Recensione “Mektoub, My Love: Canto Uno” (2017)

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2 ore e 54 minuti che volano in un soffio, come un’estate carica di desiderio. Un’estate che vola via tra gli sguardi dei suoi personaggi, sui sapori dei pasti che consumano, sulle note assordanti delle musiche che ballano. Abdellatif Kechiche, dopo il meraviglioso “La vita di Adele”, si conferma ancora una volta un maestro puro che attraverso il suo cinema riesce ad immergerci profondamente nei pensieri dei personaggi: l’utilizzo costante della camera a mano, uno dei marchi di fabbrica del regista, ci trasporta tra i vicoli di Sète (paesino del sud della Francia in cui si svolge la storia) e abbiamo quasi l’impressione di sentire sulla nostra pelle la canicola estiva, gli odori della campagna o il mormorio rinfrescante del mare.

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Recensione “The Tree of Life” (2011)

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Parlare di “The Tree of Life” è come raccontare un bel sogno, che si vive, si tocca quasi con mano, ma che lentamente sfuma i suoi contorni lasciando alla fine soprattutto il ricordo di una sensazione che ci avvolge, ci culla nel vissuto quotidiano, parlando direttamente alla nostra anima. Dire che quello di Terrence Malick è soltanto un film sarebbe come dire che la Divina Commedia è soltanto un libro: l’esperienza umana sfiorata lungo le oltre due ore di film porta con sé la capacità di tramutare la visione cinematografica in un viaggio all’interno di noi stessi, di navigare attraverso le corde dell’anima, commovendo, emozionando, grazie alle piccole parole, esaltando con discrezione e amore la bellezza per ciò che ci circonda. Una vita che dovremmo percorrere senza perdere mai la meraviglia, sembra suggerire il regista, da vivere senza lasciarci dietro nulla, affondando nell’Amore, con la lettera maiuscola, l’unico senso del vissuto.

La vita di una famiglia americana negli anni 50, con tre bambini educati sotto lo sguardo severo e militare del padre, ma anche secondo dettami di grazia e bontà trasmessi silenziosamente dalla madre. Un conflitto famigliare come pretesto per sussurrare il senso della vita: è questo che fa Malick, chiedendo allo spettatore lo sforzo di abbandonarsi alla sua opera, di lasciarsi guidare, e soprattutto di fidarsi di lui. Le vicende della famiglia diventano così sfondo universale per comunicare all’universo le meraviglie della nostra esistenza, con uno sguardo certamente spirituale, ma che ogni spettatore può riuscire ad interpretare secondo la propria sensibilità, la propria esperienza, le proprie emozioni. Come una farfalla che si posa sulla mano, come una goccia di pioggia che si riversa nel mare, come il sorriso di chi ti vuole bene: il film di Malick non è qualcosa che si racconta, è qualcosa che si vive. E tra tutte le funzioni che si possono associare al Cinema, questa è assolutamente quella di cui sentivamo fortemente bisogno. Vivi, ama, ridi. Meravigliatevi.

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