Capitolo 233

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Buon anno, ragazzi e ragazze. Le feste sono finalmente finite e si torna alla vita reale. La mancanza di lavoro tra Natale e l’Epifania mi ha portato a vedere molti più film del solito, motivo per cui vi tocca sopportare un capitolo con ben nove pellicole. Prima di addentrarci nel racconto vi lascio qualche inutile statistica a proposito del mio 2017. Secondo Letterboxd (il sito sul quale aggiorno il mio diario dei film visti), l’attore che ho visto di più nell’anno appena trascorso è Adam Driver (che ho già rivisto anche nel 2018), mentre il regista di cui ho guardato più film è David Lynch. Ah, a quanto pare nel 2017 ho visionato la bellezza di 120 film. Vabbè, bando alle ciance, passiamo alla ciccia.

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Capitolo 231

Nell’ultimo periodo ho visto parecchi film: ringraziamo il freddo per il contributo. Appena mi sono accorto di aver guardato otto film senza ancora aver scritto un nuovo capitolo della mia vita da cinefilo ho pensato che fosse giunto il momento di mettere un punto, anche perché se avessi aspettato ancora mi sarei ritrovato ad annegare tra le visioni dell’ultimo periodo. C’è davvero un po’ di tutto in questo capitolo, tra dvd, Netflix e anteprime stampa: cominciamo subito, perché sarà un capitolo bello lunghetto.

L’Ultimo Samurai (2003): Se c’è una cosa che mi piace molto è andare a ripescare un dvd dalla mia videoteca e rivedermi un film dopo tanti anni. Ai tempi dell’università compravo davvero caterve di dvd e la cosa, oggi che compro all’incirca un paio di film all’anno, mi torna piuttosto utile. Mi è sempre piaciuto questo sorta di “Balla coi Lupi” in versione samurai, anche se dopo tanti anni qualcosa forse ha perso. Ad ogni modo è un film davvero molto bello.

Boris – Il film (2011): Quando vidi al cinema questo film non avevo ancora visto la serie tv, motivo per cui, pur divertendomi moltissimo, non capii tutto quanto. Rivederlo ora che la serie me la sono imparata quasi a memoria ha tutto un altro sapore. Quando si ha voglia di una serata poco impegnativa, radunare qualche vecchio amico come Renè Ferretti e Biascica è sempre un piacere.

Love Me! (2014): Sconosciutissima pellicola tedesca, pescata non so come su Netflix. Dialoghi improvvisati, citazioni cinefile ma soprattutto emozioni non mascherate rendono questa opera prima una pellicola sincera, imperfetta sotto molti punti di vista, ma per questo più umana e probabilmente reale. Non è per niente un filmone, ma a me sta roba indipendente fa godere.

La ruota delle meraviglie (2017): Esce proprio oggi al cinema il nuovo film di Woody Allen. Forse non è tra i migliori dell’ultimo periodo, ma resta comunque una pellicola da vedere, anche solo per la bravura di Kate Winslet o per la clamorosa fotografia di Vittorio Storaro. Molto più cupo di quanto mi aspettassi, niente male davvero.

Il Corvo (1994): Appena ho letto che vogliono fare un remake di questo film con Jason Momoa come protagonista per prima cosa ho riso, pensando fosse una battuta, quindi ho preso il dvd del film di Alex Proyas e me lo sono sparato durante una sera di pioggia. Gli anni passano, le case bruciano, ma questo film resterà sempre un cult (con quella colonna sonora poi può invecchiare quanto gli pare, non perderà mai un colpo).

Star Wars – Il risveglio della Forza (2015): Per preparami al meglio alla visione del nuovo episodio e alzare ancora un po’ l’asticella del fomento, ho deciso di rivedermi il film di due anni fa, che avevo amato moltissimo. La terza visione, la prima a distanza di due anni, conferma tutto ciò che di buono avevo trovato in questo nuovo inizio: ironia, avventura, passione e coinvolgimento. Sono giunto alla conclusione che potrei vedere i film di Star Wars ogni giorno per tutta la vita senza mai annoiarmi (a parte gli Episodi I, II e III, che vorrei non fossero mai esistiti).

Madre! (2017): Dopo “The Wrestler” e “Il cigno nero” Aronofsky era diventato uno dei miei registi preferiti, uno di quelli sul quale andare sul sicuro. Poi ha fatto “Noah”, che è una delle cose più brutte che ho visto in vita mia, e tutte le mie certezze sono cadute come un castello di carte. Con “Madre!” il regista newyorkese mi ha nuovamente conquistato: il film è talmente disturbante, fastidioso, che mi ha creato una fortissima sensazione di disagio per due ore. Può piacere o non piacere, ma senza dubbio ci dà la certezza che il vecchio Darren sia tornato a fare cinema di livello.

Star Wars – Gli ultimi Jedi (2017): Dulcis in fundo, il film più atteso del mese (forse anche dell’anno). La nuova trilogia comincia a prendere possesso del proprio potenziale, nonostante i riferimenti a “L’impero colpisce ancora” il film di Johnson si discosta dalla tradizione, rischia, ma come sempre ci coinvolge e ci fomenta. Fino ad un finale che mi ha messo i brividi lungo la schiena. Ora scusate ma devo andare a giocare con la spada laser che mi hanno regalato alla proiezione stampa…

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Capitolo 230

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Si sta come d’autunno, nei cinema gli spettatori. Con questa parafrasi cinefila apro un nuovo capitolo di questa antica rubrica, nata su un sito molto più serio di questo e poi sfociata in un blog, questo blog, al quale so che volete parecchio bene (e pure se così non fosse, fatemelo credere). Duecentotrenta capitoli pieni zeppi di film, ovviamente, ma anche di pensieri, aneddoti, considerazioni, voli pindarici, ricordi e qualche sprazzo di sana critica, ma non troppa. Bel numero 230, melodico, armonioso e… Vabbè, come diceva il buon Roger Murtaugh in Arma Letale: “sono troppo vecchio per queste stronzate”, diamoci un taglio e parliamo un po’ di cinema, anche perché sono qua per questo.

The Blues Brothers (1980): Durante la Festa del Cinema di Roma, prima di ogni film, proiettavano uno spezzone musicale tratto da vecchie pellicole. La scena del twist suonato da Ray Charles mi è rimasta attaccata alla pelle per giorni e giorni, fino al punto in cui ho pensato: “Sarebbe ora che mi rivedessi i Blues Brothers”. Così, dopo davvero troppi anni, ho passato nuovamente la serata con Jake e Elwood. Da allora metto gli occhiali da sole anche di sera. Capolavoro totale e assoluto.

Joy (2015): Al contrario di molti devo dire che il cinema di David O. Russell non mi è mai dispiaciuto. Ho amato molto “The Fighter”, ho visto per ben due volte al cinema “Il lato positivo” e “American Hustle” l’ho trovato una figata. Nonostante non fossi pienamente convinto dalla trama, ho deciso di dare una chance alla sua ultima fatica. Niente, penso sia uno dei suoi film peggiori: abbastanza prevedibile, si salva grazie agli interpreti e ad una buona regia, ma non va oltre la sufficienza scarsa. Never a Joy.

Loveless (2017): La mia teoria sui film “esotici” colpisce ancora. In cosa consiste? Semplice, se in Italia viene distribuito un film russo, norvegese o, che ne so, turco, allora vuol dire che deve essere proprio un bel film, perché nessun distributore rischierebbe di mandare al cinema un film così così proveniente da una cinematografia “minore”. Il russo “Loveless”, come volevasi dimostrare, è un filmone: non per niente ha vinto il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes (e il regista è lo stesso del meraviglioso “Leviathan”, di un paio d’anni fa).

C’est la vie (2017): Alla Festa del Cinema di Roma l’avevo erroneamente scansato, tuttavia il passaparola era stato talmente positivo che, appena saputo della proiezione stampa, ho pensato di dargli una possibilità. Ho fatto bene: il film fa ridere, non è mai banale, ha ottime trovate e ti fa sentire come un amico che ti dà una bella pacca sulla spalla. Uscirà nel 2018, merita una serata al cinema.

Akira (1988): Uno dei capolavori dell’animazione giapponese, un cult e via dicendo. Lo vidi per la prima volta da bambino e, anche se non ci capii niente, rimasi affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto. Ora che sono bello grandicello me lo sono ritrovato su Netflix e ho pensato che rivedendolo avrei potuto finalmente apprezzarlo appieno. Sono rimasto nuovamente affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto però, oh, pure stavolta non c’ho capito quasi niente.

Tutti insieme appassionatamente (1965): Ogni cinefilo che si rispetti ha qualche lacuna cinematografica che, per timore del pubblico giudizio, fa sempre finta di aver visto. Quando un classico non visto esce in una conversazione tra amici ecco allora che si dice: “L’ho visto troppi anni fa, non me lo ricordo”, oppure si resta in silenzio e si annuisce con convinzione. Ora non dovrò più fingere di aver visto “The Sound of Music” perché finalmente ho affrontato queste tre ore di film e, che dire, ne è valsa decisamente la pena. Bellissimo.

Beyond Stranger Things: Una volta i contenuti speciali, con interviste e dietro le quinte, li trovavamo sui dvd. Ora cominciano ad affacciarsi anche su Netflix (vedi “Tredici”). Approfondimento interessante sulla seconda stagione di “Stranger Things”, più convincente dal punto di vista della scrittura televisiva che come dietro le quinte dello show (anche se 7 episodi forse sono troppi). I ragazzini però si confermano irresistibili, non c’è niente da fare: lo speciale ti fa davvero venire voglia di far parte del cast.

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Capitolo 218

Dov’è finito gennaio? Volato, sparito così, prima che si potesse dire “crostata di mirtilli”. Eccoci a febbraio, con un capitolo non proprio ricco di titoli ma ricchissimo di qualità. Tra l’altro ho notato che dal 25 dicembre al 12 gennaio non ho visto film. Casualmente il 26 dicembre avevo cominciato il rewatch di “Lost”: un caso? Io non credo. Isola a parte, è il cinema  a dare le soddisfazioni più belle di gennaio, guardate un po’ quanta meraviglia.

Silence (2016): Dopo aver visto questo film ho capito che Dio probabilmente esiste e si chiama Martin Scorsese. Un film totalmente diverso da ciò che normalmente associamo al regista newyorkese, un’opera ambiziosa ma al tempo stesso capace di coinvolgere per le sue tre ore nonostante l’avessi visto alle 22.30 con poche ore di sonno sulle spalle. Secondo me aver superato questo test dice già tutto. Gli si può forse rimproverare un finale eccessivamente lungo, ma se a girarlo è Scorsese, chi se ne importa?

La La Land (2016): Tutti ne parlano, tutti lo vogliono, tutti lo amano (beh, non proprio tutti forse). L’ho visto due volte, una in proiezione stampa e l’altra al cinema. La seconda volta è probabilmente ancora più bello. Io non amo i musical (a parte quelli fatti davvero bene, ché se ami il cinema non puoi non amare certi capolavori) e si è già detto che quello di Chazelle è il musical per chi non gradisce il genere, ma io penso che questa sia una cazzata. Ad ogni modo l’ho trovato un film meraviglioso: non solo perché non ho mai pianto così in vita mia davanti a un film (non è una frase di circostanza, è esattamente così), ma anche perché riesce ad unire la malinconia di Woody Allen, il romanticismo tragico di “Casablanca” e quel peso esistenziale che chiunque abbia delle ambizioni artistiche avrà provato (o sta provando) in vita sua. Merita tutto ciò che di buono è stato detto e le canzoni poi ti restano incollate sulla pelle. Solo il tempo ci dirà se è davvero un capolavoro, ma un euro io me lo gioco.

Another Earth (2011): Fantascienza d’autore. Era nella mia Top 20 del 2012, ma l’avevo visto una sola volta. Ogni tanto certi bei film meritano un rewatch, a distanza di anni magari, per farci cogliere in un altro momento della nostra vita e vedere che cosa certe storie hanno ancora da comunicarci. Funziona sempre, e la scena del collegamento con Terra2 continua, a distanza di anni, a mettermi i brividi.

Arrival (2016): Ancora fantascienza d’autore, un genere che amo moltissimo. Dovete sapere che uno dei più grandi sogni della mia vita è avere una qualche forma di comunicazione con gli extraterrestri. Tipo l’utopia della mia vita, una cosa che se mai dovesse succedere piangerei di meraviglia per settimane. Ecco, con queste premesse sono andato a vedere il film di Villeneuve, regista che amo, oltre a portare in sala un livello di aspettative clamoroso. Il film mi è piaciuto, molto, ma non mi sono fomentato. So che non è una buona base per commentare un film, ma io volevo proprio alzarmi in piedi e urlare di gioia, e tutto ciò non è successo, quindi ci sono rimasto male. Bellissimo comunque (e qualcuno mi deve spiegare perché Amy Adams non è stata candidata agli Oscar).

Jackie (2016): Altro grandissimo regista, Pablo Larrain, al suo primo film in lingua inglese. Splendido. Finalmente una storia americana raccontata da un regista straniero, che le ha tolto pomposità, autocelebrazione, patriottismo, mettendo a nudo un personaggio di straordinario interesse come la vedova Kennedy. Bellissimo l’impatto visivo: i vestiti di Jackie (ai tempi punto di riferimento per la moda e il buon gusto) sporchi del sangue del marito appena ucciso. Natalie Portman è pazzesca (anche se, amore mio perdonami, a questo giro tifo per Emma Stone). Uno dei film più belli dell’anno.

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Capitolo 212

La primavera lentamente ci abbandona per lasciare spazio all’estate, ciò significa che i cinema stanno per chiudere i battenti in attesa della nuova stagione (occhio alle arene estive e alla programmazione speciale a 3 euro però, c’è tanto da recuperare!). Altri cinque film in questo nuovo capitolo di “Una Vita da Cinefilo”, tutti film recenti tranne un cult degli anni 80, che sono finalmente riuscito a vedere e la solita consapevolezza che non vivremo mai abbastanza per vedere, recuperare e rivedere tutti i film che vogliamo vedere.

Marguerite & Julien (2015): Valerie Donzelli, dopo “La guerra è dichiarata” che ho amato, e “Main dans la main” che ho apprezzato tanto, un anno fa si presentava a Cannes con un film scritto nientepopodimenoche per Truffaut. Io impazzivo all’idea di vederlo, ma le aspettative, si sa, sono sempre pericolose. Alla fine questo film sembra una sorta di “Adele H” girato tipo da me. La storia è anche coinvolgente, ma la messa in scena è molto superficiale. Dimenticabile.

Breakfast Club (1985): Questo è uno di quei film che avrei dovuto vedere una quindicina di anni fa, perché poi finisce che viene citato in milioni di telefilm, film e cartoni animati (Simpson su tutti) e lo vai a capire solo adesso. Un cult di John Hughes dove si ride e si pensa, un bellissimo ritratto generazionale pieno zeppo di stereotipi, ma in fondo chi se ne importa: è un film bellissimo. Gli anni 80 sono stati il decennio migliore per i teen movie, e questo è uno dei suoi tanti picchi. Nostalgia.

Julieta (2016): Pedro Almodovar ultimamente doveva farsi perdonare qualcosa. A chi lo accusava di aver perso l’ispirazione, il regista spagnolo dal capello discutibile torna con un film bellissimo che non viene intaccato neanche da una forzatura nel finale grossa quanto tutta Madrid. Una splendida esplosione di colori, all’interno dei quali si muove la sorprendente Adriana Ugarte (alla quale do il benvenuto nel club delle 485 donne della mia vita). Bello.

Neon Demon (2016): Io a Refn voglio decisamente bene: non mi interessano i buchi nella sceneggiatura e neanche ci faccio tanto caso se il film si perde per strada. Le sue pellicole sono girate talmente bene che resterei a guardarle per ore, le sue inquadrature, l’uso delle luci, il modo in cui si muovono i personaggi, è tutto talmente affascinante che alla fine non è più neanche importante se il film è bello o brutto, è semplicemente una goduria visiva. Per lo spettatore meno interessato all’estetica si può dire che “Neon Demon” parte bene, poi però a metà film decide di trasformarsi in qualcos’altro, perdendosi nella follia. Parafrasando la frase più importante del film, secondo Refn si potrebbe dire che “la bellezza delle immagini non è tutto, è l’unica cosa”.

Tutti vogliono qualcosa (2016): Me lo sono lasciato per ultimo, come un dessert. Premetto che Richard Linklater è uno dei miei registi preferiti in assoluto, ma questo già si sa, anche perché se guardate l’immagine di profilo del blog potete trovare il piccolo protagonista di “Boyhood”. Durante i primi minuti ero terrorizzato dall’idea che “Everybody wants some” potesse deludermi. La storia si evolve quasi subito (“Dazed and Confused” è dietro l’angolo), si capisce che per fortuna questo film non vuole essere né “Animal House” né tanto meno “Porky’s” (due filmoni, comunque) e mi si stampa in faccia un sorriso che non finisce più. Sui titoli di coda avevo lo sguardo perso nel vuoto, immerso nei ricordi e nella malinconia di un tempo ormai passato. Una grande presa a bene, ma anche il colpo di grazia per ogni trentenne nostalgico. Tanta follia, tanti sorrisi, tanta voglia di rivederlo subito.

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Capitolo 211

Cinque film in questo capitolo, tra cui due documentari, due classici e uno dei migliori film attualmente in sala, ovvero quello di Virzì. Approfitto di queste righe per dedicare questo capitolo all’Uci Cinemas Marconi, che la scorsa settimana ha chiuso i battenti dopo tanti anni di onorata carriera. Bello vedere proprio lì “La Pazza Gioia”, è stato un saluto speciale. Non era una delle mie sale preferite, ma sapere che un luogo così importante per la cultura e la bellezza di un quartiere non ci sia più è sempre qualcosa di molto triste. Al suo posto un altro palazzo di sette piani, di cui Marconi non aveva poi così bisogno. Non più di un cinema, perlomeno. Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato…

La pazza gioia (2016): Paolo Virzì è diventato da tempo una garanzia. I suoi film sono uno di quei rari in cui, mentre ti stai recando al cinema, già sai che vedrai senza dubbio qualcosa di buono. Stavolta realizza uno dei suoi film più belli, una magnifica dramedy, come direbbero gli americani (unendo drama e comedy), dove si ride e si piange al tempo stesso. Micaela Ramazzotti è bravissima, ma Valeria Bruni Tedeschi è oltre. Da applausi.

Il regno dei sogni e della follia (2013): Documentario di Mami Sunada incentrato interamente sul quel “regno di sogni e follia” (come da titolo) che è lo Studio Ghibli. Interessante vedere un genio come Hayao Miyazaki al lavoro sul un film meraviglioso come Si Alza il Vento, ma il ritmo del film è davvero basso, finendo alla lunga per stancare. Bello nei contenuti ma mediocre nella forma.

S is for Stanley (2015): Come dicevo nella recensione, il documentario di Alex Infascelli mi ha fatto uscire dalla sala con gli occhi lucidi. Non so, forse è una cosa mia, che ho sempre avuto un legame particolare con il cinema di Stanley Kubrick, ma il film è davvero una testimonianza preziosa su aspetti inediti del regista newyorkese. Emilio D’Alessandro, autista e tuttofare di Stanley, è un altro personaggio da scoprire (per chi non ha letto il libro di Ulivieri, che consiglio). Documentario splendido.

Mad Max 3 – Oltre la sfera del tuono (1985): Terzo capitolo della saga di George Miller, ultimo prima del grande ritorno dello scorso anno. Mel Gibson, con i suoi capelli alla Braveheart, saluta con questo film uno dei personaggi più importanti della sua carriera (insieme proprio a William Wallace e a Riggs di Arma Letale). Splendido nella prima parte (dove trova il suo apice nel meraviglioso combattimento nel Thunderdome), cala un po’ nella seconda, con l’entrata in scena dei bimbi sperduti di Peter Pan. Resta comunque un ottimo film, mantiene alto il nome della saga.

Gli spietati (1992): Oggi è il compleanno di Clint Eastwood, quale occasione migliore per parlare di uno dei suoi film più belli, forse il migliore dopo Gran Torino. Al di là della perfezione di questo film, è simbolico vedere una delle massime icone del cinema western realizzare a distanza di quasi tre decenni dai tempi di Sergio Leone, un altro capolavoro di genere, dove l’umanità dei personaggi va oltre tutto ciò che di buono si può dire della storia, della regia, della fotografia, delle interpretazioni… Filmone.

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Buon Compleanno “Una Vita da Cinefilo”

Una Vita da Cinefilo in realtà nasce nel maggio 2008 sulla piattaforma Splinder, che come tutti sapete non esiste più. Dopo quasi 70000 visite e 500 articoli, il vecchio blog si è trasferito integralmente qui su WordPress, dove ha cominciato la sua seconda vita il 1° dicembre 2011. Tra due giorni quindi festeggiamo il terzo compleanno di questa nuova versione del blog, che lo scorso anno proprio in questo giorno ha inaugurato il suo magazine mensile. Ci perdonerete il post autocelebrativo, ma siamo orgogliosi di aver raggiunto questo traguardo, di essere ancora qui non solo dopo i tre anni e mezzo su Splinder, ma soprattutto dopo questi primi tre anni su WordPress. Un compleanno da festeggiare come si deve, ecco quindi la speciale Top20 con gli articoli più letti su questo blog, una sorta di Best Of scelto da voi utenti grazie alle vostre numerose visite. Grazie!

I 20 articoli più letti di sempre
1) Top 20 – I migliori film degli anni 2000
2) Top 20 – I migliori film del 2011
3) Top 20 – I migliori film del 2013
4) Recensione “Prima dell’alba” (“Before sunrise”, 1995)
5) Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)
6) Breve guida alla Street Photography: cos’è, come si fa
7) Comincia la corsa agli Oscar 2014: previsioni e voci di corridoio
8) Recensione “La Grande Bellezza” (2013)
9) Viaggio nel cinema argentino
10) Recensione “In Trance” (“Trance”, 2013)
11) Arriva MUBI, il portale del cinema d’autore
12) Recensione “Cloud Atlas” (2012)
13) Top 20 – I migliori film del 2012
14) Recensione “Piccole bugie tra amici” (“Les petits mouchoirs”, 2010)
15) Recensione “Holy Motors” (2012)
16) Recensione “Old Boy” (2013)
17) Recensione “Lei” (“Her”, 2013)
18) Recensione “I sogni segreti di Walter Mitty” (“The secret life of Walter Mitty”, 2013)
19) “Lost” è finito: ecco la spiegazione finale
20) Recensione “Mood Indigo – La schiuma dei giorni” (“L’écume des jours”, 2013)