Festa del Cinema di Roma 2018 – Giorno 6

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In 13 edizioni di Festa del Cinema forse è capitato soltanto una o due volte di non recarmi all’Auditorium durante il festival. Oggi ho ripetuto questo evento, un po’ per motivi di lavoro, un po’ perché non c’era praticamente niente che giustificasse la mia presenza alla Festa, motivo per cui ho deciso di sfruttare la giornata per riposarmi e per dedicarmi un po’ alle mie cose lavorative, che ovviamente non posso proprio sospendere del tutto durante i dieci giorni della rassegna cinematografica. Ad ogni modo ho mandato un doppelganger all’Auditorium, quindi non temete: anche oggi avrete il vostro diario quotidiano.

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Recensione “Roadies” (2016)

Roadies

Parliamo di “Roadies”, ovvero: come innamorarsi di una serie tv e continuare a seguirla pur sapendo che è stata cancellata dopo una sola stagione. Cameron Crowe è una delle poche persone nel mondo del cinema capace di stamparmi un sorriso sul volto ogni volta che realizza qualcosa (sì, compreso il bistrattatissimo “Sotto il cielo delle Hawaii”): mi fa innamorare delle persone, mi fa venire voglia di essere amico di quelle persone, mi fa sentire parte di qualcosa di bello, divertente, dolce e al tempo stesso unico. Tutti motivi per cui ho amato questa serie, ai quali va aggiunto l’ingrediente fondamentale, la cosa che più mi piace e probabilmente anche il “difetto” fatale della serie: l’amore per la musica. Perché difetto? Perché se da un lato una persona come me, innamorata della musica, troverà proprio in questo elemento il cuore della passione per una serie incentrata sul lavoro di quei tecnici che si occupano di tutti gli aspetti necessari ad un concerto per far sì che la band si possa esibire, dall’altro uno spettatore meno appassionato potrebbe trovare ridondanti e forse esagerati tutti i momenti in cui è la musica il collante umano che lega i personaggi e le vicende di “Roadies”: dalla “canzone del giorno”, una trovata strepitosa, ai vari camei di band e artisti più o meno minori sulla scena indie statunitense, i roadies del titolo per Crowe sono solo il pretesto per raccontare ancora una volta ciò che lui ama più di qualunque altra cosa, forse più del cinema stesso: la musica (come fece, meravigliosamente, in quel capolavoro di “Almost Famous”).

Un cast spettacolare dal punto di vista emotivo, se così si può dire: da Luke Wilson a Carla Gugino, da Imogen Poots a Rafe Spall, tutti gli attori non sembrano interpretare personaggi di fantasia, ma conferiscono al gruppo le sfumature necessarie a permetterci di immergerci nella crew, a farci sentire parte di loro, a farci sognare un’esperienza del genere. E chi se ne importa dei cliché raccontati da Crowe, dalla aneddotica, dalle scaramanzie, dagli accenni di retorica (come la corsa di Kelly Ann nel pilot, in cui ha una sorta di epifania musicale: sarà retorica ma funziona a perfezione). Splendida l’idea di base di ambientare ogni episodio in una città diversa del tour, respirando il mito di chi in quella città ha fatto la storia, mostrandoci solo il lato buono dei personaggi (come spesso accade nei film di Crowe). La musica unisce, la musica crea la magia. Questo, dicevamo, è il punto di forza e al tempo stesso il punto debole di “Roadies”: sembra scritto per chi la musica la ama fin dentro le viscere, ma per un successo globale questo è probabilmente troppo poco.

Tanto idealismo e buoni sentimenti, ma tutto realizzato con così tanta passione che è davvero molto difficile non ritrovarsi con un sorriso stampato sul volto al termine della stagione, purtroppo l’unica. La dichiarazione d’amore di Cameron Crowe per chi ama la musica è una vera e propria fonte di gioia: per quel che mi riguarda può bastare anche vedere Luke Wilson tornare nella sua vecchia casa, attaccare la spina della radio e sentire le note di “Radio Nowhere” di Springsteen che avvolgono tutta la scena. Per non parlare del racconto on the road di Phil a proposito del concerto dei Lynyrd Skynyrd quando hanno aperto il tour dei Rolling Stones. Tutte cose da far impazzire un amante del rock, ma saranno così interessanti anche per chi usa la musica non come colonna, ma solo come sottofondo della sua vita? A quanto pare no, visto la decisione della rete di cancellare la serie: “Grazie a Showtime e J.J. Abrams per avermi permesso di fare questa sola e unica stagione di Roadies, ha detto il regista in un comunicato. “Ho ancora le vertigini per aver lavorato con un cast e una troupe così epici. Sebbene avremmo potuto raccontare altre mille storie, questa corsa si conclude con un racconto finito di musica e amore lungo dieci ore. Come una canzone che ti entra nelle vene, o un testo che parla di te, ci auguriamo di aver fatto lo stesso con Roadies“. 

Cameron, amico mio, “Roadies” per me è esattamente questo: è una canzone che entra nelle vene, un testo che parla di me (la scena in cui Wes suona “Simple Man”!). Talmente bello da farti pensare: ma perché non ho fatto questo lavoro nella vita?

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Recensione “Oasis: Supersonic” (2016)

I titoli di coda sono accompagnati dalle note di “The Masterplan”, in cui la voce di Noel Gallagher chiede al fratello Liam di prendere le cose come vengono, perché non c’è modo di sapere cosa accadrà in futuro. C’è un progetto, un piano superiore, un destino al quale appartengono. Un destino che nel film viene citato più volte da Liam e Noel. Il ritornello è struggente ma anche emozionante, soprattutto se nelle due ore precedenti hai assistito alla scalata verso il successo dei Caino e Abele del rock. Lo ammetto, si sono affacciate delle lacrime in quel momento, perché il trentacinquenne che vi scrive oggi, a quei tempi era un adolescente tormentato che ha vissuto gli Oasis sulla propria pelle. Il primo cd che ho comprato in vita mia è stato “What’s the Story Morning Glory” e al liceo avevo uno zaino Invicta sul quale avevo scritto con un pennarellone nero il logo OASIS. Gli anni 90, i miei anni 90, si sono abbattuti su di me con l’impeto e la carica esplosiva della band di Manchester: è stato un viaggio nei ricordi e nella nostalgia, ma parliamo anche di un film di grande valore, cercherò di spiegarvi il perché.

Nell’agosto del 1996 gli Oasis suonano a Knebworth davanti ad un pubblico di quasi trecentomila persone: si tratta dell’evento musicale più seguito di quell’estate. Soltanto tre anni prima gli Oasis esordivano sulla scena musicale britannica. Cosa è successo in quei tre anni? Il documentario di Mat Whitecross ce lo racconta in maniera schietta e un po’ fuori di testa, in perfetta linea con lo stile della band. Ci sono immagini di archivio assolutamente preziose, con le prime registrazioni di questo gruppo di amici provenienti dalle case popolari di Manchester. Ci sono aneddoti memorabili, molti dei quali anche piuttosto divertenti (come si può non ridere di fronte alle frecciatine continue dei fratelli, delle loro litigate a colpi di mazze da cricket e cassonetti, o dei loro deliri di onnipotenza?): la storia di quando Noel fa ascoltare per la prima volta “Live Forever” alla band di Liam e nessuno crede che abbia davvero scritto una canzone così bella è solo uno dei tanti aneddoti che arricchiscono il documentario di quell’alone di leggenda che gli Oasis inevitabilmente si portano dietro.

All’inizio del film Noel Gallagher afferma che “gli Oasis sono come una Ferrari: bella da vedere, bella da guidare, ma se vai troppo veloce finisci per perdere il controllo”. Le sue parole saranno profetiche: la band, come spesso accade nel mondo della musica, viene risucchiata dal successo, lo showbiz la mangia e la mastica, e quel gruppo di amici che voleva soltanto fare musica, fumare erba, bere birra e incontrare qualche ragazza, si ritrova al centro di un ciclone mediatico che non ha scrupoli nel sfruttare la storia del padre violento in cerca di perdono o le loro dichiarazioni provocatorie a proposito dell’uso di droga nel Regno Unito. Noel, anima del gruppo, è ancora profeta nell’affermare che tutto questo passerà, tutte le voci, le chiacchiere, le “rotture di palle” finiranno e ciò che resterà nel futuro saranno soltanto le loro canzoni.

Centrale nel documentario, non poteva essere altrimenti, è il rapporto tra i fratelli Gallagher, di come i loro contrasti siano stati decisivi per lo scioglimento della band, anche se Liam afferma che i conflitti tra loro due sarebbero emersi qualunque fosse stata la loro strada: “Se nella vita avessimo fatto i pescatori magari ci saremmo lanciati addosso le trote”. La bravura di Whitecross nel raccontare emerge nell’incredibile empatia che può provare uno spettatore comune con quella che è stata probabilmente la band più famosa degli anni 90: sono dei ragazzi di strada, che si ritrovano catapultati davanti a migliaia di persone che cantano le parole che Noel magari ha scritto alle 3 di notte mentre era su un aereo, e che ballano canzoni che sono nate mentre gli altri membri della band erano usciti un momento per comprare del cibo cinese. Quel concerto a Knebworth ha un che di malinconico: è l’apice del successo per gli Oasis, ma forse anche la fine dell’anima reale della band, il turning point che trasforma il sound grezzo e appassionato di quattro ragazzi nella macchina da soldi di uomini rancorosi, stanchi, che senza neanche accorgersene hanno venduto l’anima al diavolo dell’industria discografica. C’è qualcosa negli occhi di Liam quella notte (scena bellissima), c’è uno sguardo sul pubblico impazzito che rivela molto più di decine di canzoni. Tra le righe c’è una bella riflessione sull’era digitale, a quei tempi ormai alle porte: pochi anni dopo sarebbe arrivato Internet, Napster e subito dopo i concerti registrati su telefono, messi su YouTube, talvolta addirittura in tempo reale su Periscope, dove la magia di vivere un evento storico si sarebbe persa per sempre nella condivisione massiccia e ossessiva. Gli Oasis sono stati forse l’ultimo grande gruppo rock che abbiamo dovuto cercare in radio o in tv per sperare di poter sentire il loro nuovo singolo, l’ultimo grande gruppo rock prima dell’era del masterizzatore, dell’MP3, delle riproduzioni di massa. C’era una magia in tutto ciò, la musica aveva un valore diverso quando riuscivi ad ascoltare la canzone che amavi inaspettatamente, senza trovarla a portata di clic. Ma forse queste sono le parole di un vecchio fan nostalgico, catapultato in un’età adulta per la quale non si sente ancora pronto, dove i Talent e i Reality hanno cancellato quel poco di bellezza che c’era nella musica di una volta. Ma da qualche parte, in un bar di Berlino, in un pub di Londra o in qualunque altra parte del mondo, ci sarà sempre un gruppo di amici che suona le proprie canzoni, tra una birra e l’altra, lasciando accesa quella scintilla che nessuna industria potrà mai cancellare. Mi sono dilungato, i ricordi hanno avuto la meglio, la mia adolescenza è tornata al suo posto, nella memoria. …But don’t look back in anger, I heard you say.

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Pensieri sparsi dopo il concerto degli Smashing Pumpkins (Rock in Roma 2013)

Tanti anni fa, quando davvero amavo gli Smashing Pumpkins, ero giovane e malinconico. Adesso li amo un po’ meno perché sono meno giovane e un po’ più felice. Però sono comunque andato per la terza volta a sentirli in concerto, perché Billy Corgan è stato uno dei migliori amici della mia adolescenza, e io non dimentico gli amici. È stato strano cantare la rabbia di “Bullet with butterfly wings” senza essere più arrabbiato con il mondo, e ancor più strano urlare le strofe di “Zero” ora che non mi sento più l’ultimo degli stronzi. “Disarm” mi ha ricordato i tempi di Napster e delle prime strimpellate con la chitarra, “Stand inside your love” antichi desideri appassiti da anni e anni. Infine “Tonight, tonight” mi ha riportato indietro a quei meravigliosi e orribili anni 90, che nessuno ci restituirà, anche perché vedere Billy Corgan con la panza è forsa la cosa che più di tutte mi fa sentire vecchio. Ma non così vecchio, in fondo. Erano bei tempi dopotutto, ma anche il presente non è affatto male: ora che sono meno giovane e un po’ più felice posso ascoltare gli Smashing Pumpkins senza preoccuparmi di avere tutto il peso del mondo sulle spalle. E questa è una buona cosa.

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La magia di Yann Tiersen in concerto a Villa Ada

Dopo appena un anno dal suo ultimo concerto in Italia, ritorna a Roma il musicista francese Yann Tiersen, nuovamente sotto l’atmosfera incantata di Villa Ada, tra le acque morbide del piccolo lago e il volto più romantico della luna, dipinta su uno splendido cielo pizzicato dalle stelle di Roma. Il polistrumentista bretone prosegue il suo “Dust Lane Tour”, cominciato sulla scia del suo ultimo album (“Dust Lane”, appunto), uscito lo scorso anno.

Forse sarà rimasto deluso chi si aspettava le celebri musiche per cui Tiersen è divenuto celebre in Italia (le magiche atmosfere de “Il favoloso Mondo di Amelie”), visto che il musicista ormai ha confermato di voler proseguire sulla sua nuova corrente folk-rock, piuttosto che dar voce alla sua produzione dei primi anni. La scelta di Tiersen si è rivelata vincente: chitarre elettriche, violini, sintetizzatori, orchestrazioni più ampie e ancor più ricercate, in un’ora e mezza di romanticismo a tratti malinconico, a tratti oscuro (come ad esempio nella splendida “Best of Times”).

Le mani di Tiersen si alternavano in volo tra la chitarra elettrica e il violino, come farfalle nello stomaco, mentre la voce ipnotica dell’artista faceva tremare anche i fili d’erba più insensibili. Anche le acque del lago sembravano ondeggiare sotto le carezze melodiche di Tiersen, che lascia Roma con un nuovo successo, e la grande attesa per le sue produzioni future.

Bruce Springsteen in concerto: il boss conquista Roma

La città eterna si inginocchia davanti al Boss, protagonista di un concerto memorabile in quella che in apertura annuncia essere «la città più bella del mondo». Lo Stadio Olimpico richiama alla mente gli spalti gremiti di un Colosseo imperiale, Springsteen dalla sua ha la stoffa del gladiatore più abile, che sa come farsi amare dalla folla. La gente lo ama, urlando il suo nome a gran voce.

Dopo una lunga attesa dovuta allo slittamento del concerto di oltre un’ora (a causa della concomitanza con i mondiali di nuoto, a pochi metri dallo stadio) “Badlands” apre la serata, anticipata dalle note inconfondibili del tema di “C’era una volta il West” di Ennio Morricone. Il Boss ringhia, sprigionando scariche elettriche ad ogni riff, al suo fianco, rintanato in un angolo, il leggendario sassofonista Clarence Clemons ha l’aria del sicario silenzioso e innamorato. La notte dell’Olimpico sarà lunga: Springsteen e la E Street Band suonano per quasi per tre ore consecutive, improvvisando la scaletta, trasformandosi in alcuni casi in un juke-box vivente: il pubblico espone cartelli con i titoli delle canzoni richieste, il Boss li raccoglie, li mostra alla band e li esegue, senza battere ciglio. E così scivolano una dopo l’altra, sotto bordate elettriche, “Pink Cadillac”, “Surprise, Surprise”, “Hungry Heart”, “American Skin”, “Born To Run”, solo per citare alcuni titoli. C’è magia nella notte, recita un verso di “Thunder Road”, e non potrebbe essere altrimenti: l’armonica apre l’incedere incalzante della hit più amata, e si comincia a toccare con mano la leggenda. Springsteen si presta al pubblico come un Messia del rock, prende in braccio un bambino e lo lascia cantare, accoglie una fan e le concede un ballo: il Boss si nutre della sua gente, e la sua gente si nutre della sua musica. Un medley infinito composto dalla beatlesiana “Twist and Shout” e “La Bamba” chiudono il concerto sotto le stelle romane, che stanotte hanno smesso di brillare per lasciare spazio alla star più luminosa del firmamento del rock.

Un concerto che è già storia, in una città che di storia se ne intende: Bruce Springsteen ha conquistato anche Roma, in attesa di approdare nei prossimi giorni a Torino e Udine, per diffondere il suo credo rock in tutta Italia. La conquista è appena cominciata.

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Nouvelle Vague in concerto: un’onda francese su Villa Ada

Il Festival “Roma incontra il mondo”, giunto ormai alla sedicesima edizione, ieri sera si è ritrovato sommerso sotto l’ipnotica onda dei Nouvelle Vague, fenomeno francese in continua ascesa, che da anni propone cover di successi punk e new wave in versione bossanova. Nella cornice di Villa Ada, tra una timida luna e le luci riflesse nel laghetto, la band francese ha dato fondo al suo miglior repertorio esibendosi in cento minuti di grande spessore, merito anche delle due scatenate cantanti, la bionda Nadeah e la mora Camille, capaci di prendere per mano il pubblico e renderlo parte integrante del live.

Da “Oublions l’Amerique”, unica canzone in francese della serata (l’originale è dei connazionali Wunderbach) sino alla potente conclusione con “Bela Lugosi’s Dead” dei Bauhaus, passando per le più svariate melodie: la delicata “Love Will Tear Us Apart” (indimenticabile canzone dei Joy Division), l’arrembante “Guns of Brixton” (Clash), la provocatoria “Too Drunk to Fuck” (Dead Kennedys), la scatenata “Just Can’t Get Enough” (Depeche Mode) e, tra le altre, la sorprendente ed ironica riproposizione dell’immortale “God Save the Queen” dei Sex Pistols, un assaggio dell’ultimo album della band, dal titolo “3”.

I creatori del progetto Nouvelle Vague, Marc Collin e Olivier Libaux (tastierista e chitarrista della band), hanno dimostrato ancora una volta la loro grande intelligenza artistica, mettendosi totalmente in disparte per lasciare il palco alle due irrefrenabili frontgirls, superbe sia a livello vocale che spettacolare. I Nouvelle Vague si confermano un vero e proprio miracolo artistico: essenzialmente è una cover band, ricca però di quella genialità che va a cogliere le canzoni adorate nel nostro passato permettendoci di innamorarci ancora una volta di esse, e per sempre. Mai banali, sempre pronti a stupire il pubblico con stile, eleganza, un pizzico di follia e l’evocazione di atmosfere perfette per ogni tipo di serata. Il laghetto di Villa Ada si è trovato per una sera sommerso da un’ondata di musica e di emozioni proveniente da tutto il mondo, da ogni tempo, ma connotata da un solo nome: Nouvelle Vague.

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