Recensione “Roadies” (2016)

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Parliamo di “Roadies”, ovvero: come innamorarsi di una serie tv e continuare a seguirla pur sapendo che è stata cancellata dopo una sola stagione. Cameron Crowe è una delle poche persone nel mondo del cinema capace di stamparmi un sorriso sul volto ogni volta che realizza qualcosa (sì, compreso il bistrattatissimo “Sotto il cielo delle Hawaii”): mi fa innamorare delle persone, mi fa venire voglia di essere amico di quelle persone, mi fa sentire parte di qualcosa di bello, divertente, dolce e al tempo stesso unico. Tutti motivi per cui ho amato questa serie, ai quali va aggiunto l’ingrediente fondamentale, la cosa che più mi piace e probabilmente anche il “difetto” fatale della serie: l’amore per la musica. Perché difetto? Perché se da un lato una persona come me, innamorata della musica, troverà proprio in questo elemento il cuore della passione per una serie incentrata sul lavoro di quei tecnici che si occupano di tutti gli aspetti necessari ad un concerto per far sì che la band si possa esibire, dall’altro uno spettatore meno appassionato potrebbe trovare ridondanti e forse esagerati tutti i momenti in cui è la musica il collante umano che lega i personaggi e le vicende di “Roadies”: dalla “canzone del giorno”, una trovata strepitosa, ai vari camei di band e artisti più o meno minori sulla scena indie statunitense, i roadies del titolo per Crowe sono solo il pretesto per raccontare ancora una volta ciò che lui ama più di qualunque altra cosa, forse più del cinema stesso: la musica (come fece, meravigliosamente, in quel capolavoro di “Almost Famous”).

Un cast spettacolare dal punto di vista emotivo, se così si può dire: da Luke Wilson a Carla Gugino, da Imogen Poots a Rafe Spall, tutti gli attori non sembrano interpretare personaggi di fantasia, ma conferiscono al gruppo le sfumature necessarie a permetterci di immergerci nella crew, a farci sentire parte di loro, a farci sognare un’esperienza del genere. E chi se ne importa dei cliché raccontati da Crowe, dalla aneddotica, dalle scaramanzie, dagli accenni di retorica (come la corsa di Kelly Ann nel pilot, in cui ha una sorta di epifania musicale: sarà retorica ma funziona a perfezione). Splendida l’idea di base di ambientare ogni episodio in una città diversa del tour, respirando il mito di chi in quella città ha fatto la storia, mostrandoci solo il lato buono dei personaggi (come spesso accade nei film di Crowe). La musica unisce, la musica crea la magia. Questo, dicevamo, è il punto di forza e al tempo stesso il punto debole di “Roadies”: sembra scritto per chi la musica la ama fin dentro le viscere, ma per un successo globale questo è probabilmente troppo poco.

Tanto idealismo e buoni sentimenti, ma tutto realizzato con così tanta passione che è davvero molto difficile non ritrovarsi con un sorriso stampato sul volto al termine della stagione, purtroppo l’unica. La dichiarazione d’amore di Cameron Crowe per chi ama la musica è una vera e propria fonte di gioia: per quel che mi riguarda può bastare anche vedere Luke Wilson tornare nella sua vecchia casa, attaccare la spina della radio e sentire le note di “Radio Nowhere” di Springsteen che avvolgono tutta la scena. Per non parlare del racconto on the road di Phil a proposito del concerto dei Lynyrd Skynyrd quando hanno aperto il tour dei Rolling Stones. Tutte cose da far impazzire un amante del rock, ma saranno così interessanti anche per chi usa la musica non come colonna, ma solo come sottofondo della sua vita? A quanto pare no, visto la decisione della rete di cancellare la serie: “Grazie a Showtime e J.J. Abrams per avermi permesso di fare questa sola e unica stagione di Roadies, ha detto il regista in un comunicato. “Ho ancora le vertigini per aver lavorato con un cast e una troupe così epici. Sebbene avremmo potuto raccontare altre mille storie, questa corsa si conclude con un racconto finito di musica e amore lungo dieci ore. Come una canzone che ti entra nelle vene, o un testo che parla di te, ci auguriamo di aver fatto lo stesso con Roadies“. 

Cameron, amico mio, “Roadies” per me è esattamente questo: è una canzone che entra nelle vene, un testo che parla di me (la scena in cui Wes suona “Simple Man”!). Talmente bello da farti pensare: ma perché non ho fatto questo lavoro nella vita?

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Recensione “Stranger Things” (2016)

Sono appena finiti i titoli di coda dell’ultima puntata. Una ventina di ore fa non sapevo neanche di cosa parlasse e adesso faccio fatica a togliermi dalla testa gli anni 80 e soprattutto la città di Hawkins, nella quale si svolgono i fatti di “Stranger Things”. Inutile sperare di poter vedere le otto puntate della serie creata dai fratelli Duffer in un periodo di tempo dilatato: ogni puntata tira l’altra, e sarà davvero difficile rimandare la visione dell’episodio successivo ad un altro giorno. L’ultima arrivata in casa Netflix sembra essere la serie capolavoro per i trentenni/quarantenni di oggi, quelli che hanno vissuto gli anni d’oro del cinema di avventure per ragazzi, di fantascienza per teenager: i rimandi continui ai cult movie dell’epoca tuttavia sono solo una delle caratteristiche che fanno di “Stranger Things” la migliore serie di questo 2016. La storia è appassionante, tira molti fili, apre molte trame, portandole tutte a conclusione. I personaggi sono assolutamente convincenti, perfetti in ogni sfumatura: i ragazzini un po’ nerd, uniti da quella amicizia che forse solo gli anni 80 hanno saputo davvero raccontare, gli adolescenti che combattono tra problemi personali e bisogno di aiutare i propri cari, la madre-coraggio (grande ritorno per Winona Ryder) che non si arrende neanche di fronte alla presunta evidenza, il poliziotto dal passato tormentato, che attraverso il suo lavoro vuole salvare se stesso dai propri demoni. C’è il governo, che come sempre ha pochi scrupoli e sembra nascondere qualcosa di importante. E poi c’è lei, Elle, la vera protagonista, il collegamento tra tutte le vicende e tra tutti i personaggi, un po’ come E.T., un po’ come la Carrie di Stephen King: fragile, spaventata, coraggiosa, dolce e… pericolosa.

Il 6 novembre 1983 a Hawkins, una remota e tranquilla cittadina dell’Indiana, il dodicenne Will Byers, membro di un ristretto gruppo di quattro amici fraterni, sparisce in circostanze misteriose; allo stesso tempo in un laboratorio segreto nei dintorni della stessa cittadina un ricercatore è vittima di un’inquietante creatura. Dallo stesso laboratorio Hawkins, una stramba ragazzina dai poteri paranormali approfitta della confusione generata dall’incidente per fuggire. Dopo aver trovato rifugio in un ristorante, inseguita da agenti del laboratorio, continua la sua fuga imbattendosi nei tre migliori amici di Will, ovvero Mike, Dustin e Lucas, che si erano messi sulle tracce del fidato compagno svanito nel nulla. La ragazza, che si identifica con il numero tatuato sul suo braccio, Eleven, crea un legame particolare con Mike, il quale accetta di nasconderla nella sua abitazione. I tre ragazzi, insieme a Eleven, non potendosi fidare degli adulti, decideranno di lanciarsi da soli alla ricerca di Will, ritrovandosi coinvolti in una pericolosa avventura dalla quale potrebbero non uscire vivi.

Accompagnato da una colonna sonora perfetta, capace di alternare suggestioni synth (molto vicine ai temi di John Carpenter) a grandi successi del passato (dai Jefferson Airplane ai Toto, dalle Bangles a Peter Gabriel, dai Joe Division ai Clash, grandi protagonisti della serie con “Should I Stay or Should I go”, la canzone preferita di Will), “Stranger Things” come dicevamo si nutre dei grandi classici del cinema anni 70 a 80: il debito maggiore è senza dubbio nei confronti di “E.T. L’Extraterrestre”, omaggiato ad ampie riprese per tutta la serie, ma non mancano numerose strizzate d’occhio ai vari “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, “I Goonies”, “Stand By Me”, “It”, “Carrie lo sguardo di Satana”, “La Casa”, “Scuola di mostri”, “Lo squalo” e ovviamente il sempre citatissimo “Guerre Stellari” (e molti altri: i più cinefili troveranno anche un grande omaggio a “Blow Up” di Antonioni). Insomma, “Stranger Things” prende il meglio del cinema per ragazzi (e non solo) di trent’anni fa, lo rimescola, lo digerisce per poi trasformarlo in un prodotto impeccabile. Il suo merito è di non funzionare solo come “Operazione Nostalgia”, ma di saper emozionare, tenendo lo spettatore sul filo per gran parte dei suoi otto bellissimi episodi.

Datemi dunque un gruppo di ragazzini in bici sulle strade della provincia americana, datemi una vicenda piena di mistero, datemi una ragazzina dai poteri paranormali, datemi l’avventura e la fantascienza anni 80 e soprattutto datemi al più presto una seconda stagione di “Stranger Things”. Nel frattempo vedetevi la prima: perdersela è veramente impensabile.

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Recensione “S is for Stanley” (2015)

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Tutto avrei pensato, tranne che trovarmi con gli occhi lucidi al termine di questo documentario. Spesso ci dimentichiamo che dietro al Cinema, all’industria o alla macchina dei sogni, ci sono degli esseri umani, persino dietro un genio come Stanley Kubrick. Alex Infascelli porta sullo schermo il bellissimo libro di Filippo Ulivieri (lettura obbligatoria per ogni appassionato di cinema), traendone un documentario che, seppur costruito su una lunga intervista, riesce a toccare le corde dello spettatore con la sua umanità, con l’appassionante e sincero ricordo di un uomo comune catapultato in un mondo straordinario: Emilio D’Alessandro.

Il documentario ripercorre, attraverso la voce del protagonista, la incredibile storia di Emilio D’Alessandro, immigrato italiano a Londra, pilota di auto da corsa e in seguito, per puro caso, autista personale, tuttofare, uomo di fiducia e migliore amico di Stanley Kubrick, oltre che testimone oculare della realizzazione dei suoi ultimi quattro capolavori.

Già dalla prima scena ci si immerge completamente nella storia: Infascelli entra nel garage di Emilio D’Alessandro, nella sua residenza a Cassino, trovando un vero e proprio museo kubrickiano: oggetti di scena, lettere, biglietti, costumi e ricordi tratti da “Barry Lyndon”, “Shining”, “Full Metal Jacket” e “Eyes Wide Shut”, un film quest’ultimo che stava rischiando di saltare dopo le dimissioni provvisorie di Emilio. Il protagonista racconta la sua vita con Stanley con un velo di malinconia, gli occhi lucidi ma anche tanta ironia. Testimone degli ultimi giorni di vita di Kubrick, D’Alessandro afferma che ancora oggi, quando sente squillare il telefono, si immagina per un momento che possa essere proprio il suo vecchio amico. La storia di un’amicizia lunga quasi trent’anni che, nonostante le differenze caratteriali, ha unito due persone totalmente vicine dal punto di vista umano: “Non avevo mai visto un film di Stanley perché mi sembravano troppo lunghi. Quando sono tornato in Italia però ho deciso di vederli, e soltanto lì mi sono accorto che era un genio”. Vincitore del David di Donatello per il Miglior Documentario. Un gioiello.

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Recensione “Nice Guys” (2016)

Le strane coppie al cinema, alcune più, alcune meno, hanno sempre funzionato piuttosto bene. Non è un caso che Shane Black, il regista, si sia fatto un nome come creatore di una delle “strane coppie” più famose del cinema d’azione, ovvero Riggs e Murtaugh in “Arma Letale”. In seguito ha riproposto lo schema in altre pellicole da lui sceneggiate, come “L’ultimo Boy Scout”, “Iron Man 3” e “Kiss Kiss Bang Bang”, con il quale ha anche esordito dietro la macchina da presa (una chicca: Black ha anche scritto il cult “Scuola di Mostri”, un “Goonies” in tono minore ma geniale, ambientato tra i mostri della Universal, un film che molti di noi nati negli anni 80 ricorderanno probabilmente con un sorriso). A Cannes hanno parlato di Russel Crowe e Ryan Gosling in stile Bud Spencer e Terence Hill, e il paragone può anche funzionare, se posto in termini di ironia e (anti)eroismo. In realtà la pellicola somiglia tanto ad un’avventura di Hap Collins e Leonard Pine, la coppia di “detective” che ha contribuito al grande successo di Lansdale, soprattutto per la loro capacità di trovarsi in guai sempre enormi e decisamente più grandi di loro, e di uscirne sempre fuori tra colpi di proiettile e ironia.

Los Angeles di fine anni 70 è corrosa dallo smog e dall’industria pornografica. La città è alienante, libertina, pazza e surreale: su questa scena si muovono un investigatore privato, truffaldino ma con una figlioletta molto sveglia al seguito (suo malgrado) e un picchiatore duro ma dal cuore tenero. I due decidono di aiutarsi per ritrovare una ragazza scomparsa e indagare sulla morte di una diva del porno, due piste che sembrano scollegate ma che invece nascondono un caso di importanza nazionale.

Crowe lavora molto di sottrazione, facendo da spalla al mattatore della pellicola, Ryan Gosling, totalmente sopra le righe, in un ruolo piuttosto raro per la sua filmografia (che in particolar modo dopo “Drive” sembrava inquadrarlo in ruoli soprattutto drammatici). Black conferma così il suo talento per quelli che gli americani chiamano “buddy movies”, mescolando il noir losangelino, il poliziesco e il cinema d’azione in un frullatore pieno di ironia.

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Recensione “Where To Invade Next” (2015)

Michael Moore torna dietro la macchina da presa dopo sei anni e stavolta riesce nell’impresa di realizzare un documentario sugli Stati Uniti senza aver girato un solo fotogramma sul territorio statunitense. L’idea di base è a dir poco geniale: il Pentagono, stufo di perdere guerre, chiede al regista di occuparsi lui stesso di invadere nuovi territori in nome dell’America. Questo incipit di fantasia permette all’esercito di Moore, composto da se stesso e dalla sua troupe, di girare l’Europa alla conquista non del petrolio, ma di buone idee per il suo Paese, senza neanche dover sparare un solo proiettile (perché “Le buone idee sono più utili del petrolio”).

Italia, Francia, Germania, Finlandia, Slovenia, Portogallo, Norvegia, Islanda: Michael Moore gira in lungo e in largo il Vecchio Continente scoprendo che in Italia i lavoratori hanno diritto a ferie pagate e alla tredicesima, in Francia i pasti nelle mense scolastiche (anche le più povere) sono regolati da un dietologo e sono di alta qualità rispetto a quelle statunitensi. In Finlandia un sistema scolastico rivoluzionario basato sullo sviluppo delle proprie attitudini (e senza compiti a casa) ha creato degli studenti modello, in Norvegia il sistema penitenziario è basato sul perdono, sulla socialità e non sulla vendetta, motivo per cui i detenuti, una volta scontata la pena, riescono a inserirsi perfettamente nel mondo. E ancora, Michael Moore scopre l’università gratuita in Slovenia oppure un governo femminile in Islanda.

Dunque in questo suo peregrinare per l’Europa Moore “invade” i Paesi per conquistare le loro idee, per tornare a casa con le soluzioni ai problemi più radicati negli Stati Uniti: il modo in cui lo fa, tramite un’improbabile chiamata alle armi, è come al solito ironico e pieno di battute divertenti (ad esempio, citando a memoria: “Davvero nell’alfabeto sloveno manca la lettera W? Ma l’avete tolta prima o dopo Bush?”). Un documentario interessante e senza dubbio divertente, ma che ovviamente appare in alcuni momenti un po’ troppo idilliaco, generalizzando situazioni piuttosto straordinarie (come, ad esempio, i lavoratori di una fabbrica italiana che per la pausa pranzo tornano a casa per mangiare in famiglia). La bravura di Moore è nell’evitare di sottolineare i difetti degli Stati Uniti, quanto nell’aprire le porte a nuove possibilità. Con ironia, ottimismo e buone idee, niente è impossibile. Forse.

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La Forza si è svegliata

Sono andato nuovamente a vedere “Il Risveglio della Forza” e, senza le ansie, le aspettative, le sorprese, l’eccitazione e un altro migliaio di cose che avevo in corpo durante la proiezione stampa, sono riuscito a vederlo con un occhio più obiettivo e con un’attenzione maggiore per i dettagli: in poche parole, mi è piaciuto ancora di più. Avviso ai lettori: se la prima recensione (che potete leggere qui) era totalmente priva di spoiler, anche sulla trama, ciò che c’è scritto da qui in poi è riservato soltanto a chi ha visto il film (o a chi non interessa rovinarsi la visione, se esiste). Dunque se non avete ancora visto questo Episodio VII ci penserà Kylo Ren a fermarvi; in caso contrario potete superare l’immagine e continuare nella lettura.

Star Wars: The Force Awakens Ph: Film Frame ©Lucasfilm 2015 Continua a leggere

Recensione “Blackhat” (2015)

Michael Mann non fa più un film veramente bello dai tempi di “Collateral”, e sono passati ormai dieci anni. Il suo ultimo “Blackhat” prende il bellone di turno (un seppur bravo Chris Hemsworth, già apprezzato in “Rush” di Ron Howard), qualche ambientazione esotica (Hong Kong e la Malesia) da sconvolgere con le scene d’azione e i soliti intrighi da thriller americano, con un hacker avido, malvagio e geniale che può essere scovato soltanto da un altro hacker, altrettanto geniale, che però sta scontando una grossa pena in carcere (l’originalità del plot è appassionante). Se l’introduzione del film può sembrare decisamente accattivante (un viaggio virtuale tra i circuiti infiniti dei computer), così come la regia di Mann (che si può accusare davvero di tutto ma non di non conoscere il suo mestiere), la grande pecca di questo film è una sceneggiatura che sembra impostata con il pilota automatico. Ora, come ben sapete da queste parti non siamo grandi fan dei film d’azione, quindi aggiungete questo dato alle mie righe, ma ad ogni modo siamo grandi amanti del cinema che non prende in giro lo spettatore, di un cinema che prova in qualche modo a raccontare qualcosa. “Blackhat”, come la maggiorparte dei thriller d’azione statunitensi, vuole davvero che lo spettatore si beva qualunque cosa. Prendete ad esempio il personaggio di Hemsworth, Nick Hathaway, che sconta la sua pena in carcere allenando la mente, con libri e musica, e il fisico, con qualche flessione. Ricordiamolo: è un hacker, un genio dell’informatica, condannato a 13 anni di prigione per smercio di carte di credito false. Insomma, per essere un genio di quel calibro deve essere uno che ha passato la vita davanti ad uno schermo, immaginiamo. Bene, quando esce dal carcere per aiutare i servizi segreti a risolvere la questione, si ritrova improvvisamente ad essere un esperto di combattimento corpo a corpo (in una scena riesce a sconfiggere da solo, a mani nude, cinque cinesi arrabbiatissimi e armati di coltello), un esperto di strategia militare (come confermano gli ultimi trenta minuti), un esperto di medicina, di economia e chi più ne ha più ne metta. Probabilmente se il film gliene avesse dato il tempo si sarebbe rivelato anche un perfetto opinionista da Bruno Vespa e un allenatore di calcio da bar.

E Michael Mann pensa davvero che gli spettatori si berranno tutto ciò? Purtroppo sì, e la cosa peggiore è che ha anche ragione, sono in tanti a cercare dal cinema solo semplice intrattenimento, immagini che scorrono e poi tornare alla loro vita. Contenti loro. L’estetica di Mann, comunque eccezionale quando deve raccontare la notte, con le sue luci a neon e la sua atmosfera (unico grande richiamo al già citato “Collateral”), non basta a trascinare il film oltre la soglia della sufficienza. Non basta neanche il suo uso sapiente del digitale, che esalta proprio i colori di quelle notti, né quello della macchina a mano per portare gli spettatori dentro l’azione. Ma la domanda è: sei anni dopo “Nemico Pubblico”, questo è tutto ciò che il regista è riuscito a partorire? In sei anni? Allora c’è poco da stare allegri. Per fortuna possiamo consolarci con i dvd di “Heat”, “Insider” e “Collateral” e ricordarci i tempi, ormai remoti, in cui Mann realizzava film davvero splendidi.

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Recensione “Boyhood” (2014)

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Richard Linklater realizza il suo film definitivo. Mentre sperimentava (con straordinari risultati) il binomio tra lo scorrere del tempo e lo sviluppo dei personaggi  nella celebre trilogia dei “Before”, il regista stava già preparando il suo capolavoro, un film cominciato nel 2002 e portato avanti con gli stessi attori per dodici anni, seguendo i suoi personaggi e la loro vita in base al passaggio del tempo: è così che si riesce a raccontare, con meravigliosa spontaneità e leggerezza, la formazione di un bambino di 8 anni fino alla fine dell’adolescenza, passando dalla scuola primaria fino al primo giorno al college. Linklater racconta, attraverso una vita piuttosto comune, la Vita in senso generale, esperienze che appartengono più o meno a tutti noi, ai nostri ricordi, al nostro passato, alla nostra sensibilità. E se nella già citata trilogia composta da “Before Sunrise”, “Before Sunset” e “Before Midnight” lo spettatore è invecchiato insieme ai personaggi, in “Boyhood” invece osserva per quasi tre ore lo sviluppo e la crescita di una famiglia americana, con tutti i problemi e le contraddizioni del significato di “crescere”: si potrebbe quasi definire una sorta di “The Tree of Life” per un pubblico meno cervellotico e intellettuale, che porta la firma di Linklater in ogni singolo dettaglio, dall’atmosfera indie ai bellissimi dialoghi (marchio di fabbrica del suo cinema), dallo scorrere del tempo come espediente narrativo alla solita attenzione per la colonna sonora, capace di scandire in maniera intelligente i vari anni in cui si svolge la storia (da “Yellow” dei Coldplay in apertura fino a “Deep Blue” degli Arcade Fire sui titoli di coda). E poi ad accompagnare la firma del regista c’è, ovviamente, Ethan Hawke.

Il piccolo Mason vive in Texas con sua madre Olivia e sua sorella Samantha. Suo padre, anche se ha divorziato da Olivia, continua ad essere un punto di riferimento importante nella loro vita. La donna, sia per motivi di lavoro che sentimentali, è costretta a traslocare più volte, costringendo i figli a cambiare spesso scuole, amicizie e “padri”. Il rapporto dei due figli con i genitori è però un rapporto solido che resterà intatto dall’infanzia fino al momento di lasciare casa per uscire dal nido e andare al college. “Boyhood” non racconta in realtà niente di speciale, è la vita di una famiglia come un’altra, la vita di un ragazzo come un altro, ma è il racconto stesso ad essere speciale.

Linklater ci commuove, ci emoziona, ci rende partecipi di qualcosa di assolutamente unico nel suo genere, di un’opera cinematografica destinata a restare impressa nella memoria del pubblico e sui libri di storia del cinema. La sua bravura inoltre gli impedisce di saltare con disinvoltura il pericolo del cliché: il regista infatti non ci mostra mai le fasi fondamentali della vita del protagonista (come ad esempio il primo bacio, il primo amore o il primo rapporto sessuale) e neanche i momenti di depressione o di esaltazione (ai quali è destinato uno spazio minimo), ma preferisce concentrarsi sulla normalità, e quindi sul dialogo, sulla sua crescita, sul suo rapporto con la famiglia, cogliendo anno dopo anno momenti singoli, quasi casuali, della sua esistenza. Nella scena conclusiva, che non ci permetteremo mai di svelare, Linklater cita se stesso in una sorta di summa del suo cinema, mostrandoci finalmente l’apice di una carriera meravigliosa, un apice raggiunto grazie ad un film straordinario.

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Recensione “A girl walks home alone at night” (2014)

Il film è finito da pochi minuti e negli occhi ancora scorrono le immagini del primo incontro tra il giovane Arash e la misteriosa protagonista: un rallenty, una strobosfera e l’incedere incalzante della meravigliosa “Death” dei White Lies in sottofondo, mentre i due personaggi si fondono lentamente in un abbraccio. L’opera prima di Ana Lily Amirpour è una sorta di western urbano in lingua persiana: inquietante fotografia in bianco e nero, una ragazza-vampiro in skateboard, atmosfera da comics, colonna sonora magnifica e quella leggerezza indie capace di rendere questi 100 minuti semplicemente irresistibili. Suggestioni che derivano a tratti dal cinema di Tarantino, a tratti da quello di Jim Jarmush, in una pellicola pop, horror, vagamente western, difficilmente catalogabile ma senza dubbio affascinante.

Una misteriosa ragazza-vampiro si aggira di notte tra le strade della orribile Bad City, un luogo di morte e desolazione popolato dalla peggior feccia del genere umano. La ragazza segue i passi di coloro che osserva e una notte incontra su un marciapiede Arash, un ragazzo buono e solitario con il quale instaura immediatamente un’ambigua amicizia.

Lingua persiana e produzione statunitense: tra questo mix di culture scaturisce una pellicola ricca di influenze, sia a livello musicale (i persiani Kiosk, oltre ai già citati White Lies, regalano alla pellicola il mood di cui ha bisogno) che cinematografico (la nouvelle vague, il mumblecore e più in generale il cinema indipendente americano). Fino ad arrivare ad una fuga notturna in macchina sulla grande strada della libertà che sembra ricordare la Thunder Road di springsteeniana memoria. Un incontro surreale tra due anime solitarie in cerca di un posto nel mondo. Un piccolo grande gioiello cinematografico.

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Recensione “La vita di Adele” (“La vie d’Adele”, 2013)

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Ci sono alcuni film che raccontano la vita, che cercano di imitarla, di riprodurla. Ci sono però altri film, pochi a dire la verità, che sono la vita. Quello di Abdellatif Kechiche appartiene a questa categoria. Segnatevi sul calendario il 24 ottobre, perché è il giorno in cui esce in sala il più bel film dell’anno. Kechiche trova in Lea Seydoux e soprattutto in Adele Exarchopoulos due muse, due facce della stessa medaglia, due attrici meravigliose che non interpretano un personaggio, ma lo assimilano completamente. È per questo che la pellicola è così ben fatta: in tutti i suoi 179 (!!) minuti non fa mai pensare che sia finzione, non fa mai pensare ad un film. Tratto dalla graphic novel “Il blu è un colore caldo” di Julie Maroh, quello di Kechiche sembra solo l’inizio di un racconto più grande sulla vita di Adele (evidenziato dal sottotiolo Capitolo I & II), in un certo senso allo stesso modo in cui François Truffaut ha raccontato la vita di Antoine Doinel.

Adele frequenta il liceo e passa le giornate con le sue compagne di classe, parlano di ragazzi, si raccontano tutto, non si mollano un momento. Conosce un ragazzo e comincia a frequentarlo, ma nei suoi sogni e nei suoi pensieri compare una misteriosa ragazza dai capelli blu, incrociata recentemente per strada. Le convinzioni di Adele cominciano a vacillare, e quando incontrerà nuovamente quella ragazza, Emma, conoscerà l’amore e potrà realizzarsi come donna. Gli anni passano, Adele cresce e la sua vita inevitabilmente si evolve, si involve, semplicemente cambia.

Emma e Adele sono due persone che si amano, ma prima di tutto sono due persone, con le loro ambizioni e le loro debolezze: quello di Kechiche in fin dei conti si potrebbe anche interpretare come un film sulle proprie vocazioni, sulla realizzazione, sulla lunga e impervia strada che porta alla completezza. E se la strada può essere persa durante il cammino, quella stessa strada può anche essere ritrovata, sta a noi. Trionfatore dell’ultimo Festival di Cannes, “La vita di Adele” è uno di quei film che andrebbero mandati nello spazio per raccontare agli extraterrestri qualcosa di noi, gli esseri umani, con le nostre qualità, le nostre contraddizioni, i nostri umori, gli alti e i bassi. Per il momento ci accontentiamo di vederlo al cinema, perché noi stessi abbiamo costantemente bisogno di comprenderci, di vederci raccontare, di ricordarci quanto può essere bello e al tempo stesso arduo vivere delle nostre emozioni.

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Da leggere anche: La vita di Adele vince Cannes ma guarda ben oltre la critica

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