Recensione “La Stanza delle Meraviglie” (“Wonderstruck”, 2017)

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Sono molti anni ormai che mi ripeto che se mai nella vita dovessi girare un film, la frase introduttiva sarebbe una splendida citazione di Oscar Wilde: “We are all in the gutter, but some of us are looking at the stars” (“Viviamo tutti nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle”). Ecco, Todd Haynes probabilmente ha sbirciato in uno dei miei taccuini perché tutta la parte iniziale di questo film si basa su questa citazione di Wilde. Subito dopo la frase iniziale troviamo “Space Oddity” di Bowie, una delle mie canzoni preferite, e la cosa ha cominciato a piacermi davvero tanto (oltre che a inquietarmi per le varie coincidenze). Todd Haynes racconta una sorta di favola moderna, in cui due ragazzini appartenenti a due epoche diverse condividono la stessa avventura e soprattutto lo stesso destino. La sua stanza delle meraviglie trasuda amore per il cinema (quello muto in particolare, in molte delle sue forme), per la magia del passato e per i tesori che incontriamo quotidianamente nella nostra vita.

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Recensione “Solo – A Star Wars Story” (2018)

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Ron Howard riesce nella sfida più difficile: far sembrare credibile il suo protagonista. Il resto è cibo per i fan di Star Wars e penso che possa andarci benissimo così. Voglio dire, ci sono Chewbecca, il Millennium Falcon e Lando Carlissian, quanto basta per acquistare un biglietto e volare al cinema. Alden Ehrenreich deve aver studiato molto il volto e la gestualità di Harrison Ford, perché il suo Han Solo piace, è la canaglia che abbiamo sempre amato e, nonostante la diffidenza che potevamo riservargli, funziona.

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Recensione “Parigi a piedi nudi” (“Paris Pieds Nus”, 2016)

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Il belga Dominique Alba e la canadese Fiona Gordon, coppia di artisti che vive in un’ex-fattoria trasformata in open space nei dintorni di Bruxelles, dirige e interpreta una dolce commedia romantica che strizza continuamente l’occhio a Jacques Tati e ai grandi del cinema muto, da Chaplin a Keaton. Il film è composto da una lunga serie di sequenze divertenti, dove la gag è sempre dietro l’angolo e dove i dialoghi sono ridotti all’osso: a parlare è soprattutto la grande fisicità dei due protagonisti, in giro per Parigi alla ricerca di una straordinaria fuggiasca, Emmanuelle Riva, qui alla sua ultima interpretazione.

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Recensione “La Casa di Carta” (“La Casa de Papel”, 2017)

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Prendete “Inside Man” di Spike Lee. Poi aggiungeteci qualche suggestione da “Le Iene”, colpi di genio presi da “Breaking Bad” e quanto basta di tutto il repertorio cinematografico e televisivo sul tema “rapina”. Alex Pina, ideatore della serie, non si è inventato praticamente nulla: eppure “La casa di carta” si è rivelata l’indiscussa rivelazione di questa prima parte dell’anno, grazie all’uso intelligente di quei riferimenti che la serie si diverte, di tanto in tanto, a scimmiottare (“Non siamo in un film di Tarantino”, urla uno dei personaggi, proprio a sottolineare questo aspetto).

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Recensione “Bittersweet Life” (“Dal kom han in-saeng”, 2005)

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La Corea del Sud, nel nuovo millennio, si è imposta agli occhi dei cinefili di tutto il mondo per il suo modo di interpretare il cinema: immagini bellissime, grande competenza tecnica e ottima regia, senza dimenticare le storie che racconta, molto spesso avvincenti e ben costruite. “Bittersweet Life”, di Kim Jee-woon, non fa eccezione.

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Capitolo 238

natalie

Marzo come sempre è stato un mese pazzo, un po’ avaro di film, forse a causa di un rilassamento fisiologico dopo la scorpacciata ansiogena di cose da recuperare prima degli Oscar. Solo cinque film in questo capitolo, qualche aggiornamento sulle serie tv e poco altro. Ne approfitto per annunciarvi una novità che avevo avuto modo di dirvi soltanto sulla pagina Facebook: qui in alto, sotto l’immagine principale, ho aggiunto la sezione Cosa vedere al cinema, che aggiorno più o meno ogni giovedì con i miei commenti ai film presenti in sala (solo quelli che ho visto, ovviamente), visto che in molti mi dicevano che avevano difficoltà a trovare consigli sui film da vedere al cinema, viste le tante recensioni in homepage. Come vedete, basta chiedere: Mister Wolf vi risolve il problema (tipo quello della guida a Netflix, di cui vi ho parlato qui). Bene, messe in chiaro le novità, passiamo ai film di questo capitolo…

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Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Recensione “Dark Night” (2016)

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Quante volte siamo andati al cinema in vita nostra? Non posso neanche azzardare una risposta, mi verrebbe il mal di testa. Pensate con quanti estranei abbiamo condiviso la sala cinematografica, le emozioni di un film, per poi, subito dopo i titoli di coda, tornare alla nostra quotidianità. Non per tutti è stato però così: nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 2012, nella cittadina di Aurora (Colorado), dodici spettatori sono rimasti uccisi durante una sparatoria avvenuta proprio all’interno della sala cinematografica, a pochi minuti dall’inizio de “Il cavaliere Oscuro – Il ritorno” (“Dark Knight Rises” in originale, da qui il gioco di parole che dà il titolo al film).

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Recensione “Un sogno chiamato Florida” (“The Florida Project”, 2017)

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Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film: i colori lillà degli edifici, i toni caldi della Florida, dei bambini che urlano e sputano per gioco. Un’atmosfera già perfettamente delineata: come ho detto bastano solo cinque minuti, e si è già dentro al film. Dopo aver sorpreso gli Stati Uniti con una pellicola incredibile girata interamente tramite I-Phone (“Tangerine”, del 2015), Sean Baker non solo concede il bis, ma regala al cinema una di quelle storie destinate a restare impresse nel cuore e negli occhi dello spettatore. Dopo aver raccontato l’assolato Natale losangelino, Baker cambia costa e si trasferisce in Florida, nella paradisiaca Orlando, dove però a due passi da alberghi di lusso e la Disneyland dei turisti c’è una realtà squallida e complicata, all’interno della quale crescono i bambini protagonisti del film, in una sorta di “Gli anni in tasca” in versione suburbana.

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