitel. Da quando il film ha cominciato la sua produzione, abbiamo ripetuto questa lista di nomi come una preghiera, come una litania che ci avrebbe accompagnato nei mesi successivi con una voglia di cinema provata raramente in precedenza. Un gangster movie di Martin Scorsese, con Robert De Niro, Al Pacino, Joe Pesci e Harvey Keitel. Praticamente il sogno di qualunque cinefilo appassionato di “bravi ragazzi”. Continua a leggere

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Recensione “Big Little Lies” (2017)

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Ci sono alcuni film (o alcune serie, come in questo caso) che riescono ad attaccarsi alle viscere già dalle primissime sequenze: “Big Little Lies” ne è un esempio. Nei minuti iniziali scopriamo che c’è stato un omicidio e non sapremo l’identità della vittima né quella del colpevole fino al termine dell’ultima puntata. Episodio dopo episodio scopriamo che, dietro la facciata borghese e salubre di un paesino sulla costa californiana, si nascondono segreti, tradimenti, moventi (più o meno gravi) che coinvolgono gran parte dei suoi protagonisti. Chiunque può esser stato ucciso, chiunque può esser stato il colpevole. Tuttavia a coinvolgere non è tanto la componente poliziesca, praticamente assente se non per il tormentone ricorrente, quanto il sublime approfondimento psicologico di ogni personaggio, soprattutto femminile, adeguatamente reso da un punto di vista fisico ed emozionale grazie ad un cast di attrici in stato di grazia. Ma procediamo per gradi e raccontiamo come nasce tutto ciò.

Dopo aver letto il romanzo “Piccole grandi bugie” di Liane Moriarty, Reese Witherspoon e Nicole Kidman si sono fiondate in Australia per convincere la scrittrice a cedere i diritti del suo libro: le due, come chiunque abbia visto questa bellissima miniserie, si erano accorte che i personaggi di Madeline e Celeste sembravano esser stati scritti appositamente per loro. Le due attrici premio Oscar hanno poi convinto Jean-Marc Vallée, che aveva già diretto la Witherspoon nel meraviglioso “Wild”, ad assumere la direzione delle sette puntate della serie che, per coerenza narrativa e registica, ci danno l’impressione di trovarci davanti ad un lungo film di quasi sette ore. Lo stile del regista canadese è figlio del lavoro straordinario fatto proprio con “Wild”: i pensieri dei personaggi sono flash non solo nelle loro menti, ma anche negli occhi degli spettatori, così come le fugaci dichiarazioni dei personaggi di contorno durante l’interrogatorio della polizia, il tutto grazie ad un meticoloso lavoro di montaggio di cui non si può perdere neanche un istante (non è una serie che potete vedere mentre mangiate, perché davvero non potete abbassare lo sguardo neanche un momento). A proposito delle attrici abbiamo già accennato qualcosa: Reese Witherspoon e Nicole Kidman fanno a gara di bravura, Laura Dern e Shailene Woodley riescono a stare al passo, in una serie tutta al femminile in cui le donne, tra solidarietà e rivalità, riescono a tirare fuori le loro migliori qualità per emergere all’interno di un panorama patriarcale in cui i mariti portano il pane a casa e le mogli devono occuparsi dei figli. I bambini poi, da non dimenticare, motore di tutto (è la loro scuola – fanno tutti la prima elementare – ad unire i personaggi adulti), causa di faide tra genitori, motivo di ansia e preoccupazione, pretesto per punire madri “rivali” in un panorama in cui i padri sono costantemente di contorno e non si assumono mai il peso delle decisioni più importanti.

Trame e sottotrame, sia latenti che manifeste, trovano la loro chiusura ideale in un finale (no spoiler, tranquilli) assolato, che porta finalmente un tono di calore dopo quasi sette ore di oceani agitati e cieli grigi. In tutto ciò la colonna sonora ricercata è la classica ciliegina sulla torta (Jefferson Airplane, Janis Joplin, Otis Redding, Fleetwood Mac, Rolling Stones, Neil Young e molti altri…). Le casalinghe “disperate” di Monterey potrebbero tornare in una seconda stagione che però al momento riteniamo non auspicabile, poiché potrebbe intaccare la memoria di una serie senza grandi difetti di sorta. Ad ogni modo forse c’è ancora nel marcio nella cittadina…

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Recensione “Twin Peaks” (1990)

Quando si pensa alla televisione degli anni 90, è difficile non pensare a “I segreti di Twin Peaks”, serie televisiva (o telefilm, come si usava dire ai tempi) di culto, entrata di prepotenza nell’immaginario collettivo degli adolescenti di una volta, oggi adulti, che come allora fremono in attesa della nuova stagione dello show, in arrivo il 21 maggio. La vicenda ruota intorno alle indagini che si sono svolte in seguito all’assassinio di una giovane ragazza, Laura Palmer, in una cittadina fittizia dello stato di Washington, la ormai mitologica Twin Peaks (51.201 abitanti, come recita il cartello nella sigla). La serie creata da David Lynch, seppur kitsch, surreale, talvolta grottesca, a tratti spaventosa, è entrata nell’Olimpo dei più grandi spettacoli di tutti i tempi. Cosa c’è dietro a questo indiscutibile capolavoro? Ne parliamo dopo la sigla. Chi non ha visto la serie si fermi qui, spenga il pc, e cominci subito a vedere “Twin Peaks”. Chi invece l’ha vista, può andare avanti nella lettura e non temere tutti gli spoiler che ci saranno da qui in avanti…

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Recensione “Grand Budapest Hotel” (2014)

Wes Anderson è uno dei pochi registi che si possono riconoscere da un’inquadratura, dalla smorfia di uno dei suoi personaggi, dai colori con i quali dipinge le sue atmosfere, dai dettagli con cui prepara ogni singola scena. Stavolta si presenta con il Gran Premio della Giuria ottenuto a Berlino e con il suo film più ambizioso e probabilmente più “dark” (nel senso di uccisioni, dita mozzate, coltellate e quant’altro). Anderson chiede collaborazione ai suoi volti fedelissimi (Bill Murray, Jason Schwartzman, Adrien Brody, Owen Wilson, Edward Norton, Tilda Swinton, Willem Dafoe) ai quali aggiunge alcune facce nuove che si integrano alla perfezione nell’assurdo scacchiere del regista (dal protagonista Ralph Fiennes ai vari Mathieu Amalric, Harvey Keitel, Tom Wilkinson, Saoirse Ronan, Lea Seydoux, Jeff Goldblum, Jude Law, F. Murray Abraham). Scusate la lista di nomi, ma sono necessari a rendere l’idea della portata di questo nuovo, eccellente e, come al solito, eccentrico film di Wes Anderson (ancor più eccentrico se considerate che la dimensione dello schermo dell’intero film è quadrata!).

Nell’Europa a cavallo tra le due guerre, Gustave H, elegante concierge di un hotel prestigioso, sceglie il giovane rifugiato Zero Moustafa come collaboratore più intimo e suo protetto. La morte di un’anziana frequentatrice dell’hotel e la successiva lotta per l’eredità (che comprende un quadro rinascimentale dal valore inestimabile) coinvolgono Gustave e il suo garzone in un’avventura senza fiato tra prigioni, montagne e ovviamente il leggendario Grand Budapest Hotel.

Dopo “Moonrise Kingdom” Wes Anderson torna a raccontarci una fuga, anche se stavolta non si tratta di una fuga d’amore, ma di una fuga in nome della giustizia. Lo fa mescolando elementi presi qua e là dal grande cinema d’azione e di spionaggio, smentendo la sua tipica caratteristica di realizzare film senza antagonisti: stavolta ne abbiamo ben due, cattivissimi, ovvero Adrien Brody e il suo spietato tirapiedi Willem Dafoe. La direzione di Anderson è talmente evidente e ben orchestrata da renderlo uno dei grandi autori di questo nuovo millennio: se Wes Anderson non ci fosse probabilmente bisognerebbe inventarlo.

Recensione “Monuments Men” (“The Monuments Men”, 2014)

L’ironia del gruppo fa pensare a “Ocean’s Eleven”, l’odio profondo per i nazisti richiama qualcosa di “Indiana Jones” e in alcuni tratti fa pensare a “Bastardi senza gloria”. La squadra capitanata e diretta da George Clooney affronta in realtà una storia realmente accaduta, quella di un gruppo di storici che si sono lanciati nell’impresa di salvare le opere d’arte dalla furia distruttrice di un Hitler vicino alla sconfitta. Il film di George Clooney non è ambizioso o intenso come “Good Night & Good Luck” e “Le idi di marzo”, tende piuttosto a prendersi poco sul serio, ad affrontare l’avventura con leggerezza, seppur inserendosi in un contesto decisamente drammatico. Non si potrebbe ottenere un risultato diverso, quando inserisci nella Seconda Guerra Mondiale i volti di Bill Murray, John Goodman e Bob Balaban, e soprattutto quando Matt Damon, Jean Dujardin e lo stesso Clooney tirano fuori il loro lato più brillante.

Un gruppo di sette uomini scelti (critici ed esperti d’arte, curatori di musei, architetti, restauratori) viene mandato da Roosevelt nella Germania nazista con l’obiettivo di rintracciare le opere d’arte trafugate da Hitler per poterle restituire ai legittimi proprietari. Soldati per caso, i “monuments men” dovranno combattere anche contro il tempo: la caduta del Reich è vicina, e Hitler ha dato disposizione di distruggere tutte le opere d’arte in suo possesso.

Brillante, ma dal retrogusto epico, il film di Clooney a tratti potrebbe anche apparire didascalico, ma di questi tempi in cui la cultura sembra diventata uno spreco, un simile elogio alla storia dell’arte è un messaggio di cui sentiamo sempre più bisogno, anche perché, come afferma il protagonista: “puoi sterminare un’intera generazione, bruciare le loro case, e troveranno una via di ritorno, ma se distruggi la loro storia, la loro cultura, è come se non fossero mai esistiti”. Divertente senza mai essere forzato, riflessivo e a tratti drammatico, senza però scadere mai nel patetico, “Monuments men” rappresenta il grande ritorno di Hollywood all’avventura e alla guerra, raccontate in maniera brillante ma al tempo stesso interessante. Bravo Clooney.