Recensione “Jersey Boys” (2014)

A Clint Eastwood deve essere successo qualcosa. Un regista che in passato ci ha regalato meraviglie e capolavori (alcuni a caso: “Gli spietati”, “Million Dollar Baby”, “Mystic River”, “Gran Torino”) adesso non riesce più a realizzare un film che vada oltre la sufficienza, anzi, sembra quasi essere in continua involuzione. Già “Invictus” avrebbe dovuto far scattare un campanello d’allarme, seguito dai deludenti “Hereafter” e “J. Edgar”, ma probabilmente il punto più basso della sua produzione è proprio questo biopic su Frankie Valli e i Four Seasons: a tratti sembra una lunga puntata di “Glee” diretta da un ex-grande regista che sta ormai sparando le sue ultime cartucce. Non tutto è da buttare, certo, ma pensate per un momento al Clint Eastwood dello scorso decennio. Fatto? Ecco, non ci sarebbe bisogno di aggiungere altro.

Nella Little Italy degli anni 50 il giovane Tommy DeVito e i suoi amici entrano ed escono con disinvoltura da penitenziari e istituti correzionali. Una vita che però Tommy vuole evitare al talentuoso Frankie, dotato di una voce fuori dal comune, ammirata anche dal boss del quartiere. L’occasione per rilanciare se stesso e il giovane amico arriva grazie alla musica: Tommy fa entrare Frankie nella sua band e in breve arriverà anche il successo. Ma il successo spesso deve fare i conti con l’altro lato della medaglia: la grave assenza dalla famiglia, gelosie interne, spaccature, mancanza di punti di riferimento nella vita. La storia di un sound unico a quei tempi, ma soprattutto la storia di Frankie Valli e di un gruppo di ragazzi del New Jersey alle prese con un mondo forse più grande di loro.

A tenere in piedi la baracca ci pensa quando può Christopher Walken, ma non basta: il gruppo di attori esordienti, il protagonista John Lloyd Young su tutti, rovina la riuscita del film. Volti freschi e voci pulite strappati direttamente dal palco di Broadway, dallo spettacolo omonimo dal quale è stato tratto il film. Il manipolo di ragazzotti, magari bravissimi a teatro, non è sembrato altrettanto pronto per il grande salto nel cinema, dove, è il caso di dire, si suona tutta un’altra musica. Al di là di questo il film di Eastwood funziona di più quando descrive le dinamiche di un’affascinante Little Italy di metà Novecento piuttosto che come film musicale, ma trattandosi proprio di un film musicale (condito dai soliti cliché legati a questo genere di film, dalla struttura ormai vista e rivista), è ovvio che l’obiettivo non è stato raggiunto. Per fortuna che almeno la colonna sonora è decisamente piacevole.

Capitolo 182

E finalmente arrivò settembre, con la sua pioggia fresca, il suo vento autunnale, i suoi buoni propositi. Inizia finalmente una nuova stagione (calcistica, cinematografica, lavorativa) ed è per questo che, miei cari affezionatissimi, approfitto di queste poche righe per augurarvi un’ottima annata. Tanti bei film anche in questo capitolo, quindi non perdiamo altro tempo e dedichiamoci subito a ciò per cui siamo qui, il cinema.

Mystic River (2003): Ad agosto ho preso una sana abitudine. Non riuscendo a dormire a causa del caldo romano mi buttavo sul letto lasciando il computer acceso sul tavolo. Non prima però di aver inserito nel lettore dvd qualche film da vedere, o da rivedere. È così che ho ritrovato il piacere di questo capolavoro di Clint Eastwood, che può pure avere uscite politiche poco felici, ma in quanto a cinema ci ha regalato delle perle meravigliose. Atmosfere algide, una Boston sofferente e uno strepitoso Sean Penn.

Grosso guaio a Chinatown (1986): Fa sempre uno strano effetto rivedere un film che conosci a memoria, battuta per battuta. Si ha quasi l’impressione di essere là con i personaggi, di salire sul Pork-Chop Express insieme a Jack Burton/Kurt Russell, di essere nel bel mezzo della battaglia tra i Chang Sing e Wing Kong, di affrontare il misterioso Lo Pan, di trovarsi di fronte le “tre bufere”, magari contentandosi del proprio coltello. Alcuni di voi non hanno idea di cosa sto parlando, ma molti altri sì, e potranno capire. Uno dei “miei” film del cuore, non mi stancherò mai di rivederlo.

Crossing the bridge (2005): Altro film visto durante una delle afose notti del mio agosto romano. Un documentario molto interessante, realizzato da Fatih Akin, in cui il regista turco racconta i suoni della sua Istanbul, dal rock all’hip-hop, fino alla musica tradizionale turca. Un punto di vista appassionato su una cultura affascinante, tutta da scoprire.

Project X (2012): Il found-footage è ormai la tecnica cinematografica del terzo millennio. (False) immagini di repertorio, tratte da telecamere amatoriali, telefonini o macchine fotografiche, rimontate per realizzare questo o quel film. Qui si parla di un ragazzino sfigato che per i suoi 17 anni, approfittando dell’assenza dei genitori, realizza una festa nella sua casa, nella speranza di acquisire un po’ di popolarità tra i compagni di scuola. Ne uscirà fuori LA festa del secolo, con tanto di intervento della polizia in tenuta anti sommossa e un elicottero della tv. Vedendolo si pensano due o tre cose: 1) quanto è competitiva la società americana; 2) quanto può essere difficile essere studente negli Stati Uniti, soprattutto quando hai un cervello; 3) feste così noi ce le sogniamo.

Funeral Party (2007): Ricordo che quando l’ho visto al cinema, cinque anni fa, c’è stato un punto in cui non riuscivo più a smettere di ridere. Rivedendolo forse ci si accorge che non è esageratamente spassoso come la prima volta aveva lasciato intendere, ma resta pur sempre uno dei film più divertenti e originali degli ultimi anni. Frank Oz, il burattinaio che muoveva il Maestro Yoda per Lucas, riunisce un cast inglese dentro una villa, per una commemorazione funebre che si trasformerà in un casino totale. Su tutti Alan Tudyk che per sbaglio ingerisce una pasticca di droga scambiandola per aspirina e lo sboccato zio Alfie. Imperdibile, magari davanti ad una pizza e con una bella compagnia di amici.

Tre uomini e una gamba (1997): Rivedere un film come questo (altro film visto di notte durante le mie proiezioni estive casalinghe) è come ritrovare un amico che non vedevi da tanti anni. Ti accorgi che il tempo è passato anche per lui, ma è come se non vi foste mai separati. È sempre un piacere. Perché vedendo un film che hai amato così tanto da “giovane” (non che io sia particolarmente vecchio, ma insomma, non sono più un ragazzino) in qualche modo ti dà l’impressione di ritrovare te stesso di quindici anni fa, come se stessi aprendo uno dei diari scolastici in cui scrivevi quello che ti passava per la testa un tempo.

Chiedimi se sono felice (2000): Idem come sopra. Proiezione notturna con me sbracato sul letto, anche questo un film che a quei tempi ero andato ben due volte a vedere al cinema, e tutto il resto. Non ha la freschezza di “Tre uomini e una gamba”, né tantomeno la sua genialità, e il viaggio stavolta è praticamente un pretesto per raccontare il passato. Però tra il teorema di Ferradini e la secchezza delle fauci, è un film che è sempre esageratamente piacevole rivedere.

The Dreamers (2003): Bertolucci, Parigi, gli anni 60. E tantissime meravigliose citazioni cinematografiche. Quanto avremmo voluto passare qualche giorno in quella casa, mentre fuori infiammava la rivoluzione, accolti dalle dolci forme di Eva Green, abbracciati da calorose discussioni cinematografiche e musicali con Louis Garrel (a proposito, qui tifiamo sia per Chaplin che per Keaton, sia per Hendrix che per Clapton, tuttavia tendendo un po’ di più dalla parte di Chaplin e Hendrix). Michael Pitt è uno degli attori peggiori mai capitati in un film di Bertolucci, ma Eva Green vince su tutto, anche sul pessimo doppiaggio. Solo un appunto: nessuno, e dico nessuno, dovrebbe mai permettersi di battere il record di corsa nel Louvre di “Bande à part”.

Il cavaliere oscuro – Il ritorno (2012): Il film più atteso del 2012, secondo gli addetti ai lavori. Chi mi conosce lo sa, non amo i blockbuster ma amo i film d’autore, ed essendo questo di Nolan un blockbuster d’autore quel che resta alla fine ci lascia un po’ a metà strada. Certo, è un gran bel film, con una regia eccellente, ma non capirò mai come fanno film con tutte queste esplosioni e gente mascherata ad emozionare. C’è chi ha parlato di commozione sui titoli di coda: vi prego. Seconda parte decisamente più bella e coinvolgente rispetto alla prima, anche se c’è una cosa che mi ha divertito molto: Batman che annuncia il suo ritorno mostrando un pipistrello fiammeggiante su un ponte, stile “Corvo”. Ve lo immaginate Bruce Wayne a cospargere il ponte di benzina, perdendo tempo per realizzare la forma del pipistrello, mentre la città ha i minuti contati? Vabbè, stupidaggini a parte si tratta di un film d’autore, seppur un maledettissimo blockbuster, ma a Nolan gli perdonerei pure un omicidio, figuratevi se non gli perdono tre (ottimi) film su un uomo con maschera e mantello.

pubblicato su Livecity