Gli ultimi Jedi siamo noi

“Gli Ultimi Jedi”, il nuovo episodio della saga di “Star Wars”, è finalmente nei cinema di tutto il mondo, due ore e mezza di imprese mirabolanti pervase da una genuina gioia di sentirsi bambini, seduti al sicuro sulla poltroncina di una sala buia a fare il tifo per i buoni. Siete già andati a vederlo? Se sì, potete andare tranquillamente avanti nella lettura, piena di spoiler, al contrario vi rimando alla recensione vera e propria, dove non c’è neanche uno spoiler sulla trama e che potete leggere qui. Dunque, se ancora non avete visto il film, l’espressione basita di Luke Skywalker dice tutto: correte a vederlo, poi potrete proseguire nella lettura. Dopo il Maestro Jedi cominciamo a parlare seriamente e l’articolo sarà tutto, ma proprio tutto, un grosso ed enorme spoiler. Jedi avvisato mezzo salvato.

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Recensione “Star Wars Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi” (“Star Wars Ep.VIII – The Last Jedi”, 2017)

– NO SPOILER –
Di ritorno dalla proiezione stampa sono tante le sensazioni che si avvolgono, si attorcigliano, si arrampicano su di me. Su tutte le voglia di uscire sul balcone, nonostante la pioggia, e osservare le stelle, pensando a tutte le mirabolanti storie che si svolgono su quella galassia lontana lontana. Questa è la recensione a caldo e senza spoiler, nemmeno sulla trama, per permettere a chi non ha ancora visto il film di godere appieno della visione (successivamente affronteremo anche l’analisi a freddo, dove parleremo di tutto e di più, ma non è questo il momento).

I film di “Star Wars” riescono laddove gran parte del resto del cinema non può permettersi di arrivare: emozionarsi durante i primi due secondi di film è prerogativa di questa saga e del magico tema di John Williams, una sorta di macchina del tempo che riesce all’istante a farci sentire di nuovo bambini, cancellando dalla mente qualsiasi altra cosa non sia legata al film. Il giudizio? Eccolo che arriva: a me è piaciuto. Certo, a me basta vedere una spada laser e il Millennium Falcon per gridare al capolavoro, ma al di là di questo si tratta di un bel film. Senza dubbio deve fare i conti con il fatto di essere un sequel, dunque non può avere la freschezza e la trascinante potenza della novità, uno dei punti principali dell’episodio precedente, a suo modo però funziona, eccome se funziona.

“Il Primo Ordine colpisce ancora”, impensabile il contrario: neanche a dirlo, se “Il risveglio della Forza” aveva molti punti in comune con “Una nuova speranza”, “Gli ultimi Jedi” in alcuni momenti fa inevitabilmente pensare a “L’impero colpisce ancora”, anche se comunque è un film che vive di vita propria: Rey diventa sempre più consapevole della sua importanza, così come Kylo Ren, costretto a convivere con la sua coscienza e con tutti i segreti legati al suo passato. Rey e Ren sono lo jin e jang di questa nuova trilogia, entrambi giovani, entrambi potenti, una votata al bene, l’altro devoto al male: il confronto tra questi due personaggi è probabilmente una delle chiavi di lettura più interessanti di questo nuovo episodio di “Star Wars”. E se nel film precedente la Forza era stata poco più di un sussurro, un qualcosa di mitico e lontano, stavolta la religione Jedi non solo è sveglia, ma potente come non mai (ne sono un’esempio la spiazzante scena iniziale che vede protagonista Leila e soprattutto il sorprendente finale). Tra le novità ci sono un paio di pianeti decisamente interessanti e alcuni personaggi nuovi, tra cui spiccano inevitabilmente le star Laura Dern e Benicio Del Toro (tra i due personaggi la prima ha senza dubbio la mia preferenza), ma la cosa più bella è sempre l’incontro con le vecchie conoscenze, ovviamente Luke, ma anche un’altra che non ci saremmo mai aspettati.

In conclusione, “Il Risveglio della Forza” è servito ad introdurci i nuovi personaggi, “Gli ultimi Jedi” vede quelli stessi protagonisti alle prese con le proprie responsabilità, con i propri conflitti (interiori ed esteriori) e con la loro crescita, sia come personaggi che come individui. Fino ad un finale da pelle d’oca, che ci lascia sui titoli di coda con tanta voglia di restare ancora bambini e, soprattutto, con grande speranza. L’attesa per il 2019 è già cominciata.

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Recensione “Love Me!” (“Liebe Mich”, 2014)

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Come ben sapete da queste parti il cinema indipendente, ed il genere mumblecore in particolare, gode di una stima pressoché inossidabile. Sarà colpa di Richard Linklater, di Woody Allen o forse di Truffaut, ma ogni volta che vedo un film di questo genere, girato fuori dagli studios, con magari un ragazzo o una ragazza alla ricerca di un posto nel mondo, beh, io vado fuori di testa. Ne sono attratto come una calamita e, quel che peggio, ogni volta innesca in me la stessa sensazione: prendere la videocamera, qualche giovane attore e andare in strada a girare un film. Il tedesco “Love Me”, debutto cinematografico di Philipp Eichholtz, pur non appartenendo al “Berlin Mumblecore Movement”, porta comunque in sé tantissimi elementi di questo genere nato negli States, fonte di ispirazione per molte correnti simili in Europa.

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Recensione “Dunkirk” (2017)

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Un paio di premesse: la prima è che quando ho sentito che doveva uscire un altro film sulla Seconda Guerra Mondiale il mio istinto mi ha suggerito un eloquente “che palle”. La seconda premessa riguarda il regista: Nolan in passato mi ha fatto strappare i capelli dalla meraviglia, ma ormai è già qualche anno che ha smesso di convincermi: l’ultimo Batman l’ho trovato insopportabile, mentre “Interstellar” era stupendo tecnicamente quanto debole a livello narrativo. Insomma, non è che fossi così convinto di questo “Dunkirk” (ma poi perché nel titolo italiano lasciare il nome inglese della città francese di Dunkerque? Come se in Italia producessero un film sulla città tedesca Mainz e nei paesi anglofoni lasciassero il titolo italiano, cioè Magonza). Questioni toponomastiche a parte, dicevo che non sono partito convinto a proposito di questa operazione; poi però è successo che a luglio tutto il mondo conosciuto ha cominciato a osannare il film di Nolan: la cosa più importante che ho letto diceva che “sembrava un film di Stanley Kubrick” (non ricordo chi l’avesse detto, ma penso che dovrebbe rispondere di tutto ciò in qualche tribunale). Insomma, mi ero convinto di trovarmi davanti ad una sorta di epifania cinematografica, una di quelle opere capace di cambiare la mia concezione della settima arte. “Dunkirk” invece è “soltanto” un bel film, magari anche un gran bel film, che però non si avvicina assolutamente dalle parti del capolavoro, come hanno cercato di farmi bere da mesi.

La storia si basa sulla battaglia di Dunkerque, una delle storie più incredibili accadute durante la Seconda Guerra Mondiale, che già in passato aveva avuto l’onore di essere trasformata in un film. In poche parole: le truppe anglo-francesi, braccate dall’esercito nazista, riuscirono ad essere evacuate dal porto di Dunkerque grazie ad un vero e proprio miracolo militare (anche se nel film di Nolan i francesi sono pressoché inesistenti e già questa scelta narrativa dovrebbe dar da pensare). La cosa più bella di questo film è senza dubbio l’idea di raccontare le tre linee narrative (terra, acqua e cielo) in tre lassi temporali differenti (una settimana, un giorno, un’ora), per poi farle coincidere nel climax finale. Idea straordinaria. Un’altra cosa che ho amato molto è l’assenza visiva del nemico tedesco, la cui presenza si fa sentire dal fischio delle pallottole e dalle esplosioni assordanti delle sue bombe. Cose meno belle? Un’ora e mezza di colonna sonora, pesante, opprimente, che dà l’impressione di esser stata messa là proprio per coprire le magagne del regista (la parte legata al cielo, dunque all’aviazione, si serve della musica per dare pathos ad una serie di inutili primi piani sui piloti).

Ripeto: è un film bellissimo che rischia di annegare nel suo realismo, una pellicola di grande potenza che paradossalmente paga in maniera eccessiva la campagna messa in atto per supportarlo. Resta comunque un film da vedere, se non altro per la sua durata: un’ora e quaranta passa sempre abbastanza in fretta. A mio modesto parere non è uno dei film dell’anno, ma senza dubbio è il primo grande film della nuova stagione cinematografica: buon anno a tutti, se questo è l’inizio, direi che ci aspettano grandi cose.

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Capitolo 227

Agosto vita mia non ti conosco. Già Roma è una città piuttosto surreale durante questo mese (niente traffico, parcheggi vuoti, negozi chiusi), aggiungeteci la visione di tre film di David Lynch, intramezzate da tre puntate della nuova stagione di Twin Peaks, e comprenderete il grado di surrealismo di questo mio pezzo d’estate romana. Ancora una settimanella e si torna alla vita: cinema, ventilatore nell’armadio (speriamo) e un bel piatto di carbonara (ad agosto è proibita, troppo caldo!).

Strade Perdute (1997): David Lynch tra Twin Peaks e Mulholland Drive. La follia è dietro l’angolo e probabilmente con questo film il regista si è “allenato” in vista del suo capolavoro definitivo (Mulholland Drive, appunto). Pochi registi sono in grado di mettere angoscia nello spettatore con una sola inquadratura, e ancora di meno sono quelli che riescono a non farti capire quasi nulla di ciò che succede facendoti però dire: “Però, che bel film!”. Il tizio con la faccia bianca me lo sono sognato la notte. ‘Cci sua.

Il maledetto United (2009): Solitamente i film che parlano di calcio sono piuttosto piatti, salvo alcune eccezioni tipo Febbre a 90. Stavolta devo dire che invece la pellicola di Tom Hopper funziona, eccome se funziona, perché riesce a usare il calcio come pretesto per raccontare l’ambizione, il fallimento e il riscatto di un uomo apparentemente infallibile. Oltre a raccontare un calcio per cui non si può non provare nostalgia, lontanissimo rispetto ai milioni del PSG e alle fighette social che vediamo sui campi di oggi.

Lo squalo (1975): Ci sono alcuni film che, pur avendoli visti 842 volte, ogni volta che li trovi per caso in tv li devi rivedere. Nonostante l’aver visto questo film in tenera età abbia provocato in me una sorta di terrore per l’alto mare (anche se presumo che in Puglia, dove vado solitamente al mare, non ci siano tutti ‘sti squali bianchi), ogni volta che lo guardo è un’emozione. Perché tutti noi nella vita abbiamo momenti in cui ci serve una barca più grossa e poi ci arrangiamo sempre con quella che abbiamo… Capolavoro.

Velluto Blu (1986): Altro noir firmato David Lynch, forse il suo film più riuscito tra quelli girati nel secolo scorso. Il giovane studente Kyle MacLachlan indaga, insieme a Laura Dern, sul caso di un orecchio mozzato ritrovato su un campo dietro casa sua. La storia che ci sarà dietro, neanche a dirlo, è folle (mamma mia Dennis Hopper, che fenomeno nella parte del cattivo!). Dietro tutto ciò c’è la perdita dell’innocenza adolescenziale, la scoperta che esiste un mondo malvagio dietro le staccionate bianche e le rose gialle. Ottima la colonna sonora (dove spicca, al di là della “Blue Velvet” che dà il titolo, la splendida “In dreams” di Roy Orbison).

Cuore Selvaggio (1990): Ultimo boccone di questa scorpacciata di film di Lynch. Un road movie atipico, con Nicolas Cage che fugge insieme alla bella Laura Dern verso un futuro tutto da scrivere ma soprattutto lontano dalla madre di lei, che è una psicopatica. I due si amano e questo potrebbe bastare in un mondo in cui il cuore delle persone è selvaggio e dove le regole sono tutte da scrivere. Anche qui il cattivo di turno è tutto un programma: Willem Dafoe geniale. Finale splendido con (SPOILER) Cage che canta “Love me tender” sul cofano di un’auto. Bellissimo, nonostante il grottesco omaggio al Mago di Oz.

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Recensione “Roadies” (2016)

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Parliamo di “Roadies”, ovvero: come innamorarsi di una serie tv e continuare a seguirla pur sapendo che è stata cancellata dopo una sola stagione. Cameron Crowe è una delle poche persone nel mondo del cinema capace di stamparmi un sorriso sul volto ogni volta che realizza qualcosa (sì, compreso il bistrattatissimo “Sotto il cielo delle Hawaii”): mi fa innamorare delle persone, mi fa venire voglia di essere amico di quelle persone, mi fa sentire parte di qualcosa di bello, divertente, dolce e al tempo stesso unico. Tutti motivi per cui ho amato questa serie, ai quali va aggiunto l’ingrediente fondamentale, la cosa che più mi piace e probabilmente anche il “difetto” fatale della serie: l’amore per la musica. Perché difetto? Perché se da un lato una persona come me, innamorata della musica, troverà proprio in questo elemento il cuore della passione per una serie incentrata sul lavoro di quei tecnici che si occupano di tutti gli aspetti necessari ad un concerto per far sì che la band si possa esibire, dall’altro uno spettatore meno appassionato potrebbe trovare ridondanti e forse esagerati tutti i momenti in cui è la musica il collante umano che lega i personaggi e le vicende di “Roadies”: dalla “canzone del giorno”, una trovata strepitosa, ai vari camei di band e artisti più o meno minori sulla scena indie statunitense, i roadies del titolo per Crowe sono solo il pretesto per raccontare ancora una volta ciò che lui ama più di qualunque altra cosa, forse più del cinema stesso: la musica (come fece, meravigliosamente, in quel capolavoro di “Almost Famous”).

Un cast spettacolare dal punto di vista emotivo, se così si può dire: da Luke Wilson a Carla Gugino, da Imogen Poots a Rafe Spall, tutti gli attori non sembrano interpretare personaggi di fantasia, ma conferiscono al gruppo le sfumature necessarie a permetterci di immergerci nella crew, a farci sentire parte di loro, a farci sognare un’esperienza del genere. E chi se ne importa dei cliché raccontati da Crowe, dalla aneddotica, dalle scaramanzie, dagli accenni di retorica (come la corsa di Kelly Ann nel pilot, in cui ha una sorta di epifania musicale: sarà retorica ma funziona a perfezione). Splendida l’idea di base di ambientare ogni episodio in una città diversa del tour, respirando il mito di chi in quella città ha fatto la storia, mostrandoci solo il lato buono dei personaggi (come spesso accade nei film di Crowe). La musica unisce, la musica crea la magia. Questo, dicevamo, è il punto di forza e al tempo stesso il punto debole di “Roadies”: sembra scritto per chi la musica la ama fin dentro le viscere, ma per un successo globale questo è probabilmente troppo poco.

Tanto idealismo e buoni sentimenti, ma tutto realizzato con così tanta passione che è davvero molto difficile non ritrovarsi con un sorriso stampato sul volto al termine della stagione, purtroppo l’unica. La dichiarazione d’amore di Cameron Crowe per chi ama la musica è una vera e propria fonte di gioia: per quel che mi riguarda può bastare anche vedere Luke Wilson tornare nella sua vecchia casa, attaccare la spina della radio e sentire le note di “Radio Nowhere” di Springsteen che avvolgono tutta la scena. Per non parlare del racconto on the road di Phil a proposito del concerto dei Lynyrd Skynyrd quando hanno aperto il tour dei Rolling Stones. Tutte cose da far impazzire un amante del rock, ma saranno così interessanti anche per chi usa la musica non come colonna, ma solo come sottofondo della sua vita? A quanto pare no, visto la decisione della rete di cancellare la serie: “Grazie a Showtime e J.J. Abrams per avermi permesso di fare questa sola e unica stagione di Roadies, ha detto il regista in un comunicato. “Ho ancora le vertigini per aver lavorato con un cast e una troupe così epici. Sebbene avremmo potuto raccontare altre mille storie, questa corsa si conclude con un racconto finito di musica e amore lungo dieci ore. Come una canzone che ti entra nelle vene, o un testo che parla di te, ci auguriamo di aver fatto lo stesso con Roadies“. 

Cameron, amico mio, “Roadies” per me è esattamente questo: è una canzone che entra nelle vene, un testo che parla di me (la scena in cui Wes suona “Simple Man”!). Talmente bello da farti pensare: ma perché non ho fatto questo lavoro nella vita?

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Recensione “Stranger Things” (2016)

Sono appena finiti i titoli di coda dell’ultima puntata. Una ventina di ore fa non sapevo neanche di cosa parlasse e adesso faccio fatica a togliermi dalla testa gli anni 80 e soprattutto la città di Hawkins, nella quale si svolgono i fatti di “Stranger Things”. Inutile sperare di poter vedere le otto puntate della serie creata dai fratelli Duffer in un periodo di tempo dilatato: ogni puntata tira l’altra, e sarà davvero difficile rimandare la visione dell’episodio successivo ad un altro giorno. L’ultima arrivata in casa Netflix sembra essere la serie capolavoro per i trentenni/quarantenni di oggi, quelli che hanno vissuto gli anni d’oro del cinema di avventure per ragazzi, di fantascienza per teenager: i rimandi continui ai cult movie dell’epoca tuttavia sono solo una delle caratteristiche che fanno di “Stranger Things” la migliore serie di questo 2016. La storia è appassionante, tira molti fili, apre molte trame, portandole tutte a conclusione. I personaggi sono assolutamente convincenti, perfetti in ogni sfumatura: i ragazzini un po’ nerd, uniti da quella amicizia che forse solo gli anni 80 hanno saputo davvero raccontare, gli adolescenti che combattono tra problemi personali e bisogno di aiutare i propri cari, la madre-coraggio (grande ritorno per Winona Ryder) che non si arrende neanche di fronte alla presunta evidenza, il poliziotto dal passato tormentato, che attraverso il suo lavoro vuole salvare se stesso dai propri demoni. C’è il governo, che come sempre ha pochi scrupoli e sembra nascondere qualcosa di importante. E poi c’è lei, Elle, la vera protagonista, il collegamento tra tutte le vicende e tra tutti i personaggi, un po’ come E.T., un po’ come la Carrie di Stephen King: fragile, spaventata, coraggiosa, dolce e… pericolosa.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un’inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina dai poteri paranormali approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will, ovvero Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, Eleven, crea un legame particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione. I tre ragazzi, insieme a Eleven, non potendosi fidare degli adulti, decideranno di lanciarsi da soli alla ricerca di Will, ritrovandosi coinvolti in una pericolosa avventura dalla quale potrebbero non uscire vivi.

Accompagnato da una colonna sonora perfetta, capace di alternare suggestioni synth (molto vicine ai temi di John Carpenter) a grandi successi del passato (dai Jefferson Airplane ai Toto, dalle Bangles a Peter Gabriel, dai Joe Division ai Clash, grandi protagonisti della serie con “Should I Stay or Should I go”, la canzone preferita di Will), “Stranger Things” come dicevamo si nutre dei grandi classici del cinema anni 70 a 80: il debito maggiore è senza dubbio nei confronti di “E.T. L’Extraterrestre”, omaggiato ad ampie riprese per tutta la serie, ma non mancano numerose strizzate d’occhio ai vari “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “I Goonies”, “Stand By Me”, “It”, “Carrie lo sguardo di Satana”, “La Casa”, “Scuola di mostri”, “Lo squalo” e ovviamente il sempre citatissimo “Guerre Stellari” (e molti altri: i più cinefili troveranno anche un grande omaggio a “Blow Up” di Antonioni). Insomma, “Stranger Things” prende il meglio del cinema per ragazzi (e non solo) di trent’anni fa, lo rimescola, lo digerisce per poi trasformarlo in un prodotto impeccabile. Il suo merito è di non funzionare solo come “Operazione Nostalgia”, ma di saper emozionare, tenendo lo spettatore sul filo per gran parte dei suoi otto bellissimi episodi.

Datemi dunque un gruppo di ragazzini in bici sulle strade della provincia americana, datemi una vicenda piena di mistero, datemi una ragazzina dai poteri paranormali, datemi l’avventura e la fantascienza anni 80 e soprattutto datemi al più presto una seconda stagione di “Stranger Things”. Nel frattempo vedetevi la prima: perdersela è veramente impensabile.

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Recensione “S is for Stanley” (2015)

Tutto avrei pensato, tranne che trovarmi con gli occhi lucidi al termine di questo documentario. Spesso ci dimentichiamo che dietro al Cinema, all’industria o alla macchina dei sogni, ci sono degli esseri umani, persino dietro un genio come Stanley Kubrick. Alex Infascelli porta sullo schermo il bellissimo libro di Filippo Ulivieri (lettura obbligatoria per ogni appassionato di cinema), traendone un documentario che, seppur costruito su una lunga intervista, riesce a toccare le corde dello spettatore con la sua umanità, con l’appassionante e sincero ricordo di un uomo comune catapultato in un mondo straordinario: Emilio D’Alessandro.

Il documentario ripercorre, attraverso la voce del protagonista, la incredibile storia di Emilio D’Alessandro, immigrato italiano a Londra, pilota di auto da corsa e in seguito, per puro caso, autista personale, tuttofare, uomo di fiducia e migliore amico di Stanley Kubrick, oltre che testimone oculare della realizzazione dei suoi ultimi quattro capolavori.

Già dalla prima scena ci si immerge completamente nella storia: Infascelli entra nel garage di Emilio D’Alessandro, nella sua residenza a Cassino, trovando un vero e proprio museo kubrickiano: oggetti di scena, lettere, biglietti, costumi e ricordi tratti da “Barry Lyndon”, “Shining”, “Full Metal Jacket” e “Eyes Wide Shut”, un film quest’ultimo che stava rischiando di saltare dopo le dimissioni provvisorie di Emilio. Il protagonista racconta la sua vita con Stanley con un velo di malinconia, gli occhi lucidi ma anche tanta ironia. Testimone degli ultimi giorni di vita di Kubrick, D’Alessandro afferma che ancora oggi, quando sente squillare il telefono, si immagina per un momento che possa essere proprio il suo vecchio amico. La storia di un’amicizia lunga quasi trent’anni che, nonostante le differenze caratteriali, ha unito due persone totalmente vicine dal punto di vista umano: “Non avevo mai visto un film di Stanley perché mi sembravano troppo lunghi. Quando sono tornato in Italia però ho deciso di vederli, e soltanto lì mi sono accorto che era un genio”. Vincitore del David di Donatello per il Miglior Documentario. Un gioiello.

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Recensione “Nice Guys” (2016)

Le strane coppie al cinema, alcune più, alcune meno, hanno sempre funzionato piuttosto bene. Non è un caso che Shane Black, il regista, si sia fatto un nome come creatore di una delle “strane coppie” più famose del cinema d’azione, ovvero Riggs e Murtaugh in “Arma Letale”. In seguito ha riproposto lo schema in altre pellicole da lui sceneggiate, come “L’ultimo Boy Scout”, “Iron Man 3” e “Kiss Kiss Bang Bang”, con il quale ha anche esordito dietro la macchina da presa (una chicca: Black ha anche scritto il cult “Scuola di Mostri”, un “Goonies” in tono minore ma geniale, ambientato tra i mostri della Universal, un film che molti di noi nati negli anni 80 ricorderanno probabilmente con un sorriso). A Cannes hanno parlato di Russel Crowe e Ryan Gosling in stile Bud Spencer e Terence Hill, e il paragone può anche funzionare, se posto in termini di ironia e (anti)eroismo. In realtà la pellicola somiglia tanto ad un’avventura di Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di “detective” che ha contribuito al grande successo di Lansdale, soprattutto per la loro capacità di trovarsi in guai sempre enormi e decisamente più grandi di loro, e di uscirne sempre fuori tra colpi di proiettile e ironia.

Los Angeles di fine anni 70 è corrosa dallo smog e dall’industria pornografica. La città è alienante, libertina, pazza e surreale: su questa scena si muovono un investigatore privato, truffaldino ma con una figlioletta molto sveglia al seguito (suo malgrado) e un picchiatore duro ma dal cuore tenero. I due decidono di aiutarsi per ritrovare una ragazza scomparsa e indagare sulla morte di una diva del porno, due piste che sembrano scollegate ma che invece nascondono un caso di importanza nazionale.

Crowe lavora molto di sottrazione, facendo da spalla al mattatore della pellicola, Ryan Gosling, totalmente sopra le righe, in un ruolo piuttosto raro per la sua filmografia (che in particolar modo dopo “Drive” sembrava inquadrarlo in ruoli soprattutto drammatici). Black conferma così il suo talento per quelli che gli americani chiamano “buddy movies”, mescolando il noir losangelino, il poliziesco e il cinema d’azione in un frullatore pieno di ironia.

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Recensione “Where To Invade Next” (2015)

Michael Moore torna dietro la macchina da presa dopo sei anni e stavolta riesce nell’impresa di realizzare un documentario sugli Stati Uniti senza aver girato un solo fotogramma sul territorio statunitense. L’idea di base è a dir poco geniale: il Pentagono, stufo di perdere guerre, chiede al regista di occuparsi lui stesso di invadere nuovi territori in nome dell’America. Questo incipit di fantasia permette all’esercito di Moore, composto da se stesso e dalla sua troupe, di girare l’Europa alla conquista non del petrolio, ma di buone idee per il suo Paese, senza neanche dover sparare un solo proiettile (perché “Le buone idee sono più utili del petrolio”).

Italia, Francia, Germania, Finlandia, Slovenia, Portogallo, Norvegia, Islanda: Michael Moore gira in lungo e in largo il Vecchio Continente scoprendo che in Italia i lavoratori hanno diritto a ferie pagate e alla tredicesima, in Francia i pasti nelle mense scolastiche (anche le più povere) sono regolati da un dietologo e sono di alta qualità rispetto a quelle statunitensi. In Finlandia un sistema scolastico rivoluzionario basato sullo sviluppo delle proprie attitudini (e senza compiti a casa) ha creato degli studenti modello, in Norvegia il sistema penitenziario è basato sul perdono, sulla socialità e non sulla vendetta, motivo per cui i detenuti, una volta scontata la pena, riescono a inserirsi perfettamente nel mondo. E ancora, Michael Moore scopre l’università gratuita in Slovenia oppure un governo femminile in Islanda.

Dunque in questo suo peregrinare per l’Europa Moore “invade” i Paesi per conquistare le loro idee, per tornare a casa con le soluzioni ai problemi più radicati negli Stati Uniti: il modo in cui lo fa, tramite un’improbabile chiamata alle armi, è come al solito ironico e pieno di battute divertenti (ad esempio, citando a memoria: “Davvero nell’alfabeto sloveno manca la lettera W? Ma l’avete tolta prima o dopo Bush?”). Un documentario interessante e senza dubbio divertente, ma che ovviamente appare in alcuni momenti un po’ troppo idilliaco, generalizzando situazioni piuttosto straordinarie (come, ad esempio, i lavoratori di una fabbrica italiana che per la pausa pranzo tornano a casa per mangiare in famiglia). La bravura di Moore è nell’evitare di sottolineare i difetti degli Stati Uniti, quanto nell’aprire le porte a nuove possibilità. Con ironia, ottimismo e buone idee, niente è impossibile. Forse.

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