Capitolo 230

Si sta come d’autunno, nei cinema gli spettatori. Con questa parafrasi cinefila apro un nuovo capitolo di questa antica rubrica, nata su un sito molto più serio di questo e poi sfociata in un blog, questo blog, al quale so che volete parecchio bene (e pure se così non fosse, fatemelo credere). Duecentotrenta capitoli pieni zeppi di film, ovviamente, ma anche di pensieri, aneddoti, considerazioni, voli pindarici, ricordi e qualche sprazzo di sana critica, ma non troppa. Bel numero 230, melodico, armonioso e… Vabbè, come diceva il buon Roger Murtaugh in Arma Letale: “sono troppo vecchio per queste stronzate”, diamoci un taglio e parliamo un po’ di cinema, anche perché sono qua per questo.

The Blues Brothers (1980): Durante la Festa del Cinema di Roma, prima di ogni film, proiettavano uno spezzone musicale tratto da vecchie pellicole. La scena del twist suonato da Ray Charles mi è rimasta attaccata alla pelle per giorni e giorni, fino al punto in cui ho pensato: “Sarebbe ora che mi rivedessi i Blues Brothers”. Così, dopo davvero troppi anni, ho passato nuovamente la serata con Jake e Elwood. Da allora metto gli occhiali da sole anche di sera. Capolavoro totale e assoluto.

Joy (2015): Al contrario di molti devo dire che il cinema di David O. Russell non mi è mai dispiaciuto. Ho amato molto “The Fighter”, ho visto per ben due volte al cinema “Il lato positivo” e “American Hustle” l’ho trovato una figata. Nonostante non fossi pienamente convinto dalla trama, ho deciso di dare una chance alla sua ultima fatica. Niente, penso sia uno dei suoi film peggiori: abbastanza prevedibile, si salva grazie agli interpreti e ad una buona regia, ma non va oltre la sufficienza scarsa. Never a Joy.

Loveless (2017): La mia teoria sui film “esotici” colpisce ancora. In cosa consiste? Semplice, se in Italia viene distribuito un film russo, norvegese o, che ne so, turco, allora vuol dire che deve essere proprio un bel film, perché nessun distributore rischierebbe di mandare al cinema un film così così proveniente da una cinematografia “minore”. Il russo “Loveless”, come volevasi dimostrare, è un filmone: non per niente ha vinto il premio della giuria all’ultimo Festival di Cannes (e il regista è lo stesso del meraviglioso “Leviathan”, di un paio d’anni fa).

C’est la vie (2017): Alla Festa del Cinema di Roma l’avevo erroneamente scansato, tuttavia il passaparola era stato talmente positivo che, appena saputo della proiezione stampa, ho pensato di dargli una possibilità. Ho fatto bene: il film fa ridere, non è mai banale, ha ottime trovate e ti fa sentire come un amico che ti dà una bella pacca sulla spalla. Uscirà nel 2018, merita una serata al cinema.

Akira (1988): Uno dei capolavori dell’animazione giapponese, un cult e via dicendo. Lo vidi per la prima volta da bambino e, anche se non ci capii niente, rimasi affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto. Ora che sono bello grandicello me lo sono ritrovato su Netflix e ho pensato che rivedendolo avrei potuto finalmente apprezzarlo appieno. Sono rimasto nuovamente affascinato dalle sue atmosfere, le moto, i poteri mentali e tutto quanto però, oh, pure stavolta non c’ho capito quasi niente.

Tutti insieme appassionatamente (1965): Ogni cinefilo che si rispetti ha qualche lacuna cinematografica che, per timore del pubblico giudizio, fa sempre finta di aver visto. Quando un classico non visto esce in una conversazione tra amici ecco allora che si dice: “L’ho visto troppi anni fa, non me lo ricordo”, oppure si resta in silenzio e si annuisce con convinzione. Ora non dovrò più fingere di aver visto “The Sound of Music” perché finalmente ho affrontato queste tre ore di film e, che dire, ne è valsa decisamente la pena. Bellissimo.

Beyond Stranger Things: Una volta i contenuti speciali, con interviste e dietro le quinte, li trovavamo sui dvd. Ora cominciano ad affacciarsi anche su Netflix (vedi “Tredici”). Approfondimento interessante sulla seconda stagione di “Stranger Things”, più convincente dal punto di vista della scrittura televisiva che come dietro le quinte dello show (anche se 7 episodi forse sono troppi). I ragazzini però si confermano irresistibili, non c’è niente da fare: lo speciale ti fa davvero venire voglia di far parte del cast.

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Recensione “Carlito’s Way” (1993)

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“Qualcuno mi sta tirando verso il basso… Lo sento anche se non lo vedo. Però non ho paura, ci sono già passato. È uguale a quando mi hanno sparato sulla 104esima Strada… Non mi portate in ospedale, in quelle cazzo di corsie d’emergenza non c’è protezione, qualche bastardo ti viene a far fuori a mezzanotte quando di guardia c’è solo un infermiere cinese rincoglionito. Oh, guarda come si preoccupano questi qua… Perché? Per un portoricano come me è già tanto essere campato fino a questa età. La maggiorparte dei miei compagni c’ha rimesso la pelle da anni… State tranquilli, ho un cuore che non molla mai. Non sono ancora pronto a fare fagotto”.

Quando rivedi un film come “Carlito’s Way” ti rendi conto di come al giorno d’oggi ci sia un continuo abuso del termine “capolavoro”. Sì, perché i capolavori di oggi per confermarsi tali, dovranno almeno superare la prova del tempo, quella prova che il capolavoro di Brian De Palma non soltanto ha superato, ma che ha imposto quasi come termine di paragone per tutto il cinema di genere. Che poi etichettare “Carlito’s Way” sotto un solo genere è un altro paio di maniche: gangster movie? Sicuramente. Noir? La voce fuori campo del protagonista tormentato, che gioca “a fare l’Humphrey Bogart” (come dice lui stesso), ci porta anche in questa direzione. Drammatico? Senza dubbio. Sentimentale? Anche, non va sottovalutata una delle storie d’amore più belle e tormentate mai viste sullo schermo. Insomma, “Carlito’s Way” è tanta roba, per usare un termine tanto in voga di questi tempi.

Il portoricano Carlito Brigante, condannato a trent’anni di carcere, viene rilasciato dopo soli cinque anni, grazie alle furbizie del suo avvocato David Kleinfeld e alle infelici tecniche investigative del procuratore distrettuale. Carlito ha intenzione di ritirarsi, non vuole più avere niente a che fare con il suo passato criminale e sogna di aprire un autonoleggio alle Bahamas. Deve soltanto mettere insieme il denaro necessario. Una volta tornato nel suo quartiere vede tanti volti nuovi, ma ritrova anche la sua donna di un tempo, la mai dimenticata Gail. Carlito cerca di restare pulito, prende in gestione un locale e aspetta di raggiungere la cifra necessaria per andare via insieme a Gail. Nonostante cerchi di tenersi lontano dai guai sono i guai però che vanno a bussare alla sua porta: criminali da strapazzo in cerca di notorietà e la riconoscenza nei confronti di Kleinfeld, che gli ha salvato la vita portandolo via dalla prigione, renderanno il sogno di una vita migliore un vero incubo.

Sono tanti i momenti indimenticabili: avete presente lo sguardo di Al Pacino sotto la pioggia, quando da un tetto osserva Gail che danza sulle note de “Il duetto dei fiori”, dopo cinque anni, riparandosi dall’acqua sotto il coperchio di una pattumiera? Ecco, quello sguardo, quella musica, quell’amore, quella malinconia, quella grazia: una vera e propria poesia in immagini. Per non parlare dei virtuosismi di De Palma nel piano sequenza iniziale, o nel lungo bacio tra Carlito e Gail, con la macchina da presa coinvolta nel loro stesso turbine di passione. Se preferite le scene di azione come dimenticare la sparatoria nel retro del barbiere, oppure la lunga, indimenticabile, corsa verso il treno. Non c’è un solo momento in cui il film cala di ritmo, così come non c’è un solo momento in cui non facciamo il tifo per Carlito. E, mentre il pianoforte di “You are so beautiful” introduce i titoli di coda sulla fantasia di un meraviglioso tramonto sul mare, è dura trattenere la commozione. Ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Un Capolavoro.

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