Recensione “Trainspotting 2” (2017)

Scegliete un grande film degli anni 90. Uno dei più simbolici di quel decennio, per dire. Scegliete lo stesso regista, gli stessi attori. Scegliete di fare un sequel e di inserire tante scene e tanti riferimenti del primo film in questo, pensando che tutti gli spettatori siano pronti ad abboccare all’effetto nostalgia. Scegliete pure di andare a vedere questo film, pur sapendo che potreste restare delusi. Ok, basta parafrasi, parliamone.

Prima di tutto un piccolo accenno alla trama: Mark Renton torna a Edinburgo vent’anni dopo aver tradito i suoi migliori amici, soffiandogli sotto al naso ben 16mila sterline. Spud è disoccupato e nuovamente tossico, Begbie è in prigione (ma evaderà) e Sick Boy progetta di gestire un bordello. L’incontro con il vecchio amico non sarà facile da affrontare, ma più di ogni cosa bisognerà fare i conti con il tempo passato, con i rimpianti, con ciò che la loro vita poteva essere e non è (e forse non sarà mai).

Purtroppo l’attesissimo seguito di “Trainspotting” non è all’altezza delle aspettative: non che le mie fossero troppo alte, ma se in un lavoro così rischioso le scene migliori corrispondono alle citazioni e ai riferimenti del primo film, è evidente che c’è qualcosa di sbagliato. Danny Boyle è un grande innovatore, non ha mai girato due volte lo stesso film e nella sua filmografia ha spesso cambiato genere, mood, ambientazioni. Non che questo sequel lo potesse girare un altro regista, certo che no, ma era praticamente ovvio aspettarsi da Boyle un film totalmente diverso dalle atmosfere della pellicola del 1996, e così è. Forse un fan di “Trainspotting” odierà soprattutto questo: “T2” sembra girato da un altro regista, che trasforma l’opaca claustrofobia e la follia da trip del primo film in una dimensione patinata, a tratti esageratamente forzata. Non tutto è da buttare (il momento migliore è la scena della canzone al raduno dei protestanti), ma i bassi sono decisamente più convincenti dei (pochi) alti. Ce n’era bisogno? Probabilmente no.

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La frase: “Scegliete la vita. Scegliete Facebook, Twitter, Instagram e sperate che da qualche parte a qualcuno freghi qualcosa. Scegliete di cercare vecchie fiamme, desiderando di aver agito diversamente. E scegliete di osservare la storia che si ripete. Scegliete il futuro, scegliete i reality show, lo sputtanamento e la diffusione dei porno. Scegliete un contratto a zero ore, un tragitto casa-lavoro di due ore e lo stesso per i vostri figli e alleviate il dolore con una dose sconosciuta di una droga sconosciuta fatta nella cucina di qualcuno”

Recensione “In Trance” (“Trance”, 2013)

Danny Boyle è senza dubbio uno dei registi più versatili e interessanti sulla scena mondiale. I suoi film da sempre mescolano il dinamismo delle scene ad un gusto quasi esagerato per la sperimentazione visiva. Dall’esordio con “Piccoli omicidi tra amici” al fortunatissimo “The Millionaire”,  passando per il cult “Trainspotting”, il discusso “The Beach” o l’interessante “28 giorni dopo”, Boyle ha sempre saputo reinventarsi, cambiare genere, costruire una carriera basata ogni volta su un “nuovo film d’esordio”, come dice lui stesso. Con “In trance” prova la via del thriller psicologico, ma stavolta fallisce il colpo. I personaggi non danno mai l’impressione di essere credibili, i tanti colpi di scena seminati lungo lo script non risultano mai davvero avvincenti, e sembrano quasi buttati nel film tanto per cercare la reazione nello spettatore. Il risultato è un thriller che, seppur pieno di ritmo, non riesce a staccarsi dalla mediocrità nella quale è scaduto il genere negli ultimi anni, con una serie di titoli destinati al dimenticatoio.

Simon lavora come assistente in una importante casa d’aste. D’accordo con la banda del malavitoso Frank, organizza la rapina di un quadro di Goya dal valore inestimabile. Durante il colpo subisce però un colpo alla testa: quando si risveglia è colto da un’amnesia che gli impedisce di ricordare dove ha nascosto il quadro rubato. Sollecitato dai metodi duri di Frank e la sua banda, che dubita di lui, si rivolge ad una psicoterapeuta esperta in ipnosi per cercare di ritrovare la memoria. Ma ci sono alcune cose che sarebbe meglio non ricordare…

Sarò superficiale, ma l’unico vero sussulto avuto in tutta la pellicola è stato alla vista di Rosario Dawson come mamma l’ha fatta. Non è poco (!), ma non abbastanza per un regista premio Oscar, celebre per non essere mai scivolato su film banali. Intendiamoci, “In Trance” non è un brutto film: ha ritmo, il sempre azzeccato Vincent Cassel e delle buone idee in fase di regia (e ci mancherebbe!). Il problema è una sceneggiatura confusa, che rende un po’ sciocco anche un fenomeno affascinante come l’ipnosi. Boyle ha fatto quel che poteva, nonostante ovviamente non avesse tra le mani la meravigliosa sceneggiatura di “The Millionaire”. Dispiace dirlo, ma sarà una delle prime delusioni della nuova stagione cinematografica.

pubblicato su Livecity

Recensione “The Millionaire” (“Slumdog Millionaire”, 2008)

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Sembra incredibile, ma questo film è la prova di come si possa realizzare un film sull’amore, sul disagio giovanile, sulla povertà, sulla voglia di sognare, sulla famiglia, sulla vita di tre persone, mettendo alla base di tutto la partecipazione a un quiz televisivo. Danny Boyle realizza la sua opera più matura, insinuando il dubbio che abbia diretto un film forse addirittura migliore del suo cult “Trainspotting”, nonostante si tratti di pellicole profondamente differenti tra loro. Fatto sta che “The Millionaire” è un film impeccabile, magnifico nella messa in scena: Boyle è magistrale nel catturare il meglio delle atmosfere di Bollywood, inserendo la giusta dose della sua esperienza occidentale e tirando fuori un prodotto di qualità ma allo stesso tempo adatto a sbancare i botteghini di tutto il mondo.

Jamal, un giovane cresciuto nelle baraccopoli di Mumbai, è arrivato alla domanda finale del quiz televisivo più famoso di tutta l’India: “Chi vuol essere milionario?”. Ma come ha fatto a rispondere esattamente ad ogni domanda ed arrivare fino al punto di poter vincere 20 milioni di rupie? Forse ha barato, come pensa il conduttore del programma e la polizia indiana, oppure è semplicemente fortunato? Potrebbe essere un genio, come pensano gli spettatori, o probabilmente era destino. Alla vigilia della trasmissione in cui dovrà rispondere all’ultima domanda, Jamal viene sequestrato dalla polizia e interrogato sulla questione. Il ragazzo sarà costretto a spiegare ogni risposta data fino a quel momento, e da ogni risposta uscirà fuori la sua storia: l’infanzia negli slum, la morte della madre, la fuga con il fratello e, punto fondamentale, l’amore per Latika.

La vita è una scuola, imparare dall’esperienza di tutti i giorni è il modo migliore per affrontare il presente, e Jamal mette in pratica questo dogma portando la sua semplicità e la sua bontà alla ribalta nazionale, nonostante l’ostilità di un conduttore egocentrico, anche lui proveniente dalla strada, che sente il pericolo di essere messo in ombra dal “ragazzo del tè”. La meravigliosa Mumbai si dimostra la scenografia ideale sulla quale si muovono le vite di Jamal, di suo fratello Salim e dell’amata Latika: i colori della città, il confine labile tra i suoi estremi di povertà e di ricchezza, di onestà e di criminalità, di bontà e di cattiveria, la forte presenza di un commento musicale perfetto; il tutto sotto lo sguardo esperto del britannico Danny Boyle, capace di ibridare un melodramma tipicamente bollywoodiano con i ritmi serrati e le scene d’azione alle quali ci ha abituato il cinema occidentale. Una vera meraviglia per gli occhi e per il cuore.

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