Recensione “Blaze” (2018)

Ethan Hawke scrive e dirige un biopic tenero e amaro al tempo stesso, inzuppato di malinconia, confermandosi un autore sensibile e versatile: per questo motivo tutto ciò che tocca è oro, che siano i romanzi che ha scritto, i personaggi che ha interpretato, i film che ha diretto. Qui cambia totalmente genere e registro, raccontando la storia di Blaze Foley, cantautore country ucciso a 39 anni, grazie al quale Ben Dickey si è portato via dal Sundance il premio come miglior attore.

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Recensione “Crazy heart” (2009)

“La musica country è composta di tre accordi e la verità”. Da questa frase del songwriter Harlan Howard è racchiusa forse l’essenza del film di Scott Cooper: semplicità e anima. C’è un cuore (folle, come da titolo) che batte dietro alle immagini, e a dar volto e sentimenti a questo cuore c’è l’eccezionale prestazione di Jeff Bridges, un attore che sullo schermo è sempre stato capace di creare una chimica tra i suoi personaggi e gli spettatori. E poi, diciamolo, quanta bella musica…

Il cantante Bad Blake, una leggenda del country, ormai si trascina tra i locali più squallidi del Sud per racimolare qualche spicciolo per sopravvivere e mantenere a galla una carriera in totale declino. La sua immagine è ormai messa in ombra dall’avvento del giovane Tommy Sweet, il suo allievo, al quale Bad ha insegnato tutto: la vita del vecchio cantante trova però una scossa nel momento in cui conosce Jean, una giornalista di Santa Fe, che porterà Bad a correggere gli errori del suo passato e magari a rispolverare il suo talento.

Il Bad Blake di Bridges illumina la scena con la sua andatura caracollante, la sua voce roca, la sua noncuranza; ma arrivato ad un’età in cui sembra che il meglio sia già passato da un pezzo, l’unica salvezza potrebbe essere l’amore (per una donna, per la sua musica). Inevitabile pensare a “Walk the Line”, indimenticabile biopic dedicato alla figura di Johnny Cash, con il quale però ogni paragone sarebbe ingiusto e in fin dei conti fuori luogo: se il film di Mangold racchiudeva nel rapporto tra Cash e la sua amata June Carter il filo rosso con il quale raccontare la vita di una delle più grandi leggende della musica americana, la pellicola di Cooper descrive un uomo ormai al traguardo per delineare il suo rapporto con la vita e con il mondo circostante, fino alla ricerca di una redenzione forse un po’ troppo scontata ma comunque necessaria. Perché come dice la canzone portante del film, a proposito della vita: “Non è un posto per un cuore affaticato, non è un posto dove perdere la testa, non è un posto per crollare, raccogli il tuo cuore folle e fai un altro tentativo”.