Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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Recensione “Last Flag Flying” (2017)

Richard Linklater è uno di quei motivi per cui vale la pena amare il cinema, la vita e tutto. Uno di quei registi con cui vorresti sederti al bancone di un bar e parlare del più e del meno, di cinema sicuramente, ma anche dell’ossessione nei confronti del tempo che passa, della bellezza del passato, quello stesso passato che, nel momento in cui lo vivevamo, ci sembrava poco interessante, di certo non migliore del presente che stiamo vivendo ora (e che invece ricorderemo tra qualche anno come un periodo bellissimo). Ho divagato un po’ e l’introduzione è stata un po’ arzigogolata, ma il concetto è questo: io a Richard Linklater voglio davvero un bene dell’anima. Il suo ultimo film, per argomento e tematiche affrontate, sembra discostarsi leggermente dal tipo di cinema a cui ci aveva abituato, ma in realtà ci sono tantissimi elementi tipici della sua filmografia: l’amicizia, il viaggio (inteso come muoversi insieme da un punto ad un altro, godendosi tutto ciò che si trova nel mezzo), la nostalgia per un periodo lontano, che comprende gli aneddoti, i ricordi, la malinconia di quei tempi in cui, mentre sorridi ricordandoli, ti scappa una lacrima.

Trent’anni dopo aver combattutto in Vietnam, l’ex marine Larry Shepherd ritrova i suoi compagni di una volta, lo sfacciato Sal Nealon e il reverendo Richard Mueller. Il motivo del viaggio è convincere i suoi amici di un tempo ad accompagnarlo al funerale di suo figlio, morto in azione durante la guerra in Iraq. Per i tre amici, che non si incontravano ormai da decenni, è l’occasione di ricordare i giorni più orribili e al tempo stesso più indimenticabili delle loro vite. Il tragitto porterà questi tre caratteri, diversi ma al tempo stesso complementari, a riscoprire alcuni aspetti delle loro vite che avevano ormai dimenticato, ma darà anche loro la possibilità di migliorare i giorni che restano.

Il mattatore della pellicola è senza dubbio Bryan Cranston, che raccoglie il “testamento spirituale” del personaggio di Bill Somawsky (lo straordinario Jack Nicholson de “L’ultima corvè”, film del 1973 di cui “Last Flag Flying” è il sequel ideale), permettendo al film di cambiare registro grazie agli sbalzi espressivi del suo personaggio. I suoi compagni di viaggio non sono certamente da meno: Laurence Fishburne, dismessi da tempo i panni di Morpheus, trova dopo molti anni un personaggio che gli permette di esprimere al massimo il suo talento; Steve Carell, protagonista di un’interpretazione che è tutto tranne che comica, ormai ci sta abituando piuttosto bene alla sua bravura in ruoli drammatici. Richard Linklater cade nuovamente su un errore piuttosto comune nella sua filmografia, un difetto che probabilmente non potrà mai essere risolto: tutti i suoi film, ad un certo punto, finiscono.

Recensione “Master of None” (2015)

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“Capace in tutto, maestro di niente”: da questa espressione inglese l’attore Aziz Ansari, una celebrità negli States, ha tratto spunto per una serie da lui scritta, diretta ed interpretata, capace di raccontare con brio e credibilità la vita di un trentenne a New York, come tutti noi alle prese con le difficoltà legate alla ricerca di un posto nel mondo, alla realizzazione professionale e sentimentale, in cui tutti, chi più, chi meno, sono costretti a fallire ripetutamente prima di trovare la giusta direzione. Ma cosa succede se le direzioni da prendere sono innumerevoli? Circondato da un gruppo di amici piuttosto originale (un’afroamericana gay, un asiatico e soprattutto un bambinone alto due metri), Dev, il protagonista, proverà a sondare migliaia di tasselli nella speranza di realizzare il puzzle della sua felicità. La cosa sarà ancor più complicata per il semplice fatto che Dev è indiano (seppur newyorchese fino al midollo): una caratteristica che rende lo show molto meno superficiale di quanto potrebbe sembrare ad una prima occhiata. Si parla quindi di differenze etniche, religiose, sessuali, in una eterna lotta contro gli stereotipi (in cui il nostro però cade miseramente nel momento in cui sposta le vicende in Italia, all’inizio della seconda stagione, dove c’è spazio anche per un tenero omaggio a “Ladri di Biciclette”). Ci sono tante, tantissime gag, alcune battute fulminee che fanno pensare al miglior Woody Allen (e le immagini così appassionanti di New York non possono non far pensare a lui). C’è un amore per il dialogo spontaneo che sembra uscito fuori da una collezione di mumblecore d’annata. Ci sono riferimenti a film e canzoni che faranno immergere ancor di più gli spettatori della nostra generazione in alcune scene che sembrano davvero tratte dalla nostra vita (alzi la mano chi non si è mai ritrovato a canticchiare i successi di John Scatman). E poi c’è lei, la regina di tutti i sentimenti: la malinconia, piatto forte di una serie che alterna risate e sopracciglia aggrottate con la stessa facilità con la quale salta da una cena a base di tapas ad un piatto di pasta (il cibo italiano e le canzoni nostrane del secolo scorso sono un altro importante caposaldo dello show).

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Cosa vedere su Netflix?

Cos’è Netflix ormai lo sappiamo tutti, il problema di molti – e spesso anche il mio – è che talvolta apro la pagina e mi trovo davanti a decine e decine di film, perdendo almeno dieci minuti per decidere cosa vedere. Ho pensato di scrivere questa specie di guida per aiutare tutti voi a districarvi nel mare di pellicole (e anche qualche serie tv) che galleggiano nell’universo italiano di Netflix: è uno sporco lavoro (ed è in costante aggiornamento), ma qualcuno lo deve pur fare…

Un consiglio: se cercate un film in particolare, aiutatevi con il pulsante “cerca” sulla colonna di destra. E voi cosa guardate? Aggiungete i vostri consigli tra i commenti e, nel caso trovaste qualcosa non più in catalogo, vi prego di segnalarmelo.

Ultimo aggiornamento 22 marzo 2019
Vecchi Film: Face/Off, Qualcosa è cambiato
Film italiani e internazionali: Lion
Film USA: Birdbox
Commedie: Qualcuno salvi il Natale
Animazione: Nightmare Before Christmas, Wall-E
Documentari: Springsteen on Netflix
Serie Tv: After Life, The Good Place

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Recensione “Mistress America” (2015)

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Se con il meraviglioso “Frances Ha” Noah Baumbach e Greta Gerwig erano riusciti a scrivere, con leggerezza ed ironia, una sorta di manifesto dei trentenni di oggi, stavolta il duo più apprezzato del cinema indie statunitense completa la ricerca su questa generazione a metà strada tra desiderio e fallimento, con una pellicola capace senza troppi fronzoli di raccontare l’imperfezione degli esseri umani e soprattutto il confronto tra una generazione che vuole essere accettata e un’altra che non vuole sentirsi superata, attraverso la mancanza (?) di talento, il bisogno di raccontarsi, di esistere (con una strizzatina d’occhio ai social network, simbolo di una generazione che sente il bisogno costante di essere connessa a qualcosa di indefinito, a qualcosa che possa confermare il suo stato di esistenza).

La diciottenne Tracy è appena arrivata a New York per cominciare il college, dove però non riesce pienamente a inserirsi. Il suo sogno è entrare in un prestigioso club letterario ma i suoi racconti non sono ancora all’altezza. Spinta dalla madre, che sta per risposarsi con un altro uomo, Tracy decide di incontrare la trentenne Brooke, sua futura sorellastra. Brooke la trascina per una folle notte tra i locali di Manhattan, permettendo a Tracy di trovare il personaggio ideale per il suo nuovo racconto. Brooke è vulcanica, umorale, instancabile, alla continua ricerca di un posto nel mondo: canta in una band, fa ripetizioni ai bambini di una famiglia ricca, fa l’istruttrice in palestra e sta cercando finanziamenti per aprire il ristorante dei suoi sogni. Proprio per questo le due future sorelle, in compagnia di un compagno di college di Tracy e della sua gelosissima fidanzatina, si imbarcano in un viaggio verso il Connecticut: Brooke deve convincere il suo ex e una vecchia amica, la moglie di lui, a investire denaro in questa nuova, pazza, impresa di Brooke.

Se Manhattan è confusa, frenetica e sembra capace di inghiottire i suoi personaggi, il Connecticut al contrario è il terreno dove si scatenano le gag umoristiche più riuscite, in un crescendo di divertimento, risate e assurdità. Baumbach si conferma un profondo indagatore della società dei trentenni di oggi, alcuni ancora legati ai sogni di anni passati, altri totalmente immersi nel loro ruolo nella società ma che guardano al passato con un pizzico di nostalgia (perfetto in tal senso il personaggio di Dylan). Un gioiello del nuovo cinema statunitense, talmente brillante da sembrare a tratti frutto del genio di Woody Allen (“Me ne vado a Los Angeles per sentirmi intellettualmente superiore” è solo una delle tante battute riuscite). Il tempo passa per tutti, ma è sempre meraviglioso trovare ancora pellicole capaci di raccontarci, tra una risata e un abbraccio.

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Recensione “Ogni maledetto Natale” (2014)

So cosa state pensando: un film italiano con “Natale” nel titolo su un blog che si chiama “Una vita da cinefilo”. Cosa è successo? No, non è cambiata la linea editoriale, nessuno è impazzito né si è arreso al fascino dell’atmosfera natalizia: non fatevi ingannare, perché dietro a quella che può sembrare un’altra commedia italiana natalizia si nascondono gli autori di una delle serie tv più amate dal pubblico italiano, quel “Boris” che per tre stagioni ha allietato le nostre serate con la sua originalità e i suoi memorabili guizzi comici. E così il trio Ciarrapico-Torre-Vendruscolo ha deciso di riunire alcuni volti noti della celebre serie per passare il Natale insieme ai due protagonisti Alessandro Cattelan e Alessandra Mastronardi.

Massimo e Giulia si incontrano per caso e si innamorano. Dieci giorni dopo, la sera di Natale, Massimo decide di trascorrere la serata con Giulia e la famiglia di lei, una banda di villici del viterbese, che trasformeranno il Natale di Massimo in un inferno. Il giorno seguente toccherà a Giulia passare la mattinata con la famiglia del ragazzo, una delle più ricche d’Italia, sconvolta da un incidente che ha minato i suoi già fragili equilibri. L’amore tra i due, appena nato, verrà messo a dura prova dall’incontro con le due assurde e improbabili famiglie.

Come nel già citato “Boris” anche qui torna senza indugi quella che gli autori chiamano “la poetica della vessazione”: i due giovani (soprattutto Massimo) sono continuamente massacrati psicologicamente dai membri di entrambe le famiglie, che tra l’altro sono interpretati dagli stessi attori impegnati in un doppio ruolo, a dimostrazione di come tutte le famiglie durante il Natale, per quanto diverse possano essere per cultura ed estrazione sociale, in fondo si somiglino. Dal punto di vista narrativo funziona decisamente meglio la prima parte, immersa nel cuore di tenebra di una Tuscia terrificante, apparentemente abitata da mostri. Quando il film si trasferisce invece nella villa dei ricchi, i toni si abbassano e sentiamo un po’ la nostalgia di quel gruppo di caciaroni che ci avevano divertito fino a qualche minuto prima. Ma poco male, quest’anno invece del cinepanettone avremo per fortuna una tavolata con Francesco Pannofino, Corrado e Caterina Guzzanti, Marco Giallini e soprattutto Valerio Mastandrea.

Recensione “Rompicapo a New York” (“Casse-tête chinois”, 2013)

Dodici anni dopo il cult “L’appartamento spagnolo”, Cédric Klapisch conclude (?) la saga sui “viaggi di Xavier”, come ama definirla lui stesso, portando il suo personaggio nella caotica New York, una sorta di corrispettivo fisico e spaziale della confusione nella quale si agita il povero Xavier, un Antoine Doinel degli anni 2000, continuamente in tumulto a causa delle sue grane sentimentali. Dai colori dell’appartamento di Barcellona, passando per le bambole russe di San Pietroburgo, fino ai rompicapo cinesi (come da titolo originale), in una New York lontana dalle immagini da cartolina, stressante e stressata, ma come per le altre città anche questa ricca di dinamiche dalle quali Xavier inevitabilmente prende spunto per i suoi libri, rendendoci partecipi del processo creativo (anche in questo film grazie all’uso della voce fuori campo).

In questo terzo capitolo troviamo Xavier e Wendy sposati da dieci anni e con due bambini. Wendy va a vivere a New York, si innamora di un altro, si trasferisce negli States, portando con sé i figli. Xavier, nel tentativo di cercare l’ispirazione giusta per il suo nuovo libro e soprattutto per restare vicino ai suoi bambini, decide di trasferirsi anch’egli nella Grande Mela. Qui lo ospita la solita incasinata Isabelle, che convive a Brooklyn con la sua ragazza, con la quale sta avendo un figlio grazie al seme proveniente proprio dall’amico Xavier. Nel frattempo anche Martine, con i suoi due figli, decide di passare qualche giorno di vacanza a New York. Xavier si ritrova così a dover barcamenarsi tra avvocati, ex-mogli, migliori amiche, primi amori, bambini passati e futuri, una finta moglie cinese e gli agenti dell’ufficio immigrazione.

Klapisch con questa trilogia racconta perfettamente quella generazione di ragazzi europei divenuti cittadini del mondo, in un certo senso senza fissa dimora, capaci di trasferirsi da un luogo all’altro del mondo in seguito alle esperienze vissute in gioventù (spesso legate al progetto erasmus, che ha aperto le menti e ha formato migliaia di questi futuri cittadini del mondo). Al tempo stesso racconta con le giuste dosi di ironia e malinconia le sorti di un gruppo di quasi quarantenni, afflitti dalle continue complicazioni della vita, ma al tempo stesso sempre capaci di andare avanti (nel caso di Xavier anche grazie ai consigli delle sue visioni, nel primo film rappresentate da Erasmo da Rotterdam, oggi raffiguranti i filosofi tedeschi dell’800). Una commedia come sempre caotica, poliglotta, che sa divertire ma che contemporaneamente ci aiuta a pensare al punto dove sono arrivate anche le nostre vite, invitandoci ad accogliere gli eventi drammatici come fase di passaggio nel raggiungimento di un possibile lieto fine, nella ricerca di quella tanto agognata felicità.

Recensione “Le Week-End” (2013)

Lo ammetto. Avevo voglia di vedere questo film solo per buttarmi un’ora e mezza nella nostalgia di una Parigi da cartolina, nei cliché della Ville Lumiere, per sguazzare nei miei ricordi personali in una città che non smette mai di emozionare. Non mi aspettavo onestamente null’altro. Invece la commedia agrodolce di Roger Michell (“Notting Hill”) oltre alla Parigi da cartolina e ai diversi cliché (compresa una deliziosa citazione del balletto di “Bande à Part”), aggiunge qualcosa che non ti aspetti: l’umanità di una storia d’amore mai banale, deragliata dai binari del tempo, ingobbita dal peso della quotidianità, appesantita dalla noia. “Come si può vivere altrove?”, si domanda Meg, protagonista femminile, osservando il panorama dall’alto della collina di Montmartre: in questa frase è racchiuso molto di quello che vedremo. Perchè, come vuole il luogo comune, Parigi è la città dall’amore, della leggerezza dell’animo, della “vie bohemienne”, ed è proprio qui che i protagonisti cercheranno di ritrovare la passione e la gioventù sfiorita da tempo.

Gli inglesi Nick e Meg dopo trent’anni di matrimonio decidono di tornare nella città dove hanno trascorso la luna di miele: Parigi. Lui è un professore universitario ormai disilluso, senza stimoli, aggrappato all’amore per sua moglie Meg che invece sembra stanca della sua vita, del suo lavoro, del suo matrimonio. Cerca nuove esperienze che le possano riconsegnare l’allegria e soprattutto possano rompere la routine di un’esistenza ormai inevitabilmente diretta verso la noia. L’incontro casuale con un vecchio amico di Nick, il ricco e logorroico Morgan, tirerà fuori dalla coppia tutto ciò che pensavano di aver dimenticato.

Nonostante i luoghi comuni, che in fin dei conti sono difficilmente evitabili quando si realizza una commedia ambientata in una città straniera, il film di Michell sorprende per la profondità di alcune scene (il risveglio notturno di Meg nel letto vuoto e ciò che succede dopo è addirittura commovente), per il velo di malinconia che aleggia sullo sguardo di un Jim Broadbent perfetto. Strano a dirsi, ma il film funziona meglio quando scende nelle profondità delle emozioni piuttosto che nelle scene da commedia pura, che in alcuni casi appaiono quasi forzate. Ma in fondo finché possiamo entrare in un bar di Parigi e ballare come in un film di Jean Luc Godard, non potrà capitarci mai niente di male.

Recensione “Pinuccio Lovero Yes I can” (2012)

L’Italia è un Paese bizzarro: alcuni realizzano un film all’anno e spesso con poche idee, altri, come Pippo Mezzapesa, dotato sia di idee che di talento, fanno fatica ad imporsi in sala. Il regista pugliese, pluripremiato e reso celebre grazie ai suoi bellissimi cortometraggi (molti di essi sono su youtube, fate una ricerca, non ve ne pentirete), torna su grande schermo dopo il sottovalutato “Il paese delle spose infelici”, uno dei film italiani più interessanti degli ultimi anni, che non ha trovato la fortuna che meritava. Dopo aver introdotto l’esilarante e genuino Pinuccio Lovero in un documentario presentato al Festival di Venezia (“Sogno di una morte di mezza estate”, in seguito al quale si è creato un piccolo caso mediatico intorno al protagonista), Mezzapesa ritrova il custode del cimitero della sua Bitonto in un documentario ancora più divertente, ironico, in cui l’inarrestabile Pinuccio decide di presentarsi alle elezioni comunali del suo paese.

Dopo un impiego come custode del cimetero nella frazione di Mariotto, dove da quando è arrivato non è morto più nessuno, Pinuccio Lovero trova lavoro nella sua Bitonto come becchino. Dopo un breve periodo di celebrità (che lo ha portato in tv nei salotti di Frizzi, Magalli e Bonolis), Pinuccio è tornato alla sua quotidianità. Ma la ribalta gli manca, e al tempo stesso i servizi del cimitero sono in condizioni pietose: l’occasione per tornare sotto i riflettori e contemporaneamente migliorare il suo lavoro capita grazie alle imminenti elezioni comunali. Pinuccio Lovero decide di candidarsi come consigliere, ma la campagna elettorale si trasformerà in un circo di personaggi bizzarri e di situazioni esilaranti che, attraverso il microcosmo bitontino, ci aiuterà a capire meglio l’Italia stessa, con gli egoismi e i sotterfugi della scena politica, ma anche con il folclore di chi la popola.

L’occhio attento di Mezzapesa, sempre bravissimo nel raccontare ambienti e personaggi che senza dubbio appartengono al suo cinema, accompagna Lovero nei suoi spostamenti per il paese, durante i preparativi per il suo matrimonio, per le elezioni, per le continue sepolture che riempiono le sue giornate al cimitero. Pinuccio è un personaggio che da un lato sogna un pizzico di celebrità (un tema che lo accomuna al protagonista di “Reality” di Garrone), dall’altro il suo senso del dovere e la passione con cui si dedica al suo lavoro lo rendono un esempio: lui al cimitero ci tiene davvero, più che un becchino interpreta il lavoro da vero e proprio concierge. Non fatevi ingannare dal manifesto del film, che come stile richiama le peggiori commedie italiane: “Pinuccio Lovero Yes I can” è un documentario che fa ridere (tantissimo), atipico, che ci mostra un’Italia incasinata e mai doma, amara ma anche ironica. A Roma si dice: “fatti una risata, che magari domani ti svegli sotto a un cipresso!”. Ecco, con Pinuccio Lovero di risate ve ne farete davvero tante, al domani poi, ci pensa lui.

 

Recensione “Il centenario che saltò dalla finestra e scomparve” (“Hundraåringen som klev ut genom fönstret och försvann”, 2013)

Non si sente parlare tutti i giorni del cinema svedese, a parte l’eco suscitato dalla trilogia di “Uomini che odiano le donne” e dal capolavoro “Lasciami entrare”, che hanno attirato su di loro premi internazionali e gli occhi di Hollywood, che ha subito realizzato i corrispondenti remake stellestrisce. Dopo il thriller e l’horror, una commedia proveniente dal nord: avrà la stessa sorte dei suoi illustri connazionali? Perché no. Già dal titolo si capisce che ci troviamo di fronte ad una storia brillante, intrigante, e quel che ne esce fuori è infatti una simpatica commedia divertita e divertente, che in qualche modo strizza l’occhio a “Forrest Gump” e ad altre fortunate pellicole on the road. Ma qui c’è davvero un po’ di tutto: poliziotti incapaci, criminali dal cuore spezzato, un boss sboccato e arrabbiatissimo, una valigia piena di soldi, un “quasi” laureato in tutte le facoltà, un elefante scappato dal circo e soprattutto lui, il centenario del titolo, appassionato di esplosivi e capace senza accorgersene di influenzare alcuni eventi fondamentali del secolo scorso.

Allan Karlsson ha vissuto una vita intensa, assurda e veramente incredibile. Adesso è finito in una casa di riposo, dove si sta preparando la festa per i suoi 100 anni. Spinto dalla noia, proprio il giorno del suo compleanno decide di uscire dalla finestra e di allontanarsi dal centro. Nel momento di prendere un pullman si ritrova casualmente tra le mani una valigia piena di soldi, ambita da criminali tonti ma senza scrupoli. L’avventura è appena iniziata: Allan incontrerà sulla strada alcune persone che lo accompagneranno in questo ennesimo viaggio, in cui ha l’occasione di raccontare episodi della sua vita che lo hanno visto saltare dalla guerra civile spagnola alla corte di Stalin in Russia, fino a diventare il fulcro di un affare di controspionaggio che porterà casualmente alla caduta del muro di Berlino. Per cent’anni Allan è stato protagonista di numerosi eventi, e adesso che è di nuovo libero la sua storia può finalmente continuare.

Allan, tra una risata e l’altra, ci lascia con un prezioso insegnamento: quello di vivere la vita ingenuamente, in maniera istintiva, senza preoccuparci troppo del futuro, senza indugiare troppo sul passato. Felix Herngren, il regista, mette insieme un cast di facce simpatiche, dal versatile protagonista Robert Gustafsson (una star in patria) al cattivissimo boss Alan Ford, che i fan di Guy Ritchie ricorderanno in “The Snatch” (anche lì abbastanza pericoloso nei panni del gangster Testarossa). Un film che si amare per la semplicità delle sue gag, per la gioia di fare cinema di un Paese che ogni tanto regala qualche perla.

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