Capitolo 232

E anche questo Natale… è passato. Capitolo natalizio della vita da cinefilo, con molti film d’animazione (ben tre, come è richiesto sottovoce dal periodo), un paio di gustosissime anteprime e soprattutto tre re-visioni di un certo livello. Anche stavolta ci sono molti film, ma che vi devo dire, ho ripreso un ritmo invidiabile, complici soprattutto le feste natalizie e ancor di più il freddo: (quasi) qualunque cosa possiate pensare non sarà mai migliore di un bel film sotto il piumone. Ultimo capitolo dell’anno quindi, ci risentiremo presto con la Top 20 e con un nuovo numero del magazine (!), nel frattempo andiamo a dare un’occhiate alle ultime visioni di questo periodo. A presto, cari affezionatissimi.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri (2017): A gennaio avrete già la possibilità di vedere uno dei migliori film del prossimo anno. Il regista di “In Bruges” mette insieme un trio niente male (Frances McDormand, Woody Harrelson e Sam Rockwell) per una grandiosa black comedy, con battute al fulmicotone e un’ambientazione che fa pensare vagamente ai libri di Lansdale. Non lo dico spesso, ma stavolta non posso farne a meno: è davvero imperdibile.

Il figlio della sposa (2001): Ma quanto è bello il cinema argentino? Non mi stancherò mai di ripeterlo. L’ultima volta che avevo visto questo gioiello di Juan Josè Campanella (regista del capolavoro premio Oscar”Il segreto dei suoi occhi”) mi trovavo in America Latina e mi guardavo i film in lingua originale per imparare la lingua. A distanza di tanti anni è ancora più piacevole, più tenero, un po’ malinconico forse, ma sempre bello, bello, bello. Vi presto il dvd oppure lo trovate su Netflix. Guardatelo.

Loving Vincent (2017): Interamente dipinto a mano da un centinaio di artisti addestrati a dipingere nello stile di Van Gogh: il film sarebbe stato ugualmente interessante senza la meraviglia visiva che ci offre? Probabilmente no, ma anche grazie alla forza delle immagini regala un’ora e mezza di eccellente intrattenimento. Una bella indagine intorno alla morte del pittore olandese, da vedere.

Il Re Leone (1994): Altro film d’animazione, ma di tutt’altro genere. Vi devo confessare una cosa: non l’avevo mai visto! Eh lo so, ma nel 1994 quando uscì ero appena entrato nella fase “ho 13 anni e non guardo più film per bambini”. Sarebbe stato molto meglio vederlo allora, perché adesso, pur dovendo ammettere che si tratta di un bel film, non l’ho potuto apprezzare come avrei dovuto: per me il Re Leone sarà sempre Gabriel Omar Batistuta, non posso farci niente.

Coco (2017): E niente, la Pixar ha fatto un altro miracolo cinematografico. Esce al cinema tra tre giorni e, qualunque sia la vostra età, vi dico che dovreste proprio andarlo a vederlo. La musica è protagonista, così come l’importanza della famiglia, della memoria, del ricordo. Messico e nuvole, la faccia triste dell’America. Stupendo.

Love Actually (2003): Mi potete citare “Una poltrona per due” o “Mamma ho perso l’aereo” o quello che vi pare, sono tutti film bellissimi. Ma dal 2003 per me esiste un solo film di Natale: “Love Actually”. Non so se si può definire un “guilty pleasure”, ma io sto proprio in fissa con questo film di Richard Curtis e lo devo vedere ogni anno, obbligatorio. Cast pazzesco, scene cult a non finire (su tutte il balletto di Hugh Grant e la dichiarazione d’amore a Keira Knightley), risate e un po’ di sane emozioni. Mamma mia quant’è bello.

Star Wars – Gli ultimi Jedi (2017): Il Natale va passato con le persone che ami, motivo per cui sono andato al cinema a rivedere Star Wars. Confermo tutto ciò che ho già scritto a proposito: il passato deve essere messo da parte, perché qui si comincia a menare duro. Episodio cupo, nonostante le gag, con Rey e Kylo Ren protagonisti assoluti, complementari, veri traini spirituali del destino della saga. Quel finale poi…

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Cosa vedremo nel 2018: da “Lady Bird” a Steven Spielberg

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Il 2017 è ormai agli sgoccioli e manca davvero poco prima di poter archiviare l’annata: la mia tradizionale Top20 annuale è praticamente pronta (devo recuperare un paio di cosette prima di poterla pubblicare ufficialmente), devo sopravvivere al Natale e soprattutto ai 90 minuti di Juventus-Roma. Poi potrò definitivamente proiettarmi verso il nuovo anno, ai nuovi film che vedremo, alle nuove emozioni che proveremo. Andiamo allora a dare un’occhiata ai titoli più attesi del 2018. Ovviamente sono i più attesi da me, non c’è neanche bisogno di dirlo, quindi se cercate porcate con i supereroi e missioni impossibili avete proprio sbagliato sito.

Tutti i soldi del mondo: Si è parlato tanto di questo film, soprattutto per la clamorosa sostituzione di Kevin Spacey, rimpiazzato da Christopher Plummer. Si tratta pur sempre di Ridley Scott, motivo per cui sarà probabilmente questo il primo film da vedere del 2018.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri: Tra i film più belli del 2018 e probabilmente la cosa più bella che vedrete a gennaio. L’ho già visto e lo rivedrò volentieri, è bellissimo. Dal regista di “In Bruges”.

Ella & John: Il primo film americano di Paolo Virzì fa pensare molto ad una pellicola di Alexander Payne. Protagonisti attempati, una grande voglia di vivere e poi la strada, il viaggio, l’avventura. Dal trailer sembra il classico film per me. Mi aspetto grandi cose.

The Shape of Water: Il nuovo film di Guillermo Del Toro ha vinto Venezia, un biglietto da visita niente male e senza dubbio un ottimo motivo per andare al cinema.

L’ora più buia: Winston Chuchill è un personaggio che merita un approfondimento cinematografico e a quanto pare Gary Oldman, nei suoi panni, è davvero straordinario. Motivo in più per guardarlo.

Chiamami col tuo nome: Il nuovo film di Luca Guadagnino negli Stati Uniti sta facendo sfracelli, sembra essere uno dei film più belli dell’anno. Mi incuriosisce, anche se nei confronti del regista non ho mai grandi aspettative.

Downsizing: Un regista per il quale invece ho sempre enormi aspettative, che non vengono mai disattese, è Alexander Payne, presenza fissa nella mia personale Top 5 di registi ancora in attività. Ovviamente lo andrò a vedere anche stavolta.

The Post: Steven Spielberg, Tom Hanks, Meryl Streep. Scusate se è poco.

Isle of Dogs: Ma quanto c’è mancato Wes Anderson? Nel 2018 tornerà con un nuovo film in stop motion, che dal trailer si preannuncia S T U P E N D O. Attesa spasmodica.

Logan Lucky: Il film di Soderbergh, già visto alla Festa del Cinema di Roma, è un bello spasso e merita senza dubbio un salto al cinema. Cast incredibile e un ottimo livello di intrattenimento.

Don’t Worry: Non so se arriverà in Italia nel 2018, ma è un film di Gus Van Sant e da queste parti un film di Gus Van Sant significa “andare al cinema immediatamente”.

Han Solo – A Star Wars Story: Vabbè ma di che stiamo parlando? Per un drogato di Star Wars uno spin off su Han Solo diretto da Ron Howard è un appuntamento da cerchiare in rosso sul calendario (a proposito, esce il 23 maggio).

Io sono tempesta: Daniele Luchetti è un regista che amo molto, tra l’altro sono stato suo studente ed ho avuto modo di constatare quanto sia splendido come persona. I suoi film non mi hanno mai deluso, motivo per cui questa sua ultima fatica meriterà senz’altro una capatina al cinema.

La profezia dell’armadillo: Se tutto va bene dovrebbe uscire nel 2018 il film tratto dal primo libro di Zerocalcare. La trasposizione un po’ mi preoccupa, ma la curiosità è tanta.

I Tonya: Uno dei film più belli del 2018 (sicuramente sarà sulla mia Top 20 del prossimo anno). Margot Robbie è bravissima e il film è girato divinamente. Da non perdere perché è davvero molto bello. Segnatevelo.

Loro: Figuratevi se mi perdo il nuovo film di Paolo Sorrentino. Altra grande attesa, è un regista che mi piace moltissimo.

Ore 15.17 – Attacco al treno: Clint Eastwood da qualche anno a questa parte sta perdendo parecchi colpi, ma il suo nuovo film, interpretato dagli stessi ragazzi che hanno vissuto la storia vera di questo attentato, desta parecchia curiosità.

Vita e morte di John F. Donovan: Xavier Dolan e Jessica Chastain sono due nomi di grande richiamo per il sottoscritto: il più grande talento registico emerso nell’ultimo decennio con una delle migliori attrici della sua generazione. Impensabile perdermelo.

A Ghost Story: Ancora non c’è una data di uscita, quindi non è detto che lo potrete vedere ma vi auguro davvero di sì, con tutto il cuore, perché per quanto mi riguarda è uno dei film più belli che ho visto quest’anno (non essendo uscito in sala però non potrà rientrare nella mia classifica). Con Casey Affleck in lenzuolo bianco e Rooney Mara. Stupendo.

Last Flag Flying: Anche in questo caso non c’è ancora una distribuzione italiana, ma non posso pensare che un film di Richard Linklater non esca al cinema da noi, quindi penso proprio che presto avremo qualche buona notizia. Neanche a dirlo, il film è meraviglioso e Bryan Cranston meriterebbe almeno una nomination agli Oscar (cosa che non avverrà visto che finora è stato snobbato da tutte le premiazioni). Imperdibile.

Soldado: Il seguito di “Sicario” uscirà a giugno negli Stati Uniti. Se tutto va bene riusciremo a vederlo anche noi il prossimo anno. Alla regia Stefano Sollima. Grande curiosità, io un euro ce lo punto.

Ready Player One: Film di fantascienza distopica diretto (ancora!) da Steven Spielberg. Anche questo uscirà negli States nel 2018, speriamo di non dover aspettare troppo per vederlo anche qui da noi.

Lady Bird: Dulcis in fundo, il mio film più atteso del 2018. Sto impazzendo all’idea che non potrò vederlo prima di aprile (a meno di non riuscire a trovare un dvd americano su Amazon…). Il film d’esordio di Greta Gerwig, che qui sul blog è praticamente di casa, sta riscuotendo un successo senza precedenti negli Stati Uniti e ha tutti gli elementi per diventare uno dei miei film preferiti del decennio. Sono pronto a scommettere che finirà sul podio della mia prossima Top 20…

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Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 9

Penultimo giorno di Festival. Nell’aria si avverte un po’ di stanchezza e anche un po’ di malinconia. Ho sempre visto questi dieci giorni annuali all’Auditorium, oltre che come una bella esperienza di “lavoro”, anche come una sorta di gita scolastica: si passano molto tempo insieme ad altre persone, dormendo poco, stancandosi, ma facendo una cosa che amiamo tutti molto, cioè vedere film. Alla fine, quando arriva il momento di tornare alla realtà, alla vita vera, nonostante il dolce pensiero di potersi fare una bella dormita, resta sempre un po’ di tristezza. In questi dieci giorni abbiamo cavalcato con una famiglia indiana, siamo stati picchiati dalla polizia di Detroit, abbiamo viaggiato con tre veterani del Vietnam sulle strade d’America, pattinato sul ghiaccio, pilotato robot giapponesi, rapinato corse automobilistiche, siamo finiti in un carcere thailandese, abbiamo disputato la finale di Wimbledon e molte altre cose (e ti credo che siamo stanchi!).

Stamattina abbiamo visto “Borg McEnroe”, buonissimo film del danese Janus Metz Pedersen. La storia, come potete immaginare dal titolo, è incentrata sulla storica finale di Wimbledon tra Bjorn Borg e John McEnroe, una sfida che è entrata negli annali del tennis. La pellicola racconta bene i due personaggi, così diversi per carattere e stile di gioco. Nel 1980 Borg cercava di vincere Wimbledon per la quinta volta, McEnroe invece cercava il primo successo, che lo avrebbe portato ad essere il numero 1 al mondo. Ovviamente non vi dirò com’è andata e se non lo sapete già potrete scoprilo al cinema tra una settimana… Ad ogni modo, non so perché, temevo di vedere una sorta di “Rush” meno interessante, mentre invece è stato davvero un film ben fatto, coinvolgente, interpretato benissimo. Insomma, merita una capatina al cinema.

Alle 11 invece ho assistito a tutt’altro, “NYsferatu” di Andrea Mastrovito, una vera e propria sorpresa, la classica chicca da Festival che stavo tanto aspettando. Si tratta di un film d’animazione girato interamente con il carboncino (se non dico stupidaggini), in cui i personaggi del “Nosferatu” di Murnau sono stati praticamente ricalcati e inseriti in un contesto attuale. Ed è così che la Wisborg del 1922 diventa New York e che i Carpazi si trasformano in Aleppo, con la sua guerra e le devastazioni (motivo per cui il Conte vuole trasferirsi negli Stati Uniti). Anche le didascalie si prestano al gioco del film, che ho trovato davvero geniale. Il problema forse è che se non si conosce abbastanza bene il film di riferimento la visione potrebbe risultare meno ricca (anche perché in questo caso si perderebbero alcune sfumature di attualità di cui l’adattamento si avvale in ogni dettaglio). Ad esempio: forse avete presente quella scena in cui Orlok, salendo le scale per la stanza di Ellen, proietta la sua ombra sulla parete, inquietante e angosciosa. Nel film del 1922 il conte saliva su una normalissima rampa di scale, nella pellicola di Mastrovito invece il vampiro si inerpica sulle classiche scale antincendio newyorkesi. In tutto ciò va sottolineata la strepitosa colonna sonora, che tra l’altro stasera, durante la proiezione per il pubblico, sarà eseguita live da un’orchestra (se ho capito bene, lo so che non è molto professionale dare informazioni così a caso ma vorrei ricordarvi che 1) non sono un professionista e 2) c’ho sonno).

Per il resto sono giunte informazioni certe sul programma di domani, che ha un nome e un cognome ben preciso: David Lynch. Il regista di “Twin Peaks” (tra le altre cose) incontrerà il pubblico e spero pure me alle 17.30: spero di esserci perché l’incontro, in quanto pubblico, permetterà l’ingresso a noi accreditati soltanto per riempire i posti rimasti vuoti. Sarò costretto dunque a mettermi in fila tre ore prima e sperare di essere tra i fortunati che entreranno in sala. La notizia buona è che, ad ogni modo, riuscirò a vedere David Lynch al mattino: è stato annunciato proprio oggi un incontro con la stampa per le 12.30, al quale entrerò sicuramente. Se avete domande per Lynch fatevi avanti: se mi sentirò ispirato ne sceglierò una e la riporterò al regista (però non chiedetemi cose tipo “Che significa il finale di Twin Peaks?”). Domani quindi, per vedere Lynch al mattino, mi perderò la proiezione di “Mudbound” (di cui si parla molto bene, ma che comunque uscirà su Netflix tra un paio di settimane…).

Il penultimo giorno, per me, finisce qui. Ha smesso di piovere ma il cielo resta grigio. Faccio fatica ad andar via perché so che domani la giostra si ferma e vorrei restare qui tutto il giorno, ma non sono più il ghepardo di una volta. Dieci anni fa (anche meno) guardavo quattro film al giorno, scrivevo 800 articoli e scattavo 9283 fotografie al dì, adesso, come si dice a Roma, “nun c’ho davero più er fisico”. In compenso ieri ho finito la seconda stagione di “Stranger Things”, quindi tenetevi pronti perché dalla prossima settimana ricomincio a tormentarvi con le recensioni. Auguri.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 8

Niente David Lynch oggi, la mia talpa all’interno dell’albergo dove certamente alloggerà in questi giorni il regista non mi ha fatto sapere più niente e quindi, non avendo in mano notizie certe sull’orario in cui Lynch sarebbe arrivato, ho preferito evitare un appostamento. Ad ogni modo la giornata è iniziata clamorosamente bene: so che ci tenete molto a sapere com’è andato il mio viaggio sulla metro e vi posso tranquillizzare subito dicendovi che sono riuscito addirittura a trovare il posto a sedere sia a Termini che sul tram. Momento più unico che raro (forse un po’ troppa gente si sta facendo il ponte del 1 novembre). Passiamo ora a qualcosa di meno interessante: il cinema.

Dovete sapere che prima di ogni proiezione c’è una clip di circa un minuto con una scena musicale tratta da grandi film del passato. In questi giorni ci siamo trovati di fronte “Cabaret”, “The Producers”, “Pulp Fiction” e altri, ma la clip più bella resta quella di stamattina: Ray Charles e i Blues Brothers, quando ci regalano “Shake a tail feather”, fanno scatenare la sala (producendo un mormorio alla fine del video che si potrebbe tradurre in qualcosa come: “Fateci vedere Blues Brothers”). Altro mormorio un minuto dopo: prima dei titoli di testa di “A prayer before dawn”, compare il logo del Festival di Cannes con la scritta “Official Selection” e per un momento crediamo davvero di trovarci sulla Croisette. Il film di Jean-Stephane Sauvaire arriva direttamente dalla selezione ufficiale di Cannes e, se ieri mi lamentavo della mancanza di “film da Festival”, oggi posso dire di esser stato accontentato. Il film racconta la storia vera di un pugile inglese, Billy Moore, arrestato in Thailandia per possesso di droga e subito incarcerato in una prigione locale (un carcere thailandese non è proprio una passeggiata di salute). Billy, che comunque non è uno stinco di santo, si ritrova in un’enorme cella piena di assassini tatuati dalla testa ai piedi, che urlano per due ore versi incomprensibili e perdono spesso l’occasione per dimostrarsi dei galantuomini, se così si può dire. L’unica salvezza per il protagonista sarebbe rimediare qualche stecca di sigarette per convincere l’allenatore di Thai-Boxe a prenderlo nella sua palestra. Non vi dico nient’altro perché il film sarà distribuito in Italia, ma posso già rivelarvi che si tratta di un’ottima pellicola: evitatelo se cercate un film classico, ma se siete pronti a soffrire, a subire una caterva di mazzate insieme a Billy (grazie al regista che con questi primissimi piani ci dà l’impressione che stiano menando pure noi), allora si rivelerà un film splendido nella sua cruda realtà.

“Trouble no more” al contrario, pessimo documentario sulla svolta religiosa di Bob Dylan, è “una sòla”, come ha affermato fuori dalla sala un prestigioso giornalista di cui ovviamente non posso fare il nome. Credeteci però: è davvero un lavoro di scarso interesse, senza dubbio atipico nel suo genere: il film comincia come un classico documentario, raccogliendo interviste sulla delusione dei fan di Dylan dopo un concerto a New York (“Non ha fatto neanche una delle vecchie canzoni”, “Amo il sound di Dylan, ma non me ne frega niente delle sue idee religiose” e via discorrendo), subito dopo si trasforma in una cosetta televisiva e poco interessante. Canzoni tratte dal concerto di cui sopra vengono alternate a Michael Shannon che interpreta un predicatore, poco credibile e decisamente fuori luogo. La musica non è male ovviamente (anche se dopo gli anni 60 Bob Dylan ha prodotto tanta spazzatura e pochissime perle), sarebbe stato forse interessante, ai fini del documentario, sottotitolare i testi delle canzoni, invece così si assiste per un’ora ad un’altalena di cinque minuti di canzoni e cinque minuti di prediche. L’unico merito di questo film è stato di averci portato all’Auditorium Michael Shannon, che ha incontrato la stampa (me compreso, anche se c’entro poco) subito dopo pranzo.

L’attore del Kentucky, oltre a dimostrarsi anche lui una persona simpaticissima e disponibile più del dovuto, ha parlato molto di Bob Dylan e del film di cui vi ho parlato poco fa. A quanto pare i sottotitoli alle canzoni non c’erano per il semplice fatto che quel simpaticone di Dylan non vuole che i suoi testi vengano tradotti in altre lingue (e può anche andarmi bene, ma almeno in inglese li potevano comunque mettere…). Alla domanda: “Bob Dylan ha visto il film? Gli è piaciuto?”, Shannon e la regista hanno risposto: “Abbiamo sentito dire che era contento, ma lui è più concentrato sul presente e si preoccupa davvero poco di ciò che ha fatto nel passato”. Io amo molto il primo Bob Dylan, ma devo dire che in quanto a simpatia è proprio out… Resta comunque lo stonato più leggendario della storia della musica.

Restano soltanto due giorni di proiezioni e al di là dell’incontro con David Lynch l’impressione è che il meglio ci sia già stato. Comincia ad affiorare un po’ di stanchezza e anche i più insospettabili (me compreso), ovvero persone che mai si lamentano e che sono sempre state soddisfatte di ciò che hanno potuto vedere, stavolta hanno davvero molto da ridire. Anche l’organizzazione ha lasciato un po’ a desiderare: tantissime proiezioni che si accavallano alle 9 e poche negli altri orari, le repliche pomeridiane sono sempre in una delle sale più piccole (il Teatro Studio) in cui si può accedere solo dopo un paio d’ore di fila (mentre le due sale più grandi, alla stessa ora, restano deserte). Sicuramente ci saranno degli ottimi motivi dietro queste scelte così sconsiderate, ma l’anno prossimo qualcuno dovrebbe davvero lavorare meglio sulla programmazione. Sulla selezione dei film non mi esprimo ancora, ma il livello medio è sicuramente un po’ più basso rispetto alle edizioni passate: alla fine sono gli incontri ad essere il fiore all’occhiello di questo Festival 2017. Vabbè, dopo questo sfogo posso finalmente lanciarmi sul letto a quattro di bastoni, dandovi appuntamento a domani con la penultima puntata di questo diario. Lo so che non vedere l’ora di rivedere qua sopra le care vecchie recensioni. Non manca molto, ve lo prometto.

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 5

E quindi uscimmo a riveder le stelle: ogni volta che esco sano e salvo dalla metropolitana mi viene in mente l’ultimo verso della Divina Commedia. Certo, non esco a vedere proprio le stelle, ma il cielo sì, e ogni volta piazzale Flaminio mi sembra il luogo più bello dell’universo. Questa premessa per comunicare che, sì, il weekend è finito e ho ricominciato a prendere la metro. Bene, veniamo alle cose importanti.

Alle 9 c’era la possibilità di scegliere tra ben quattro film. Dopo una più o meno attenta visione dei trailer, ho declinato “C’est la vie” (commedia francese firmata dagli autori di “Quasi amici”), ho scartato un film americano di cui non c’era neanche il trailer online (o forse non l’ho trovato, vabbè) e sono rimasto con una coppia di contendenti molto diversi da loro ma entrambi in qualche modo allettanti. “Lola + Jeremy”, commedia romantica francese, ispirata al cinema di Gondry, sembrava la scelta più ovvia (bastava una parola per me: Parigi), ma la notte ha emesso il suo verdetto e alla fine sono entrato nel Teatro Studio per “Blue my mind” di Lisa Bruhlmann. Il trailer purtroppo mi aveva già rivelato il colpo di scena finale (ma che è sta moda di far vedere mezzo film già nel trailer? Spiegatemelo), tuttavia l’ho trovata una pellicola per niente banale. Siamo in Svizzera: una ragazzina, Mia, si trasferisce con la famiglia in una nuova città. Nuova scuola quindi, nuove amicizie, grandi cambiamenti. Mia fa di tutto per farsi accettare dalle nuove amiche, si lascia facilmente andare a sesso, droga e rock ‘n’ roll, ma qualcosa in lei sta cambiando (e non si tratta soltanto delle prime mestruazioni). Si sta trasformando in qualcosa di non umano: mangia i pesci dall’acquario, le stanno crescendo delle strane membrane tra le dita dei piedi e ha le gambe piene di lividi. Il film racconta in maniera originale e decisamente fantasiosa la fase di trasformazione di una bambina in una giovane donna. C’è ritmo, ottimo uso del linguaggio cinematografico (molte situazioni non sono rivelate ma accennate al punto giusto) ed un’idea originale alle spalle: secondo me è un film riuscito.

Alle 11 c’era un film brasiliano con Vincent Cassel, ma ho optato per qualcosa di totalmente diverso: il convegno “Condizioni Critiche” (!), curato da Mario Sesti (che qui non finiremo mai di ringraziare per le cose meravigliose che ci ha fatto vedere una decina d’anni fa nell’ormai mitologica sezione Extra del Festival). Una bellissima occasione per sentir parlare delle condizioni attuali della critica cinematografica, grazie anche alla partecipazione di Anthony Scott (critico del NY Times) e Annette Insdorf (insegnante di critica cinematografica della Columbia University). Credetemi, è stato illuminante: una lunga chiacchierata sui compiti del critico, sul suo ruolo in quest’epoca social e tante altre cosette bellissime sul modo di raccontare il cinema. Tutte cose che io purtroppo non so ancora fare come vorrei, ma un giorno magari ci arriveremo. Tra l’altro l’evoluzione del critico cinematografico è stato l’argomento della mia tesi di laura magistrale, quindi l’incontro di oggi è stato particolarmente interessante per il sottoscritto (dlin dlon: se mai nella vita vi dovesse interessare la mia tesi, trovate tutto lo speciale qui sul blog diviso in 9 capitoli, basta cercare “critico cinematografico” nella barra di ricerca qui a destra).

Dopo un bel panino con la frittata, una delle poche cose che non passeranno mai di moda, ho atteso le 15 per recuperare uno dei film più apprezzati di questi giorni: “The Party” di Sally Potter. Ebbene, anche stavolta la sala si è riempita prima che potessi entrarvi, quindi ho perso il film e probabilmente non potrò vederlo mai più. In compenso ho consultato le care vecchie voci di corridoio: sento le voci, lo ammetto, ma non sono nella mia testa (credo). Quel che mi hanno detto è piuttosto contrastante, ma tutti gli uccellini (Lord Varys ha fatto scuola) sono concordi sul fatto che “C’est la vie”, il film francese che mi sono volutamente perso stamattina, sia una commedia divertente e non banale, per alcuni addirittura migliore di “Quasi amici”. Potrebbe lottarsi il premio del pubblico con Linklater? Vedremo. Per il momento i film più amati sono stati proprio “Last Flag Flying” e “I, Tonya”, di cui vi ho parlato nei diari precedenti. Stasera arriva all’Auditorium Nanni Moretti per un incontro con il pubblico, ma io sono già tornato nella mia dimora a Roma Sud.

La cosa peggiore (a parte la metropolitana alle 8 del mattino) è che mi porto appresso una borsa con macchina fotografica, obiettivi, penne, quaderni, panini e altre cose del genere (il peso della borsa si aggira sulle 21 tonnellate) e in cinque giorni avrò scattato sì e no 10 foto, scritto tre parole (3!) su un taccuino e aperto la borsa solo per prendere il cibo. Spero nei prossimi giorni di regalarvi qualche bella immagine del Festival, ma fossi in voi non starei là a contarci troppo. Domani vi prometto almeno due film (tre nelle mie intenzioni), ché vi sto un po’ trascurando, lo so. Ora mi sono meritato un altro paio di puntate di “Stranger Things”, a domani…

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Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 4

Stanotte ho dormito un’ora in più e, credetemi, quando devi guardare due o tre film uno dopo l’altro fa davvero la differenza. Se solo si potesse mandare indietro l’orologio di un’ora ogni notte fino a domenica prossima, non sarebbe affatto male. Vi scrivo dalla magnifica sala stampa del Festival, che ogni volta mi fa sentire un po’ come un impostore: mi guardo intorno, vedo tutti questi giornalisti impegnati a scrivere e mi sento sempre un po’ in colpa, fuori luogo, come se non meritassi di sedermi qui (sarà quella enorme scritta sulla vetrata, “area giornalisti”, a mettermi a disagio). Poi mi domando: quanti di loro si sentiranno a disagio come me? Quanti di loro scrivono su un blog, sul loro blog, e quanti invece vengono davvero pagati per stare qui? Non lo saprò mai.

Il sabato è stato fin troppo impegnativo, io ad ogni Festival ho un anno in più e insomma, ieri sera ho deciso a cuor leggero di saltare le proiezioni delle 9 (che tanto non mi sembravano neanche così obbligatorie, per così dire) e dedicarmi ad una notte di riposo, per recuperare le energie in vista di una nuova settimana di combattimenti con i mezzi pubblici, pranzi frettolosi, mancanza di cioccolata e poche ore di sonno. Un’idea eccellente, perché sono arrivato con tutta calma alla proiezione delle 11, “I, Tonya” di Craig Gillespie, che è stata una vera sorpresa. Innanzitutto va detta una cosa: Margot Robbie (la biondona pazzesca di “The Wolf of Wall Street”) non è solo una donna bellissima, si sta anche rivelando un’attrice incredibilmente versatile. La storia ricostruisce uno dei più grandi scandali sportivi della storia degli Stati Uniti: la pattinatrice su ghiaccio Tonya Harding, una specie di maschiaccio con i pattini (ma anche una delle più talentuose atlete della sua generazione), fu accusata di aver organizzato, insieme al marito, un’aggressione alla sua più grande rivale per la medaglia olimpica, allo scopo di metterla fuori gioco. Il film è totalmente sopra le righe, ricostruisce le vicende strappando praticamente una risata ad ogni scena, alternando i fatti realmente accaduti ad alcune vicende volutamente romanzate (talvolta sono i personaggi stessi, all’interno del film, a rivelarci quando una scena è realmente accaduta e quando non è invece mai successa). Come se non bastasse, la colonna sonora è perfetta. Il film uscirà in patria a dicembre e devo dire che mi aspetto di vedere Margot Robbie tra le candidate agli Oscar del prossimo anno.

Aspettavo con molta curiosità “Abracadabra” di Pablo Berger, che cinque anni fa mi aveva letteralmente estasiato con il meraviglioso “Blancanieves”. Quindi mi preparo, tutto contento, fresco come una rosa, “già mangiato”, e mi dirigo verso il Teatro Studio, luogo della proiezione. Morale della favola: sala piena, non riesco ad entrare, devo così affogare il dispiacere con una birra. Decido quindi di aspettare le 17 per fotografare il red carpet di Jake Gyllenhaal, che ho già incontrato qui al Festival nel 2007 (se non sbaglio) e che ho poi incontrato un paio d’anni dopo dentro il corridoio di un albergo in cui ero finito più o meno per caso (è una storia lunga e c’era di mezzo Reese Whiterspoon). Insomma, le nostre strade si dovevano di nuovo incrociare caro Jake, pensa un po’ che culo che c’hai. Ma Gyllenhaal stupido non è, e appena saputo che stava per incontrarmi di nuovo ha deciso di annullare il suo red carpet e di entrare da un ingresso secondario, per la delusione immensa delle sue fan che lo stavano aspettando da stamattina. Capisco che sarebbe stato il suo secondo red carpet in due giorni, però, boh, che ci perdeva a far contente le persone che lo stavano aspettando? Ho visto alcune ragazzine davvero deluse da morire e mi è dispiaciuto per loro. Pazienza.

La sera me la sono presa di riposo, sempre per quella storia che mi aspetta un’altra settimana di impegni e bla bla bla (mi sento un po’ uno schifo quando scrivo queste cose, in fondo mi alzo la mattina per guardare film mentre voi magari vi alzate alle 6 tutto l’anno, per fare qualcosa sicuramente meno piacevole, e di certo non vi state a lamentare troppo). Il bello è che essendo saltati sia “Abracadabra” che Gyllenhaal, sarei potuto tranquillamente tornare a casa alle 13.30… Bene, sono le 18, ho qualche ora libera e “Stranger Things 2” che mi guarda supplicandomi di cominciarlo. Direi che è giunto il momento di salutare l’Auditorium per qualche ora, sospendere tutto ciò che riguarda il Festival e dedicarmi a Mike, Dustin, Lucas, Eleven e compagnia bella.

I Tonya

Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 3

Che splendida giornata. Il primo sabato di Festival è sempre uno dei giorni più attesi dell’anno, anche solo per il semplice motivo che posso prendere la macchina per andare all’Auditorium. Un quarto d’ora da Garbatella a Flaminio: ecco cosa significa il sabato mattina. Odore di pane caldo dal forno sotto casa, Bruce Springsteen nello stereo della macchina, il primo sole del mattino che bacia Ponte Sisto, Castel Sant’Angelo e tutti i palazzi sulla rive gauche del Tevere. Alle 8.15 avevo già parcheggiato. Solo l’amore per il cinema potrebbe spingermi a tanto, ma a volte è proprio la città a sembrare un bel film.

La giornata cinematografica è cominciata alle 9 con “Stronger” di David Gordon Green, con un ottimo Jake Gyllenhaal. Il film racconta la storia di un ragazzo di 28 anni, il nostro Jake, che durante la maratona di Boston perse entrambe le gambe a causa dell’attentato del 2013. Io ho un debole per i film girati a Boston, o in Massachusetts (ancora devo capirne il motivo), ed è proprio per questo motivo che la pellicola era riuscita inizialmente a conquistarmi. Dico inizialmente perché dopo una bellissima prima parte piena di intensità e dolore, il film si trasforma lentamente in un saggio di retorica stellestrisce. Il riscatto di un Paese in costante bisogno di crearsi un eroe: oh, tanto hanno fatto che alla fine Jake Gyllenhaal dice: “Lo sapete che c’è? Fateme esse un eroe va”. E forza allora con gli abbracci, le strette di mano, i parenti dei militari e quelli dell’11 settembre. Resta un film girato molto bene, splendidamente interpretato dal signor Donnie Darko, che secondo me si va a perdere proprio nel finale, dove si poteva raggiungere lo stesso risultato evitando però le palate di retorica propinateci dal regista. Peccato. Continuo comunque ad amare l’ambientazione bostoniana, questo è più forte di me.

Il momento che attendevo di più, non soltanto oggi, ma in tutto il Festival (Lynch a parte, ne riparleremo tra sette giorni) era però “Last Flag Flying”, il nuovo film di Richard Linklater, che come ben sapete è uno dei miei registi preferiti in assoluto e anche uno dei 328 motivi per cui ha senso alzarsi al mattino. Tre ex-marine, nella fattispecie Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne, si ritrovano dopo decenni per accompagnare uno di loro al funerale del figlio, ucciso durante la guerra in Iraq. Io penso che già soltanto mettere insieme Walter White di Breaking Bad, Morpheus di Matrix e beh, Steve Carell (in quanto Steve Carell) sia stata un’idea meravigliosa, aggiungendoci poi i dialoghi e le storie di Linklater diventa un qualcosa che non sai mai fino a che punto puoi definire commedia, perché è molto di più: c’è la critica politica (e antimilitarista), il contrasto tra religione e ateismo, la tipica riflessione sul tempo e sull’amicizia, sui rimorsi di un passato che non può essere recuperato ma soltanto preso ad esempio. E poi ci sono gli elementi da road movie, che nei film di Linklater non sono mai una componente secondaria. Non so se si è capito ma per me è stato un colpo di fulmine totale: Bryan Cranston è il mattatore della pellicola (cosa darei per andare a farmi un paio di birre con lui), neanche si fa in tempo a smettere di lacrimare per le risate che si comincia a lacrimare (metaforicamente) per l’intensità dei personaggi, per le loro storie, il loro passato, i tanti errori che li rendono umani a tal punto da volerli abbracciare. Non perdetevelo per nessun motivo.

Nel pomeriggio è arrivato sul red carpet nientepopodimenoche Mazinga, per la proiezione del nuovo film sul robottone della nostra infanzia. Per i corridoi dell’Auditorium mi sono imbattuto in un gruppo di cosplayer dei vari Tetsuya, Aktarus e compagnia bella. Il film, “Mazinga Z”, è stato un simpatico tuffo negli anni 80, inizialmente stavo considerando l’idea di abbandonare la sala, poi ho lentamente ripreso ad abituarmi ai personaggi e alle battaglie di robot che alla fine devo dire che mi è pure un po’ piaciuto. La cosa più bella però sono stati i bambini presenti tra il pubblico, che urlavano “che figata!” dopo un pugno atomico oppure applaudivano quando i personaggi dicevano che questo pianeta merita di essere salvato. Mi hanno dato un po’ di speranza, è stato bello, e soprattutto mi è sembrato di rivedere me stesso alla loro età, quando guardavo Mazinga in tv.

In serata la Roma ha chiuso in bellezza una giornata perfetta, che sarebbe stata ancora meglio se non avessi tutto questo sonno, ma non si può voler tutto. Da segnalare che nessuno oggi parlava di “Stranger Things”, segno che le minacce che ho lanciato nei giorni precedenti hanno funzionato. Meno male, non ho dovuto litigare con nessuno. Per ora. Ah, domani si dorme un’ora in più: sì, è proprio un bel weekend.

Last-Flag-Flying

Festa del Cinema di Roma 2017 – Giorno 2

Sveglia alle 7. Incredibile ma vero: è ancora buio. Esco di casa straordinariamente presto per evitare il caos dello sciopero dei mezzi e scopro che c’è davvero un mondo già vivo a quest’ora del mattino (ehi, ti ho sentito! Sì, tu che leggi, l’ho sentito quel “tacci tua” che hai appena detto!).

Oggi tre film per il sottoscritto e un altro incontro saltato, quello con il prodigio Xavier Dolan. La mattinata si è svolta all’interno del Teatro Studio, dove abbiamo aperto le danze con il francese “Tout nous separe”, un dramma con Diane Kruger e Catherine Deneuve. Dovete sapere che io amo follemente il cinema francese, insomma, diciamo che mi chiuderei in un bugigattolo per un mese solo con acqua, pane e film transalpini. Ecco, fatta questa premessa mi sento di poter dire a pieno titolo che questo film di Thierry Klifa mi ha lasciato piuttosto freddino. La storia è un po’ difficile da riassumere in poche righe: uno spacciatore sfrutta la tossica Diane Kruger, che è innamorata di lui, per farsi dare i soldi dalla ricca madre di lei, che è Catherine Deneuve. Con questo denaro il tipo deve pagare un debito con un boss della malavita. Diane Kruger, per sbaglio, uccide il suo ragazzo ma nessuno sospetta di lei, tranne un amico della vittima che non si lascia sfuggire l’occasione per ricattare la Deneuve. La donna dovrà farsi in quattro per trovare i soldi, aiutare la figlia e prendersi pure un po’ cura del ricattatore, preso di mira dal boss. Insomma, non mi è sembrato né carne né pesce: vuole essere un po’ thriller, un po’ dramma di provincia, alla fine non c’è moltissimo. Ad ogni modo mi ha tenuto sveglio per un’oretta e mezza, non è poco vista l’ora.

Quest’estate in Puglia ho scoperto che c’è un paese in provincia di Bari, Bitritto, che è simpaticamente chiamato Bitroit. Da allora ogni volta che sentivo nominare Detroit mi viene un po’ da ridere. Dopo aver visto però “Detroit” di Kathryn Bigelow, probabilmente non riderò mai più. Per ora è il miglior film visto a questa edizione del Festival. La storia narra degli scontri avvenuti a Detroit (ovviamente) nel 1967, causati dall’intervento della polizia in un bar privo di licenza, frequentato esclusivamente da neri. Il film sottolinea i destini di alcuni personaggi, tra cui il cantante di una band motown, un vigilante ed un poliziotto bianco. Si potrebbe definire il “Diaz” americano, con una macro sequenza all’interno di un motel che è un capolavoro di tensione, rabbia e angoscia. Se devo trovare un difetto penso che il finale sia un po’ troppo lungo (il film dura 140 minuti), si poteva tagliare qualcosa e lasciare in anticipo spazio alle tipiche scritte conclusive che ci raccontano che fine hanno fatto i personaggi in questione. Ad ogni modo è un film bellissimo, penso che ne sentiremo parlare durante la notte degli Oscar.

Durante la pausa pranzo ho fatto cadere una cinquantina di grammi di pasta col pesto su una sedia, durante uno dei miei classici numeri da morto di sonno. Nel frattempo decine di ragazzini cominciavano ad assediare l’Auditorium: si trattava dei cosiddetti “dolaners” (brrrr), ovvero i giovani fan di Xavier Dolan, già in fila sul red carpet in attesa del regista canadese. Neanche il tempo di rifiatare ed eccomi nella nuovissima Sala Google per il mio primo film della sezione Alice nella Città: la sigla d’apertura rasenta il capolavoro, ennesima conferma per questa categoria che ogni anno continua a crescere e a migliorarsi. Ho visto “Dreams by the sea”, una coproduzione tra Danimarca e Isole Far Oer: non male, anche se niente di particolarmente originale. Ma lo sguardo di Sakaris Stora, regista trentunenne al suo film d’esordio, è tenero, spesso chiuso sui primissimi piani delle sue brave protagoniste, quasi a volerle coccolare e proteggere. La storia è piuttosto lineare: su uno sperduto isolotto nordico una ragazzina passa una vita piuttosto grigia, per non dire “di merda”, anche e soprattutto per colpa dei genitori (i classici religiosi fomentati, in particolar modo la madre). Un giorno si trasferisce nel paese la scombinata famiglia di Ragna, ragazza ribelle, messa a dura prova dalla vita e dai problemi della madre alcolizzata. Le due diventano amiche e la ragazzina del posto, Ester, esce finalmente dal nido scoprendo i divertimenti e i sogni di avventure lontane. Come dicevo la storia non è niente di particolarmente originale, ma il film è godibile e piuttosto piacevole, anche se la totale mancanza di un raggio di sole mi ha messo abbastanza in difficoltà. All’uscita della sala ho poi trovato un cielo carico di pioggia, tanto per chiudere la giornata in allegria.

Mentre mi allontanavo dall’Auditorium, un platinato Xavier Dolan cominciava a calcare il tappeto rosso per la gioia dei suoi accoliti. Tra gli altri film presentati oggi va segnalato l’ultimo dei fratelli Taviani, “Una questione privata” (tratto da un racconto di Beppe Fenoglio) e il film inglese “The Party”, già presentato a Berlino lo scorso febbraio (e che io probabilmente recupererò lunedì). Sui Taviani ho percepito pareri deludenti, ma se posso cercherò comunque di recuperare il film domani pomeriggio, anche perché quando l’argomento è l’antifascismo io potrei restare davanti allo schermo per 239 ore senza mai annoiarmi. “The Party” invece ha riscosso ottime critiche (sempre secondo le mie più o meno fidate voci da bar, o uccellini, come li chiamerebbe Lord Varys di Game of Thrones): una commedia tutta girata all’interno di una stanza, ha l’aria di essere davvero un film imperdibile.

Per il resto oggi non c’è molto da segnalare, al contrario di domani dove arriva “Stronger” con Jake Gyllenhaal e soprattutto il nuovo film di Richard Linklater, che sto aspettando come un bambino aspetterebbe i regali di Natale (anche se purtroppo il regista non sarà al festival). Per i più nostalgici domani c’è anche il film di “Mazinga Z” e poi in serata gioca la Roma. Insomma, un programmino niente male: sempre meglio che stare a Detroit nel ’67.

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Verso la Festa del Cinema di Roma 2017

Poco più di due settimane all’inizio della dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma (quest’anno dal 26 ottobre al 5 novembre), il che significa che mi restano circa poco più di due settimane di sonno. Ancora devo capire come sia possibile aspettare con tanta partecipazione un periodo in cui si dorme poco, si mangia male e si vive fuori dal mondo: deve essere quella cosa che chiamano passione. Dodici edizioni e non ne ho persa neanche una: dal 2006 ho passato dieci giorni all’anno a guardare film, a scrivere le mie sensazioni, ad incontrare attori, registi, addetti ai lavori. Per cosa? Per passione, niente di più, niente di meno.

So che non è questo pippone sentimentale ad interessarvi, quindi se siete usciti indenni dal primo paragrafo ora posso raccontarvi qualcosa del programma cinematografico. La selezione ufficiale sarà composta da 39 film, di cui parlerò tra poco perché prima devo dirvi quali sono le due cose che mi faranno fare i salti di gioia: 1) Dell’incontro con David Lynch si sapeva già da tempo, ma ancora non riesco ad abituarmi all’idea. Sono sicuro che sarà una di quelle serate che restano addosso per molto tempo (come fu quella con Al Pacino nel 2008, ancora ho i brividi). 2) Il nuovo film di Richard Linklater, che è uno dei miei registi preferiti. Non mi sarei mai aspettato di trovare “Last Flag Flying” nella selezione dei film e ormai sono un paio d’ore che cammino per casa a dieci centimetri da terra. Non so se Linklater sarà al Festival (ma magari!), oppure che ne so, Bryan Cranston, ma per ora mi accontento di vedere il film.

Selezione ufficiale dicevamo: i primi titoli a balzare agli occhi, Linklater a parte, sono “Logan Lucky”, di Steven Soderbergh, “The only living boy in New York” di Marc Webb, “Una questione privata” dei fratelli Taviani, “Borg McEnroe” di Janus Metz, “Detroit” di Kathryn Bigelow e “C’est la vie” dell’accoppiata Toledano-Nakache (registi del francese “Quasi amici”). Come sempre però, le cose migliori da vedere saranno quelle che al momento dell’uscita del programma non hai minimamente calcolato: ora voglio prendere in contropiede le sorprese e affermare già adesso, in tempi non sospetti, che potrebbero risultare parecchio interessanti “Mon garçon” di Christian Carion, ma soprattutto lo spagnolo “Abracadabra” di Pablo Berger (già regista del meraviglioso “Blancanieves”), sul quale sono disposto a puntare tutti i miei risparmi (anzi, facciamo giusto un paio d’euro). Mi intrigano inoltre il norvegese “Skyggenes Dal” e “Stronger”, che verrà presentato a Roma dal suo protagonista Jake Gyllenhaal. E poi, per tutti i giovani uomini come me cresciuti negli anni 80, c’è il film su Mazinga che, ne sono certo, sarà uno spasso. Mi sembra già abbastanza, ma ancora non ho spulciato per bene il programma delle altre sezioni, da “Tutti ne parlano”, “Eventi Speciali” (da segnalare un documentario su Spielberg) fino ad “Alice nella città” (che da sempre riserva grandissime chicche).

Per quanto riguarda gli incontri quello con David Lynch è il fiore all’occhiello di questa dodicesima edizione. Così importante da mettere in ombra Ian McKellen, Christoph Waltz, Vanessa Redgrave, Xavier Dolan, Jake Gyllenhaal, Chuck Palahniuk, Nanni Moretti e molti altri.

Ancora una decina di giorni di sonno e poi ricominceranno le levatacce più belle della mia vita. A voi che leggete, anche quest’anno toccherà sorbirvi dieci appuntamenti quotidiani con i miei diari da cinefilo. Auguri!

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