Recensione “Omicidio al Cairo” (“The Nile Hilton Incident”, 2017)

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Il regista svedese di origine egiziana Tarik Saleh prende spunto da un omicidio realmente avvenuto nel 2008, in cui era implicato un pezzo grosso del Parlamento locale, portandolo nel 2011, nella calda atmosfera che in seguito sfocerà nell’ormai storica “primavera araba”, come l’hanno ribattezzata i media. Un thriller che sa di polvere e tabacco, esotico nella sua bellissima ambientazione egiziana, puntuale nel raccontare una società in declino, un’epoca sull’orlo del precipizio, ad un passo da un cambiamento storico.

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Recensione “Dark Night” (2016)

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Quante volte siamo andati al cinema in vita nostra? Non posso neanche azzardare una risposta, mi verrebbe il mal di testa. Pensate con quanti estranei abbiamo condiviso la sala cinematografica, le emozioni di un film, per poi, subito dopo i titoli di coda, tornare alla nostra quotidianità. Non per tutti è stato però così: nella notte tra il 19 e il 20 luglio del 2012, nella cittadina di Aurora (Colorado), dodici spettatori sono rimasti uccisi durante una sparatoria avvenuta proprio all’interno della sala cinematografica, a pochi minuti dall’inizio de “Il cavaliere Oscuro – Il ritorno” (“Dark Knight Rises” in originale, da qui il gioco di parole che dà il titolo al film).

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Recensione “Un sogno chiamato Florida” (“The Florida Project”, 2017)

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Bastano cinque minuti per innamorarsi di questo film: i colori lillà degli edifici, i toni caldi della Florida, dei bambini che urlano e sputano per gioco. Un’atmosfera già perfettamente delineata: come ho detto bastano solo cinque minuti, e si è già dentro al film. Dopo aver sorpreso gli Stati Uniti con una pellicola incredibile girata interamente tramite I-Phone (“Tangerine”, del 2015), Sean Baker non solo concede il bis, ma regala al cinema una di quelle storie destinate a restare impresse nel cuore e negli occhi dello spettatore. Dopo aver raccontato l’assolato Natale losangelino, Baker cambia costa e si trasferisce in Florida, nella paradisiaca Orlando, dove però a due passi da alberghi di lusso e la Disneyland dei turisti c’è una realtà squallida e complicata, all’interno della quale crescono i bambini protagonisti del film, in una sorta di “Gli anni in tasca” in versione suburbana.

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Recensione “C’est la vie” (“Le Sens de la Fête”, 2017)

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Qualunque sia il nostro umore, non c’è davvero niente di meglio di una bella commedia corale, ben scritta, divertente e spassosa ma soprattutto non banale. L’accoppiata Eric Toledano e Olivier Nakache, dopo aver conquistato il mondo e il botteghino con il bellissimo “Quasi amici”, compie un altro piccolo miracolo: confermarsi autori di successo. Questa volta il pretesto per scatenare il loro talento comico è l’organizzazione di un matrimonio elegante, il dietro di quinte di una cerimonia dove ogni richiesta è un ostacolo, dove ogni momento può sorgere un problema diverso e dove la responsabilità di tutto è sulle spalle di una sola persona, qui interpretata dal sempre eccellente Jean-Pierre Bacri, direttore d’orchestra di un gruppo di attori affiatato e brillante.

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Recensione “Loving Vincent” (2017)

Prima di parlare di “Loving Vincent” è doveroso fare una premessa: l’intero film è stato dipinto a mano da un centinaio di artisti. Dipinto a mano. Fotogramma per fotogramma. Un progetto ambizioso e a dir poco geniale: come raccontare una storia incentrata su Vincent Van Gogh se non dipingendo tutto il film come se fosse un quadro del pittore olandese? Durante i primi minuti è davvero difficile seguire la storia, perché la bellezza visiva è così strabiliante da costringerci a cercare la mascella in giro per la sala, letteralmente saltata via davanti a cotanta esplosione di colori. Sì, la vista di quelle immagini lascia davvero a bocca aperta e sì, è davvero difficile non distrarsi dalla storia. Già, la storia: una volta che si comincia a seguirla non è affatto male: i registi Dorota Kobiela e Hugh Welchman sono stati intelligenti, evitando di realizzare una pomposa biografia di Van Gogh. Scampato il pericolo celebrativo ed il mero esercizio di stile, il film è una sorta di indagine post-mortem nei confronti del genio olandese. Si è davvero tolto la vita oppure è stato ucciso? E perché? Cosa lo tormentava?

Siamo in Francia, nel 1891, poco dopo la morte di Van Gogh. Un postino di Arles incarica suo figlio, il giovane Armand Roulin, di recapitare l’ultima lettera del pittore a suo fratello Theo, residente a Parigi. Nel tentativo di consegnare questa misteriosa missiva, Armand comincia una ricerca che lo condurrà a persone e luoghi fondamentali della vita di Van Gogh, portando alla luce i segreti del suo cervello e la strabiliante produzione artistica del pittore.

La domanda sorge spontanea: il film sarebbe stato ugualmente interessante senza la meraviglia visiva che ci offre? Probabilmente no, ma anche grazie alla forza delle immagini regala un’ora e mezza di eccellente intrattenimento. Se poi, come me, amate Van Gogh piuttosto intensamente (insieme a Hopper è il mio preferito, se proprio volete saperlo), allora l’esperienza sarà decisamente appagante. Ad ogni modo è qualcosa di mai visto prima e difficilmente riproponibile, quindi è una visione che vale decisamente la pena. Come disse Vincent Van Gogh: “Il modo migliore di amare la vita è amare molte cose” e questo film è decisamente un progetto da amare.

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Gli ultimi Jedi siamo noi

“Gli Ultimi Jedi”, il nuovo episodio della saga di “Star Wars”, è finalmente nei cinema di tutto il mondo, due ore e mezza di imprese mirabolanti pervase da una genuina gioia di sentirsi bambini, seduti al sicuro sulla poltroncina di una sala buia a fare il tifo per i buoni. Siete già andati a vederlo? Se sì, potete andare tranquillamente avanti nella lettura, piena di spoiler, al contrario vi rimando alla recensione vera e propria, dove non c’è neanche uno spoiler sulla trama e che potete leggere qui. Dunque, se ancora non avete visto il film, l’espressione basita di Luke Skywalker dice tutto: correte a vederlo, poi potrete proseguire nella lettura. Dopo il Maestro Jedi cominciamo a parlare seriamente e l’articolo sarà tutto, ma proprio tutto, un grosso ed enorme spoiler. Jedi avvisato mezzo salvato.

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Recensione “Tre Manifesti a Ebbing, Missouri” (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, 2017)

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Quando pensi al Missouri pensi a Kansas City, a questo midwest americano imperniato di retaggi sudisti, folk music e tradizioni antiquate legate alla cosiddetta Dixieland. In questo contesto Martin McDonagh, autore di dark comedy sopraffine (se avete dubbi recuperate subito il suo splendido film d’esordio, “In Bruges”), realizza probabilmente il film più ambizioso e importante della sua carriera, raggiungendo alla terza prova la consacrazione definitiva come regista e soprattutto sceneggiatore di successo. Il MacGuffin del film è l’uccisione subita dalla figlia della protagonista Frances McDormand: un semplice pretesto per dare il via a tutte le vicende del racconto, che si svolgono intorno a tre enormi cartelloni pubblicitari.

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Capitolo 231

Nell’ultimo periodo ho visto parecchi film: ringraziamo il freddo per il contributo. Appena mi sono accorto di aver guardato otto film senza ancora aver scritto un nuovo capitolo della mia vita da cinefilo ho pensato che fosse giunto il momento di mettere un punto, anche perché se avessi aspettato ancora mi sarei ritrovato ad annegare tra le visioni dell’ultimo periodo. C’è davvero un po’ di tutto in questo capitolo, tra dvd, Netflix e anteprime stampa: cominciamo subito, perché sarà un capitolo bello lunghetto.

L’Ultimo Samurai (2003): Se c’è una cosa che mi piace molto è andare a ripescare un dvd dalla mia videoteca e rivedermi un film dopo tanti anni. Ai tempi dell’università compravo davvero caterve di dvd e la cosa, oggi che compro all’incirca un paio di film all’anno, mi torna piuttosto utile. Mi è sempre piaciuto questo sorta di “Balla coi Lupi” in versione samurai, anche se dopo tanti anni qualcosa forse ha perso. Ad ogni modo è un film davvero molto bello.

Boris – Il film (2011): Quando vidi al cinema questo film non avevo ancora visto la serie tv, motivo per cui, pur divertendomi moltissimo, non capii tutto quanto. Rivederlo ora che la serie me la sono imparata quasi a memoria ha tutto un altro sapore. Quando si ha voglia di una serata poco impegnativa, radunare qualche vecchio amico come Renè Ferretti e Biascica è sempre un piacere.

Love Me! (2014): Sconosciutissima pellicola tedesca, pescata non so come su Netflix. Dialoghi improvvisati, citazioni cinefile ma soprattutto emozioni non mascherate rendono questa opera prima una pellicola sincera, imperfetta sotto molti punti di vista, ma per questo più umana e probabilmente reale. Non è per niente un filmone, ma a me sta roba indipendente fa godere.

La ruota delle meraviglie (2017): Esce proprio oggi al cinema il nuovo film di Woody Allen. Forse non è tra i migliori dell’ultimo periodo, ma resta comunque una pellicola da vedere, anche solo per la bravura di Kate Winslet o per la clamorosa fotografia di Vittorio Storaro. Molto più cupo di quanto mi aspettassi, niente male davvero.

Il Corvo (1994): Appena ho letto che vogliono fare un remake di questo film con Jason Momoa come protagonista per prima cosa ho riso, pensando fosse una battuta, quindi ho preso il dvd del film di Alex Proyas e me lo sono sparato durante una sera di pioggia. Gli anni passano, le case bruciano, ma questo film resterà sempre un cult (con quella colonna sonora poi può invecchiare quanto gli pare, non perderà mai un colpo).

Star Wars – Il risveglio della Forza (2015): Per preparami al meglio alla visione del nuovo episodio e alzare ancora un po’ l’asticella del fomento, ho deciso di rivedermi il film di due anni fa, che avevo amato moltissimo. La terza visione, la prima a distanza di due anni, conferma tutto ciò che di buono avevo trovato in questo nuovo inizio: ironia, avventura, passione e coinvolgimento. Sono giunto alla conclusione che potrei vedere i film di Star Wars ogni giorno per tutta la vita senza mai annoiarmi (a parte gli Episodi I, II e III, che vorrei non fossero mai esistiti).

Madre! (2017): Dopo “The Wrestler” e “Il cigno nero” Aronofsky era diventato uno dei miei registi preferiti, uno di quelli sul quale andare sul sicuro. Poi ha fatto “Noah”, che è una delle cose più brutte che ho visto in vita mia, e tutte le mie certezze sono cadute come un castello di carte. Con “Madre!” il regista newyorkese mi ha nuovamente conquistato: il film è talmente disturbante, fastidioso, che mi ha creato una fortissima sensazione di disagio per due ore. Può piacere o non piacere, ma senza dubbio ci dà la certezza che il vecchio Darren sia tornato a fare cinema di livello.

Star Wars – Gli ultimi Jedi (2017): Dulcis in fundo, il film più atteso del mese (forse anche dell’anno). La nuova trilogia comincia a prendere possesso del proprio potenziale, nonostante i riferimenti a “L’impero colpisce ancora” il film di Johnson si discosta dalla tradizione, rischia, ma come sempre ci coinvolge e ci fomenta. Fino ad un finale che mi ha messo i brividi lungo la schiena. Ora scusate ma devo andare a giocare con la spada laser che mi hanno regalato alla proiezione stampa…

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Recensione “Star Wars Episodio VIII – Gli Ultimi Jedi” (“Star Wars Ep.VIII – The Last Jedi”, 2017)

– NO SPOILER –
Di ritorno dalla proiezione stampa sono tante le sensazioni che si avvolgono, si attorcigliano, si arrampicano su di me. Su tutte le voglia di uscire sul balcone, nonostante la pioggia, e osservare le stelle, pensando a tutte le mirabolanti storie che si svolgono su quella galassia lontana lontana. Questa è la recensione a caldo e senza spoiler, nemmeno sulla trama, per permettere a chi non ha ancora visto il film di godere appieno della visione (successivamente affronteremo anche l’analisi a freddo, dove parleremo di tutto e di più, ma non è questo il momento).

I film di “Star Wars” riescono laddove gran parte del resto del cinema non può permettersi di arrivare: emozionarsi durante i primi due secondi di film è prerogativa di questa saga e del magico tema di John Williams, una sorta di macchina del tempo che riesce all’istante a farci sentire di nuovo bambini, cancellando dalla mente qualsiasi altra cosa non sia legata al film. Il giudizio? Eccolo che arriva: a me è piaciuto. Certo, a me basta vedere una spada laser e il Millennium Falcon per gridare al capolavoro, ma al di là di questo si tratta di un bel film. Senza dubbio deve fare i conti con il fatto di essere un sequel, dunque non può avere la freschezza e la trascinante potenza della novità, uno dei punti principali dell’episodio precedente, a suo modo però funziona, eccome se funziona.

“Il Primo Ordine colpisce ancora”, impensabile il contrario: neanche a dirlo, se “Il risveglio della Forza” aveva molti punti in comune con “Una nuova speranza”, “Gli ultimi Jedi” in alcuni momenti fa inevitabilmente pensare a “L’impero colpisce ancora”, anche se comunque è un film che vive di vita propria: Rey diventa sempre più consapevole della sua importanza, così come Kylo Ren, costretto a convivere con la sua coscienza e con tutti i segreti legati al suo passato. Rey e Ren sono lo jin e jang di questa nuova trilogia, entrambi giovani, entrambi potenti, una votata al bene, l’altro devoto al male: il confronto tra questi due personaggi è probabilmente una delle chiavi di lettura più interessanti di questo nuovo episodio di “Star Wars”. E se nel film precedente la Forza era stata poco più di un sussurro, un qualcosa di mitico e lontano, stavolta la religione Jedi non solo è sveglia, ma potente come non mai (ne sono un’esempio la spiazzante scena iniziale che vede protagonista Leila e soprattutto il sorprendente finale). Tra le novità ci sono un paio di pianeti decisamente interessanti e alcuni personaggi nuovi, tra cui spiccano inevitabilmente le star Laura Dern e Benicio Del Toro (tra i due personaggi la prima ha senza dubbio la mia preferenza), ma la cosa più bella è sempre l’incontro con le vecchie conoscenze, ovviamente Luke, ma anche un’altra che non ci saremmo mai aspettati.

In conclusione, “Il Risveglio della Forza” è servito ad introdurci i nuovi personaggi, “Gli ultimi Jedi” vede quelli stessi protagonisti alle prese con le proprie responsabilità, con i propri conflitti (interiori ed esteriori) e con la loro crescita, sia come personaggi che come individui. Fino ad un finale da pelle d’oca, che ci lascia sui titoli di coda con tanta voglia di restare ancora bambini e, soprattutto, con grande speranza. L’attesa per il 2019 è già cominciata.

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Recensione “La Ruota delle Meraviglie” (“Wonder Wheel”, 2017)

Inutile nasconderlo, appena vedo quella enorme ruota panoramica con la scritta “Wonder Wheel” non riesco proprio a non pensare a “I guerrieri della notte” di Walter Hill. Sono stati loro a rendere Coney Island un luogo mitico, un porto sicuro, un luogo da raggiungere per ritrovare la pace. Loro sono il motivo per cui qualche anno fa mi imbarcai in una lunga trasferta da Manhattan fino in fondo a Brooklyn, dove per la prima volta incontrai le onde dell’oceano (mentre cercavo di toccarlo, le onde mi inzupparono le scarpe, ma questa è un’altra storia). Era la prima volta che vedevo Coney Island, ed anche se era marzo e non c’era nessuno, si poteva respirare nell’aria un’atmosfera densa, potente, piena di storie da raccontare e di vita frenetica. Woody Allen ora contribuisce ad arricchire la storia di questo mitologico lido balneare, costruendo un film che, nonostante si svolga all’interno di una cornice festosa e piena di gioia come quella di un parco divertimenti, è in realtà il racconto cupo di un fallimento sentimentale e professionale, il bisogno di essere salvati, la ricerca di una redenzione che possa portare al tanto agognato riscatto. Ma quando il buon vecchio Woody decide che la vita deve andare male, non ci dà scampo: non c’è gratificazione per lo spettatore, c’è soltanto una normalità che, al di là dei colori che provi a metterci dentro, resta grigia perché altro non può essere.

Ginny è un’ex attrice lunatica e profondamente triste, vive di rimpianti a causa del fallimento del suo primo matrimonio e adesso lavora come cameriera a Coney Island. Il suo nuovo marito, Humpty, è rozzo e ha problemi con la bottiglia, ma ha una giostra tutta sua e il cuore grande. Ginny però non lo ama e preferisce buttarsi tra le braccia di un bagnino con ambizioni letterarie, Mickey, con cui ha una relazione clandestina e con il quale vorrebbe cominciare una nuova vita lontana dal suo fallimento. A rendere la situazione ancora più complicata c’è il figlio di Ginny, Richie, che ama appiccare incendi ovunque e soprattutto Caroline, la graziosa figlia di Humpty, costretta a nascondersi nel loro appartamento per sfuggire ad una banda di gangster che la vuole uccidere.

Non manca il romanticismo ma, così come in “Café Society”, la vita ha altri programmi per i suoi protagonisti. Kate Winslet è talmente brava che dovrebbero inventare un premio appositamente per lei, ma a rubare letteralmente la scena è la fotografia pazzesca di Sua Maestà Vittorio Storaro, che commette l’errore più grave che un direttore della fotografia possa mai fare: la sua luce è talmente incredibile che forse mette il film in secondo piano. Ad ogni modo possiamo confermare che si tratta di un Woody Allen ancora piuttosto ispirato, che stavolta trova terreno fertile nella tragedia classica, aggiornandola alla frenetica Coney Island del secolo scorso dove, seppur circondati da migliaia di persone apparentemente felici, ci si può facilmente sentire soli e tristi.

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