Recensione “Parigi a piedi nudi” (“Paris Pieds Nus”, 2016)

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Il belga Dominique Alba e la canadese Fiona Gordon, coppia di artisti che vive in un’ex-fattoria trasformata in open space nei dintorni di Bruxelles, dirige e interpreta una dolce commedia romantica che strizza continuamente l’occhio a Jacques Tati e ai grandi del cinema muto, da Chaplin a Keaton. Il film è composto da una lunga serie di sequenze divertenti, dove la gag è sempre dietro l’angolo e dove i dialoghi sono ridotti all’osso: a parlare è soprattutto la grande fisicità dei due protagonisti, in giro per Parigi alla ricerca di una straordinaria fuggiasca, Emmanuelle Riva, qui alla sua ultima interpretazione.

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Recensione “Medianeras” (2011)

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Quello argentino è un popolo profondamente ironico e al tempo stesso malinconico: forse è per questo che il loro cinema è così valido, perché in qualche modo riflette lo stato d’animo di un Paese in bilico tra gioie e dolori, tra meraviglie della natura e mostruosità architettoniche: l’urbanistica di Buenos Aires, secondo il regista esordiente Gustavo Taretto, è lo specchio delle difficoltà interpersonali nelle metropoli degli anni 2000. Una città dove stili differenti convivono gomito a gomito, in un caleidoscopico assembramento di palazzi, un’accozzaglia di costruzioni che sembrano trovarsi in un determinato luogo quasi per caso. Tra queste facciate, ci sono le cosiddette “medianeras”: i muri laterali, senza finestre, che rendono ancora più costipate e claustrofobiche le abitazioni della città. In due di questi palazzi, sulla infinita Avenida Santa Fe, vivono Martin e Mariana.

Martin è un web designer, vive davanti al pc sia per lavoro che per diletto, tranne quando esce per portare a spasso il suo cagnolino, eredità di una relazione finita male. Mariana ha una laurea in architettura, ma di fatto vive allestendo i manichini per le vetrine di un negozio. Entrambi vivono le loro esistenze alla ricerca di qualcosa, saltando da una relazione occasionale all’altra, per riempire gli spazi, i vuoti, per non sentirsi soli. Le loro vite si sfiorano più volte, agli incroci, nei negozi, in piscina, per strada, senza mai davvero trovarsi.

Taretto è bravo nel raccontare, con sensibilità e ironia, uno dei mali più grandi di questo nuovo millennio: l’incapacità di comunicare e di relazionarsi in un mondo perennemente connesso, in cui tutti siamo a portata di click da qualunque altro individuo. Un mondo in cui la paura di rimanere soli e la conseguente incapacità nel restarci, sono il motivo di un disagio costante, di una pressione continua sulle spalle di una generazione già afflitta da crisi, precariato, paura di non farcela. Martin e Mariana sono due anime malate, fobiche, sole, ancora capaci di commuoversi davanti al finale di un vecchio film (“Manhattan” di Woody Allen, dove la giovane Tracy suggerisce che “bisogna aver fiducia negli esseri umani”). Martin e Mariana non sono così diversi dai nostri amici, dai nostri vicini di casa, probabilmente da noi stessi. Il messaggio che riceviamo è proprio questo: aprire una finestra sulla vita e lasciar entrare un po’ di luce…

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Recensione “Before Midnight” (2013)

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Li avevamo conosciuti diciotto anni fa su un treno e li avevamo amati sulle strade di una Vienna primaverile e fatale. Ci siamo innamorati di loro, li abbiamo lasciati là, su un binario, sognando o magari ricordando episodi analoghi delle nostre vite. Forse un po’ nostalgici, un po’ malinconici, perché un pezzetto di quella magia e di quell’ingenuità l’avremmo volute portare ancora con noi, anche dopo essere più cresciuti. Ma quando li abbiamo incontrati di nuovo, nove anni fa, in una Parigi curiosamente assolata, la magia sembrava finita, o quantomeno sembrava nascosta. Jesse e Celine erano (sì, anche loro!) diventati più cinici, più disillusi, meno sognatori. Come noi, come tutti, probabilmente. Ma in pochi minuti finali si stava per accendere qualcosa, una piccola fiammella che i titoli di coda non ci hanno permesso di approfondire (stava per essere alimentata o definitivamente spenta?). Lo scopriamo oggi, con i protagonisti ormai quarantenni, che stavolta non si incontrano più o meno per caso, ma si amano e hanno finalmente una relazione.

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Recensione “Questione di tempo” (“About Time”, 2013)

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Richard Curtis è un pasticcere del cinema: prepara torte, dolci, e confeziona i film che abbiamo voglia di vedere per sentirci un po’ più sollevati. Il suo segreto è nella scrittura: dalla penna di Richard Curtis nascono personaggi che sanno farci innamorare di loro, che vivono in un mondo in cui chiunque ha un briciolo di romanticismo in fondo all’anima vorrebbe vivere, almeno per qualche giorno. È successo per “Quattro matrimoni e un funerale” e “Notting Hill”, di cui Curtis è sceneggiatore, è stato ancor di più così per “Love actually” e “I love Radio Rock”, di cui è anche regista. Richar Curtis torna adesso in sala con il suo terzo lungometraggio in cui, dopo aver affrontato l’innamoramento e l’amore per la musica, racconta stavolta l’amore per la famiglia. Certo, si tratta pur sempre di una commedia romantica, in questo caso però le trame del destino possono essere sopraffatte dalla possibilità di viaggiare nel tempo.

Dopo aver compiuto 21 anni Tim viene a sapere da suo padre che tutti gli uomini della sua famiglia hanno un dono: possono viaggiare nel tempo. Non possono modificare gli eventi storici, ma possono tornare indietro nei loro ricordi, nella loro vita. Dopo questa notizia l’esistenza di Tim prende un’altra piega, userà questo potere per realizzare il suo sogno più grande: trovare l’amore. Il ragazzo si trasferisce a Londra dove incontra Mary: i viaggi nel tempo salvano Tim dalle situazioni più imbarazzanti, ma comportano anche alcune controindicazioni, almeno finché la vita non si rivelerà degna di essere vissuta, sia con i suoi alti che con i suoi bassi.

All’uscita dalla sala sarà praticamente impossibile non lasciarsi andare a qualche riflessione sulla propria vita: se avessimo anche noi questo dono quale momento della nostra vita vorremmo modificare? Quale invece è stato così perfetto da non ammettere repliche? Cosa è evitabile, e cosa inevitabile? Curioso come una commedia romantica ci ponga di fronte così tante domande, così come è curioso trovarci al suo interno una conversazione a proposito dei capelli di Jimmy Fontana (e ovviamente “Il Mondo” nella sempre curata colonna sonora). Richard Curtis ha confezionato un’altra bellissima torta cinematografica, originale, dolce e divertente, che magari non avrà la spinta rock n’ roll del suo film precedente, ma che comunque regala un paio d’ore di serenità e buone vibrazioni. Non è poco.